Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archivio per 14 Settembre 2006

editoriale – Diversità digitali

Pubblicato da franco carlini su 14 Settembre, 2006

di f.c.

Il computer per navigare sull’internet, il telefonino per chiacchierare, la radiolina per sentire la radio, la console per videogiocare, la televisione per la Champions League, la pellicola per fotografare. La versione ingenua della parola convergenza narra che tutte queste cose, fino a ieri separate per tecnologie e mercati, confluiscono in un unico filone: tutto è fatto di bit, una sola rete li distribuisce in giro per il mondo; magari un unico apparato basterà per usufruirne ovunque e in ogni istante.

Le cose tuttavia non stanno andando in questa maniera. Si pensi a quei telefonini che Tronchetti Provera si prepara a «valorizzare», cioè a mettere in vendita. Fino ad ieri usavano solo le reti cellulari con tecnologia Gsm o Umts; già ora alcuni sono stati predisposti a ricevere la televisione dal cielo (Dvb-h o altri standard) mentre altri loro confratelli escono dalla fabbrica dotati di collegamenti a corto raggio (Bluetooth) e persino pronti a sentire la presenza nelle loro vicinanze di reti senza fili di tipo WiFi (domani anche Wimax). Ma le stesse funzioni di connettività le si può trovare sui personal computer portatili e alcune persino sulle console da videogiochi, macchine da  calcolo potentissime, ma ormai pensate come oggetti di rete. Nello stesso tempo Zune, il riproduttore digitale di musica che Microsoft sta per lanciare insieme a Toshiba, sarà anch’esso dotato di una qualche capacità di connessione, cosa che manca per ora al leader di mercato, l’iPod della Apple; per il quale tuttavia diversi immaginano (o auspicano) una parziale trasformazione in iPhone, diventando anche telefonino.

Nello stesso tempo molteplici sono le reti. Ci sono quelle fisse coi due fili di rame, con il cavo coassiale, con la fibra ottica, e anche attraverso i fili elettrici di casa. E ci sono molteplici reti senza filo alcuno, le quali si spartiscono le frequenze dello spettro elettromagnetico; anche queste peraltro potrebbero diventare abbondanti anziché scarse, adottando alcuni ingegnosi trucchi software.

Insomma: molte reti e una vasta popolazione di oggetti, ognuno dei quali verrà usato secondo scelta e bisogni individuali, ma potendo automaticamente saltare da una rete all’altra a seconda delle tariffe e della banda trasmissiva che gli serve in quel momento. Questo orizzonte non è di domani, ma nemmeno del secolo prossimo e pone problemi a tutti, a Tronchetti Provera come a Steve Jobs.

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La nicchia quotidiana

Pubblicato da franco carlini su 14 Settembre, 2006

 

di Franco Carlini

Solo i giornali di qualità possono reggere a Tv, Internet e free press. E lo possono fare se vivono contemporaneamente di carta e di web, di giornalismo d’autore e di migliaia di lettori-autori. Questa sfera pubblica non è solo questione di soldi, ma di democrazia e vita civile.

«Who killed the newspaper?», ovvero «Chi ha ucciso il quotidiano?» si è chiesto The Economist, ricevendo, ovviamente, la preoccupata attenzione di tutti i quotidiani. La diagnosi del settimanale britannico è secca e impietosa, ma non drammatica. Sostiene infatti che il declino è certo, fino all’irrilevanza o alla scomparsa, almeno per la gran parte delle testate, ma che questo, tuttavia, non comporta un serio rischio per la democrazia: non è che per questo i governi saranno più liberi dal controllo dell’opinione pubblica, perché altri strumenti, specialmente quelli di rete, sono ormai attivi, globali e efficaci nel monitorare e denunciare le attività dei poteri politici ed economici.

