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articoli e appunti da franco carlini

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Archivio per 7 Dicembre 2006

Giù dalla torre d’avorio

Pubblicato da franco carlini su 7 Dicembre, 2006

editoriale

Mai come di questi tempi  scienza  e tecnologia sono sui media e nei pubblici convegni. Per non dire della magica parola «ricerca» che all’improvviso, e in maniera assolutamente generica, sembra tornata a essere, ma solo nel vuoto ciarlare dei politici, rimedio alla crescita economica che non viene. Tanta generica popolarità si accompagna peraltro a un diffuso sentire fatto di magiche aspettative e insieme di diffidenza, per superare le quali – molti pensano -  servirebbe «soltanto» un po’ di sana e corretta divulgazione.

Non stanno così le cose e a ricordarcelo è un fisico teorico importante, Marcello Cini, che molti lettori del manifesto conoscono per lunga frequentazione, fin dai tempi del debutto come rivista e passando poi per il quotidiano che state leggendo.

Il Supermarket di Prometeo. La scienza nell’era dell’economia della conoscenza (Codice
Edizioni, 29 euro) è il luogo colloquiale, il seminario in tre parti e otto capitoli, dove Cini ci invita a entrare con la dovuta voglia di rileggere, di ristudiare e di rifarsi molte domande colpevolmente accantonate, le quali non riguardano solo la scienza e la tecnologia, ma anche il capitalismo più recente, il fallimento teorico di alcune idee di Marx e il senso della sinistra oggi. E il legame profondo tra tutte queste cose.

A molti questo libro non piacerà. Ad alcuni ricercatori perché mette in dubbio certi fondamenti teorici e metodologici delle loro discipline: sono quelli che per contrapporsi giustamente all’antiscientismo troppo dilagante, della scienza così com’è oggi finiscono difendono tutto o quasi, richiudendo la torre e rivendicando una separatezza che era invece felicemente stata intaccata dai movimenti sociali. Ad altri, a sinistra, apparirà forse post moderno e cioè privo di una teoria politica generale ed eventualmente rivoluzionaria. E certamente non incontrerà l’interesse dei politici moderati perché troppo drastico nei giudizi sullo stato del mondo. Ma questi sono esattamente i suoi pregi e i buoni motivi per leggerlo. E del resto, che cosa deve fare un giovane fisico (l’età in questi casi non conta) se non continuare a minare con pazienza e curiosità le fondamenta di un discorso solo apparentemente solido? E cosa deve fare un comunista se non interrogarsi sullo stato di cose presenti e sulla possibilità di cambiarlo, con il pensiero e con l’azione? Questo giornale venne immaginato proprio per questo.

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La scienza parla alla politica

Pubblicato da franco carlini su 7 Dicembre, 2006

Marcello Cini torna a intrecciare scienza e società. I mutamenti concettuali della prima possono  dire molto alla politica e alla sinistra, nell’epoca del capitalismo della conoscenza, supermarket delle idee mercificate e omogeneizzate

Era il 26 giugno 2000 e due capi di stato, Bill Clinton e Tony Blair, annunciarono solennemente al mondo che il progetto genoma umano era concluso. Non era proprio così, dato che la pubblicazione dei risultati sarebbe avvenuta solo nel febbraio successivo, ma pazienza. Quel grande progetto scientifico, peraltro, è un’ottima illustrazione di molte delle idee che Marcello Cini sviluppa nel suo libro, al quale questa intera pagina è dedicata. Vediamo.

(1) La festa pubblica dei due presidenti ci ricorda che scienza e politica si intrecciano assai, specialmente quando diventano tecnoscienza: quel giorno si celebrava certamente una conquista del sapere di enorme importanza, ma soprattutto la leadership acquisita in un campo molto promettente quanto ad affari futuri. Di per sé sequenziare il genoma vuol dire «soltanto» aver messe in fila le «lettere» del Dna, per un totale di 30 mila geni circa, e questa è informazione allo stato puro, decisiva non solo per la conoscenza di noi stessi, quanto per l’«economia della conoscenza». A questa trasformazione accelerata dell’informazione in merce Cini dedica pagine nette: il nuovo capitalismo ha come obbiettivo di fare merce di ogni informazione e sapere, persino i sentimenti e le relazioni tra le persone. Questa è una svolta epocale, alla quale la sinistra non ha finora risposto in maniera adeguata. L’obbiettivo invece, oggi come ai tempi di Marx, dovrebbe essere quello di demercificare il mondo. Tanto più che la «merce» conoscenza ha due caratteristiche che la fanno diversa dai beni fisici: la sua fruizione non va a scapito della fruizione da parte di altri ed essa può crescere solo se circola il più liberamente possibile.

