Marcello Cini torna a intrecciare scienza e società. I mutamenti concettuali della prima possono dire molto alla politica e alla sinistra, nell’epoca del capitalismo della conoscenza, supermarket delle idee mercificate e omogeneizzate
Era il 26 giugno 2000 e due capi di stato, Bill Clinton e Tony Blair, annunciarono solennemente al mondo che il progetto genoma umano era concluso. Non era proprio così, dato che la pubblicazione dei risultati sarebbe avvenuta solo nel febbraio successivo, ma pazienza. Quel grande progetto scientifico, peraltro, è un’ottima illustrazione di molte delle idee che Marcello Cini sviluppa nel suo libro, al quale questa intera pagina è dedicata. Vediamo.
(1) La festa pubblica dei due presidenti ci ricorda che scienza e politica si intrecciano assai, specialmente quando diventano tecnoscienza: quel giorno si celebrava certamente una conquista del sapere di enorme importanza, ma soprattutto la leadership acquisita in un campo molto promettente quanto ad affari futuri. Di per sé sequenziare il genoma vuol dire «soltanto» aver messe in fila le «lettere» del Dna, per un totale di 30 mila geni circa, e questa è informazione allo stato puro, decisiva non solo per la conoscenza di noi stessi, quanto per l’«economia della conoscenza». A questa trasformazione accelerata dell’informazione in merce Cini dedica pagine nette: il nuovo capitalismo ha come obbiettivo di fare merce di ogni informazione e sapere, persino i sentimenti e le relazioni tra le persone. Questa è una svolta epocale, alla quale la sinistra non ha finora risposto in maniera adeguata. L’obbiettivo invece, oggi come ai tempi di Marx, dovrebbe essere quello di demercificare il mondo. Tanto più che la «merce» conoscenza ha due caratteristiche che la fanno diversa dai beni fisici: la sua fruizione non va a scapito della fruizione da parte di altri ed essa può crescere solo se circola il più liberamente possibile.
(2) Quello show Clinton-Blair dell’anno duemila ci ricorda poi un’altra svolta già avvenuta, ossia il passaggio del primato scientifico dalla fisica alla biologia. La prima fu scienza regina del secolo scorso, anzi la Scienza per eccellenza, della quale tutte le altre erano debitrici. La seconda è molto cambiata, dato che si è fatta quantitativa, più che descrittiva, si è fatta genetica, grazie alle conoscenze del Dna, e soprattutto, evoluzionistica. Su questo terreno Cini è giustamente assai severo contro le interpretazioni iper darwiniane, che di questi tempi non mancano, e semmai vanno crescendo, persino in banalità. Rivalutando il principe e anarchico russo Peter Alexeyevich Kropotkin, egli ci ricorda che non c’è solo la competizione degli individui per le risorse scarse (nel qual caso vince il più adatto), ma c’è anche la lotta degli umani con la natura, la quale, per essere vinta, richiede cooperazione e altruismo, for profit ma anche non profit. Le ricerche sulle radici evolutive della cooperazione umana si sono da tempo arricchite di contributi significativi.
(3) E ancora: il progetto genoma apparve inizialmente, ai suoi cantori ingenui o interessati, come il trionfo di un’idea semplificata e riduttiva della scienza: il Dna sarebbe come un programma di computer, dove ogni gene, ben precisato dalla sequenza delle sue basi non fa che contenere la istruzioni con cui fabbricare le proteine, mattoni del corpo umano: «un gene, una proteina», così recitava l’ingenuo modello. Bene. Quel punto di vista così limpido, «elegante» e riduzionista oggi infine vacilla, e proprio per effetto del genoma sequenziato. Cosa significhi e dove sia la ridondanza dei geni, quali si accendono e si spengono (vengono attivati) in diverse persone e in diversi momenti della vita di un organismo; quali siano i percorsi che dalle «istruzioni» portano all’effettiva produzione di una proteina, è campo di ricerca appena aperto ed entusiasmante, dove però fin da ora risulta chiaro che se all’inizio è bene semplificare e tagliare le ipotesi con l’accetta, poi occorre comunque confrontarsi con l’enorme complessità della vita e della materia.
(4) Qui entra in gioco un’altra novità recente (degli ultimi 25 anni), le scienze della complessità, appunto, che portano Cini a mettere in guardia dall’attribuire un carattere troppo sicuramente predittivo alla scienza. Come fisico ebbe il privilegio di vivere gli anni d’oro della meccanica quantistica, dove l’indeterminazione è la regola piuttosto che un errore. Sul finire della carriera egli come tutti incontrò le matematiche non lineari e i sistemi caotici, per non dire della «teoria delle catastrofi» che a un certo punto sembrò la risposta universale a ogni problema complicato. Il sogno che fu di Laplace di poter predire ogni fenomeno con esattezza, una volta che si conoscano per bene lo stato iniziale e la legge che lo governa, è andato in frantumi da 43 anni, grazie al meteorologo Edward Lorenz, quello dell’«effetto farfalla». E il guaio è che non si tratta di limiti della teoria o del calcolo, prima o poi superabili, ma di una impredicibilità connaturata a certi fenomeni. Il mondo non è in preda al caos, ma il caso non solo esiste, ed è un fattore decisivo nella storia della vita. La qual cosa ad alcuni appare blasfema, ma a Cini e a molti di noi, meravigliosa, a wonderful life.