Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archivio per Febbraio 2007

Lettori veri e falsi nella rete

Pubblicato da franco carlini su 25 Febbraio, 2007

Lettori veri e falsi nella rete
È uscito in Francia un testo che esalta la pratica della finzione nella lettura. Una pratica resa possibile anche dai siti sempre più numerosi che propongono, selezionati e digeriti, materiali sulle ultime novità
Mariarosa Bricchi – il manifesto, 24 febbraio 2007

Più ancora della possibilità di comprare i libri, la cosa fantastica di Amazon.com all’inizio era la possibilità di trovare in linea informazioni bibliografiche: storia delle edizioni, opere dello stesso autore, opere sullo stesso tema. Un servizio che altre librerie virtuali hanno replicato e perfezionato: la Central di Barcellona, per esempio, ha un sito (www.lacentral.com) che, accanto alle consuete piste di ricerca tra le novità e nel catalogo, propone in relazione a ogni titolo liste di libri su argomenti affini, e inoltre le rubriche Paseos, mappe bibliografiche su grandi temi individuati di volta in volta, e Perfiles, bio-bibliografie di/su scrittori e personanaggi.

Stupivano anche, su Amazon, i commenti dei lettori, magari ingenui ma, allora, nuovi e quindi divertenti da leggere. E, ancora più inattesa, la rassegna stampa, con una ricca scelta di recensioni. Dopo un po’, ci siamo tutti abituati e oggi una passeggiata su internet per mettere a confronto le reazioni critiche, magari in paesi diversi, sui libri appena usciti, è un’operazione naturale, che precede – o magari sostituisce – la lettura stessa. Insomma, grazie alla rete, la vecchia battuta «L’hai letto? Sì, ma non personalmente» è oggi più realistica di qualche anno fa.

A fornire dignità teorica all’operazione, ci pensa ora un libro francese appena uscito per le Éditions de Minuit, dotato dell’astuto titolo Comment parler des livres que l’on a pas lus. L’autore, Pierre Bayard, professore universitario di letteratura, argomenta sulla qualità creativa dell’atto di non-lettura, e ne classifica le differenti modalità. Come dire, giustificazione speculativa (per via libresca) e strumentazione pratica (on line) sono entrambe a portata di mano.
Internet per non-lettori, insomma. Ma anche internet per iper-lettori, che usano la stampa letteraria per decidere cosa leggere e che hanno voglia di sapere cosa si dice negli altri paesi. O per lettori specializzati: attenti a una particolare area linguistica, esterofili per dovere o per piacere, semplici curiosi. In soccorso di tutti costoro, arriva la rete.

 

I siti su cui pascolare alla ricerca della stampa straniera sono innumerevoli e l’eccesso, in questo caso, non genera disappetenza ma valutazione esigente: così si scopre subito che gli indirizzi effettivamente utili sono non sono poi tanti. Ci sono giornali e riviste in edizione on line, dai grandi quotidiani nazionali fino alle testate diffuse solo in rete, spesso specializzate in un tema, in una prospettiva, in un genere letterario: non solo gli infiniti portali dedicati alla poesia, ma anche, per esempio, la rivista americana One Story (www.one-story.com), ogni numero della quale è composto di un unico racconto, accessibile per intero, però, solo agli abbonati. Ci sono le librerie. Ci sono poi – ed è bello che ci siano – indirizzi che preselezionano, proponendo il meglio della stampa e concentrandosi di solito su un paese o su un’area linguistica.
Sono strumenti di sintesi: inquietanti, se si pensa che entrano in contatto, virtualmente, con la totalità dell’informazione per smontarne e rimontarne dati ai quali noi accediamo secondo modelli di selezione che sfuggono al nostro controllo. Ma sono strumenti, inevitabilmente, sempre più comodi, come un filo nel labirinto. Tutti quelli che si occupano o si interessano di libri frequentano siti che scelgono e ordinano per loro, e tutti hanno una rubrica di indirizzi preferiti.

Ne cito alcuni, del tutto arbitrariamente. Cominciando dall’America, e da un sito che raccoglie e classifica notizie da altre fonti. Arts and Letters Daily (http://aldaily.com/) è aggiornato quotidianamente con uno spoglio da decine di giornali o riviste, prevalentemente ma non solo americane, dalle imperdibili ad altre meno previste (come dire dal «New York Times» a «Skeptical Inquirer»). Impaginato su tre colonne (Articles of Note; New Books; Essays and Opinions), presenta ogni voce con uno slogan, spesso bizzarro, e permette quindi di accedere all’articolo intero. Dalla presentazione però non si evince la testata di provenienza, e spesso nemmeno l’argomento: la criptica ma stuzzicante etichetta Alfabetizzazione informativa: di questo parlano i bibliotecari rimanda per esempio a un intervento del «Washington Post» che sembra fatto apposta per portare materia a queste divagazioni. Sostiene l’articolo che la vera specializzazione che si richiede oggi a un bibliotecario non è tanto conoscere i libri, ma muoversi con competenza nella foresta dell’informazione (appunto) in linea. Insomma, sapere usare il computer, ottenere il massimo da una ricerca bibliografica su internet, conoscere i siti e gli strumenti.