 

(2) Quello show Clinton-Blair dell’anno duemila ci ricorda poi un’altra svolta già avvenuta, ossia il passaggio del primato scientifico dalla fisica alla biologia. La prima fu scienza regina del secolo scorso, anzi la Scienza per eccellenza, della quale tutte le altre erano debitrici. La seconda è molto cambiata, dato che si è fatta quantitativa, più che descrittiva, si è fatta genetica, grazie alle conoscenze del Dna, e soprattutto, evoluzionistica. Su questo terreno Cini è giustamente assai severo contro le interpretazioni iper darwiniane, che di questi tempi non mancano, e semmai vanno crescendo, persino in banalità. Rivalutando il principe e anarchico russo Peter Alexeyevich Kropotkin, egli ci ricorda che non c’è solo la competizione degli individui  per le risorse scarse (nel qual caso vince il più adatto), ma c’è anche  la lotta degli umani con la natura, la quale, per essere vinta, richiede cooperazione e altruismo, for profit ma anche non profit. Le ricerche sulle radici evolutive della cooperazione umana si sono da tempo arricchite di contributi significativi.

 

(3) E ancora:  il progetto genoma apparve inizialmente, ai suoi cantori ingenui o interessati, come il trionfo di un’idea semplificata e riduttiva della scienza: il Dna sarebbe come un programma di computer, dove ogni gene, ben precisato dalla sequenza delle sue basi non fa che contenere la istruzioni con cui fabbricare le proteine, mattoni del corpo umano: «un gene, una proteina», così recitava l’ingenuo modello. Bene. Quel punto di vista così limpido, «elegante» e riduzionista oggi infine vacilla, e proprio per effetto del genoma sequenziato. Cosa significhi e dove sia la ridondanza dei geni, quali si accendono e si spengono (vengono attivati) in diverse persone e in diversi momenti della vita di un organismo; quali siano i percorsi che dalle «istruzioni» portano all’effettiva produzione di una proteina, è campo di ricerca appena aperto ed entusiasmante, dove però fin da ora risulta chiaro che se all’inizio è bene semplificare e tagliare le ipotesi con l’accetta, poi occorre comunque confrontarsi con l’enorme complessità della vita e della materia.

 

(4) Qui entra in gioco un’altra novità recente (degli ultimi 25 anni), le scienze della complessità,  appunto, che portano Cini a mettere in guardia dall’attribuire un carattere troppo sicuramente predittivo alla scienza. Come fisico ebbe il privilegio di vivere gli anni d’oro della meccanica quantistica, dove l’indeterminazione è la regola piuttosto che un errore. Sul finire della carriera egli come tutti incontrò le matematiche non lineari e i sistemi caotici, per non dire della «teoria delle catastrofi» che a un certo punto sembrò la risposta universale a ogni problema complicato. Il sogno che fu di Laplace di poter predire ogni fenomeno con esattezza, una volta che si conoscano per bene lo stato iniziale e la legge che lo governa, è andato in frantumi da 43 anni, grazie al meteorologo Edward Lorenz, quello dell’«effetto farfalla». E il guaio è che non si tratta di limiti della teoria o del calcolo,  prima o poi superabili, ma di una impredicibilità connaturata a certi fenomeni. Il mondo non è in preda al caos, ma il caso non solo esiste, ed è un fattore decisivo nella storia della vita. La qual cosa ad alcuni appare blasfema, ma a Cini e a molti di noi, meravigliosa, a wonderful life.

