Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for settembre 2006

editoriale / Bit, pneumatici e mano pubblica

Pubblicato da franco carlini su 29 settembre, 2006

di franco carlini

Da quando il consiglio di amministrazione approvò la svolta a U di Telecom Italia a oggi, giorno in cui Romano Prodi riferisce alla Camera, sono successe molte cose, ma c’è il timore che i deputati finiscano per parlare delle meno significative, ovvero dell’interventismo statalista del governo, con violazione della libera impresa, e delle moltitudine di gaffes dello stesso Prodi; adeguato spazio riceverà anche il cosiddetto piano Rovati, con il quale il consigliere di Prodi delineava due possibilità per la rete fissa. Quello era un documento del tutto ragionevole, su ipotesi che almeno un centinaio di esperti discutevano da mesi, ma in questo clima avvelenato è stato ridotto alla sola ipotesi B (intervento dello Stato a cofinanziare la rete fissa italiana).

Altre cose sono in verità più importanti, in particolare le dimissioni da presidente di Marco Tronchetti Provera, sostituito da Guido Rossi. L’ex presidente ha vestito la sua mossa di rispetto istituzionale (mi tolgo di mezzo così il conflitto tra me e Prodi potrà decantarsi), ma la sensazione è che fosse una scelta quasi obbligata, data la cattiva accoglienza che le sue decisioni avevano avuto dagli investitori e forse anche per la percezione anticipata dell’imminente deposito delle richieste dei pubblici ministeri sulle intercettazioni di Tavaroli-Cipriani in cui Telecom Italia è sì parte lesa, ma anche complice involontaria, almeno con le sue attrezzature.

Se poi venisse confermato quanto scritto dal giornale della Confindustria, ovvero che il buon Tavaroli venne richiamato in Telecom per dolci insistenze di Gianni Letta (ovvero Sismi?) Telecom dovrebbe spiegare qualcosina di più ai suoi azionisti e forse anche ai magistrati.

Le dichiarazioni di Guido Rossi sono formalmente all’interno della delibera dell’11 settembre, ma la stanno modificando dall’interno: Tim non verrà venduta (era solo scritto tra le righe) e se si trova un accordo decente con l’Autorità delle Comunicazioni, forse non ci sarà nemmeno di scorporarla e potrebbe tornare in vita il progetto del telefono «Unico» (vedi in questa stessa pagina). Tutto ciò riguarda il parlamento e il governo? Certamente, visto il peso che le reti di comunicazione hanno non solo per l’economia, quanto per la vita civile. Proprio per questo Tronchetti Provera, che si sente così assediato, non dovrebbe meravigliarsi: i bit sono socialmente più importanti dei pneumatici.

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Vivere senza Office

Pubblicato da franco carlini su 28 settembre, 2006

Microsoft reagisce con soluzioni ibride all’assedio del software di seconda ondata
Il dominio di Microsoft nel software individuale per l’ufficio è ora messo in discussione da rivali «open» e da nuovi servizi web, quasi tutti gratuiti