Se la democrazia non è troppo minacciata (e speriamo che sia vero), certamente è a rischio un intero settore industriale, con i suoi lavoratori, i suoi fatturati e i valori di borsa, perché non solo le copie vendute diminuiscono, ma una quota crescente di investimenti pubblicitari si va spostando dalla carta alla rete. Questo è il secondo aspetto dell’analisi che si sforza di individuare dei modelli economici eventualmente sostenibili nel prossimo futuro. Tuttavia quelli proposti sono tutto sommato deludenti perché vanno nella direzione di un’andata online dei giornali che li trasformi in qual cosa di molto diverso, essenzialmente in gallerie di negozi digitali al servizio degli inserzionisti, dove le notizie sono solo un’esca e dove il valore offerto ai lettori verrebbe specialmente da una serie di servizi utili: dalle previsioni del tempo agli annunci locali, dai consigli di benessere e stili di vita a quelli di investimento.Questi modelli che si vanno variamente sperimentando sono ancora incerti, ma dal punto di vista economico (degli azionisti) potrebbero funzionare, anche se non si vede perché attività del genere debbano essere svolte da dei gruppi editoriali e non invece, come già avviene, da dei portali online, che si tratti di Msn di Microsoft, di Yahoo! o di Amazon o di altri che nasceranno.Ma un problema rimane: sempre l’Economist cita una frase famosa del commediografo Arthur Miller: «Un buon quotidiano, credo, è una nazione che parla a se stessa». Questo ruolo civico è (stato) vero non solo per le nazioni, ma anche per le comunità locali ed è (stato) un elemento costitutivo della sfera pubblica, intesa come quell’insieme di pratiche comunicative attivate dai membri di una società su materie che sono di pubblico interesse e che richiedono di essere riconosciute come tali e di essere sottoposte a deliberazione collettiva.

In questo spazio i giornali, i pamphlet, i libri, insomma il pensiero scritto e stampato hanno avuto un ruolo fondamentale, specialmente in rapporto all’emergere di nuovi protagonisti sociali: la borghesia, la classe operaia, le donne. Ma questo ruolo appare oggi largamente rinsecchito e probabilmente non è più rivitalizzabile. Al di là delle volontà dei singoli direttori, testate come il Corriere della Sera o Repubblica sono state forzate dal modello industriale dei media a giocare la loro influenza quasi esclusivamente verso il ceto politico ed economico, mentre insieme, quasi schizofrenicamente, offrivano alla massa dei lettori altri contenuti che oscillano tra il frivolo e il populista, un terreno quest’ultimo sempre più eroso dalla stampa gratuita.

Sempre sull’Economist, Pelle Törnberg, chief executive del gruppo Metro, dall’alto del successo delle sue testate di free press, consiglia agli editori dei giornali a pagamento di farsi più specializzati e di alzare il loro prezzo in rapporto al maggiore valore dei propri contenuti; li sollecita, in sostanza a farsi più nicchia. Il che corrisponde alla riscoperta della profittabilità delle nicchie di cui parla Raffaele Mastrolonardo in queste stesse pagine, a proposito del libro The Long Tail. Questo tra l’altro è il modello che da 35 anni il manifesto percorre, con un successo assai relativo, anche perché la qualità dell’informazione è insieme molto più difficile di prima e anche assai costosa; non c’è nulla di più impegnativo, infatti, di ricerche e inchieste ben fatte, ammesso di sapere che cosa cercare e dove cercarlo. Ma quel modello forse acquista una sostenibilità realistica se connesso a quella vivace sfera pubblica ormai rappresentata dalle migliori espressioni politiche e civili dell’informazione di rete. C’è roba di grande valore, è tutta prodotta fuori mercato, per desiderio di presa di parola e di condivisione e richiama chi fa il mestiere di giornalista a una doverosa modestia: ci sono più notizie e idee fuori di noi, e i lettori e i loro hard disk non sono destinatari ma fonti, reporter essi stessi, saggisti.

Ps: proprio mentre stavamo scrivendo queste righe ci interrompe l’e-mail di una professionista colta e cosmopolita, grande lettrice di libri, ma non di giornali; a una nostra mail precedente risponde dicendo che non legge più i giornali perché ansiogeni e insieme poco utili. Le notizie e le conoscenze che servono alla sua vita le ricava tutte dall’internet.

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Giornali gratis / Free Murdoch

Pubblicato da franco carlini su 14 Settembre, 2006

di Sarah Tobias

la corsa alla free press, i giornali gratuiti che vivono solo di pubblicità, ha visto nei giorni scorsi, a Londra, l’arrivo di un nuovo protagonista. E quale protagonista di peso. La testata si chiama The London Paper e dalle 16.30 viene regalata nei pressi delle 240 stazioni delle metropolitana grazie a 700 distributori. L’obbiettivo dichiararto è di diffonderne ogni giorno 400 mila copie. L’editore è la News Corporation di Rupert Murdoch il magnate di origine australiana che in Inghilterra possiede già New of the World, il Timee s soprattutto il tabloid popolare The Sun. Ma con il London Paper Murdochi percorre per la prima volta la strada della free press che a Londra vede già sulle strade  altre tre testate: City AM, Metro e, dal 30 agosto scorso, il London Lite, giornale del pomeriggio dello stesso editore dell’Evening Standard.