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prometeo 1 / Riferimenti e citazioni

Pubblicato da franco carlini su 7 Dicembre, 2006

Il saggio di Cini offre una estesa rilettura di importanti controversie scientifiche, filosofiche e politiche.  La scienza, ci ricorda l’autore, è tutto fuorché un robusto edificio di consenso immutabile, ma è, continuo confronto critico tra diversi metodi, visioni e anche idee di se stessa. Lo stesso ovviamente per le scienze della politica. Tutti i corni delle questioni sono esposti con precisione, ma l’autore non nasconde le sue preferenze per alcune delle teorie, spesso presentando un suo punto di vista originale, capace di spostare in avanti le contrapposizioni più laceranti. Nel campo dell’evoluzione e della biologia l’adesione va soprattutto alle idee di Steve J. Gould e Niles Eldredge i famosi paleontologi della teoria degli equilibri punteggiati (ma non solo) e al biologo evoluzionista Richard Lewontin, per le sue battaglie contro il riduzionismo della sociobiologia, alla Dawkins. Un posto di rilevo occupa anche Jared Diamond, un ornitologo fattosi ecologo e studioso delle società umane complesse. Importante è il legame che viene stretto (e chiarito) con un altro faro del pensiero moderno, pur oggi così trascurato, l’antropologo Gregory Bateson. Tra gli studiosi italiani ci sono soprattutto Mario Ageno, tra i primi fisici a transitare dalle scienze dure alla biologia,  la filosofa della scienza Elena Gagliasso e il genetista Marcello Buiatti.

I riferimenti politici e sociologici sono specialmente a Manuel Castells, l’autore dell’opera fondamentale sulla società dell’informazione e delle reti, ma anche a Immanuel Wallerstein, Ulrich Beck e Zygmund Baumann. Numerose le citazioni di Jeremy Rifkin, di Joseph Stiglitz, di George Soros e Amartya Sen, sulk fronte dell’economia e della globalizzazione. Anche per questo è un libro utile che ripropone in un nuovo contesto la letteratura  più importante degli ultimi anni e a chi non l’avesse frequentata offre una preziosa mappa concettuale.

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prometeo 2 / L’errore di Galileo

Pubblicato da franco carlini su 7 Dicembre, 2006

L’universo, immenso libro non lo si può capire se non se ne impara prima la lingua ed esso «è scritto in lingua matematica». Così Galileo nel Saggiatore. E tuttavia, scrive Cini (p. 7) « Galileo aveva torto. È un pregiudizio neoplatonico identificare il carattere ‘oggettivo’ della conoscenza scientifica con la scoperta del linguaggio matematico in cui l’universo è scritto. La realtà è talmente ricca, complessa e articolata da non essere rappresentabile se non dopo averne  selezionato, all’interno dell’infinita varietà dei suoi differenti aspetti, alcuni tratti riconosciuti, nel contesto storico dato e per ogni disciplina, come fondamentali. Utilizzando una ben nota e calzante metafora, la scienza è l’insieme delle possibili mappe diverse. E, come si sa, confondere la mappa con il territorio, è un grave errore epistemologico».

La citazione si riferisce a una questione centrale nella storia e nella filosofia della scienza. Il «realismo ingenuo» di alcuni scienziati sostiene che la realtà fisica esista di per sé e che il compito della scienza sia solo quella di disvelarla al meglio; in questo senso è platonismo. Il fatto che così facendo sia stato possibile creare delle applicazioni tecniche che funzionano, sarebbe la dimostrazione che la realtà è proprio reale. Altri, in molte sfumature, hanno sostenuto invece che la realtà è solo percepita, solo un prodotto delle nostre costruzioni mentali e concettuali, un relativismo estremo. Di fronte a questi due atteggiamenti, tra di loro irriducibili, l’autore sostiene che sono entrambe sbagliate perché l’immagine del mondo che abbiamo «è frutto di un’esplorazione da parte della nostra specie nel corso dei millenni della nostra storia, interpretata per mezzo di categorie elaborate socialmente». In questo approccio scienza e conoscenza tornano nella storia, frutti di un a continua interazione tra natura e cultura.

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prometeo 3 / La vita è diversità

Pubblicato da franco carlini su 7 Dicembre, 2006

«Senza diversità non c’è evoluzione, c’insegna Darwin, e dunque non c’è vita, come sostiene il genetista Marcello Buiatti con l’aforisma: Essere diversi è una condizione imprescindibile per essere vivi». Ma allora, si chiede Cini, come «scongiurare gli esiti disastrosi dell’attuale meccanismo di sviluppo», basato sulla riduzione a merce delle conoscenza? «La risposta – scrive l’autore – non può essere altro che cercare di ricreare un variegato arco di nicchie naturali e sociali protette dallo strapotere dei padroni del commercio internazionale; di far nascere e rivitalizzare  vecchie e nuove relazioni tra individui e gruppi; insomma di ripristinare le mille sorgenti del flusso locale di creatività, iniziativa e attività umane che rende fertile il tessuto della società, erigendo argini contro l’alluvione del capitale globale, che, trasformando tutto in merce, deforma la diversità, ricchezza della vita, fino a ridurla a quella sua orrida caricatura che è la disuguaglianza tra ricchi di denaro e poveri di tutto».