F. C.
Il mondo degli uffici è dominato da un unico marchio egemone. Si chiama Microsoft Office ed è un insieme di programmi (una suite) per svolgere in un ambiente unico e coerente tutte le principali attività di un’organizzazione: scrivere dei documenti, fare delle elaborazioni numeriche in una tabella elettronica, gestire un database (un archivio), preparare delle presentazioni a diapositive da proiettare in convegni e riunioni. Come molti sanno quei programmi, impacchettati in Office, si chiamano Word, Excel, Access, Power Point. La forza di Office dipende anche dal fatto che, essendo così diffuso, nel tempo si è generato un tipico effetto rete: se le altre persone con cui interagisco usano quei formati, anch’io, per comodità, finirò per usarli, assicurandomi una piena e immediata compatibilità.
Così è andato il mondo del software fino a poco tempo fa. Ma le leggi della concorrenza dicono che là dove ci siano alti profitti, prima o poi accorrono altri competitori, che cercheranno di entrare in quel segmento. E proprio questo sta succedendo. Microsoft lo fece a suo tempo, scalzando dal mercato altri prodotti che già c’erano, come Lotus 1-2-3, dbase, WordPerfect (a proposito, al manifesto non c’è solo Valentino Parlato che usa con la macchina da scrivere, ma anche un redattore che continua pervicacemente e usare il sistema operativo Dos e Wordperfect, appunto).
La prima incursione in casa Office è stata quella di un’altra suite da ufficio, chiamata OpenOffice, dove l’aggettivo open, vuol segnalare appunto che si tratta di un software aperto e non proprietario, liberamente scaricabile dagli utenti. Inizialmente si trattava di una versione assai rudimentale, lenta e meno efficiente, ma nel tempo le cose sono migliorate, anche grazie all’appoggio non disinteressato ricevuto da una casa rivale di Microsoft, la Sun Microsystems. Con questo software chi non abbia esigenze troppo alte può già oggi fare a meno di Office sul suo computer. Lo stanno facendo in tanti, per esempio in ambito scolastico e anche nella pubblica amministrazione, anche per motivi di costi. Fin qua, tuttavia, si tratta soltanto di un prodotto concorrente, un po’ inferiore, ma più economico, all’interno delle stesse modalità d’uso.
Le cose sono cambiate, e di molto, con la comparsa, da due anni a questa in qua, di software analoghi, ma in rete. Attenzione: non pacchetti da scaricare, ma siti su cui entrare e lì scrivere, per esempio, un proprio documento. In questo caso non c’è bisogno di avere Word sul proprio Pc, ma semplicemente si va sul sito di uno di questi servizi web e, usando un programma che risiede lontano, magari in un server svedese o californiano, si opera direttamente. I siti che offrono simili prestazioni sono ormai parecchi: Writely (di Google), ThinkFree, Zoho Writer, Writeboard,
Rallypoint, JotSpot Live. Lo stesso avviene per le tabelle elettroniche: anziché comprare e mettere sul Pc Excel di Microsoft, si ricorre a JotSpot Tracker, Numsum, iRows, Zoho Street. Per esempio questo articolo è stato scritto con Writely ed è leggibile da tutti all’indirizzo http://www.writely.com/View.aspx?docid=df93nrzt_0dxvd7h. Esso peraltro è modificabile dagli amici che l’autore ha invitato, per averne la collaborazione.
Sono le prime applicazioni pratiche di una filosofia che prende il nome di Software on demand, di Web Services, o ancora, più metaforicamente, Software dal rubinetto. In quest’ultima versione si tratterebbe di usare la rete come un acquedotto, e di pagare a consumo le prestazioni di computer lontani. In realtà molti di questi programmi sono gratuiti e chi li offre si rifà con le inserzioni pubblicitarie.
Questo fenomeno è figlio della tecnologia e della politica. Della tecnologia nel senso che per poter funzionare occorre un collegamento a banda larga, perché le interazioni con il computer lontano siano veloci come quelle con il proprio Pc. E’ stato necessario anche che i programmatori inventassero uno speciale linguaggio (chiamiamolo così) detto Ajax, grazie al quale le pagine web diventassero anche scrivibili. Ma insieme a queste tecniche, da dieci anni a questa parte, si è sviluppata anche una cultura di rete collaborativa, talora persino ispirata alla gratuità. La miscela di queste due novità ha fatto divampare l’enorme quantità di siti e servizi che vanno ormai sotto il nome di Web 2.0, ovvero il web della seconda ondata. Un’ampia collezione di queste strane creature dai nomi stravaganti si può vedere in un apposito sito-catalogo, http://www.go2web20.net.
Ma come reagisce Microsoft a questa «aggressione»? Facendo saggiamente buon viso alle novità e cercando di farle convivere con il proprio modello. In sostanza si prepara anch’essa a offrire software di rete, per esempio il suo programma di scrittura di base, chiamato Works, e cercando di immaginare un mix tra il nuovo Office e alcuni servizi supplementari nel suo sito Office Live, ufficio vivo, un progetto tuttora in sviluppo all’indirizzo http://officelive.microsoft.com.

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cellulari 1 / Due modi, due tariffe

Pubblicato da franco carlini su 28 settembre, 2006

Cellulari «doppio modo»: debuttano in questo ottobre in America, per iniziativa del quarto operatore telefonico, la tedesca T-Mobile. Sono «dual mode» nel senso che normalmente si agganciano alla solita rete cellulare, ma quando si accorgono di essere nei pressi di un’antenna WiFi (un hot spot), saltano invece su questa rete, che offre banda trasmissiva maggiore e tariffe inferiori. Molte città americane infatti cominciano a essere coperte con la tecnologia WiFi, talora persino installata dalle amministrazioni pubbliche; di solito queste reti senza fili servono per collegarsi all’internet con il proprio Pc portatile, ma T-Mobile promette di farvi anche telefonare. Soprattutto interessante è la possibilità di usare questo sistema anche a casa propria. Per farlo occorre acquistare un router e collegarlo alla rete fissa. Il T-cellulare ne sente la presenza e attiva il software della Vonage, adatto per chiamare in modalità VoIP. In questo caso i costi, promette l’azienda tedesca, saranno inferiori a quelli delle chiamate sulla rete telefonica normale. Particolarmente delicata dal punto di vista tecnico è la questione del passaggio da una rete a un’altra. Può capitare infatti che, muovendosi, si esca dal raggio dell’antenna WiFi; in questo caso il telefonino si aggancia automaticamente alla rete cellulare classica di T-Mobile, senza che l’utente nemmeno se ne accorga – così promettono.
Per lanciare questa iniziativa la casa tedesca ha dovuto commissionare i nuovi telefoni ai costruttori e soprattutto acquisire un bel po’ di frequenze senza fili nella recente asta americana; per farlo ha investito 4 miliardi di dollari, cui vanno aggiunti quelli che installare le antenne che, ricordiamolo, sono diverse da quelle della telefonia cellulare. La fornitura iniziale del servizio comincerà nella costa dell’Ovest, probabilmente a Seattle, città tra le più tecnologice degli Stati Uniti.
S. T.

