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articoli e appunti da franco carlini

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Archivio per Gennaio 2007

Disobbedienti consumatori

Pubblicato da franco carlini su 25 Gennaio, 2007


Vacilla paurosamente la strenua difesa dei cosiddetti diritti di proprietà intellettuale rivendicata dalle case discografiche e da Hollywood. E’ ben vero che questi sedicenti proprietari delle idee continuano a denunciare gli utenti che attuano questa pratica e che sovente ottengono dai parlamenti norme più severe a loro difesa.
In questi giorni, per esempio, stanno brigando a Ginevra, presso l’agenzia delle Nazioni Unite per la proprietà intellettuale (Wipo) per ottenere un altro diritto sui generis, quello dei broadcaster (le reti tv e via cavo) che ulteriormente estenderebbe il copyright esistente. Da quando c’è l’Internet il loro attivismo si è fatto frenetico, hanno investito milioni in lobbismo e campagne di informazione e tuttavia non riescono a bloccare (e nemmeno a tamponare) il fenomeno sociale dello scambio dei file. Non ci riescono perché sono contrastati nelle loro pretese da due forze potenti.
La prima è il dinamismo di un altro settore industriale, quello dei produttori di apparati digitali e delle aziende internet. L’interesse di questi è vendere molti lettori di musica e film e di attrarre sui loro servizi web, coperti dalla pubblicità, il maggior numero di utenti. Dunque desiderano contenuti il più possibili liberi di circolare, senza blocchi legali né tecnici. Questo settore si fa forte dell’innovazione tecnologica che sposta continuamente in avanti le possibilità e abbatte i costi.
L’altra forza che incrina la tenuta della proprietà intellettuale, sono i comportamenti di massa. I teorici del diritto ci spiegano che le leggi funzionano quando corrispondono almeno in parte al comune sentire delle persone. Una legge che vieti l’adulterio non terrà più quando le persone lo praticano diffusamente, a fronte del fallimento del loro precedente matrimonio, e così una legge che proibisca ogni duplicazione digitale, per quanto severa essa sia, non verrà rispettata quando la convinzione di massa è di segno contrario e le copie per fini personali e amicali vengono considerate un diritto da milioni di persone. A questi consumatori digitali disobbedienti si accompagnano anche robuste correnti di pensiero, sia di studiosi che di militanti, che considerano la libera circolazione delle idee un valore per il progresso della società, anche per quello economico. Un modello diverso di produzione e consumo è già nato e sarebbe il caso di prenderne atto serenamente.

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Al mercato delle virtù

Pubblicato da franco carlini su 25 Gennaio, 2007


Il governo norvegese non guarda in faccia a nessuno e con i suoi petrodollari boccia le aziende scorrette. Cominciando con Wal-Mart