Preziose al riguardo le indicazioni del sociologo Immanuel Wallerstein: «Il capitalismo è stato un programma per la mercificazione di ogni cosa. I capitalisti non lo hanno ancora completamente realizzato, ma sono andati assai avanti, con tutte le conseguenze che conosciamo. Il socialismo dovrebbe essere un programma per la demercificazione di ogni cosa».

La scienza più critica può essere d’aiuto, non solo perché per statuto è aperta alle idee, ma anche perché, nella sua versione migliore, ispirata all’evoluzione, si fa forza della incessante produzione di diversità. La cosa è a tal punto vera che il tema della diversity si è imposto anche alle aziende capitalistiche più avanzate, consapevoli che né il fordismo, né gli organigrammi meccanicistici garantiscono più la sopravvivenza quando l’ambiente sia continuamente mutevole. Se «fare sistema» era lo slogan del secolo scorso, «fare rete» nelle organizzazioni complesse è l’orizzonte del 21esìmo secolo. Che poi è una lezione che si apprende ancora una volta dalla natura, per come l’evoluzione l’ha plasmata, per tentativi, errori e correzioni, ma sempre conservando un magazzino di diversità, per ogni buona evenienza.

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La via collettiva all’intelligenza

Pubblicato da franco carlini su 7 Dicembre, 2006

Raffaele Mastrolonardo

Agenti intelligenti, ontologie, pubblici attivi. Gli ingredienti della rete prossima ventura spaziano tra fantascienza, filosofia e democrazia. Un po’ come se Asimov, Aristotele e le masse virtuali si incontrassero per progettare una rete in cui le macchine sono in grado di parlarsi grazie a un linguaggio comune e alla collaborazione umana. Sul nome di questa nuova frontiera non c’è accordo. Qualcuno preferisce il classico «web semantico», altri  optano per un futuristico «web 3.0». Quel che è certo è che di queste prospettive si parla sempre più spesso in articoli di testate non specialistiche (qualche settimana fa l’ha fatto nientemeno che il New York Times) e in convegni sull’argomento (l’ultimo in ordine di tempo, affollatissimo, organizzato dalla Fondazione Ibm la settimana scorsa). Non abbiamo ancora finito di esplorare le potenzialità del cosiddetto web 2.0 – così sono chiamati i servizi alla YouTube o alla Flickr che si fondano sul contributo attivo degli utenti – che già si getta lo sguardo alla nuova frontiera. Per scoprire, magari, che proprio dai germi di questa dimensione collettiva nasceranno i semi del web che verrà. 

 Ma andiamo per ordine: cominciamo dal futuro. Da un mondo in cui i protagonisti della rete non saranno più solo gli esseri umani. Come spiega Maurizio Dècina, professore del Politecnico di Milano, tra i massimi esperti italiani di network e comunicazioni: «domani in rete non avremo solo 4 miliardi di persone che usano vari dispositivi per connettersi. Ci saranno milioni di miliardi di macchine che comunicano tra loro, mentre ciascuno di noi potrà contare su centinaia di agenti intelligenti (web agents)». Ma cosa far fare a questi maggiordomi elettronici? «Per esempio – risponde Decina – contattare tutte le agenzie di viaggio virtuali e trovare le offerte per una determinata località al di sotto di una certa cifra. Oppure fare il giro di tutte le librerie online e rintracciare le proposte più economiche per i titoli che ci interessano. Il tutto senza intervento, da una parte e dall’altra, di esseri umani».

 Perché questo salto in avanti possa materializzarsi è però necessario che, dopo Asimov, entri in scena Aristotele. Per parlarsi, le macchine devono infatti avere un linguaggio comune grazie al quale comprendersi e capire il mondo in cui agiscono. Se questo oggi non avviene è perché le pagine web non sono sufficientemente esplicative. C’è bisogno di un salto di qualità verso quello che Tim Berners-Lee, il padre del web, predica dal 2001 e che va sotto il nome di «web semantico». Il nodo del progetto consiste un’attività di ridefinizione (re-tagging, nuova etichettatura) di tutte le informazioni contenute in rete che spieghi il significato dei termini impiegati e metta in relazione i concetti, grazie a delle vere e proprie ontologie. Un’attività onerosa, quando si consideri che va moltiplicata per svariati miliardi di pagine. Un’impresa titanica che ci fa capire perché il semantic web fosse, fino a poco tempo fa, guardato con scetticismo fuori dai circoli degli esperti di intelligenza artificiale e perché abbia trovato vera applicazione solo in contesti ristretti e specializzati.