In Italia c’è USAlibri. Rassegna culturale della stampa americana e inglese, che presenta con aggiornamenti settimanali una selezione di articoli di interesse culturale – prevalentemente letterario – da quotidiani e riviste, una quindicina americani e quattro inglesi. L’impaginazione separa le notizie in due colonne, Fiction e Non Fiction, a cui si aggiungono rubriche variabili come Biografie, Gialli, Da leggere (quest’ultima con le segnalazioni delle letture più belle, spesso riflessioni sulla scrittura firmate da grandi scrittori). Per ogni libro, due righe di presentazione in italiano e il link dell’articolo originale in inglese. Insomma una struttura di massima praticità, dove la consultazione è semplice grazie a una regia intelligente quanto (per scelta della curatrice Maria Sepa) invisibile.

In Europa, il panorama più interessante è in Germania dove – racconta una lunga inchiesta pubblicata su «Börsenblatt», la rivista di settore dei librai tedeschi – sono nati nell’ultimo decennio decine di Literaturportale, alcuni molto settoriali, altri più aperti. Se la qualità di un portale letterario si misura dalla sua capacità di proporre una selezione in sintonia con le attese di chi lo legge e da un sistema efficiente di filtri e strumenti per la ricerca, allora Perlentaucher è un gran bel sito. Vastissimo, è ripartito in rubriche che consentono ricerche mirate e agilità di movimento: le più consultate sono Die Magazinrundschau, una selezione di articoli da riviste di tutto il modo, e Heute in den Feuilletons, panorama dei supplementi letterari, prevalentemente tedeschi. A questi contenitori, comodi per uno sguardo panoramico, si affiancano classifiche, recensioni di libri della settimana, motori di ricerca rapida o complessa; e una ricca sfilata di link a indirizzi da tutto il mondo. Il lunedì, poi, il lettore trova una rubrica, Bücherschau der Woche, che gli propone le notizie della settimana precedente, ordinate per testata o per argomento.

Sempre in area germanofona, ma a Vienna, è nato Eurozine, che seleziona stampa culturale da (quasi) tutti i paesi europei, in due lingue ufficiali, inglese e tedesco. È appena stata inaugurata una sezione, Literary Perspectives, che illustra con cadenza bimestrale narrativa e tendenze critico-culturali di un paese ogni volta diverso, proponendo versioni parziali di testi non ancora tradotti: il primo numero è dedicato all’Ungheria, il secondo, previsto per aprile, sarà sulla Danimarca. L’intenzione è guardare alla produzione letteraria di aree che per ragioni soprattutto linguistiche non sono al centro del dibattito internazionale. Il modello deriva probabilmente da un sito americano molto frequentato, Words without Borders. Che, come Literary Perspectives, intende la traduzione come «impollinazione» culturale (la metafora è degli americani). E punta l’obiettivo, di volta in volta, su un’area geografica o linguistica della quale si sa ancora troppo poco, dando finalmente ai suoi interpreti spazio e risonanza – almeno in potenza – globali.

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Cellulari in cerca di futuro

Pubblicato da franco carlini su 22 Febbraio, 2007

editoriale

F. C.

Effettivamente non c’era bisogno di aspettare la gran fiera di Barcellona della telefonia cellulare, il 3GSM, per sgranare gli occhi e apprendere le tendenze. Perché queste sono in atto da tempo:
(1) La prima è che i consumatori – implacabili – con il telefonino continuano a fare due cose soltanto: telefonare, appunto, e spedirsi sms. Queste due attività rappresentano l’85-90 per cento del fatturato degli operatori.
(2) Ciò significa che la terza generazione cellulare con tecnologia Umts è stata un fallimento. Le persone non hanno premiato né i servizi web Gprs «a giardino chiuso», né i video-fonini, né i tv-fonini. Non si vedono segni significativi di inversione di rotta.
(3) Grazie alla microelettronica una ventina di oggetti della vita quotidiana sono stati compressi, virtualizzati e parzialmente integrati nei telefoni cellulari e altri stanno per entrarci. Tra la nuove funzioni aggiunte quelle veramente di successo sono soprattutto due: la macchina fotografica digitale e il lettore di brani musicali.
(4) Anche se molti (troppi) parlano di tv sul cellulare, la tendenza già in corso, ma destinata a divampare, è quella di cellulari che permettano pienamente di navigare sull’internet, anche in mobilità. Se oggi i cellulari-computer costano attorno ai 600 euro, non è azzardato immaginare che nel giro di pochi anni tutti saranno dotati di questa possibilità e che costeranno 100-200. I cellulari-computer cresceranno però in dimensioni, per fare spazio alla tastiera e puntando a sostituire i pesanti laptop: 3 etti soltanto anziché 2 chili di peso.
(5) Questo avrà conseguenza dirompenti perché produrrà praticamente un raddoppio della popolazione mondiale di rete rendendola, definitivamente, il canale di comunicazione globale del pianeta Terra. Ma nel breve periodo si vedranno conflitti accesi tra i diversi soggetti convergenti. Come faranno gli operatori a non farsi ridurre a semplici canali trasmessivi di bit altrui? Proveranno a realizzare i contenuti in proprio o stringeranno accordi con i giganti del web? E nasceranno nuovi fenomeni della comunicazione web-cellulare?
(6) E’ possibile che gli attuali cellulari multiuso, tipo coltellino svizzero, si segmentino di nuovo. Già oggi c’è chi preferisce avere in tasca due oggetti piccoli monofunzione, come un cellulare ultrapiatto e un iPod nano piuttosto che un oggetto unificato più complesso e ingombrante.