Patrizia Feletig
E’ possibile applicare l’etica in un mercato dominato dal dio denaro? Sul dilemma si sono arrovellati filosofi, moralisti ed economisti sin dai tempi di Aristotele. Il tema è attuale, viste le recenti ombre allungatesi sulla Fondazione Bill e Melinda Gates che da un lato aiuta poveri, malati e bambini del mondo donando, nel 2005, 1,4 miliardi di dollari. Dall’altro, i manager incaricati di gestire i 66 miliardi di dollari del patrimonio della fondazione investono in completa autonomia: sicché la fondazione compare anche tra gli azionisti dei peggiori inquinatori del pianeta.
Profitto e morale sono dunque inconciliabili?
Un esempio morale iportante ci viene dalla Norvegia dove nel 1990 venne costituito il Governement Petroleum Fund (GpF). Per scongiurare la «maledizione dell’oro nero» che facilmente genera corruzione, guerre civili, paralisi politica e instabilità economica, lo Storting, il parlamento del terzo paese esportatore di greggio al mondo, ha deciso di incamerare i guadagni derivanti dal petrolio e gas in un apposito fondo.
Il petrolio scoperto nel Mare del Nord negli anni ‘70 dovrebbe durare per almeno altri 50 anni al ritmo di 3milioni di barili al giorno, ma intanto il regno nordico ha optato per trasformarlo in una sorta di assicurazione per la prosperità futura dei suoi 4,6 milioni di abitanti. Mosca bianca tra le nazioni petrolifere, il governo di Oslo ha optato per una via norvegese anche nella redistribuzione del capitale del fondo pari a 2,5 volte il budget statale.
Invece di pompare denaro nell’economia interna, esponendola a spinte inflazionistiche oppure elargire un dividendo annuale ai cittadini, il governo ha deciso di fissare al 4% del rendimento medio annuo il massimo dei fondi destinati alla spesa pubblica. E l’anno scorso ha trasformato la «p» di petrolio in «p» di pensioni per sostenere il sistema previdenziale quando il forziere sarà prosciugato.
La cassaforte fa capo al governo del Re Harald ed è gestita dalla Banca Centrale. Con un patrimonio di 300miliardi di dollari, investito in azioni e obbligazioni di aziende europee e straniere, il Gpf rappresenta uno degli investitori globali di maggior peso sui mercati finanziari internazionali.
Ma qui arriva la vera novità: la Norvegia ha deciso di far leva sull’investimento socialmente responsabile per esportare nel mondo del business il suo tradizionale attivismo nelle battaglie umanitarie e ambientali. Così l’istituto di credito centrale che, per legge non può possedere più del 5% del capitale, ha partecipato nel 2005 a 2.705 assemblee votando contro il 9% delle proposte dei board aziendali e a favore del 41% delle mozioni degli azionisti.
Già prima del 2004, anno di costituzione di un comitato etico interno (Advisory Council on Ethics), le scelte d’investimento del Gpf escludevano imprese di armi, alcool, quelle che impiegano lavoro minorile o sono specializzate in gioco d’azzardo. A capo della task force di 4 censori siede un filosofo, Henrik Syse. Due lauree in tasca, Università di Oslo e Boston, una carica presso il prestigioso Peace Research Institute e autore di un saggio sull’etica applicata alla vita quotidiana, ma assolutamente incapace di distinguere un’azione da un’obbligazione: quello di Syse è un curriculum inconsueto alla City.
Dal suo insediamento 18 multinazionali, di cui 12 statunitensi, sono state radiate dal portafoglio del fondo e una, la petrolifera Kerr-McGee Corp è stata reintegrata. Periodicamente il comitato presenta le sue raccomandazioni al ministro delle Finanze che, consultata l’azienda chiamata in causa, decide se dare disposizione alla banca centrale di liquidare l’investimento. Questa fase avviene in forma non pubblica per evitare tracolli del corso del titolo: anche l’etica ha il suo prezzo. Subito dopo però le motivazioni documentate sono consultabili sul sito.
«Possiamo usare la nostra posizione come azionisti per sollevare domande che riteniamo doverose. Le società che agiscono illegalmente o in modo immorale possono mettere a repentaglio la redditività degli investimenti e la solidità stessa del fondo», spiega Syse, aggiungendo che «stilare delle linee guida anche etiche per gli investimenti non ha nulla a che fare con il moralismo, attiene al buon senso». I parametri? «Da una parte ci sono i principi secondo i quali non si dovrebbe investire in alcuni tipi dì società per non diventare complici negli abusi dei diritti umani, danni ambientali o azioni palesemente non etiche. Le decisioni di questo tipo non spettano al comitato, bensì al ministero delle Finanze, e riguardano solo i casi peggiori». Sotto le critiche del comitato etico è finito anche Wal-Mart: avendo lasciato cadere nel vuoto le accuse di «sistematiche violazioni di diritti umani e del lavoro» contro minori, donne e dipendenti, a volte «puniti e rinchiusi senza motivo» la Norvegia la liquidato ogni investimento nel colosso americano. Immediata la protesta dell’ambasciata Usa.
Per saperne di più: http://www.dep.no/fin/english/topics/pension_fund/bn.html

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A tutto Pogas

Pubblicato da franco carlini su 25 Gennaio, 2007


Tutti i ministeri italiani hanno un loro sito. Quasi tutti di colore azzurro governativo e con la classica struttura a tre colonne. Alcuni hanno l’aria comunque trascurata e i livelli di interazione con i cittadini sono minimi o nulli.
Fanno eccezione quelli del ministero delle comunicazioni (Gentiloni) e soprattutto quello, in rete da soli dieci giorni, della ministro Giovanna Melandri (segno dell’Acquario, compie domenica 47 anni, come si apprende dalla sua biografia in rete). La squadra evidentemente giovane di questo ministero si è inventata un logo minimalista senza nemmeno lo Stellone d’Italia e una sigla curiosa: Pogas (www.pogas.it), che sta per Politiche giovanili (e) Attività Sportive.
La Home page è fatta di blocchi colorati, di modo che i riferimenti alle due aree del ministero, e cioè giovani e sport, si condensino in pagina sia spazialmente che cromaticamente.
I video sono offerti in diversi formati per le diverse piattaforme, e c’è in anticipo l’agenda dei prossimi appuntamenti della ministro.
Insomma, la faccia di questo sito è più che adeguata alle cose che si devono fare in rete, anche se per ora resta abbastanza vuoto. La cosa più significativa per ora è il concorso « Giovani idee cambiano l’Italia».
E’ rivolto a gruppi di almeno 4 ragazzi e ragazze tra i 18 e i 35 anni di età che vogliano farsi imprenditori in proprio. A disposizione ci sono 2 milioni di euro, per progetti relativi a: innovazione tecnologica; utilità sociale e impegno civile; sviluppo sostenibile; gestione di servizi urbani e territoriali per la qualità della vita dei giovani.
Saranno finanziati fino a 35 mila euro; il che significa che ne verranno scelti una sessantina (da una commissione esterna).
Il bando è scaricabile in rete, ma l’informazione è precisa anche attraverso una pagine di Faq (domande e risposte più frequenti). Se ci fosse anche un servizio di help, sia pure sotto forma di e-mail, sarebbe perfetto.