 Fino a poco tempo fa, già. Fino a quando milioni di utenti non hanno cominciato a popolare l’internet di contenuti e a classificarli attraverso tassonomie «popolari», un fenomeno ribattezzato, non a caso, folksonomy o anche social tagging. Questa impresa collettiva ha fatto  balenare il sogno della collaborazione tra scienziati della semantica computazionale e masse virtuali. Chi si muove in questa direzione, per esempio, è Dart, progetto di motore di ricerca semantico e distribuito a cui stanno lavorando Tiscali, CRS4 e Università di Cagliari. Agli informatici il compito di mettere a punto gli schemi, agli utenti quello di riempirli. Ma c’è di più: il vero passo, secondo alcuni, sarà quando l’attività di classificazione dei prodotti delle attività umane sarà del tutto automatizzata. «Penso, per esempio, a una fotocamera dotata di Gps collegata in rete a servizi tipo Google Earth», racconta Enrico Motta, direttore del Knowledge Media Institute della britannica Open University. «Un dispositivo di questo tipo sarà in grado di interconnettersi con il mondo circostante per classificare la foto che sto facendo inserendo nel file informazioni sul dove, il quando e il cosa (il Colosseo, ad esempio)».

A questo punto, il dato (l’insieme di bit) sarà diventato grazie a elementi di contesto, qualcosa di diverso: un’informazione. A disposizione dell’intelligenza di uomini e macchine.

Questo è un settore in cui l’Italia è all’avanguardia.   Ci sono centri di statura internazionale all’Università La Sapienza di Roma (sotto la guida di Maurizio Lenzerini), presso il Cnr ISTC di Pisa (intorno a Nicola Guarino), all’Università di Trento e a quella di Modena e Reggio e Emilia. Per non parlare di Milano dove Politecnico e Cefriel si sono appena aggiudicati il Semantic Web Service Challenge 2006 con una soluzione che consente di trovare sul web il fornitore più adatto al proprio business. Ma come mettere insieme questo patrimonio di conoscenza e, soprattutto, come porlo al servizio dell’Italia nel suo complesso? Una soluzione al dilemma è stata proposta dalla Fondazione Ibm che, allo scopo, ha lanciato il 29 novembre scorso a Roma il progetto Senso Comune (www.senso-comune.it) che, in prima battuta può essere definito come un repertorio online della nostra lingua italiana ma, in realtà, è molto di più. Gli ambiti di utilizzo concepiti vanno infatti dalla consultazione online ad applicazioni informatiche più complesse che coinvolgono il ragionamento automatico. Senso Comune ambisce così ad articolare sul web le sfumature della nostra lingua sia definendo le comuni relazioni tra i termini (sinonimi e contrari, ad esempio), che esplicitando strutture più complesse (attributi e relazioni), inserendo riferimenti extralinguistici e multimediali e corrispondenze con altre lingue. L’obiettivo non è solo scientifico: si ambisce a costruire la base conoscitiva per i servizi delle rete del futuro e  - come ha detto Andrea Pontremoli, presidente e amministratore delegato di Ibm Italia  - «trascinare su questo fronte di avanguardia l’intero sistema Paese».

 