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Kate e Di Pietro YouTubano

Pubblicato da franco carlini su 22 Febbraio, 2007

Il più bel titolo giornalistico della settimana? Quello della Bbc online: «Do You YouTube»? Si noti il passaggio linguistico: un brand (YouTube, popolarissimo servizio di rete dove immettere filmati) si trasforma in  voce verbale, così come in precedenza Google aveva dato origine al verbo «to googling», fare una ricerca. Sempre continuando nei giochi di parole, la stessa Bbc annuncia: «Prossimamente sul vostro schermo: DIY TV», dove il primo acronimo indica il fai da te, «Do It Yorself». Perché proprio questo è il fenomeno emergente: su YouTube non vanno soltanto i filmatini raccolti con il cellulare di studenti che toccano il posteriore alle professoresse, e nemmeno soltanto degli spezzoni di prigrammi televisivi registrati e riversati. L’aspetto più bello è rappresentato dai canali Tv personali. Tra questi c’è ormai la televisione di Antonio Di Pietro: sono finora dieci video di resoconto che il ministro dei trasporti rilascia in rete (anche con sottotitoli in inglese). L’appuntamento è settimanale, dopo ogni consiglio dei ministri. Dal suo studio Di Pietro da un lato informa (ci siamo occupati di questo e di quello) e già questo è un buon servizio, anche didattico, di educazione civica. Dall’altro dice la sua, soggettivamente. Per esempio a proposito degli stipendi d’oro e delle consulenze degli altri dirigenti di stato che nella legge finanziaria erano stati aboliti e che «qualcuno» in consiglio dei ministri ha proposto di reintrodurre (non se ne fa il nome). «Non ci ho visto più» dice Di Pietro, e per fortuna la praticata è stata bocciata da tutti. Altrettanto utile sentire la sua opinione, netta e polemica, sul caso Autostrade.

Ma ovviamente la tv autoprodotta è un fatto globale. Ecco allora una vera piccola star: si chiama Katers17, anni 18, video caricati 19, spettatori più di un milione e mezzo. Kate gira, balla, guarda serena. La tecnica di montaggio è ritmica, buone le musiche. Ha ricevuto diverse offerte di lavoro, per ora tutte declinate, ma avvisa i suoi fan che sono gli ultimi due mesi di college e quindi non produrrà molto nel frattempo.  Buona tv a tutti.

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Aiuto, la banda scarseggia

Pubblicato da franco carlini su 22 Febbraio, 2007

«L’infrastruttura del web, e anche la nostra, non scala. Allo stato attuale non può offrire la qualità del servizio che i consumatori si aspettano». L’affermazione assai preoccupata è stata fatta da Vincent Dureau, che si occupa della tecnologia rtv per il gigante Google, durante il Cable European Congress che si è appena tenuto ad Amsterdam, riunendo gli operatori europei. Per «infrastruttura» del web si intende l’insieme di cavi ottici che ne fanno lo scheletro, variamente collegati da computer che smistano il traffico (i router), mentre il termine «scalare» è espressione tecnica che indica la capacità di un sistema tecnologico di far fronte alla crescita, per esempio delle utenze,  senza dover essere ricostruito totalmente. Da quando la rete internet esiste, peraltro, simili allarmi sono stati lanciati più volte: crescono i computer collegati, crescono gli utilizzatori, prima o poi la rete non ce la farà e andrà incontro a dei veri e propri collassi per eccesso di traffico. A parte alcuni episodi accidentali ciò non è mai avvenuto e proprio grazie alla sua architettura altamente decentrata e ridondante l’internet ha potuto reggere senza troppi affanni. Tuttavia l’allarme di oggi sembra sensato perché i bit che viaggiano sui cavi telefonici non rappresentano più semplici messaggi di testo, ma sempre di più suoni e soprattutto immagini in movimento, filmati. L’agenzia di ricerche Gartner valuta che il 60 per cento del traffico sia oggi rappresentato da scambi di file in modalità peer-to-peer, lecito o illecito, e un’ora di filmati equivale a un anno di posta elettronica. Il fenomeno è moltiplicativo: la disponibilità di connessioni a larga banda ha mutato completamente le modalità d’uso e questo rischia di creare delle strozzature serie che lo saranno ancora di più grazie alla tendenza dei grandi gruppi mediatici di offrire la televisione via internet.

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cellulari / per trovare mappe e amici