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cellulari 2 / Torna a squillare l’Unico?

Pubblicato da franco carlini su 28 settembre, 2006

Anche in Italia il cellulare doppio modo è stato progettato e persino proposto al mercato. L’ha fatto Telecom Italia, fin dal convegno primaverile di Barcellona. Si chiama(va) «Unico», volendo indicare appunto che un solo apparecchio sarebbe bastato per telefonare sia in mobilità che da casa propria. Il progetto, fortemente voluto dall’amministratore Riccardo Ruggiero, prevede che un box faccia da ponte tra le rete fissa e una rete casalinga WiFi verso i diversi telefoni cellulari presenti nell’abitazione. Si tratta(va) dunque di sancire quella che già oggi avviene regolarmente: anche da casa si telefona con il cellulare perché è più comodo, perché lì dentro c’è la rubrica telefonica, perché il ragazzino lo può fare dalla sua stanza senza farsi sentire dai genitori nel salotto di casa. L’offerta tecnica e commerciale di Telecom Italia avrebbe dovuto partire in luglio, ma alla fine di giugno venne fermata dall’Autorità per le comunicazioni, dopo gli esposti ricevuti dai concorrenti: Tiscali, Tele2, Vodafone. L’Agcom di Corrado Calabrò ha chiesto infatti a Telecom Italia di rendere «replicabile» l’offerta da parte dei concorrenti, perché diversamente avrebbe goduto di un vantaggio eccessivo, essendo contemporaneamente proprietaria della rete fissa e di Tim. Questa decisione dell’Agcom è stata citata da Tronchetti Provera come uno dei motivi che lo hanno spinto a decidere lo scorporo di Tim e di parte della rete fissa, proposte su cui ora sta lavorando il nuovo presidente Guido Rossi. I concorrenti e la stessa Autorità hanno fatto notare che la replicabilità di un’offerta tipo Unico è possibile con diverse soluzioni tecniche e che sta a Telecom Italia farlo. La proposta di giugno di Telecom era che i servizi di questo tipo potessero essere forniti anche da altri operatori di banda larga come Tiscali, ma solo a clienti dotati di abbonamento Tim.

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cellulari 3 / Bill nel telefono

Pubblicato da franco carlini su 28 settembre, 2006

Ci sono voluti alcuni anni, ma alla fine Microsoft ce l’ha fatta. Al momento dell’esplosione della telefonia cellulare la casa di Bill Gates cercò di proporsi anche come fornitore del sistema operativo dei telefonini, offrendo una versione leggera del suo, chiamata Windows Mobile. Incontrò un fuoco di sbarramento robustissimo da parte dei costruttori, specialmente di Nokia che ha il suo di sistema e che diffidava dell’incursione del gigante di Redmond nel suo territorio. Oltre a tutto il Windows Mobile era pesante e ricco di errori e Gates sembra che chiedesse il solito prezzo esagerato per ogni installazione. Tuttavia ora un certo numero di telefoni-computer è in circolazione proprio con quel sistema. Sono i cosiddetti Smartphone, prodotti da Hp, i-mate, iPaq e ora anche da Palm. L’ultima novità è appunto il Treo 750, appena presentato congiuntamente da Vodafone e Palm, con sistema nervoso Microsoft. Palm è una storica casa di Pda (Personal Digital Assistance) che nei tempi più recenti ha subito la concorrenza dilagante del Blackberry della Rim. Quest’ultimo lo si vede in mano a molti managerini e managerine che lo usano in continuazione perché permette di fare la posta elettronica anche in mobilità. Il Treo ha una tastiera di tipo qwerty, per quanto piccola e contiene agenda, rubrica e alcuni tipici software Microsoft come Word ed Excel. Uno dei suoi grandi vantaggi è che si sincronizza con e senza fili con il personal computer che contiene gli stessi software; in questo modo anche i molti distratti che perdono il cellulare avranno sempre una copia della loro preziosa rubrica, senza la quale potrebbero restare tagliati fuori. Permette ovviamente di navigare in rete e di gestire l’e-mail. Il costo previsto in Italia è di 599 euro, cioè molti, che scendono però a 299 se ci si abbona per due anni: un premio di fedeltà come quelli da tempo proposti da 3 per i suoi telefonini Umts. Per adesso i Pda raccolgono ancora una percentuale minima di utenti, ma si segnalano tuttavia come il segmento in crescita e a maggiore valore aggiunto della telefonia cellulare.