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Il finanziere contro la Cassazione

Pubblicato da franco carlini su 25 Gennaio, 2007

La notizia: il colonnello della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, specializzato in frodi telematiche, non sembra conoscere il diritto né l’italiano, pur essendo uno che da sempre si dà da fare nel proporre articoli a ogni possibile testata.
Il contesto: una sentenza della Cassazione ha giudicato non punibili due giovani torinesi che avevano realizzato un sito per lo scambio di file musicali. La corte, sulla base delle leggi allora vigenti, ha giudicato che non c’era reato perché mancava il fine di lucro. Rapetto invece, che ora scopriamo anche aspirante cassazionista, dichiara che la sentenza «è basata su di un presupposto sbagliato: per esempio è già un guadagno il non spendere i soldi del prezzo di copertina di un Cd musicale, una mancata spesa è già un profitto». Appunto: «profitto», cioè un utile, che però è diverso, in italiano e in diritto, da «lucro».
Non per caso, nella passata legislatura, le lobby del disco e del cinema, capitanate dal produttore cinematografico Aurelio De Laurentiis, si diedero molto da fare per sostituire la frase «fine di lucro» con quella «per trarne profitto». Ci riuscirono per brevi mesi, ma poi vennero sconfitti. Oggi il download senza lucro non è reato, pur restando soggetto a sanzione amministrativa (una multa salata per ogni brano scaricato abusivamente).
Tra le reazioni inviperite alla sentenza c’è appunto quella di De Laurentiis.
Dalla sua casa sul colle del Quirinale, con finte colonne romane in salotto, ha strepitato che questa sentenza dà via libera alla «pirateria sociale». Spiega infatti che «se i giudici stabiliscono che scaricare da Internet è lecito nessuno avrà più interesse a produrre contenuti».
In tal caso ci toccherà fare a meno di opere dell’ingegno come «Natale» (in India, sul Nilo, a Miami, a New York), «Paparazzi», «Manuale d’amore».
Insolitamente moderata invece la Federazione delle industrie musicali (Fimi), forse perché, vedendo tutti i giorni l’evoluzione del mercato, il suo presidente Enzo Mazza sa benissimo che l’unica strada possibile è tollerare una quota di scambio non profit e vendere il più possibile in digitale.

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Dall’ascolto alla conversazione

Pubblicato da franco carlini su 25 Gennaio, 2007

Nel messaggio web (video e testo) con cui Hillary Rodham Clinton ha iniziato sabato scorso la sua corsa per le primarie del partito democratico la parola conversation compare cinque volte nelle prime 25 righe. Del resto, di questi tempi, «conversazione» è il termine più di moda nell’internet che da molti studiosi viene descritta come luogo sociale, dove si muovono parole sciolte, non così strutturate come «discorso», altra espressione peraltro tipicamente post moderna. Conversazione è più leggero, indica forte bidirezionalità (di solito non si conversa da soli), non ha l’impegno del «dialogo», non necessariamente richiede di arrivare a un consenso comune o a una mediazione. La sua comparsa nel linguaggio politico è comunque una relativa novità. In Italia invece, da qualche anno a questa parte, la parola più in voga tra i politici che vogliono almeno apparire aperti è ascolto, un metodo che i teorici delle Relazioni Pubbliche come Toni Muzi Falconi (www.tonisblog.com), propongono da anni, per lo più inascoltati. Ascolto, applicato in politica, prende atto dello stacco crescente tra governanti e governati e soprattutto del fatto che il primo problema dei partiti non è di comunicare male, ma di non ascoltare. Così facendo non si accorgono né dei problemi né degli umori che dalla società vanno emergendo. E quando infine avviene, di solito è troppo tardi e ci sono già le manifestazioni in piazza; allora essi gridano all’egoismo delle comunità locali e al Nimby («non nel mio cortile»). C’è un problema tuttavia con l’ascolto: esso non è semplice tendere l’orecchio, non è un sondaggio, ma implica una disposizione mentale e politica: la consapevolezza che la «base» della società, lungi dall’essere qualunquista, sovente ne sa di più di chi governa. L’ascolto non dovrebbe servire per adeguarsi ruffianamente alle proteste, ma per trovare soluzioni migliori.