Pubblicato da franco carlini su 22 Febbraio, 2007

Per chi dubitasse del fatto che il web si fa cellulare e viceversa, e solo a titolo di esempio, ecco le aziende con cui il più grande operatore di telefonia mobile, l’inglese Vodafone, ha stretto di recente accordi di collaborazione: MySpace, YouTube, eBay, Yahoo!, Microsoft, Google, praticamente tutti i giganti dell’internet. Sia chiaro: già oggi molti apparati cellulari permettono di andare in rete e navigare a piacimento; essi infatti incorporano un sistema operativo vero e proprio e i programmi necessari. Tuttavia ci sono ancora molti limiti, perché le connessioni senza fili sono spesso lente e perché i siti compressi nel poco spazio dello schermo cellulare risultano assai poco usabili. Gli accordi degli operatori telefonici con le aziende web servono a migliorare le connessioni e l’interfaccia. Con Yahoo! e Microsoft sarà dunque possibile fare dell’instant messaging (IM) anche in mobilità; vuol dire accedere alla propria lista di amici e avere con loro degli scambi di messaggi in uscita e in entrata, il che per essere apprezzato dovrà però costare quanto o meno di un «banale» Sms. MySpace, come noto, è un grande social network internazionale, dove ognuno può creare un suo profilo e alimentarlo di contenuti testuali e visuali; in questo caso ne viene offerte una versione «mobile». eBay, sito di aste e acquisti, propone anch’esso una sua versione in accordo con Vodafone; basterà scaricare il software opportuno. Il più interessante è verosimilmente l’accordo con Google: dai cellulari si potrà accedere al noto servizio del motore di ricerca chiamato Google Maps (http://maps.google.com/) che offre (gratuitamente sul web), le mappe stradali delle città del mondo con numerosi puntaspilli che mettono in evidenza ristoranti, bar, negozi, uffici eccetera. La versione mobile di questo servizio, che intanto debutta in Inghilterra, dovrebbe mettere a fuoco, automaticamente, le piantine stradali della zona in cui si trova il telefono.

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Se anche l’aviaria fa bit

Pubblicato da franco carlini su 22 Febbraio, 2007


Libera circolazione di informazioni scientifiche, controllo sul loro utilizzo commerciale
Il caso indonesiano, fra virus dei poveri e farmaci ricchi. Un altro tipo di uso delle leggi internazionali sulla proprietà intellettuale e la biodiversità

Franco Carlini
Guai a credere che i cosiddetti diritti di proprietà intellettuale (Ipr) riguardino solo il mondo dei bit. La conoscenza-merce è dappertutto e ovunque genera conflitti acuti, anche laddove il buon senso e il bene comune dovrebbero essere vincenti. Come del caso dell’influenza aviaria e del suo virus, l’H5N1, nelle sue molte varianti. Come tutti i virus influenzali, infatti, anche questo è assai mutevole, pronto ad adeguarsi e nuovi ambienti e a mutare. Proprio questo lo rende pericoloso. La sua area d’origine è l’Asia, dove si sono sviluppati almeno due ceppi importanti, l’uno centrato in Vietnam, Thailandia e Cambogia, il secondo specialmente in Cina e Indonesia. E’ questo secondo il più pericoloso per gli umani e l’Indonesia è il paese più colpito, con 63 morti su 81 casi di contagio tra il 2005 e oggi. Si capisce dunque quanto sia importante controllare giorno per giorno, studiare l’andamento del contagio (gli ultimi casi tra gli uccelli si sono verificati di recente in Inghilterra e Russia) e analizzare subito i campioni, per studiarne le variazioni e attrezzarsi a produrre i vaccini.
Finora la prassi internazionale prevedeva che ogni paese mandasse ai laboratori che lavorano con l’Organizzazione Mondiale della Sanità i tessuti degli animali morti, ma all’inizio dell’anno il governo indonesiano decideva unilateralmente e polemicamente di non farlo più.
Lo ha deciso rifacendosi alle leggi internazionali sulla proprietà intellettuale e la biodiversità: questi prodotti biologici sono nostri e dobbiamo poterne controllare l’utilizzo, altrimenti è pirateria. Un atteggiamento egoistico e ricattatorio, verrebbe da dire, e invece lo stato asiatico ha le sue buone ragioni, come anche il settimanale inglese New Scientist ha riconosciuto, e l’intera storia è un po’ diversa.
Quella aviaria, a differenza di altre forme di influenza, potrebbe diventare una pandemia, ovvero un’epidemia a scala globale. Se dilagherà lo farà assai velocemente e l’unica difesa possibile è preparare in anticipo grandi scorte di vaccino da distribuire alla popolazione quando il virus arrivi. Vaccino che ha da essere continuamente aggiornato, inseguendo le mutazioni del virus stesso.
Non ci sarebbe il tempo, infatti, in Italia come negli Stati Uniti, di sequenziare il virus ultima versione, attivare le fabbriche e produrre le dosi in milioni di esemplari.
Qui entra in gioco la forza industriale dei diversi paesi, perché quelli che hanno capitali e un’industria farmaceutica già sviluppata possono farlo, gli altri no, e l’Indonesia è tra questi come ha detto Lily Sulistyowati, portavoce ministro della Sanità, «l’industria farmaceutica statale Bio Farma non ha le tecnologie e l’esperienza per creare il vaccino».
E’ necessaria dunque una cooperazione internazionale, che però finora non c’è stata. E non è solo l’Indonesia a dirsi preoccupata; durante una sessione dell’Oms in dicembre il delegato tailandese Suwit Wibulpolprasert ha detto: «Noi mandiamo i nostri virus ai paesi ricchi per produrre i vaccini e quando scoppiasse la pandemia loro sopravvivranno e noi moriremo».
In sostanza i paesi asiatici avevano proposto un accordo: la nostra biodiversità (virus) in cambio di farmaci garantiti. L’accordo raggiunto suonava dunque così: libera circolazione delle informazioni scientifiche, per sviluppare la ricerca, ma controllo sul loro utilizzo commerciale.
In gennaio tuttavia la polemica si riapriva e questa volta per colpa dell’Australia, dove un’azienda, la Csl di Melbourne, annunciava la produzione di un vaccino basato sul ceppo indonesiano dell’H5N1. Il ministero di Jakarta immediatamente protestava e minacciava denunce: «Noi abbiamo il virus, noi ci ammaliamo, loro prendono il virus dall’Oms e fanno il vaccino per se stessi». Da qui la decisione clamorosa: nessuna spedizione di tessuti ai ricercatori dell’Oms e invece un accordo esclusivo con la casa farmaceutica americana Baxter, la quale si impegnava a produrre i vaccini anche per l’Indonesia. I dettagli dell’accordo non sono stati resi noti.
Il 16 febbraio scorso, infine, la crisi è stata per il momento ricomposta. Un comunicato congiunto da Ginevra, firmato da David Heymann dell’Oms e dal ministro indonesiano, assicura che il paese riprenderà l’invio dei tessuti, ma che l’organizzazione delle Nazioni Unite si darà da fare per assicurare a tutto il sud est asiatico un’equa disponibilità di vaccini e lo sviluppo di laboratori e di capacità produttive locali.
L’intera storia ci segnala quanto la conoscenza sia un fattore decisivo non solo di sviluppo, ma anche di salvezza. Ovviamente i virus sono un prodotto della natura e sono di tutti, ma le capacità di studiarli sono concentrate nei paesi ricchi i quali non solo possono difendersi meglio, ma anche, come nel caso dell’Aids, vendere a caro prezzo i farmaci alle popolazioni dove i virus hanno avuto origine. E se questi non hanno i soldi, vuol dire che quello non è un mercato interessante. Fuori mercato nessuna salute, è la regola micidiale delle Big Pharma.