raffaele@totem.to

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Convergenze negate

Pubblicato da franco carlini su 7 Dicembre, 2006

Agostino Giustiniani

Due tribunali, un ministero e un’Autorità delle comunicazioni sono stati chiamati a pronunciarsi sulla più recente proposta commerciale di Vodafone : abbandonate la linea fissa di Telecom Italia, facendo sì  che le chiamate da e per quel numero passino per un cellulare Vodafone scelto dal titolare. Il canone T Italia diventa un abbonamento Vodafone. La querelle finirà, probabilmente, con una sentenza pilatesca: Vodafone vada avanti, ma solo su di un numero ristretto di clienti, in via sperimentale. Dove non si capisce cosa ci sia da sperimentare, dato che la tecnologia è banale: si tratta solo di passare a Vodafone, in un punto di interconnessione, la chiamata indirizzata a un fisso di T Italia, così come già oggi viene fatto per chi abbia scelto un altro operatore fisso come Fastweb.  Dirottare una telefonata a un operatore fisso o mobile non dovrebbe fare differenza, né pratica né normativa, se questo ha tutte le autorizzazioni in regola. Chi, come Luca Cordero di Montezemolo,  lamenta il ritardo italico nello sviluppare soluzioni innovative e nell’aprire i suoi mercati  avrà da riflettere sui freni generati dalle situazioni di quasi monopolio. Guardi in casa confindustriale per chiarirsi le idee, tra un convegno e l’altro.

Oltre a tutto questa operazione è con tutta evidenza provvisoria perché le tecnologie esistenti hanno  già decretato la fine del numero fisso di casa come unico recapito, come punto cui agganciare le proprie comunicazioni. Negli appartamenti dell’Italia di oggi, vivono già numerosi cellulari che vengono freneticamente usati anche lì, in cucina come in salotto; il telefono cellulare e il relativo numero hanno infatti il pregio di essere assolutamente personali e per fortuna non capita più che Luca chiami Deborah e che la mamma di Deborah, avendo risposto lei, dica: «c’è un certo Luca», con aria interrogativa e insieme inquisitoria. Ci si chiude in camera e si chiacchiera in uscita e in entrata con tutti i Luca che si vuole.

Che T Italia voglia difendere in tutti i modi i suoi abbonati fa parte del suo mestiere e del resto finora c’è riuscita benissimo, mentre gli altri ex monopolisti europei hanno perso quote ben maggiori di abbonati, per effetto della concorrenza. Per le pratiche anticoncorrenziali messe in opera del resto è già stata più volte sanzionata. Nello stesso tempo continua implacabile a rendere insoddisfatti i suoi clienti: provate a passare dall’aDsl di Tin (di Telecom Italia) ad Alice   (di Telecom Italia), il risultato sarà di restare senza rete per giorni. L’autore di queste righe, per esempio, è Telecom da sempre, ma risulta ignoto a tutti i Call Center della Telecom stessa. Esiste solo sulle bollette.

La strada scelta da anni dall’ex monopolista è quella di utilizzare il controllo della rete fissa per proporre, in anticipo sui concorrenti (altri operatori e Internet Provider) soluzioni più spinte, per esempio una larghezza di banda maggiore. Nello stesso tempo ha ben evidenziato che non intende assolutamente coprire in banda larga i molti pezzi d’Italia poco convenienti, così decretando che il digital divide resterà. 

Di fronte all’aggressiva proposta di Vodafone diretta ai suoi clienti, Telecom poteva reagire offrendo la stessa offerta e magari di più: «stacca il numero fisso e tieniti solo quello di Tim». Ha in casa tutte le tecnologie, tutte le competenze e le strutture di marketing per farlo. Ha scelto invece il tribunale civile di Roma il quale ha deciso provvisoriamente in suo favore con una rapidità di cui non possono godere i poveri cristi né gli eventuali clienti insoddisfatti.  Se non l’ha fatto un motivo probabilmente c’è:  l’opzione di scorporare Tim per risanare i conti di Olimpia e Pirelli è lungi dall’essere svanita. La qual cosa ha molto senso per Tronchetti Provera e Benetton, ma molto meno per gli azionisti sparpagliati e per i clienti di T Italia.

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A ogni iPod la sua modulazione

Pubblicato da franco carlini su 7 Dicembre, 2006

Giovanni Pillo

 

Nell’immaginario collettivo la figura del «pirata radiofonico» è legata di solito al ricordo di vecchie emittenti che trasmettevano illegalmente dal mare del Nord o alle prime radio libere che in Italia sfidavano la legge per trasmettere le novità musicali. Oggi invece questi ricordi potrebbero diventare una realtà quotidiana grazie alla comparsa sul mercato di un nuovo prodotto, chiamato modulatore Fm, che come vedremo sta trasformando dei semplici ascoltatori di musica digitale  nei pirati dell’etere del nuovo millennio. In America e da poco anche in Europa sono disponibili a prezzi molto bassi dei «modulatori» FM, ossia dei veri e propri trasmettitori a bassissima potenza, che servono a stabilire un facile collegamento tra sorgenti audio di vario tipo (tipicamente i lettori MP3 come l’iPod) e un ricevitore FM convenzionale. L’utilizzo più classico di questi modulatori è a bordo della proprio auto: connettendo infatti il proprio lettore Mp3 ad un modulatore Fm possiamo ascoltare sull’la musica del nostro lettore senza bisogno di alcuna connessione fisica tra i due oggetti.