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La old tv ama Internet

Pubblicato da franco carlini su 25 Gennaio, 2007

Il perché di un interessato ritorno di fiamma. E a forza di sentir parlare della televisione via Internet rischiamo di credere che sia lì dietro l’angolo. I problemi aperti sul campo La tecnologia Quel che serve per diffondere i contenuti, quel che serve per una tv on demand
Franco Carlini
A forza di sentir parlare della televisione via Internet rischiamo di credere che sia lì dietro l’angolo. E che avremo una moltitudine di offerte, da diversi operatori, tutti convergenti sullo stesso terreno. In effetti a volerci dare l’IpTV (a pagamento) sono un po’ tutti: le reti televisive tradizionali, gli operatori telefonici fissi (come Alice di Telecom Italia) e mobili tipo H3G (con i suoi videofonini), i grandi portali dell’internet come Google, Yahoo! e Msn, nonché molti altri protagonisti di un mercato nascente.
Ci sono però diversi problemi, per nessuno dei quali la soluzione è facile.
Il primo è la tecnologia da adottare per diffondere i contenuti. Già adesso molti programmi tv nascono fatti di bit, anziché di immagini analogiche, ma vengono distribuiti secondo il modello classico dell’economia industriale dei media: pochi operatori, dotati di apparati molto costosi (gli studi e le reti di distribuzione), realizzano pochi prodotti di grande successo che mandano in maniera indifferenziata a una massa di spettatori, finanziandosi con il canone e la pubblicità. È il broadcasting.
Gli stessi prodotti ovviamente possono viaggiare nell’etere, nel cavo di rame, nella fibra ottica, e a «pacchetti di bit», come le pagine web. In questo caso per lo spettatore non cambia quasi nulla: il palinsesto è quello di sempre: mattina, pomeriggio, sera, notte. Per lui la rete di trasporto è indifferente: nemmeno la vede e non è tenuto a sapere quale essa sia.
Le cose si fanno più complicate quando si voglia offrire la possibilità allo spettatore di farsi da soli il proprio palinsesto, su richiesta, on demand: egli apre il computer-televisione e sceglie da un menù di programmi quello che vuole vedere proprio in quel momento. E’ quanto comincia a succedere anche via Internet per esempio con Raiclick della Rai o con Alice di Telecom Italia.
Ma quelle cose si vedono solo sul computer e con formati a bassa risoluzione, all’interno di insoddisfacenti e primordiali finestrelle. E si riesce a vederle solo perché il numero di utenti contemporanei è basso. Per esempio il sito di Radio Rai accetta un numero limitato di utenti contemporanei e gli altri li respinge. Se invece alcuni milioni di persone al mondo volessero vedere, per l’ennesima volta, il fantastico «Pretty Woman» a alta definizione chi iniziando alle 21.00, chi alle 21.17, chi in qualsiasi altro momento, non c’è rete Internet, né server delle tv che oggi sia capace di servirli tutti nello stesso momento e con buona qualità delle immagini.
Certamente mandare pagine web a milioni di utenti in momenti diversi è possibile, sia pure avendo computer potenti e molta banda a disposizione del proprio sito, ma per fare lo stesso con delle immagini in movimento occorrerebbero investimenti mostruosi che per ora nessuno dei protagonisti di questo mercato si può permettere, anche perché nessuno sa se questo mercato, a pagamento o pubblicitario, sarà sostenibile. In altre parole (e come ha ben spiegato Luca De Biase su Nova, Il Sole 24 ore di giovedì scorso), l’idea di fare l’IpTV a streaming (flusso di bit) è costosissima e forse persino fallimentare.
Eppure i networks proprio a questo stanno lavorando. Come mai? Per due motivi: il primo è che questo modello permetterebbe loro di mantenere la centralità che hanno avuto negli ultimi 50 anni: il loro sogno è di fare irruzione in questa cosa minacciosa che è l’Internet per riportarla indietro, al vecchio e «sano» broadcasting.
Il secondo motivo per cui le tv tradizionali preferiscono lo streaming è che si illudono che in questo modo sia più facile impedire agli spettatori di registrare i programmi sui loro computer, magari passandoli agli amici. Questa in realtà è una bella illusione: i software per intercettare gli stream e «salvarli» sul disco fisso già esistono e altri ne arriveranno, perfetti e implacabili, alla faccia di Rai come di Sky. Arriveranno non già per colpa dei pirati, ma perché è nell’interesse di altre aziende del software e dell’informatica produrli e venderli, così come era interesse delle case giapponesi dell’elettronica vendere i videoregistratori che invano Hollywood cercò di impedire con cause legali dissennate (e perse).
Ci sono allora altre strade? Una almeno sembra realistica: si chiama Jost e proveremo a spiegarla prsossimamente