Il taglio del nuovo quotidiano è decisamente giovane, essendo pensato per un pubblico di non lettori, ma di pendolari, al di sotto dei 35 anni. La prima pagina del giorno del debutto era dedicata alla morte in Australia del popolare autore di documentari televisivi Steve Irwin. Il foglio è anche dotato di un suo sito web (www.thelondonpaper.com) : arioso ma leggero come i suoi contenuti; assai cliccata la sezione gossip dove non mancano, da subito, i riferimenti alla coppia più famosa d’Inghilterra, Victoria e David Beckham, nonché, immancabilmente, a Kate Moss, beccata mentre andava in vista all’amico Pete Doherty presso una clinica di riabilitazione dall’eroina. La scelta internet è in linea con l’annuncio di un anno fa da parte di Murdoch di privilegiare i nuovi media e che ha portato all’acquisto del sito MySpace, un «mostro» sociale da milioni di visitatori quotidiani. Le vendite in edicola dei quotidiani inglesi sono diminuite nell’ultimo anno del 3,5 per cento, scendendo a soli 12 milioni. Leader nella free press è il gruppo svedese Metro International con 70 edizioni e 21 paesi, Italia compresa.

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burning man / I Googlers nel deserto

Pubblicato da franco carlini su 14 Settembre, 2006

Erano in 40 mila sabato 2 settembre a ballare intorno all’uomo che brucia, The Burning Man, il festival della controcultura californiana che si svolge, ad ogni fine estate, nel Black Rock Desert del Nevada, 150 chilometri a nord est di Reno. E come ogni volta, tutti hanno ballato e cantato attorno al fantoccio di legno di 12 metri, The Man, che bruciava, insieme a mille fuochi d’artificio. La playa (così viene chiamata quella terra calda, arida e obbiettivamente desolata) ogni anno risulta più popolosa e ricca di iniziative e performances artistiche. Larry Harvey inventò l’evento nel 1986 insieme a un gruppo di amici sulla Baker Beach, la lunga spiaggia  alla base dei pendii occidentali del Golden Gate di San Francisco e il fantoccio era allora di soli due metri e mezzo. Oggi Harvey, intervistato dal San Francisco Chronicle si è detto particolarmente soddisfatto: «vedo che il Burning Man è maturato, è ben oltre l’adolescenza. Tutto è più grande, le sculture, le auto decorate artisticamente». Dal Belgio per esempio 90 artisti hanno spedito 100 miglia di legno, poi montate in una caverna a forma di ciambella dove si suonava musica elettronica. Tra i diversi campi del raduno il più popolare certo è stato quello dedicato all’uragano Katrina, mentre un gruppo di «Bruciatori (burner) Senza Frontiere» hanno recuperato i legni dell’edizione 2005 costruendo con essi un tempio buddista nel Missouri. Tra i partecipanti, mescolati nella folla con le loro moto, c’erano anche Larry Page e Sergey Brin, i due ragazzi ormai miliardari che fondarono Google giusto nove anni fa, il 7 settembre 1998. Ci sono venuti per diletto, forse per sentirsi ancora giovani, ma forse anche perché non ‘è luogo migliore negli Stati Uniti per incontrare persone eccezionali e, come si suol dire, «innovative». Chrys Taylor della Cnn ricorda di averli visti anche nell’edizione dell’anno 2000, con il corpo debitamente pitturato di blu e di verde. Nel 2001 venne loro chiesto perché avessero scelto Eric Schmidt come amministratore delegato di Google e loro risposero: «perché era l’unico candidato che aveva partecipato al Burning Man».

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La faccia scura di Google

Pubblicato da franco carlini su 14 Settembre, 2006

di Fabio De Ponte

Hackmeeting 2006: la comunità Ippolita anticipa il suo prossimo libro collettivo, dedicato alle molte cose che non si sanno del più diffuso motore di ricerca. L’ispirazione commerciale ne piega i criteri e gli usi, minacciando la privacy di tutti noi

Avete mai provato a fare la stessa ricerca su google.it e google.com (ciccando su “tutto il web”)? Bene, fatelo. Vi accorgerete che i risultati risulteranno diversi e lo saranno tanto di più  se l’argomento è di importanza commerciale. Provate per esempio a digitare «Condoleezza Rice»: i risultati sono (quasi) identici. Adesso inserite «Mediaworld»: dal terzo link in poi i risultati sono differenti. Non male, vero? Da quando è entrato nelle nostre vite, ci siamo abituati ad utilizzare Google come la soluzione ad ogni bisogno di informazione, dalla più spicciola e quotidiana alla più impegnativa e faticosa. Ma forse è venuto il momento di fermarsi un attimo e rifletterci su. Su questo argomento è concentrato «The dark side of Google», il nuovo libro della comunità Ippolita, una comunità scrivente dallo pseudonimo collettivo che ha già dato alle stampe «Open non è free» e «Il sapere liberato». Ricerche, analisi e riflessioni sul mondo del digitale e sul suo complesso rapporto con la distribuzione del sapere e del potere. Il libro è stato presentato all’Hackmeeting 2006, il raduno nazionale della comunità hacker, che quest’anno si è svolto a Parma.