Anche a casa, col nostro modulatore, si avrà una nuova stazione Fm, con cui ascoltare in ogni stanza e senza fili, i file audio presenti sull’iPod o simili oggetti. I modulatore più venduto è  l’iTrip FM, uno scatolino bianco che trasforma il lettore di Apple in un trasmettitore radio. Navigando in rete è poi facile scoprire che l’iTrip è dotato di un’antenna esterna, nascosta sotto un adesivo, che amplia di un 20-30 per cento il raggio di trasmissione. La diffusione di questi modulatori ha fatto nascere una serie di leggende urbane che spesso si sono rivelate vere. Molti automobilisti sintonizzati sulle frequenze della loro Pubblic Radio preferita  mentre erano fermi ad un semaforo si accorgevano che la loro emittente veniva sostituita, magari per qualche minuto, da brani musicali. Questo perché nonostante i modulatori Fm vengono classificati come «low power device»   e debbano avere un potenza molto bassa si tratta sempre di una vero trasmettitore e il segnale viene irradiato nell’etere. Secondo una ricerca condotta dal portale RadioWorld Online ben 13 dispositivi su 17 non rispettano i limiti di potenza fissati dall’autorità di regolazione (la Fcc).

Questi trasmettitori (acquistabili anche attraverso il sito di aste online eBay), sintonizzati su una frequenza libera permettono di realizzare una vera e propria radio di quartiere e non più un semplice collegamento con i ricevitori di casa o della propria macchina. Basta fare una veloce ricerca su Google e si scopre che sono decine gli articoli pubblicati su vari siti americani che hanno tutti un titolo simile a questo «Make your own Pirate Radio Station with an iPod» (fatti la tua radio pirata con un iPod). La diffusione di questi mini-trasmettitori è ormai cosi a larga scala che   l’associazione dei broadcaster americani, ha chiesto di abbassare ulteriormente i limiti dei low power device per evitare, questa è la versione ufficiale, disturbi all’ascolto delle «vere» stazioni radio in Fm.

In Europa il primo paese che ha seguito l’esempio americano è stato l’Inghilterra dove la vendita dei modulatori Fm a bassa potenza sarà liberalizzata a partire da domani, 8 dicembre 2006. La scelta inglese sembra un «regalo di natale» ai produttori di accessori per iPod come Belkin e Griffin Technology che da mesi sono pronti ad invadere il mercato con quegli stessi accattivanti prodotti che hanno già avuto grandissimo successo negli Stati Uniti. I primi modulatori per iPod comparvero  sul mercato statunitense già nel 2003, grazie ad un potente lavoro di lobby sull’Fcc da parte dei produttori di questi accessori. In Inghilterra le associazioni delle emittenti radiofoniche sono riuscite fino ad oggi a bloccare la diffusione di questi prodotti, subito bollati come potenziali generatori di interferenze, ma alla fine a prevalso la logica del mercato e l’OfCom (l’autorità per le telecomunicazioni in Inghilterra) ha deciso una completa liberalizzazione delle apparecchiature radio a bassa potenza. Vale la pena ricordare che in Inghilterra la legge relativa alle radio emissioni è ancora oggi il Wireless Telegraphy Act del 1949 dove è specificato che non è possibile accedere allo spettro radio senza una licenza. I trasmettitori Fm per iPod sono riusciti a superare questa vecchia legge e da dicembre per gli appassionati si apre la caccia all’acquisto dei nuovo modulatori Fm che si presentano con un design rigorosamente simile a quello di casa Mac. Negli altri paesi europei e in Italia la normativa non prevede per ora nessun tipo di low power device nella banda FM anche se naturalmente in rete è gia possibile acquistare facilmente vari tipi di trasmettitori Fmdisponibili sia per l’ iPod che per gli altri lettori Mp3. La situazione già confusa nel nostro etere Fm potrebbe quindi peggiorare ancora a causa di piccole stazioni che magari trasmetteranno la musica preferita del vostro vicino di casa.

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