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elezioni / Video e blog, con imbarazzo

Pubblicato da franco carlini su 22 Febbraio, 2007

Sarah Tobias
Le campagne elettorali si giocano anche su Second Life, il mondo virtuale popolato ormai da tre milioni di avatar, virtuali fantocci di persone reali. Ora al punto di incontro aperto da tempo da Ségolène Royal si è aggiunto di recente quello di John Edwards, il candidato alle primarie del partito democratico, in gara con Hillary Clinton e Barack Obama. In SL è infatti possibile recarsi ai quartieri generali di Edwards – dove si trovano cartelloni, informazioni, magliette e immagini del senatore della Carolina del Nord. Il tutto grazie a un simpatizzante, Jerimee Richir (avatar Jose Rote), che è stato intervistato dal sito Zdnet. «Anche se i membri di SL non hanno gli stessi numeri di MySpace – ha detto – dispongono di grandi capacità comunicative, e il loro desiderio di partecipare supera quello delle comunità alla MySpace».
Video: Tutti e tre i candidati democratici hanno lanciato video messaggi sui loro siti: parole dirette, toni sciolti. E da lì sono ovviamente dilagati per la rete, particolarmente su YouTube (per trovarli basta battere le parole «Barack», «Hillary» o «Edwards» nella maschera di ricerca di YouTube. In tal caso si trova anche il famoso video dove Hillary canticchia l’inno nazionale: «La sua pessima performance fa accapponare la pelle e produce una pletora di caustici commenti. Ma intanto nei primi due giorni il video in questione ha raccolto oltre 600 mila spettatori. Dunque non sempre tutto il video vien per nuocere», ha commentato una giornalista italiana, Carola Frediani, specializzata nel monitoraggio delle campagne Usa (su www.visionblog.it).
Sul fronte repubblicano il senatore dell’Arizona John McCain – tra i più accreditati nella corsa presidenziale – che si è dotato di un operatore video personale che filma tutta la campagna da dietro le quinte, è stato colpito pesantemente dal produttore liberal Robert Greenwald il quale ha recuperato vecchi filmati in cui le affermazioni del senatore su alcuni temi scottanti appaiono contraddittorie, per esempio sia a favore che contro i matrimoni tra persone dello stesso testo. I video prodotti dalla casa di produzione BraveNewFilms di Culver City sono stati disseminati su YouTube.
Suo malgrado, il repubblicano Matt Romney ha visto riemergere nella rete un filmato del 1994 in cui esprimeva posizioni assai più progressiste di quelle attuali. L’ex governatore del Massachusetts ha risposto sullo stesso terreno, diffondendo un video di giustificazione in cui sostanzialmente ammette di aver cambiato idea: «Sono diventato più saggio», dice, aggiungendo di non essere impacciato per il voltafaccia.
Questo risorgere di precedenti dichiarazioni e prese di posizione è un importante fattore di trasparenza, ma anche fonte di imbarazzo. Tutti temono il «macaca moment» che nell’autunno scorso colpì il senatore repubblicano George Allen in corsa per la riconferma nelle elezioni di medio termine: venne messo online un video online che lo riprendeva mentre dava del «macaca» a un oppositore. Sarà una coincidenza, ma Allen non è stato rieletto. Di recente sempre su YouTube un avversario repubblicano di Rudy Giuliani ha diffuso due clip in cui l’ex sindaco di New York (e potenziale candidato repubblicano) sbanda un po’ troppo a sinistra in merito a immigrazione e controllo delle armi da fuoco.
Blog: per parte sua il simpatico e solo apparentemente naif Barack Obama, il Kennedy nero, sul suo sito (www.barackobama.com) propone un vero e proprio social network; chi si iscrive può creare un suo profilo pubblico, mettersi in contatto con i sostenitori di Barack dei dintorni, partecipare agli eventi, raccogliere fondi e aprire un suo blog personale. Intanto il blog di Barack stesso è già un diario giorno per giorno della campagna, ricco di foto e con linguaggio fresco.
Anche John Edwards, candidato democratico, ha incontrato la sua prima grana internet. Aveva ingaggiato due blogger, Melissa McEwan e Amanda Marcotte, per stimolare l’attivismo di rete, ma la Lega cattolica americana ha ripescato alcuni vecchi scritti delle due donne, che criticavano aspramente le posizioni della Chiesa cattolica e dei conservatori. Edwards allora ha emesso una dichiarazione in cui le riprende per il loro linguaggio poco tollerante e le due donne si scusano dicendo che non volevano offendere il sentimento religioso di nessuno. Ma non è bastato e alla fine le due blogger hanno dato, «spontaneamente», le dimissioni a causa della violenta campagna scatenata contro di loro dalla destra cristiana.
Un sito appena nato, techPresident, si propone di seguire passo per passo le campagne digitali del 2008, con taglio e analisti indipendenti. Sostiene che queste elezioni saranno le prime in cui l’internet giocherò un ruolo centrale, non solo per come i candidati useranno la rete ma soprattutto per come i cittadini produrranno loro contenuti autonomi. Per l’intanto techPresident ha verificato che i candidati repubblicani sono stati più attivi nel comprare parole chiave sui motori di ricerca: 6 candidati su 17 hanno acquistato keywords su Google e simili e 4 di loro sono repubblicani (Romney, McCain, Giuliani, e Tancredo).