Il nuovo testo uscirà per Feltrinelli entro gennaio, naturalmente sotto licenza Creative Commons: riproduzione e distribuzione consentita e incoraggiata. «Google si è affermato negli ultimi anni come uno dei principali punti di accesso alla rete di internet, ci siamo adattati progressivamente alla sua interfaccia sobria e rassicurante, alle inserzioni pubblicitarie defilate e onnipresenti». Ci lasciamo condurre nell’esplorazione del web, ma la sua guida non è affatto disinteressata. In primo luogo «Google non indicizza tutte le pagine. E’ un errore crederlo, e un inganno dirlo. E’ difficile da stabilire, ma saranno il 20-30% – azzardano gli autori – le pagine non indicizzate».

Ciononostante, il suo database rimane immenso. Come è possibile che restituisca i risultati della ricerca in una frazione di secondo? E’ semplice, lo fa attraverso dei filtri. E’ una scelta tecnica necessaria, per rendere efficiente il sistema. Ma introduce una livello di arbitrarietà molto ampio. E’ attraverso questi filtri che le informazioni commercialmente più rilevanti possono risalire la classifica e quelle politicamente più scomode scomparire.

Poi c’è la questione della privacy: Google registra ogni ricerca ed è in grado di associare un profilo ad ogni utente, sia pure senzgli dare un nome e un cognome. E ci sono tutti i servizi aggiuntivi come Gmail, Google News, Adwords, Gbuy, Google Desktop. Il motore di ricerca esamina automaticamente le e-mail e inserisce le pubblicità pertinenti accanto sulla pagina; Google News è in grado di consigliare degli articoli per noi interessanti in base al nostro profilo; Adwords non solo esamina il nostro sito per scegliere le pubblicità adatte, ma ne registra anche tutti i dati di traffico: chi lo visita, quanto lo visita, da quali siti arriva; Gbuy sa cosa abbiamo comprato e quando; Google Desktop scansiona l’hard disk del nostro computer (ma siamo noi a scegliere quali directory) per aiutarci a trovare i nostri documenti. E così è in grado di sapere ogni cosa: quali documenti sono presenti, quali foto, quale musica, quali film e dai log dei singoli programmi anche le nostre abitudini: se usiamo di più il computer per navigare su internet, ascoltare musica o guardare dei video, e con quale frequenza.

Non è chiaro in quale misura Google incroci tutti questi dati, ma sicuramente è suo interesse farlo: più dettagliato è il profilo dell’utente, maggiore la possibilità di proporgli pubblicità pertinente. E con Google Maps Mobile, attivabile sui telefonini dotati di Gps, potrà incrociare questi dati anche con i nostri spostamenti. Fantascienza? Teoria del complotto? No, il lavoro del motore di ricerca è proprio quello di esaminare una vastità di documenti per metterli in relazione tra loro. E’ quello che gli chiediamo di fare per noi tutti i giorni. Ora, ammettiamo che attualmente Google si limiti ad incrociare questi dati a fini commerciali: cosa succederà quando Larry Page e Sergey Brin, ormai brizzolati, decideranno di vendere la baracca per godersi la sontuosa pensione? Chi erediterà questa infinità di dati e tutte le infrastrutture di registrazione, ricerca ed analisi?

Molti non sanno una cosa: la legge italiana sulla privacy venne approvata il 31 dicembre 1996 – l’ultimo giorno dell’anno – in fretta e furia perché era necessaria per l’adesione a Schengen. Il Garante della privacy ha anche un altro ruolo e nome: autorità di controllo sulla sezione nazionale del Sistema informativo Schengen, il cosiddetto Sis. In questo caso l’Europa ha visto lungo: prima di mettere in comune i database di tutte le polizie europee ha creato un organismo di tutela per  evitare che uno strumento di coordinamento per la repressione del crimine si trasformasse in un sistema onnisciente di controllo. Forse è il caso di stare attenti a non regalare questo potere a una struttura commerciale.