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Se ai «riformisti» la rete non interessa

Pubblicato da franco carlini su 25 Gennaio, 2007

L’Italia ancora non dispone di una strategia per la società della conoscenza. I passi incerti del nuovo governo, mentre la Corte di Cassazione ha giudicato lecita una messa a disposizione gratuita di programmi mediante download
Fiorello Cortiana
L’Italia ancora non dispone di una strategia per la società della conoscenza. Due sentenze recenti hanno riproposto alla politica pubblica la necessità di definire regole ed indirizzi adeguati all’Agenda di Lisbona (che propone ai paesi europei di raccogliere la sfida della società della conoscenza entro il 2010). La prima, oggetto di pubbliche attenzioni, è quella della Corte di Cassazione che ha stabilito che la messa a disposizione gratuita di programmi mediante l’attività di download da parte di due ragazzi torinesi non configurava lucro e quindi era lecita. La seconda, della quale non si è parlato affatto, è quella con cui il Consiglio di Stato ha confermato e aumentato a 62 milioni di euro la sanzione a Telecom Italia perché «sfruttando posizione dominante sul mercato dell’offerta dei servizi di connettività ha messo in atto una strategia per ostacolare lo sviluppo delle offerte di connettività locale da parte degli operatori concorrenti».
E’ toccato alla magistratura, quindi, spingere l’Italia ad allinearsi con gli indirizzi affermati dall’Onu nel Summit sulla Società dell’Informazione e nel Forum che ne è seguito dove Openness e Access, insieme a Security e Multiculturality, i valori chiave per garantire la disponibilità universale di ciò un nuovo Bene Pubblico. Tale in fatti è ogni elemento del sistema digitale interconnesso ed interattivo, agli algoritmi, alle infrastrutture di connessione, dall’accesso alla conoscenza al rispetto della privacy.
Ci sono esperienze, nel mondo ed in Europa, che costituiscono esempi concreti di riferimento: il Mit di Boston ha posto sotto pubblico dominio tutta la produzione scientifica che docenti e ricercatori producono nell’università, la Bbc consente il libero accesso via Internet a tutto il suo archivio, l’Authority britannica ha separato la rete dai servizi dell’ex monopolista telefonico Bt.
Nella cablatissima Corea del Sud il videogioco FIFA07 viene distribuito liberamente, supportato dalla pubblicità. Qui da noi, invece di pensare a nuovi modelli che rispettino la natura costitutiva della rete e la condivisione della conoscenza, Confindustria dà vita a Sistema Cultura Italia: una macro corporazione di tutte le associazioni di editori e produttori per il «rafforzamento del diritto d’autore» e la «lotta alla pirateria». Questo nonostante il fallimento, quantomeno per impraticabilità, della Legge Urbani e del collegato Patto di Sanremo. L’economia dell’Europa, già oggi, è costituita per il 70% è da servizi. Pensiamo a quanta informazione, quanta comunicazione, quanta interconnessione digitale sono contenuti in quella percentuale. La ragione del successo o meno delle soluzioni tecnologiche e commerciali che si riferiscono ad Internet è data dalla capacità di incontrare le abitudini e le attitudini sociali, dalla capacità di consentire e garantire la semplificazione della comunicazione sociale. Questo vale per la banda larga, per il WI MAX, per il Wi-Fi, così per il P2P, Skype, You Tube, MySpace, Google, iPod e iTunes.
Aspetti legislativi e regolamentari, modelli organizzativi e modelli commerciali, costituiscono dei fattori abilitanti, oppure disabilitanti, della capacità di futuro di ogni paese. Il processo oggi in corso è un ibrido tra sistemi proprietari e liberi, ma molto oramai concordano sull’idea che nell’economia cognitiva immateriale, la condivisione della conoscenza e la modalità produttiva cooperativa portano una evidente efficacia qualitativa, tanto nei prodotti come nei processi. I modelli di business devono definirsi a partire da qui e così gli aspetti normativi.
Tuttavia l’attività di governo e della maggioranza parlamentare per ciò che riguarda l’innovazione non sono adeguati a coglierne la sfida e le opportunità ad esse legate. La rete Internet e quanto le sta attorno il grande assente sono trattati con un approccio consapevole solo nel Comitato Consultivo promosso dal ministro Nicolais e dal sottosegretario Beatrice Magnolfi.
Così mentre il sottosegretario Magnolfi al Forum Onu di Atene, annunciava che l’Italia ospiterà un incontro internazionale per una Carta dei Diritti della Rete, il ministro Fioroni se la prende con Google, accusato di trasmettere filmati senza selezione e propone di adottare proprio i «filtri cinesi». Sembra che la risorsa Internet non riguardi lo sviluppo del paese, ma che esistano solo le imprese Ict.