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spionaggi / Imprese globali col «vizietto»

Pubblicato da franco carlini su 28 settembre, 2006

Tra i controllati dalla squadra Tavaroli-Cipriani sembra dunque ci fosse anche il giornalista Massimo Mucchetti. Già importante firma economica dell’Espresso, egli è da qualche anno al Corriere della Sera, dove continua il suo lavoro meticoloso di analisi dei bilanci delle aziende. Come tale Mucchetti si è occupato diverse volte, sempre in maniera documentata e mai faziosa, ma talora anche critica, di Telecom Italia. E’ per questo che è finito sotto esame? Fu un’iniziativa del volonteroso Tavaroli che pensava di rendersi utile in questo modo al suo datore di lavoro? E’ una domanda da fargli. Certamente Tronchetti Provera non avrà gradito che nel giornale di cui è azionista uscissero argomenti critici, ma «questa è la stampa bellezza», e la libertà di scrittura di Mucchetti va a onore dei direttori che l’hanno garantita.
Se la cosa può consolare, cose del genere capitano purtroppo anche in America, a conferma che questo è un mondo globale e che la stampa può essere fastidiosa e indigesta per le imprese. Succede dunque, laggiù in California, che una storica casa di computer, la Hp (già Hewlett Packard) si trovi coinvolta in un caso di spy story a danno dei giornalisti. In due operazioni successive, chiamate Kona I e Kona II, tra il 2005 e il 2006, i vertici della società commissionarono a studi legali e agenzie investigative un lavoretto sporco. Si trattava di scoprire chi, dall’interno dell’azienda, parlava con i giornalisti di Business Week, del Wall Street Journal e di Cnet, un famoso sito internet di notizie hi-tech. Le confidenze, a ben vedere, non erano particolarmente gravi, né contenevano notizie così segrete. Si riferiva per esempio che in gennaio il consiglio di amministrazione aveva discusso, in un seminario chiuso all’Esmeralda Resort, di come trasformare l’azienda. Sai che scoop.
Durante le indagini vennero anche ottenuti i numeri della Social Security di 4 giornalisti e di 3 consiglieri, usati poi per ottenerne illecitamente i tabulati telefonici. La tecnica era quella del cosiddetto pretexting, che consiste nel fingersi qualcun altro e chiedere per telefono informazioni su altre persone, magari il loro numero di cellulare o cose del genere. Con questa tecnica qualcuno aveva telefonato all’azienda telefonica At&t e, fingendo di essere la giornalista Dawn Kawamoto e il dirigente Tom Perkins, membro del consiglio di Hp, aveva potuto accedere all’elenco delle loro telefonate nei mesi precedenti. Un altro sistema, tentato senza successo, prevedeva l’uso di e-mail taroccate: si manda a un giornalista un documento che contiene, nascosto, un piccolo software il quale dovrebbe segnalare al mittente se quel testo è stato girato ad altri, e a quale indirizzo. Malgrado Hp sia una rinomata azienda di computer, il trucchetto si impallò e non diede i risultati voluti. Nelle operazioni attivata anche l’agenzia responsabile della sicurezza Hp, la Security Outsourcing Solutions – qualcosa di simile alla nostrana Polis d’Istinto del signor Cipriani.
Queste attività erano state volute direttamente dalla presidente del consiglio di amministrazione Patricia Dumm, la quale nelle settimane scorse si è infilata in un penoso tunnel di mezze conferme, fino a essere costretta alle dimissioni. La linea difensiva era del tipo: ho chiesto a uno dei nostri studi legali di indagare, quello si è rivolto a degli investigatori privati, ma io non ho mai saputo né chiesto che si usassero tecniche illegali. Non ha retto tuttavia di fronte ai fatti e alle testimonianze. Quanto al pretexting, lo studio legale Wilson Sonsini Goodrich & Rosati, uno dei più rinomati della Silicon Valley, ha virtuosamente sostenuto che sia lecito (segue parcella).
Le inchieste sono condotte dalla Sec, commissione di controllo sulla borsa, dal procuratore generale della California e da agenzie federali e hanno finito per coinvolgere anche il chief executive officer di Hp, Mark Hurd, che venerdì scorso si è offerto a una «conferenza stampa». Le virgolette sono d’obbligo perché parlò solo lui, senza che alcun reporter potesse fare domande. La registrazione audio del suo intervento è disponibile anche in rete (http://podcast-files.cnet.com/podcast/092206_hp_leaks_01.mp3) e questo è un buon esempio di libertà di stampa. Ma cosa ha riferito, difensivamente, Mark Hurd? Secondo la stessa Cnet si è trattato di «una delle più imbranate autocritiche immaginabili». «Non ha detto niente, ma l’ha detto molto bene», ha scritto il New York Times. Il capo della Hp ha sostenuto che l’indagine interna era doverosa, perché le fughe di notizie nuocciono alla reputazione dell’azienda, che lui era a conoscenza dell’inchiesta organizzata da Patricia e che veniva aggiornato sugli sviluppi sia con delle mail interne che con dei rapporti più voluminosi, ma «non ho avuto il tempo di leggerli». Infine una deliziosa curiosità. Hp è sponsor del Privacy Innovations Awards, premio annuale per gli innovatori nel campo della privacy. E sul fatto che abbia innovato non ci sono dubbi.
sar.tobias@gmail.com

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La creatività in rete come impresa cognitiva collettiva

Pubblicato da franco carlini su 28 settembre, 2006

di Fiorello Cortiana

Bene ha fatto Franco Carlini a non fermarsi alla constatazione che la questione dei “nullafacenti” sollevata da Pietro Ichino sia finita nel nulla e,  partendo dalla “motivazione al lavoro”, a proporre  una riflessione più profonda sull’organizzazione della produzione che sta cambiando insieme alla produzione e agli stessi prodotti.