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I miei primi secondi giorni

Pubblicato da franco carlini su 22 Febbraio, 2007

La vita virtuale ai tempi di internet. Viaggio non immaginario alla scoperta di Second Life
Dentro SL Una giornalista impara a muoversi e a guadagnare Le istruzioni Lei gira, parla, saluta, si fa bella e incontra gente

Alessandra Carboni

Davvero divertente il nascere in Second Life. Perché non è la natura a decidere che sesso avrai: sei tu a scegliere se essere maschio o femmina, e comunque potrai cambiare sesso in qualsiasi momento della tua seconda esistenza. Io però non ho avuto dubbi: il mio fiocco doveva essere rosa, qualcosa mi diceva che in questo modo avrei avuto la vita un po’ più facile. Così, dopo aver registrato il mio nome all’anagrafe dei Linden Labs e aver deciso di appartenere al genere della «ragazza della porta accanto», ero pronta per nascere. E così è stato.
Lentamente, ho cominciato a prendere forma e tutto quello che mi circondava è diventato più nitido e definito: un prato, degli alberi, il cielo azzurro, un cartello di legno sul quale sono riuscita a leggere (so già leggere!) «Welcome to Orientation Island», un sentiero e poi quanti altri avatar! Tutti appena nati, ma già adulti come me e molti perfettamente identici tra loro. Mi sono accorta di essere anch’io una specie di clone, perché attorno a me c’erano almeno cinque mie sosia, e la cosa non mi ha fatto granché piacere, lo ammetto. Intanto, una volta superato il piccolo trauma dell’arrivo, ho provato a muovere i primi passi, riuscendoci subito senza grande difficoltà. E camminando ho potuto avvicinarmi agli altri, guardarli in viso e notare che sul volto di ognuno era dipinta la stessa espressione, a metà tra l’indifferenza e la perplessità. Preoccupante, ho pensato. Ma subito la mente è corsa a tutt’altro, perché qualcuno ha pronunciato il mio nome, attirando la mia attenzione. Mi sono allora resa conto che anch’io avevo il dono della parola e potevo comunicare con chiunque, facilmente. La prima cosa che ho detto è stato «hi!», ciao, e da quel momento in poi non ho più smesso di parlare.
«E ora che si fa?» ho chiesto a chi mi era accanto, e Bebe (appartenente al genere delle «ragazze da nightclub») ha proposto di fare un giro nei dintorni, per dare un’occhiata. Così, assieme a un gruppetto di coetanei, mi sono avventurata lungo il sentiero di Orientation Island, scoprendo una serie di cartelli che recitavano «click me»: ho così appreso che posso toccare e spostare gli oggetti (posso farlo anche da lontano! La cosa richiede un po’ di pratica, ma io imparo velocemente), modificare il mio aspetto fisico e gli abiti che indosso. Ho il potere di cambiare tutto, ogni minimo dettaglio, lasciandomi semplicemente guidare dalla fantasia (splendida scoperta della non omologazione). Quindi, emozionata, ho domandato «Scusate, qualcuno sa indicarmi dove posso trovare qualche abito di ricambio? Magari un vestitino», e la risposta è arrivata da un avatar completamente diverso da noi, sia nell’aspetto fisico che nell’abbigliamento. «Ciao, io sono un mentore, sono qui per aiutare voi newbies. In SL troverai tutti gli abiti che desideri e molto di più, cerca i freebies. Ma devi essere paziente, hai tante cose da imparare prima di lasciare questa regione lol. Se hai bisogno chiamami. Feel free to explore!», goditi l’esplorazione.
Mentre parlava l’ho passato ai raggi X (ho anche imparato a zoomare sugli oggetti e sulle persone, per guardare da vicino, se ne vale la pena), ma poi ho raccolto le idee e mi sono chiesta «Newbies? Freebies? Imparare? Uff! Lasciare questa regione per andare dove? Esplorare cosa?». E la scoperta più interessante è arrivata proprio a questo punto, stampata a chiare lettere sull’ultimo cartello alla fine del sentiero: flying. Volare? Posso volare?!
Mi libro in cielo e senza fatica volo al di sopra di tetti, alberi, montagne, fiumi e mare. Devo solo abituarmi a restare in quota, e imparare a centrare l’obiettivo una volta che ho deciso in che posto atterrare. «Questa cosa del volare mi piace, è pratica, veloce, divertente. E poi da quassù si gode uno spettacolo niente male… Guarda quanta geeeenteeee!». Questo ho pensato la prima volta che ho sollevato i piedi da terra.
Ma non è volando che mi sono allontanata dal luogo in cui sono nata: per andarmene ho usato il teletrasporto. Lo so che il mentore mi aveva suggerito di non avere fretta, e di restare lì nella terra dei newbies ancora un po’, per studiare e imparare. Però sono troppo curiosa e, chissà perché, ho pensato che le nozioni di base che avevo appreso sarebbero state sufficienti a cavarmela. E quando, ascoltando una conversazione tra alcuni coetanei, ho scoperto che tutti quanti abbiamo a disposizione una mappa per orientarci negli spostamenti, beh, a quel punto niente avrebbe potuto trattenermi ancora lì.
Così eccomi a scrutare la mappa per scoprire e visualizzare la forma del mondo che mi ospita. Terra e mare: un continente enorme sulla cui superficie si mescolano colori e forme, e una vasta distesa blu, punteggiata di isole. Quindi ho toccato un punto a caso su quella distesa di luoghi misteriosi: come per magia mi sono smaterializzata, e dopo una manciata di secondi di buio totale mi sono ritrovata in un luogo affollato, rumoroso. Una piazza, credo, e tutto attorno case, vetrine e residenti anziani, tanti. Un po’ di paura l’ho avuta, sì, perché sembravo essere la sola newbie in circolazione. Ho deciso di chiedere aiuto, ma tutti sembravano troppo impegnati nelle loro chiacchiere per ascoltare me che timidamente dicevo «Ciao! Scusateee…». In pratica era come se non esistessi.
Mi sono avvicinata a una vetrina, all’interno della quale una bellissima ragazza seminuda ballava sinuosamente, gli occhi brillanti, lo sguardo nel vuoto, i lunghi capelli biondi ondeggiavano a ogni suo piccolo movimento, la pelle quasi lucida come fosse stata coperta da un velo di sudore. L’ho chiamata: «Gore?». E lei mi ha risposto con un sorriso: «Hey! Come va?». Oltre che bella è anche gentile, Gore, parla volentieri e sa sempre darmi il consiglio giusto. È molto più grande di me, ha già un anno di vita, lei. Mi ha spiegato che stava lavorando lì per guadagnare i soldi con cui pagare le spese e comprarsi tutto ciò di cui ha bisogno, e mi ha detto che anch’io avrei potuto farlo, ma che per esser certa di avere successo avrei dovuto lavorare un po’ sul mio look e sul mio aspetto, acquistare abiti e scarpe nuove, degli accessori, magari anche cambiare pettinatura. Insomma: guardandola bene mi sono resa conto di essere proprio insignificante. Non era una questione di bellezza, ma di originalità. E io, in quell’apparenza di cartone, non dicevo proprio nulla. Forse era per questo che nessuno mi dava retta, lì ad Amsterdam.