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La fabbrica dei fannulloni

Pubblicato da franco carlini su 14 Settembre, 2006

di Franco Carlini

La piccola discussione dell’estate, quella sui «Nullafacenti», è finita appunto nel nulla e ad affondarla definitivamente è stato lo stesso professor Pietro Ichino che l’aveva aperta sul Corriere della Sera il 24 agosto. La sepoltura è stata consegnata alle pagine del sito www.lavoce.info, luogo ormai ben accreditato di idee e di elaborazioni. Di sepoltura si tratta perché, sollecitato dai lettori ad articolare meglio gli strumenti della sua proposta, Ichino è stato costretto prendersi sul serio, trovandosi così a inventare nuove strutture amministrative, organi di valutazione, procedure di revisione delle decisioni; insomma un’intera machinery i cui effetti sicuri sarebbero certo di i) far aumentare gli organici dell’amministrazione pubblica; ii) innescare contenziosi infiniti. Con il che l’idea di far emergere i  «Nullafacenti» e di licenziarne un certo numero (l’uno per cento dei dipendenti pubblici, si valutava) può passare tranquillamente nell’elenco delle pubblicazioni accademiche – quelle cioè che non hanno altra utilità se non di far progredire in carriera gli autori. 

Nella sua demagogia la proposta era peraltro ben congegnata: mentre sollecitava e rafforzava il luogo comune sui dipendenti pubblici fannulloni, si offriva anche come buon consiglio al governo, per risparmiare davvero e con rigore, e insieme, sfidava i sindacati a uscire dalla loro storica cogestione del personale, per farsi invece promotori di equità e di interesse generale. Molte sono state le repliche e poche le adesioni (se non quelle luogocomuniste, appunto), ma anche così non è stata una discussione inutile. Michele Salvati, sempre sul Corriere della Sera del 3 settembre («Statali pigri e dirigenti prudenti») ha dato un po’ più di spessore analitico al tema, facendo notare che la pigrizia dei dipendenti dipende dal fatto che «le direzioni del personale nella pubblica amministrazione non fanno il loro mestiere con la stessa solerzia con cui lo fanno le loro omologhe nel settore privato».

Luigi Nicolais, ministro alle «Riforme e Innovazioni nella pubblica amministrazione» ha confermato che sull’efficacia e l’efficienza della Pa sta lavorando, che intende attivare premi e punizioni, ma che ben altra è la strada che vuole seguire, fatta di semplificazione amministrativa, formazione e uso spinto delle tecnologie informatiche. Anche un altro ministro, Tommaso Padoa-Schioppa ha detto cose sensate: «Una vera correzione delle tendenze della spesa pubblica non si può tuttavia ottenere, nella nostra situazione, senza interventi che vadano in profondità, cambiando l’organizzazione e il funzionamento dell’amministrazione pubblica centrale e territoriale» e aggiungendo ancora che «modificare il funzionamento della macchina pubblica è, in parte, materia di bilancio e, in gran parte, questione di micro-management, di funzionamento degli uffici» (intervista a Dario Di Vico, Corriere della Sera, 8 settembre).

Il fatto è che i «nullafacenti» si sviluppano solo nelle organizzazioni, pubbliche come private,  che lo rendono possibile. Gli ambienti favorevoli allo sviluppo di comportamenti fannulloni sono quelli che a) hanno una missione poco rilevante oppure, quando ce l’hanno, non sono capaci di costruire attorno ad essa identità e motivazione; b) sono organizzati in maniera assai gerarchica; c) segmentano il lavoro in procedure rigide, tayloristiche,  anche quando il taylorismo è finito da un pezzo, persino in molte fabbriche; d) valutano le prestazioni sulla base delle presenza (orario, cartellino) e non degli output (risultati); e) comunque non hanno adeguati sistemi di verifica perché non sono nemmeno capaci di definire quali sono i risultati attesi, nel breve e nel lungo periodo; f) infine non hanno politiche del personale capaci di far emergere la qualità delle persone. La ricetta Ichino prescinde da tutto ciò e indica una strada il cui esito sarebbe di chiudere ogni discorso sulla riforma della Pa. Probabilmente non ci crede e quindi preferisce scorciare, ma così facendo illude e si illude.