E’ possibile pensare che la motivazione in un lavoro manuale svolto ad una catena, non costituisca un fattore decisivo per la quantità e la qualità dei pezzi che da quella catena usciranno. Toccherà a sorveglianti e capireparto esercitare un controllo sociale e tecnologico e agli operai l’esercizio di conflitto sociale e rinegoziazione sindacale dei tempi, piuttosto che l’incuria personale fino al sabotaggio. Nella situazione odierna, dove la produzione di valore è sempre più immateriale, il lavoro cognitivo e relazionale ha nella motivazione un fattore decisivo per la sua qualità, quindi diventano centrali i fattori che creano un ambiente normativo e di organizzazione del lavoro capaci di favorire motivazione e capacità creativa. Se nel modello di produzione materiale/industriale l’alienazione è il prodotto della riduzione a merce del lavoro umano, ma è un problema dei lavoratori, nel modello di produzione creativa/cognitiva che sta prendendo corpo l’alienazione diventa un problema per l’efficacia del modello stesso.

Se oggi riconosciamo la questione della conoscenza come un diritto da difendere e da esigere, se la riconosciamo come questione costitutiva e non settoriale, se riteniamo necessaria una nuova alleanza tra la dimensione biologica e quella antropologica, tra sapere e sapienza, ciò è dovuto in particolare a quella rete inclusiva di apprendimento/produzione
costituita da hacker e smanettoni e dalla loro educazione alla libertà e alla solidarietà. Proprio le esperienze e le comunità dei “pinguini” ci segnalano la necessità di fare i conti con una nuova forma di produzione: la conoscenza e la sua natura costitutiva dentro alla rete. Qui facciamo i conti con la cultura e la pratica del dono e della condivisione, dell’uso produttivo del tempo libero, così come lo sono gli spazi ed i luoghi utilizzati per la produzione cognitiva. La cosa può suonare incredibile e paradossale: l’attività cognitiva risulta produttiva proprio perché sottratta all’organizzazione classica del lavoro.
Per raccapezzarci dobbiamo mutare il nostro approccio e il nostro bagaglio culturale attraverso i quali definiamo il lavoro e la produzione di valore.
Secondo Adam Smith “il lavoro è la misura reale del valore di scambio di tutte le merci”.
Nella teoria del valore, quindi, il lavoro è una misura, un metro, ma già Marx, negli scritti filosofici, sosteneva l’impossibilità di misurare il lavoro, in quanto esso è legato ad una esperienza soggettiva incommensurabile. Si è così passati, per necessità, dalla misurazione del lavoro a quella del tempo di lavoro, considerandole equivalenti. Questa condizione/convenzione è strettamente legata alla modalità di produzione industriale delle merci e alla sua evoluzione come produzione industriale di massa. Dalla bottega artigianale all’officina, dalla fabbrica alla catena di montaggio: i ritmi e i tempi di lavoro erano comunque legati al tempo di produzione manifatturiera delle merci. Questo aspetto quantitativo del tempo, come misura, non ci consente di apprezzare la qualità del lavoro, tanto per l’intensità dello sforzo fisico, che esso contiene, né per l’intensità del contenuto cognitivo. La natura del lavoro, la natura della produzione, sono chiamate in causa in modo non rinviabile dalla dimensione digitale, con la sua pervasività, la sua interconnessione e la sua interazione.
L’innovazione tecnologica nell’era digitale interessa tanto il prodotto quanto il processo. Tutti gli elementi di automazione e di robotizzazione richiedono un investimento particolare nelle funzioni di gestione delle procedure di comunicazione e di comando, la dimensione cognitiva del lavoro diviene così centrale nella produzione di valore. Anche nei processi di innovazione che interessano settori maturi occorre una attività di servizio relazionale nella formazione del cliente, con un suo diretto coinvolgimento nella definizione dell’innovazione che questi processi implicano. Anche qui si rileva una modalità cooperativa nella definizione della relazione domanda/offerta di innovazione. La stessa cosa vale per la medicina, dove una partecipazione consapevole ed informata del
paziente ad una relazione cooperativa risultano più efficaci.  Quanta condivisione della conoscenza c’è nell’Omeopatia? Nessuno dei suoi preparati dispone di tutele brevettali, eppure questo sembra spiegarne l’efficacia.

