cellulari. Al mercato delle forme
Pubblicato da franco carlini su 8 Febbraio, 2007
L’ultimo lusso, per chi creda che questa parola abbia ancora un senso spendibile, è il cellulare targato Prada, realizzato dalla casa coreana Lg. E’ nero, è sottile, tutto il corpo è occupato da un monitor touch screen, proprio come quello che la Apple intende lanciare a fine anno. Anche il Prada peraltro è in ritardo, chissà se sarà esibito alle regate di Coppa America, in aprile. In ogni caso costa tantissimo, pare 780 dollari. Certamente serve alla casa di moda italiana per dilatare il proprio brand, ma risponde anche al bisogno, per quanto fittizio, di una fascia di consumatori, quelli che, quando tirano fuori il cellulare di tasca, si aspettano di ricevere dei wow di ammirazione dagli astanti. Questo fenomeno nacque a sua tempo con il Rzr (rasoio) della Motorola, l’ultrapiatto a conchiglia che per una fase fece tendenza e permise alla casa americana di conquistare una bella quota di mercato. Si vendeva a 500 dollari, ora per poche decine. Ma in questo settore da consumi di status, non per niente del tutto analogo a quello della moda, ogni nuova linea di successo è inevitabilmente soggetta a imitazione repentina. Se alla casa di abbigliamento spagnola Zara basta un mese per mandare nelle vetrine dei modelli economici che citano quelli delle grandi firme, nei cellulari servirà almeno un anno per copiare creativamente, ma ci si riesce benissimo. Così la corsa alla piattezza assoluta provvisoriamente è stata vinta dalla coreana Samsung, e la Motorola si trova di nuovo in difficoltà. Affida il suo recupero a un altro oggetto di prossima uscita, chiamato Sclp (da «scalpello»), con il che la lista degli utensili va quasi a finire, dato che cacciavite e martello non sono fascinosi. In questo mercato dell’esibizione mobile le prestazioni contano fino a un certo punto, la cosa importante è la forma e la geometria dei solidi è inevitabilmente limitata. (s. t.)
Andre detto
La chiusura dell’articolo contiene un’imprecisione dovuta a un equivoco: in inglese, la parola scalpel non indica lo scalpello, bensì il bisturi. L’affinità con il Rzr risulta quindi ben più stretta.
Nell’equivoco inciampano anche molti traduttori professionisti: basta assistere a una qualsiasi delle serie tv con ambientazione ospedaliera per poter sentire, di tanto in tanto, un chirurgo richiedere uno scalpello alla ferrista in sala operatoria.