Economisti e sociologi dell’organizzazione hanno consumato foreste di libri analizzando i fattori che rendono dinamica un’organizzazione e quelli che invece la frenano. Le tecnologie ovviamente c’entrano, ma non solo nel senso banale di automatizzare le procedure e le burocrazie precedenti, quanto in quello, più ardito, di fornire una buona occasione, e spesso addirittura un obbligo, a ripensare se stessi e il proprio modo di operare. E’ vero per il pubblico come per il privato. Si pensi ai siti web di enti locali e centrali: sono molto migliorati rispetto a pochi anni fa, si sono fatti accessibili e ben navigabili, almeno i migliori, ma quasi sempre l’intoppo avviene dietro l’interfaccia dello schermo, in quello che i soliti anglofili chiamano il back office. E’ lì che sovente si bloccano  gli «sportelli unici» del cittadino o delle imprese, è lì, nei regolamenti e nel flusso delle pratiche, che si creano i ritardi e le inefficienze.

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Una moltitudine di piccole cose per milioni di acquirenti sparsi

Pubblicato da franco carlini su 14 Settembre, 2006

di Raffaele Mastrolonardp

A sorpresa risulta più conveniente vendere prodotti specialistici che puntare ai consumi di massa. Tutta una questione di spazi, di logistica e di reti digitali, E’ la Coda Lunga bellezza. Il fenomeno, statisticamente provato, affianca, senza sostituirli i mercati tradizionali, ma si rivela anche una pacchia per lettori, amanti di musica, cercatori di cose strane

L’ultima rivoluzione è già in mezzo a noi. Viene dalla California e parla di abbondanza e scelta infinita. Di una pluralità di nicchie parallele invece che di un unico, claustrofobico, mercato di massa. Di prodotti di intrattenimento per tutti i gusti al posto di pochi stereotipati best-seller. Il tutto grazie alla Rete. Niente di nuovo, verrebbe da dire. Il tecno-utopismo della West Coast ci ha abituato negli ultimi dieci anni a questo e altro. Ma stavolta c’è qualcosa di diverso e forse vale la pena di prestare attenzione. Non si tratta infatti di proclami e nemmeno di astratte intuizioni. Ma di una rigorosa analisi economica dell’impatto dell’Internet su alcuni grandi business: dalla musica al video, passando per la televisione e la vendita di beni di consumo.

Questa rivoluzione ha un nome: coda lunga. Un suo cantore: Chris Anderson, direttore del mensile Wired. E un testo di riferimento: The long tail, uscito quest’estate negli Stati Uniti e presto tradotto anche da noi. Il libro, che riprende ed espande i concetti esposti per la prima volta dall’autore in un articolo di Wired nel 2004 ha un importante annuncio da fare al mondo: l’età del bestseller si avvia verso un inesorabile ridimensionamento; grazie alla Rete, stiamo entrando nell’età dell’illimitata varietà. E a dirlo sono nient’altro che i numeri.

Giornalista scientifico con trascorsi a Nature e Science, Anderson ha una solida formazione economica costruita al settimanale The Economist e un’evidente passione per la statistica. Caratteristiche, queste, che gli hanno permesso di frugare tra le montagne di dati  delle maggiori aziende virtuali del pianeta senza perdersi. Anzi, nella massa informe di cifre Anderson è riuscito a individuare delle chiare tendenze e nelle curve dei grafici a scorgere i germi di una teoria, quella della coda lunga, appunto. Una formula che può essere sintetizzata così: «senza le costrizioni dello spazio degli scaffali fisici e altri colli di bottiglia della distribuzione, beni e servizi che si rivolgono a pochi possono essere economicamente attraenti come quelli mainstream».

Sono i numeri a parlare. Un magazzino Wal-Mart, la più grande catena di distribuzione americana, offre in media 4.500 Cd, l’equivalente di circa 50mila brani. Se sembrano tanti, basta dare un’occhiata a Rhapsody, rivenditore di musica online, che di canzoni in catalogo ne conta 1 milione e mezzo. Per non parlarer del popolarissimo iTunes. Stesso discorso per i libri. Borders, grande marchio di librerie d’oltreoceano, tiene sui propri scaffali 100 mila volumi mentre Amazon, il suo equivalente online, raggiunge i 3,5 milioni. Il fatto è che causa dei limiti imposti dagli atomi, i negozi fisici devono concentrarsi su quei prodotti che hanno più probabilità di essere venduti e scartare tutto il resto.

Anderson ha un nome per questo fenomeno: tirannia del bestseller. Un vincolo a cui possono sfuggire i protagonisti del mondo virtuale, dove lo spazio è pressoché illimitato e aggiungere brani, libri e film in catalogo non costa quasi nulla. E’ qui che anche un titolo che vende poche copie è profittevole e le nicchie diventano improvvisamente attraenti dal punto di vista economico. Non a caso, il 25 per cento delle entrate di Amazon arriva da libri che non sono presenti nelle librerie reali. Mentre un quinto delle entrate di Netflix, distributore di video, proviene da film che non sono disponibili nei noleggiatori del mondo fisico tipo Blockbuster.