Gore mi ha insegnato a frugare nel mio armadio-inventario, a scegliere le cose da indossare, mi ha anche regalato un paio di magliette, una gonnellina, scarpe con tacchi da brivido, un paio di ali bianche di piuma e una collanina argentata, luccicante: il mio portafortuna. Mi ha spiegato che ovunque, in questo Paese, posso trovare cose gratuite, di tutti i tipi: devo solo fare attenzione ai posti in cui è esposto il cartello freebies, quindi entrare e servirmi. Mi ha detto anche che ci sono molti posti in cui posso fermarmi a ballare in cambio di qualche spicciolo, o altri in cui sostare quando non so cosa fare, ma sempre in cambio di pochi Lindens (la moneta ufficiale, qui, è il Linden Dollar), e mi ha portato a vedere un money tree, l’albero dei soldi, i cui preziosi frutti possono essere raccolti solo da chi ha meno di 30 giorni di vita. Così ho guadagnato i miei primi 10 L$. Emozione.
Nel giorno del nostro primo incontro Gore mi ha raccontato tante cose della vita che mi aspetta, mi ha svelato molti segreti, ma – soprattutto – mi ha offerto la sua amicizia. Il suo nome è tuttora in cima alla mia (nutritissima) lista amici, e ogni tanto ci si incontra e si fanno due risate, oppure un po’ di shopping. Lei è sempre bellissima, ma anche io non sono male, adesso. Ma per crescere ho dovuto faticare un bel po’. È stato proprio quella sera ad Amsterdam che ho deciso che avrei trovato anche io un lavoro, per guadagnarmi da vivere e costruire la mia vita.
alessandra.carboni@totem.to

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second life, un alienante e costoso metaverso

Pubblicato da franco carlini su 22 Febbraio, 2007

www.second life, un alienante e costoso metaverso
Un mondo che esiste solo nel web. Ma che raccoglie più di 3 milioni di utenti registrati. E a volte ci si sta contemporaneamente anche in 30.000
Agostino Giustiniani