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cellulari. la televisione no!

Pubblicato da franco carlini su 25 Gennaio, 2007

Perché nonostante gli sconti, le offerte e i videofonini quasi regalati, il popolo consumatore non li compra e poco li usa per vedere la televisione sul cellulare? Qualche osservatore troppo entusiasta ha di recente annunciato che finalmente l’ora è arrivata. I molti cellu-spettatori che non arrivarono con i mondiali di calcio, infine si sarebbero buttati nella visione mobile, proprio in questi giorni, in una sola settimana, e tutto grazie al Grande Fratello 7, versione Alessia Marcuzzi. Sia lecito dubitarne. Che il direttore marketing e new media della Endemol, la casa produttrice di questo tormento, sia molto contento lo si può capire, dato che è riuscito a venderne i diritti a Tim, Vodafone, 3 e Wind, operatori cellulari tutti ugualmente ossessionati dall’ansia di avere anche loro quello che la concorrenza offre, anche quando non ne sono affatto convinti. Probabilmente mai sapremo, dalle quattro aziende in questione, quanto traffico hanno registrato in queste settimane, ma siamo pronti a ogni smentita delle nostre previsioni pessimistiche. Le quali si fondano non già su un giudizio negativo verso la televisione, stupendo strumento, ma sul semplice buon senso. Il quale ci dice che la fruizione degli spettacoli televisivi e l’uso del cellulare restano, almeno per ora, due cose abissalmente diverse. Nel primo caso ci si mette in poltrona, ci si rilassa, e ci si lascia piacevolmente «invadere» da quello che dal centro viene convogliato vero di noi. Proprio per questo gli schermi si fanno sempre più piatti, sempre più grandi e con definizione sempre migliore. Il che non vuol dire che sia passivizzazione e istupidimento, come dicono gli avversari più severi della televisione. Significa invece che gustiamo immagini e suoni da altri prodotti, lasciandoci prendere per mano dalle emozioni e dal filo del programma, per come gli autori lo hanno pensato. Non sentiamo nessun particolare bisogno di interagire né di modificare, allo stesso modo che un romanzo lo leggiamo per lasciarci condurre per mano dalla magia delle parole dello scrittore; i tentativi di creare romanzi a trama multipla o racconti televisivi da indirizzare secondo preferenza giustamente non hanno mai avuto successo. Moderno caminetto, la tv si presta anche a una visione di gruppo, familiare o amicale, gli eventi sportivi, in particolare, per i quali si organizzano cene e bevute, ma non solo loro. Con il telefono cellulare le dimensioni dei monitor non sono il problema principale perché ai fini della chiarezza delle immagini, quelli attuali anzi sono più che sufficienti, dato che quello che conta è l’angolo visivo: un monitor piccolo a 20 centimetri dagli occhi è lo stesso che uno grande a 4 metri. Potremmo anche dare per scontato che le reti cellulari di terza generazione (Umts) siano adeguate a servire molti utenti televisivi e che la tecnologia Dvb-h, (i segnali arrivano da «normali» antenne televisive, anziché da quelle cellulari) proposta da 3, copra bene tutto il territorio. Facciamo anche l’ipotesi che i costi della tv sul cellulare siano bassi, insomma che non ci siano troppe barriere al suo utilizzo. Ebbene, anche così resta una differenza profonda perché il telefonino è ed è vissuto come un oggetto assolutamente personale, cui si affeziona persino feticisticamente. Esso non è caminetto ma utensile individuale, quasi una protesi permanente (certi auricolari senza fili ne hanno persino l’apparenza). È strumento ormai essenziale per stare in contatto con altri umani cui teniamo, per amicizia come per affari. Dunque insieme individualistico, ma per fini di socializzazione a due vie: ascoltare e essere ascoltati, raggiungere ed essere raggiunti. Per molti che conducono una vita di lavoro affannata e scarsa di contatti umani gradevoli, il cellulare per strada o alla fermata d’autobus offre paradossalmente la possibilità di contatti amicali e genuini, senza fini di lucro né di affari. Strumento della chiacchiera gratuita, «just for fun», giusto per il piacere di farlo. Un’antropologa inglese ha paragonato questa fitta attività di pettegolezzi e parole in libertà al grooming praticato da molte scimmie: si toccano, si spulciano, si sfregano e non lo fanno solo per motivi igienici, perché questa è divenuto comportamento attività sociale con cui si costruiscono e rafforzano legami di gruppo. Fatta con la voce o con i servizi di brevi messaggi di testo (Sms), questa attività resta la principale e la motivazione prima all’uso intenso del cellulare. Tutte le altre funzioni, quella ventina di cose inserite negli apparati di cui si è detto la settimana scorsa (vedi http://chipsandsalsa.wordpress.com) sono accessori talora utili, talora meno, e tale risulta anche la tv. Se c’è, se funziona bene, se non costa troppo, la si può anche usare per vedere l’arrivo di una Formula Uno o qualche goal. Ma anche in questa collocazione psicologicamente secondaria, la tv nel cellulare esce sconfitta dalla radio incorporata o dal riproduttore di musica i quali possono essere usati facendo dell’altro.