Dunque quello che non produce profitti nella realtà fisica si rivela appetibile nell’universo digitale. E’ la coda lunga. La parte sottile della curva delle vendite [vedi grafico], fatta di milioni di prodotti (la stragrande maggioranza in tutti i settori) che vendono poco ma che, sommati, possono portare immensi profitti. Per farlo hanno bisogno di spazio illimitato, di costi di distribuzione che si abbassino fin quasi ad annullarsi e di sofisticati sistemi di ricerca e di segnalazione che consentano agli utenti di allontanarsi da ciò che è noto (i bestseller) per trovare quello che più corrisponde ai loro gusti. In una parola, hanno bisogno della Rete così come si è configurata in questi anni e dei suoi campioni, tutti abilissimi nello sfruttare la lunghezza della coda. Come Google che vende pubblicità a chi nel mondo reale non potrebbe mai permettersela, o eBay che fa i soldi con beni che non troverebbero posto in nessuna vetrina. E’ la rivincita delle nicchie

E i bestseller? Annegheranno nella confusione della coda? Non esattamente. I blockbuster continueranno ad esistere, afferma Anderson, ma saranno più marginali. Il loro peso nell’economia diminuirà insieme al loro influsso su una cultura plasmata nel culto del successo e nel disprezzo di tutto ciò che non raggiunge i primi posti delle hit-parade. Nel materialismo californiano di Anderson sarà infatti il nuovo paradigma economico a stimolare una visione del mondo che non giudica la qualità in base alle vendite e che non è così ossessionata dalla vita privata delle star del cinema. Nient’altro che sottoprodotti culturali dell’economia del bestseller.

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Ultimo spettacolo online. Il cinema cambia musica

Pubblicato da franco carlini su 14 Settembre, 2006

di Franco Carlini

I jeans erano quelli di sempre, tipo scolorito, ma per una volta ha abbandonato la sua classica la T-Shirt nera, sostituita da una camicia color marrone castagna, tutta abbottonata.  Alle 10:01 di martedì, giusto 5 secondi di Bob Dylan e poi Steve Jobs è comparso sul palco, a San Francisco, per una serie di annunci che sono tutto un programma: «It’s Showtime», è il tempo dello spettacolo. Il fondatore, presidente e anima della Apple, ha proposto al mondo, per i prossimi acquisti di Natale, un po’ di versioni rinnovate e potenziate del lettore di musica portatile iPod che cominciò la sua dilagante conquista del mondo giusto 5 anni fa, nell’ottobre del 2001. I nuovi sono belli, tornano a essere colorati e ce n’è una versione così piccola che sta appesa alla clip di un taschino. Piccola di dimensioni ma non di memoria, dato che contiene comunque un gigabyte di musica.

Ma non è questa la novità importante perché alla perfezione di tecnologia e design della Apple il mondo è felicemente abituato fin da quell’originario garage del 1977. E a essere sinceri le vendite degli iPod stavano quasi ristagnando (hanno tuttavia il 75 per cento del mercato): una scossa ci voleva, puntando al mercato di sostituzione. Ma la svolta vera è collegata a un’altra lettera «i», e cioè al servizio iTunes che fino ad ora è stato il più grande negozio di musica in rete. Non unico, ma il più noto e frequentato. Jobs è stato il primo a convincere le grandi della musica che l’unico modo di frenare le copie abusive era di creare un grande catalogo di vendita diretta, da computer a computer, per milioni di brani, tutti al costo singolo di 0,99 dollari (che, a ben vedere non sono pochi, ma che vengono mangiati all’80 per cento dalle suddette case musicali).

Dunque il nuovo iTunes versione 7 permette ora di acquistare online interi film, quelli appena usciti,  ma anche  un po’ di quelli di magazzino. Chi li mette a disposizione? Le case che partecipano al progetto sono per ora Disney, Pixar (dello stesso Steve Jobs), Miramax, Touchstone. L’offerta iniziale è minima: 75 film, e tra questi alcuni superclassici come Cenerentola, Bambi, Toy Story, Shakespeare in Love. Ma l’idea è di rendere disponibili  i nuovi nello stesso giorno in cui verranno venduti in Dvd. I prezzi saranno di 14.99 dollari per le nuove uscite e a scalare, per i più vecchi, 12.99 e 9.99. In pratica per le prime visioni il costo è analogo, sul mercato americano, a quello del Dvd o a due biglietti di sala (costo medio l’anno scorso, 6.50 dollari). Dove sta il grande vantaggio?