Il lavoro cognitivo mette in discussione i parametri quantitativi quali quelli legati allo sforzo fisico e/o al tempo impiegato: entra in gioco la dimensione soggettiva e la relazione tra sapere e sapienza che in essa si è data. Inoltre è evidentemente esaltata la modalità concorsuale collettiva nella produzione creativa del lavoro cognitivo, con processi di relazione assolutamente diversi da quelli lineari della catena. Se anche nella produzione dei manufatti della catena fordista il lavoro non era meramente esecutivo, ma chiamava il lavoratore a valutazioni, adattamenti, relazioni con altri, nella produzione cognitiva la discrezionalità e la soggettività diventano l’elemento caratterizzante della attività produttiva. Siamo in presenza di uno scarto individuale enorme, a fronte di prescrizioni procedurali che pur si possono definire. La conoscenza e la sua condivisione sono condizioni costitutive per la produzione di valore cognitivo e prevedono l’apertura evolutiva a modalità e a codici espressivi imprevedibili: risulta perciò necessario operare scelte tecnologiche e normative tali da non precludere futuro. Più che nel rispetto della prescrizione occorre lavorare sull’inaspettato: l’errore diventa utile, persino necessario, così come l’infrazione di procedure definite, proprio al fine di sviluppare le soluzioni più efficaci. Il quadro normativo del mondo manifatturiero, basato sulla scarsità delle materie prime, sulla esclusività delle procedure di processo, quali i brevetti, sulla ripetitività delle azioni, costringe e preclude futuro alla produzione cognitiva. Se l’intero sistema normativo è basato sulla scarsità, sulla garanzia di sicurezza per garantire l’esclusività, la trasgressione diventa la condizione necessaria perché un sistema legato alla produzione cognitiva possa definirsi.
E’ più funzionale un quadro aperto che richieda dialogo e contaminazione in luogo dell’esclusività, condizioni per la creatività in luogo della ripetitività, modelli economici e commerciali basati sull’aumento qualitativo e quantitativo del prodotto immateriale condiviso, in luogo del suo consumo ed esaurimento. Gli esempi e le pratiche conseguenti legati alle licenze GPL e ai Creative Commons sono in atto, così come tutto il mondo costituito da interessi sociali, economici e scientifici dell’omeopatia, che non vive, appunto, di brevetti posti sui principi curativi dei propri preparati.  E’ così chiaro che la finalità principale del sistema industriale e di ricerca legato agli OGM risiede nella brevettabilità delle sequenze geniche degli organismi modificati e nella tutela delle licenze ad essi collegati. Ne sanno qualcosa gli agricoltori danneggiati, via impollinazione, da inquinamento genetico delle proprie colture, che si sono trovati coinvolti in contenziosi giudiziari per uso illegittimo di organismi geneticamente modificati tutelati da brevetto. Oggi è la sanzione ciò che attende i trasgressori di norme e procedure, al contrario, in un futuro possibile, saranno standard aperti evolutivi e condivisi. Nel lavoro cognitivo risulta straordinariamente produttivo condividere i “trucchi del mestiere”, invece di coltivarli come segreti, quindi occorrono modalità operative e di relazione capaci di valorizzare la condivisione piuttosto che la discrezione. L’accessibilità e la trasparenza relativi ai processi di sviluppo delle soluzioni diventano cruciali rispetto al non detto e alla non visibilità. II mondo non è conoscibile che in base a una certa descrizione, proprio questa diventa oggetto di competizione, di contesa, di concorrenza. Dagli agronomi agli ingegneri il controllo semiotico diventa controllo sociale su/attraverso i processi di produzione. Così nel mondo digitale se parliamo di algoritmi, di stringhe, di “modi” per utilizzarli, come di alfabeti e di grammatiche digitali, ci rendiamo conto della natura costitutiva del conflitto sugli elementi della società della conoscenza. La relazione che, nel corso del tempo, attraverso la descrizione strutturata del lavoro, ha definito un rapporto di dominio, anche simbolico, del sapere tecnico/scientifico sulla sapienza , nel mondo digitale diviene una preclusione di possibili soluzioni a problemi e a necessità oggi imprevedibili ed inaspettati. C’è una preclusione di futuro laddove questa relazione descrittiva  diviene un controllo privato ed esclusivo di standard e di protocolli del mondo digitale.  Dietro alle soluzioni più efficaci tanto nell’innovazione di processo che di prodotto nella società digitale, della conoscenza e dei servizi, vi è una combinazione libera di potenzialità creative, di organizzazione del tempo e dello spazio del lavoro cognitivo.  Questa libera combinazione richiede modelli normativi e strutture organizzative basati sulla condivisione della conoscenza, richiede di riconoscere la cooperazione in rete come mente collettiva, come mente distribuita, richiede di riconoscere la cooperazione come apprendimento relazionale, con libertà di accesso, di espressione, di ricerca. Per questo un sistema territoriale qualitativo: qualità dei servizi, qualità sociale, qualità dell’ambiente, qualità delle infrastrutture ICT, costituiscono una precondizione, un retroterra distrettuale necessario per ogni possibile relazione con distretti virtuali definiti in rete. Per questo è importante anche l’ambiente fisico nel quale uno lavora, la libera organizzazione dei tempi, la possibilità di disporsi alle suggestioni multidisciplinari.
Occorrono garanzie costitutive per queste libertà, occorrono una consapevolezza ed una cultura che le riconoscano come bisogni e che le esigano come diritti. Altroché precarietà, per la flessibilità ci vuole un Welfare  che coniughi la libertà di combinazione cognitiva su progetti con la dignità del lavoro, tanto nell’accesso alla conoscenza quanto nelle garanzie previdenziali e nell’incontro tra credito e creatività, qui dove non esistono pratiche di venture capital. Nel lavoro cognitivo come è possibile pensare di ridurre le “partite IVA” a lavoro nero camuffato? La questione va ben oltre la tutela degli “atipici” messa in atto fino ad oggi dal sindacato e richiede un adeguamento profondo.