Second Life (www.secondlife.com) ruota attorno a una grande e furba intuizione. Se nei videogiochi c’è a monte una sceneggiatura ricca e raffinata e un’enorme quantità di lavoro tecnico, gli inventori di questo mondo virtuale, che esiste solo sul web, hanno «soltanto» creato una piattaforma software lasciando poi che siano gli utenti a popolarlo di personaggi e arricchirlo di installazioni e di altri software, da loro stessi realizzati. Per «entrare» basta collegarsi e scaricare gratuitamente un programma sul proprio computer con cui poi muoversi e agire in SL. Tecnicamente dunque è una classica configurazione client-server: al centro un computer gestisce le interazioni, le quali vengono svolte localmente, grazie al software scaricato.
Ogni nuovo entrante potrà scegliere le caratteristiche del suo alias (avatar) dal nome al sesso e all’abbigliamento, e decidere se investire subito una certa somma di denaro nella costruzione della sua vita virtuale oppure andare in giro a guadagnarseli. La moneta di questo mondo è il Linden Dollar (L$, dal nome dell’azienda, Linden) per ottenere i quali occorre versare dei dollari Usa. Le quotazioni variano di giorno in giorno, ma oscillano tra i 250 e i 300 L$ per un dollaro Usa. In questo modo gli ideatori si coprono le spese e guadagnano, senza bisogno di far pagare l’ingresso nel loro mondo e senza ricorrere alla pubblicità. Il successo di SL è stato travolgente e oggi raccoglie piùdi tre milioni di utenti registrati. In qualche momento circa 30 mila di loro sono collegati contemporaneamente. E’ stato un gran colpo mediatico, dato che tutti i principali giornali gli hanno dedicato grandissimo spazio ed elogi persino esagerati. Altrettanto rapida è stata la corsa di molte aziende ad aprire negozi e uffici in quel mondo di fantasia, giusto per poter dire «ci sono anch’io» e apparire così modernissime. C’è anche l’agenzia Reuters, così come il Ceo della Ibm, Sam Palmisano. La Bbc già l’anno scorso affittò un’isola per svolgervi un concerto per avatar, in contemporanea con quello in corso nella Real Life. E c’è stata anche una manifestazione di sinistra contro la presenza del razzista Le Pen.
Solo un gioco dunque? Sembra proprio di sì. Altre interazioni sociali di rete hanno effetti ben reali sul mondo reale, perché persone, anche se magari anonime, creano insieme delle idee e persino si auto-organizzano per temi. E anche nel leggendario romanzo Snow Crash (Neal Stephenson, anno 1992) i personaggi entravano e uscivano dai due mondi. Qui finora non è successo nulla del genere, se non l’illusione di una vita migliore, forse perché il mondo che c’è fa un po’ schifo. Eppure è troppo simile a quello vero, con affari e affaristi, e troppo finto per essere vero. Quello di Second Life non sembra un altro mondo possibile e nemmeno la sua visione utopica.

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La caverna dei sapori e dei saperi

Pubblicato da franco carlini su 15 Febbraio, 2007

editoriale
Franco Carlini
Il mese prossimo il governo norvegese comincerà a bucare la montagna nelle remote isole Svalbard, al circolo polare artico. Non è un insulto alla natura, ma un mezzo per proteggerla dato, che nel 2008, a lavori ultimati, la caverna, naturalmente refrigerata e protetta dalla radiazioni esterne, ospiterà la più grande banca di semi al mondo. Il progetto è realizzato insieme al Global Crop Diversity Trust, a sua volta appoggiato dalle Nazioni Unite. Banche dei semi ce ne sono molte per il mondo. Famosa quella di Aleppo in Siria, alla quale si è fatto ricorso per riportare le piante originali sulle colline dell’Afghanistan. Altrettanto nota è quella delle patate in Perù (è raccontata anche nel sito multilingue www.benettontalk.com). Il progetto norvegese vuol essere un ulteriore deposito di riserva, ben protetto da ogni disastro ambientale. Nel settembre scorso, per esempio, il tifone che ha colpito le Filippine ha sommerso di fango la locale banca dei semi. Cary Flower, il direttore del progetto, ne parla come di «un Fort Knox della vita». L’idea è buona e saggia e oltre a tutto non risulta nemmeno particolarmente costosa, solo 5 milioni di dollari; a regime richiederà un intervento umano minimo, salvo per la necessaria periodica sostituzione dei semi che non reggono il congelamento protratto, come nel caso dei piselli che perdono la loro capacità riproduttiva dopo 20 anni. Ma ovviamente conservare i semi non basta perché essi sono solo una faccia del problema, per così dire il materiale grezzo.
L’altra faccia essenziale è costituita dai saperi umani, tramandati per millenni, sovente in forma orale. E’ la sapienza contadina, il saper fare che permette di usarli al meglio, nei diversi ambienti. Senza di loro un immenso magazzino di piante potrebbe risultare illeggibile e inutilizzabile, così come lo sono certe banche dati, una volta che siano andati persi i linguaggi software per leggere le informazioni numeriche e la conoscenza del contesto in cui erano stati raccolte. Conservare queste conoscenze e se possibile svilupparle è compito ben più complicato, sociale e non tecnologico. Una volta che di una patata e del suo modo di coltivarla e cucinarla si sia persa memoria perché ormai tutti mangiano patatine Doritos, avere le piante originali serve a poco. E’ la conferma che la diversità biologica deve necessariamente accompagnarsi a quella linguistica e culturale.

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