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Patty l’ipocrita

Pubblicato da franco carlini su 18 Gennaio, 2007

Il web è pieno di foto di Patty Stonesifer: una signora americana sotto i 50, ritratta dal palco di convegni sulla responsabilità sociale o meglio ancora circondata da bambini del Botswana sorridenti. È  Chief Executive Officer della fondazione Bill e Melinda Gates, la quale  dispensa aiuti miliardari nel mondo per combattere (con più soldi e efficienza delle Nazioni Unite) le malattie dei paesi più poveri come Aids e malaria. La signora però non manca di una certa dose di ipocrisia, come ben s’intende dalla sua letterina di 162 parole pubblicata domenica 14 dal Los Angeles Times. Il quotidiano aveva indagato pazientemente sulle attività della fondazione, scoprendo che essa investiva il suo patrimonio in aziende assai poco responsabili, quanto a tutela dell’ambiente e dei diritti. Nei giorni successivi un’altra Ceo, Cheryl Scott, aveva dichiarato al Seattle Times che la Fondazione, rimanendo fedele ai suoi valori, avrebbe rivisto le sue politiche di investimento: «esamineremo altre strategie che possano realizzare un ruolo responsabile e formalizzeremo il processo con cui analizziamo e controlliamo questi problemi».   

Era una generica ma saggia risposta alle critiche, ma Patty ha rimesso le cose a posto: «le storie da voi raccontate di persone che soffrono ci toccano tutti. Ma sarebbe ingenuo suggerire che un azionista possa fermare tali sofferenze. Delle modifiche nelle nostre pratiche di investimento avrebbero un impatto nullo o piccolo su tali questioni. L’attivismo degli azionisti ha fini meritevoli, ma noi pensiamo che un modo più diretto di aiutare la gente sia attraverso il finanziamento dei progetti … Il Times suggerisce che facciamo degli investimenti segreti (ma) Bill e Melinda Gates hanno sempre esaminato gli investimenti e continueranno a farlo». 

Un esempio di attivismo degli azionisti è quello di Greenpeace che come Gates ha comprato azioni di BP ma che le usa per chiedere all’azienda petrolifera di non cercare petrolio in Alaska. Le fondazioni Ford e Rockfeller hanno anch’esse politiche attive, lo conferma uno studio del sito-giornale www.philanthropy.com.

Il quotidiano a sua volta fa notare di avere chiesto chiarimenti alla Fondazione, di non avere avuto risposta prima della pubblicazione dell’inchiesta e che nei prospetti ufficiali (che Patty dichiara aperti) non c’è alcuna informazione su 4,3 miliardi di dollari genericamente classificati come prestiti.

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Contratto Rai riveduto e scorretto

Pubblicato da franco carlini su 18 Gennaio, 2007

Modificato misteriosamente il contratto di servizio Rai, traditi i buoni propositi dell’offerta multimediale. Il palazzo contro la partecipazione

Gabriele De Palma e Franco Carlini

 

Cancellata dal sito Internet del governo la bozza Gentiloni. Al suo posto, sul sito di Radio Radicale, ce n’é un’altra riveduta e (s)corretta di gran lunga peggiore. La «cosa» di cui si parla  è il contratto di servizio con cui lo stato definisce che cosa si aspetta dalla Rai tra il 2007 e il 2009, ai fini del servizio pubblico e in cambio del canone. In particolare è sensibilmente diverso il sesto capitolo che dettagliava gli impegni Internet e multimediali della Rai.