Ann Mettler è la Direttrice Esecutiva del Lisbon Council for Economic Competitiveness, il network non-profit  dedicato a fare dell’Europa “ la più competitiva e dinamica economia basata sulla conoscenza al mondo” entro il 2010, come vuole l’obbiettivo dell’”Agenda di Lisbona” fissata dall’Europa.   Ann  Mettler al Forum Internazionale annuale dell’IBM, ha reso noto che il 70% dell’economia europea è oggi costituito dai servizi: proviamo a pensare quanta comunicazione, quanta conoscenza, sia in termini di relazioni sociali che di pervasività digitale, sono contenute in quel 70%.
A fronte di questa percentuale occorre osservare che il sistema normativo, le procedure di rappresentanza e di negoziazione del mondo del lavoro, la definizione stessa delle politiche pubbliche, sono ancora l’espressione di un modello economico industriale manifatturiero. Non cambieranno da sole, occorre che dalle filiere della qualità alimentare, alle comunità del software libero e della condivisione della conoscenza un blocco sociale dell’innovazione qualitativa prenda coscienza di sé e agisca. E’ ciò che in forme inedite e contraddittorie sta avvenendo.

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riflessioni / Una teoria che viene da lontano

Pubblicato da franco carlini su 28 settembre, 2006

Fiorello Cortiana, già senatore verde, ma tuttora animatore delle iniziative «Condividi la conoscenza» (tra poco ci sarà un terzo appuntamento), allarga il tema di cui Chips&Salsa si è occupato nelle settimane scorse. Parlavamo allora del progetto Ichino di licenziamento dei «fannulloni» e di come il problema fosse semmai interno alle pubbliche amministrazioni e alle loro organizzazioni, storicamente incapaci di valorizzare le persone e le loro conoscenze.
Cortiana in questa pagina di oggi propone alcune riflessioni teoriche sul tema del lavoro in una società che non è più governata dal paradigma industriale (lavoro massificato per consumi di massa), ma dove, più intensamente che nel passato, informazione, conoscenza e saperi (che sono tra di loro apparentate, ma anche diverse) sono fattore produttivo. Per inciso questi temi sono comparsi anche nella discussione sul socialismo del ventunesimo secolo che si è svolta sulle pagine di Repubblica, in particolare nell’intervento di Fausto Bertinotti il 13 settembre e nella replica di Eugenio Scalfari il 24 settembre. Stralci di questi due interventi sono riprodotti sul blog http://mobidig.dada.net, alla voce «lavoro», insieme all’intervento completo di Fiorello Cortiana.
Che non si tratti di fantasie estremiste e radicali lo conferma del resto un voluminoso saggio di Yochai Benkler, professore di diritto a Yale. Si intitola «The wealth of networks», esplicita citazione del «Benessere delle Nazioni» di Adam Smith (scritto nel 1776, ovvero 230 anni fa). Dunque sono oggi le reti, i networks, alla fonte dello star bene del mondo. E anche il sottotitolo lo rende esplicito: «Come la produzione sociale trasforma i mercati e la libertà». La traduzione italiana del libro di Benkler è stata prevista dall’editrice dell’ Università Bocconi, la stessa che meritoriamente ha tradotto i tre tomi fondamentali del sociologo Manuel Castells, dedicati a «L’età dell’informazione». In ogni caso il libro è leggibile, in inglese, dal suo sito http://www.benkler.org, insieme ad altri saggi e anche questo è nello spirito pratico di quanto egli va scrivendo.

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editoriale / Il service deviato

Pubblicato da franco carlini su 21 settembre, 2006

di  Franco Carlini

Malgrado la sua arroganza debole (non c’è nulla di peggio che esibire i muscoli e poi non reggere) Romano Prodi, dopo gli arresti di ieri, ha qualche elemento in più per ricordare ai deputati che le reti di telecomunicazione sono un assetto pubblico troppo importante perché un governo (un qualsiasi governo) se ne possa disinteressare. Non  solo di posti di lavoro si parla (importantissimi), né soltanto di debiti e fatturati e nemmeno solo di discutibile italianità, ma di quegli strumenti, essenziali come l’acqua e persino più delle ferrovie, attraverso i quali circolano sia gli affettuosi messaggini che le transazioni miliardarie, le soap opera come le notizie di Google.

Gli arresti decisi a Milano concludono (per ora) delle indagini di cui, grosso modo e per fortuna, sapevamo già molto, specialmente grazie ai giornalisti dell’Espresso e della Repubblica, verso i cui computer la procura di Brescia ha emesso prima un sequestro e poi un ordine di copiatura file per file, in spregio di deontologia e diritto all’informazione. In spregio anche del codice, sembrerebbe. Non si sono raccolte finora vigorose proteste e solidarietà da parte degli avvocati Ghedini e Pecorella.