La pubblicità suona così: «Compra i film digitali dal negozio iTunes e vai al cinema senza lasciare la comoda poltrona. Scarica i flicks (gergale per films; ndr) e guardali sul tuo mac o Pc, poi sincronizzali con il tuo iPod e fai un salto al pocketplex». Anche questo è un gioco di parole: anziché le sale multiplex, c’è il cinema da tasca (pocket). Ma che gusto ci sarà mai a vedere un film sullo schermino portatile e tascabile? Molto poco in verità. La vera furbata è un altro oggetto tecnologico che Apple proporrà nel 2007. Si chiama iTV (ricordiamo che tutte quelle i sono ormai un marchio di fabbrica, anche se sono nate semplicemente alludendo all’internet) e il suo compito sarà quello di spedire dal computer di casa al megaschermo di casa i film appena acquistati. Il tutto già oggi si può fare, con cavi e cavetti, mentre lo scatolino della Apple lo farà senza fili; la tecnologia è una delle diverse varianti del WiFi, al prezzo non minuscolo di 299 dollari.

In sostanza: serve una connessione internet a larga banda, che verrà impegnata per mezz’ora circa per scaricare il film, poi la pellicola digitale acquistata potrà essere vista sul computer, sul tascabile iPod o, meglio, sullo schermo di casa. I popcorn non sono compresi nel prezzo.

Steve Jobs è fiducioso che questo mercato dell’intrattenimento domestico dilagherà e che prima o poi tutte le case di Hollywood si metteranno su questa strada. E del resto la breccia si era già aperta, con Amazon.com, pochi giorni fa e sta per succedere con WalMart che finora ha potuto contare su vendite cospicue di Dvd nei suoi magazzini, ma che intende giocare anche in rete e lo farà prestissimo.

Il mondo del cinema insomma sembra aver capito la pensosa lezione che gli è venuta dai colleghi della musica, i quali si sono impegnati per anno in una doppia e perdente battaglia: combattere la «pirateria» con denunce a raffica di siti e singoli clienti e tenere chiusi i loro archivi. Tuttora solo una parte del grande patrimonio musicale dell’umanità è acquistabile in rete. L’industria del cinema comprende molti fanatici del copyright assoluto, ma ha capito che la rete promuove, spinge la popolarità dei film, e offre un altro lucroso canale, oltre ai teatri, alle tv e ai Dvd dove i rilasci sono sempre più ravvicinati e gli incassi in sala rappresentano solo una frazione del fatturato, di solito non sufficiente a coprire nemmeno i costi di produzione.

 


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Che ne sarà del magazzino di Murdoch?

Pubblicato da franco carlini su 14 Settembre, 2006

dal manifesto

C’è una parentela tra le iniziative cinematografiche di Apple e l’accordo che Marco Tronchetti Provera ha stipulato con la News Corp. di Rupert Murdoch? Solo parziale perché la Apple si propone solo come rivenditore di titoli cinematografici da scaricare e vedersi a casa mentre  Telecom Italia, con una sua rete a larga banda (possibilmente potenziata) non è ancora chiaro che cosa farà del magazzino della Fox, e a che prezzi, e con che modelli di consumo. Il download come proposto dalla Apple corrisponde a una fruizione spostata nel tempo, non diversa concettualmente da un Dvd: i contenuti vengono acquistati su l’uno o l’altro supporto e poi ci si organizza la serata. La Apple, come qualsiasi negoziante, ci mette il negozio, fa da intermediario e passa una parte dell’incasso al detentore dei diritti sui contenuti. Più complicata, anche tecnicamente, è la strada di offrire classici filmati televisivi in streaming, ovvero in flusso continuo, magari on demand. Si pensi a una situazione in cui alcuni milioni «chiamino» il Telegiornale ralle 20:03 e altri milioni alle 20:11 e in cui tutti devono essere serviti al volo, senza ritardi, al cliccare di un mouse. Gli investimenti necessari per prestazioni del genere sono stratosferici e non riguardano solo la piena cablatura a larga banda di un paese, ma intere bfattorie di server che lavorino in sincronia, spostando il carico di lavoro per colmare i picchi. C’è poi, nel modello di Telecom Italia, per come lo si intuisce, da inserire la pubblicità, possibilmente mirata sui singoli spezzoni digitali, ma eventualmente e persino sui singoli utenti (di cui occorre creare e gestire profili adeguati di preferenze, usi e costumi). Quale «media company» Telecom vuol essere e con quali investimenti per ora nessuno lo sa. Forse nemmeno loro.

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