Il primo testo, già approvato dall’autorità delle comunicazioni (Agcom) era frutto di una vera consultazione tra utenti e associazioni. Anche il manifesto l’aveva commentato con piacevole stupore (il 22 dicembre 2006): maggiore offerta di contenuti su tutte le piattaforme tecnologiche; pubblicazione di tutti i contenuti autoprodotti dall’azienda sotto licenza Creative Commons che, diversamente dal copyright, ne garantisce una libera circolazione e condivisione. Il testo peggiorato è stato reso pubblico dall’onorevole Marco Beltrandi (Rosa nel pugno). Egli ci ha detto di non conoscere l’autore delle modifiche e comunque lo definisce «certamente molto autorevole». Mistero. 

 

La prima cosa che balza all’attenzione è che non c’è più alcun riferimento al portale Rai.it. Esso, nel disegno originario, doveva essere il luogo di tutta l’offerta Rai multimediale ospitandone i contenuti, direttamente accessibili a tutti coloro che hanno pagato il canone, subito dopo la loro messa in onda. Nella riscrittura non si fa menzione di Rai.it.  Ancora: non si dichiara più che verrà messa online tutta l’offerta Rai ma solo «specifici contenuti», e non si indica il lasso di tempo che intercorrerà tra messa in onda e messa online. Ma il peggio è quanto viene dopo: nella versione Gentiloni  era prevista la possibilità per chiunque «si impegni a rispettare l’integrità dei contenuti …   di distribuire (cioè ri-distribuire, ndr) tutti i contenuti» Rai. Al contrario nel documento ora in discussione alla Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai non c’è più alcuna traccia delle licenze Creative Commons, né della possibilità di creare siti mirror che replichino l’offerta multimediale. L’idea invece era ottima: i contenuti pubblici potevano essere ripresi e fatti circolare anche da altri soggetti, nello spirito della condivisione delle idee e nella modalità tipica della rete.

 

Il tutto lascia supporre che la distribuzione avverrà non più dalla Rai, ma da siti terzi, magari for profit. E’ un totale rovesciamento di prospettiva: nella bozza Gentiloni i materiali pagati dal canone per svolgere un servizio pubblico venivano messi in rete oltre che in onda e andavano a costituire un patrimonio culturale comune aperto. Ruolo civico e civile. E’ il modello virtuoso della Bbc. Nella bozza taroccata si abbraccia, implicitamente, l’idea che la Rai produca e rivenda, a operatori telefonici, satellitari o di rete, i quali sceglieranno quanto giudicano appetibile a un mercato di massa, seppellendo il resto nell’oblio. Anche in Inghilterra gli imprenditori privati avevano menato una violenta campagna contro il progetto della Bbc, accusandolo di concorrenza sleale, ma sono stati respinti, in nome della pubblica utilità. In Italia non c’è nemmeno l’ombra del riformismo alla Blair.

 

Vengono abbandonati anche i buoni propositi relativi all’accessibilità dei siti web con buona pace dei diversamente abili e tra le proteste irate delle associazioni dei consumatori. L’Adiconsum ha chiesto ufficialmente che venga approvata la bozza Gentiloni e non il pastrocchio ambiguo e pericolosamente vago che è la sua riscrittura. I due testi sono per fortuna consultabili sul sito www.adiconsum.it.

 

La nebbia calata all’improvviso sul contratto di servizio Rai, con la rimozione del documento dal sito del governo e la sua riscrittura annacquata, sembra voler togliere efficacia all’azione di un ministro che  ha avuto il pregio di aver interpretato la politica come piace ai cittadini attraverso consultazioni di cui ha tenuto conto. A qualcuno nei molti palazzi tutto questo non deve essere piaciuto.  I grandi giornali tacciono forse perché sono concorrenti. Gli interessi di parte ovviamente hanno diritto di manifestarsi e di premere (di fare lobby, appunto), ma nei paesi civili come gli Stati Uniti, ciò avviene pubblicamente e si sa quali interessi ogni onorevole intende sostenere. E’ insopportabile e indecoroso invece che una discussione di questo tipo avvenga furtivamente e i presidenti delle camere dovrebbero impedirlo.

Tanto sabotaggio tuttavia può ancora essere fermato. Juan Carlos de Martin,promotore delle licenze Creative Commons italiane dichiara: «La speranza  è che davvero, come annunciato prima dell’inizio dei lavori della Commissione da Landolfi, si apra una ampia consultazione pubblica sull’argomento». Lawrence Lessig, il famoso giurista americano  dei Creative Commons si è detto disponibile ad essere audito.  Restano le domande per ora senza risposta: chi ha tolto il testo originale? Chi ha scritto quello nuovo?

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