Dunque ci viene ricordato che personale dirigente e non diligente di Telecom Italia, usando le attrezzature dell’azienda, copiava tabulati alti un palmo, o direttamente intercettava. Lo faceva, sembra di capire, lasciando il lavoro sporco a un service privato, un’agenzia di investigazioni fiorentina dal nome ridicolo, la quale lavorava per clienti diversi, nei campi più disparati, dal campionato di calcio ai pneumatici, dai politici ai giornalisti.  Il massimo dirigente della sicurezza, mister Tavaroli, venne lasciato al suo posto per troppo tempo da Telecom Italia, anche quando i dubbi sulla sua correttezza erano più che noti. In seguito la stessa società prese le distanze dai “dipendenti infedeli”, dicendosi vittima di un attacco mediatico immeritato, ma in un’audizione in parlamento i suoi dirigenti hanno lasciato intendere che lo tennero in organico perché qualcuno glie lo aveva chiesto insistentemente. Dovrebbe essere agli atti, ancorché secretati.

Insomma, un groviglio che forse nemmeno i magistrati riusciranno mai a chiarire, ma la cui lettura sociale è evidente: nel bene come nel male, le reti sono un’utilità pubblica. Nel bene, per far girare la comunicazione, nel male per controllarci (l’ultima trovata è quella delle telecamere di strada per vigilare sulle prostitute e i loro clienti).  Ingenue propagande a parte, il quasi default di Telecom, pone a tutti il problema di una rete fissa e mobile che sia al nostro servizio, con robusti azionisti privati e pubblici. Non ha da essere la nuova Iri, possono essere le molte utilities locali, assai dotate di cavi, condotte e cavidotti, le fondazioni bamncarie già si avanzano, Mediaset accenna: con tutti si parli liberamente all’interno di una cornice fatta di obbiettivi chiari, che tocca a un governo lungimirante proporre e un parlamento un po’ meno politicante eventualmente approvi. Non usiamo l’espressione “obbiettivi strategici” e meno che mai “politica industriale” per non irritare i professori Zingales e Giavazzi, gli ultimi rimasti a sostenere un liberismo che nemmeno a Chicago. Ma soprattutto perché non si tratta solo di industria, ma di vita civile.


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editoriale / La media company non alletta le Borse

Pubblicato da franco carlini su 21 settembre, 2006

 

di Franco Carlini

Il grande portale internet Yahoo! martedì ha perso in borsa l’11,21 per cento perché il suo direttore della finanza aveva dichiarato che si registrava un rallentamento delle inserzioni pubblicitarie online. Wall Street come noto ha i nervi tesi, e l’annuncio, per wquanto sotto tono e tranqueillo, ha trascinato all’ingiù anche altri titoli tecnologici. Yahoo!, come e più di Google, è stata presentata come la media company del futuro, dato che offre testi, ricerche, posta elettronica, notizie, filmati, , ma l’episodio conferma quanto difficile sia quella strada che il buon Tronchetti Provera ha delineato epr la sua Telecom Italia.

Ancora a proposito di telecomunicazioni: il Financial Times fa notare al presidente Guido Rossi e a tutti noi, che “Telecom Italia deve trovare miliardi di euro per investire nella prossima generazione di reti a larga banda” (è quanto viene raccontato nel servizio in questa stessa pagina). Ma osserva anche la stessa Telecom “non ha ancora comunicato pienamente agli investitori perché la settimana scorsa ha deciso di dividersi in tre”.

Nel frattempo chi transiti per l’aeroporto di Fiumicino e per molti altri non luoghi d’Italia, si troverà sommerso da grandiose pubblicità dove Elisabetta Canalis sorride allo slogan “All you need is One”, ovvero “tutto in uno, ne avete bisgno”. Al di sotto compaiono tre marchi: Tim, Alice e Telecom. E’ il modello che Tronchetti ha appena deciso in fretta e furia di spaccare, senza dirlo non solo a Prodi, ma nemmeno alla sua agenzia pubblicitaria. Il danno di confusione verso i consumatori è enorme.

Da non perdere anche le iniziative di Wendy Deng. La giovane moglie di Rupert Murdoch (37 anni), è stata mandata dal marito nel suo paese natale, la Cina, per vedere se sia possibile sviluppare anche lì il social network MySpace. Questo sito è tra i più frequentati nell’internet occidentale, dove raccoglie 106 milioni di utenti registrati, secondo i dati resi noti l’8 settembre scorso. Ogni utente ha un profilo dove descrive i suoi interessi e si lega ai suoi amici in sottocomunità. Nasce per i giovani e la musica, ma ormai contiene di tutto. Murdoch l’ha acquistato l’anno scorso per 580 milioni di dollari. Il business sta tutto nella pubblicità online, che viene diretta e mirata agli interessi dei membri della rete. E’ proprio sul “possesso” degli abbonati che si è rotta la trattativa trea Murdoch e Telecom Italia.

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