L’undicesima condizione «imprescindibile» imposta da Romano Prodi alla sua maggioranza dice: «Il portavoce del presidente, al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di portavoce dell’esecutivo». Affidando a Silvio Sircana la voce unica si vuole evitare il caos delle lingue di questi mesi, dove ognuno parlava per sé. Al fondo c’è la convinzione, che fu già di Berlusconi, di avere operato bene e comunicato male, sì che gli elettori non apprezzano perché non sanno; e non sanno perché il messaggio è arrivato distorto. Ma prendiamo un caso concreto, la fatal Vicenza: il ministro della Difesa disse che agli americani erano state proposte altre soluzioni, ma pochissimi giorni dopo non più Parisi, ma Prodi, da Bucarest, comunicava che è deciso, si fa e si fa lì. La comunicazione è stata netta, ma monca: cosa è successo tra la fase uno e la fase due? Questa perentorietà decisionista, che a Prodi piace molto esibire, ha generato disgusto in molti vicentini, è apparsa un abuso a una parte della maggioranza e ha innescato un processo di crisi; è stata anche uno degli elementi del voto negativo al Senato. E nelle crisi, insegnano in tutti i corsi di Relazioni Pubbliche, esistono strumenti precisi, tattiche e azioni da usare nella loro gestione. A che serve avere un uomo delle Pr al proprio fianco in ogni momento della giornata se poi non se ne ascoltano i consigli e non se ne usano le competenze? A scuola insegnano anche che il comunicare non è l’emissione di un messaggio dall’alto. Non è un «comunicare a», ma un «comunicare con», ovvero entrare in relazione con gli altri. Non è un problema di gentilezza, ma di efficacia: per ottenere un buon risultato occorre sapere a chi ci si rivolge e conoscerne problemi e linguaggi. Per farlo occorre dunque prima ascoltare e studiare i propri pubblici. La comunicazione non è un comunicato stampa all’Ansa, semmai è un processo che si rivolge a una molteplicità di interlocutori ed è parte essenziale della propria strategia. Nelle aziende come nei governi non vale più l’idea che si decide nel consigli di amministrazione e poi si chiama il Sircana di turno per farlo sapere al mondo nel migliore dei modi possibili. Magari si avrà coerenza, ma una coerenza debole, come si è visto.
Archivio per 1 marzo 2007
Il Sircana di turno
Pubblicato da franco carlini su 1 marzo, 2007
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All’ufficio ci pensa Google
Pubblicato da franco carlini su 1 marzo, 2007
Franco Carlini
E’ stato descritto come l’ultimo assalto di Google contro Microsoft, ovvero le prestazioni di rete (Google è il più diffuso motore di ricerca dell’internet) contro l’informatica tradizionale, basata su potenti personal computer, dotati di software avanzati e proprietari. Come al solito le cose sono un po’ più mobili e sfumate.
I fatti: l’azienda californiana offrirà alle aziende piccole, medie e grandi, un suo insieme di servizi, chiamato Google Apps Premier Edition. E’ fatto di posta elettronica, calendario, gestione di pagine web, elaboratore di testi, tabelle elettroniche. Questi servizi esistono da tempo in forma gratuita, con pubblicità, sia per i singoli che per le aziende, ma ora vengono proposti a pagamento (50 dollari all’anno per ogni utente) in forma più robusta e coerente. L’idea è semplice: un’azienda non deve più acquistare da Microsoft la suite di programmi chiamata Office e non deve nemmeno dotarsi di un server centrale per gestire il lavoro comune; invece, collegandosi alla rete, potrà usufruire di tutte queste prestazioni, non avendo bisogno di installazioni, né di propri tecnici di assistenza. Ci pensa Google.
La proposta è allettante e va nella direzione di cui si parla da decenni: web services, software remoto, dove il Pc dimagrisce di prestazioni perché tutto ciò di cui ha bisogno è un bocchettone all’internet e un programma di navigazione (browser). Si paga a consumo o in abbonamento. Questo futuro sembracerto, ma oggi, nella situazione attuale quali i vantaggi delle due soluzioni, Google Apps e Office Microsoft?
Vantaggi
(1) Il più vistoso è il costo: 50 dollari l’anno contro i 500 una tantum della licenza di Office (ma spesso Microsoft offre prezzi ben più scontati). Si risparmia anche nella manutenzione e aggiornamento, che è in carico a Google, laggiù sui suoi computer, con i suoi tecnici.
(2) Condivisione: nel modo tradizionale di lavorare in ufficio, uno scrive un documento e poi lo manda per posta elettronica ai colleghi per correggerlo; si genera un gran traffico di mail e spesso una grande confusione tra le diverse stesure. In questa soluzione invece tutti i materiali sono pensati come condivisibili e accessibili da ogni luogo.
(3) Accesso permanente, 24 ore su 24, 7 giorni su sette, da ogni posto dove ci sia la rete.
(4) Standardizzazione: oggi le aziende devono continuamente aggiornare ogni singolo computer, con le nuove versioni dei software. Anche così gli utenti caricano programmi loro, magari incompatibili. Con Google Apps l’ambiente di lavoro è unico per tutti.
Svantaggi
(1) Sicurezza: Google giura e garantisce, ma molte aziende, quantomeno in attesa della prova dei fatti, preferiranno giustamente avere sotto mano, sui propri server, sia le informazioni critiche che i programmi applicativi.
(2) Riservatezza: Anche in questo caso Google garantisce, ma anche soltanto per la posta elettronica a molti non piace che la propria vita epistolare sia conservata in mano altrui. C’è anche un impatto con le normative nazionali che per esempio in Italia impongono una serie di norme assai rigorose per la conservazione dei dati.
(3) Completezza: i prodotti da ufficio di Google sono più che sufficienti per molte attività normali, ma certamente sono meno ricchi di prestazioni di Word ed Excel, i due software di punta di Microsoft; nella versione più recente, Office 2007, questi e i loro confratelli sono stati ulteriormente migliorati e in qualche caso persino semplificati. Al pacchetto Google manca ancora, per ora, un programma analogo a PowerPoint, quello con cui si preparano le presentazioni a diapositive.
(4) Se non c’è la rete non si può operare: la comodità di avere programmi e file sul portatile e usarli anche in campagna, va perduta, almeno in attesa della banda larga ovunque e senza fili.
Va detto che Microsoft, per parte sua, è ben consapevole della tendenza emergente. Poiché non può e non vuole abbandonare il suo Office – che genera ogni anno la gran parte del fatturato – sta proponendo soluzioni ibride, dove alcune prestazioni condivise sono in rete, e altre continuano a risiedere sul Pc. In particolare ha un suo ottimo software, chiamato SharePoint, per le prestazioni condivise, appunto. La settimana scorsa il Ceo di Microsoft, Steve Ballmer, in un incontro con gli analisti, ha detto esplicitamente che la sua società sta già sperimentando con alcuni grandi clienti nuovi servizi web integrati (tecnicamente mettendo insieme il server Exchange, SharePoint e Office). I destinatari sono le corporations come banche, enti governativi, grandi imprese, che difficilmente vorranno affidarsi al web di Google per le loro attività più critiche. Si delinea verosimilmente un’erosione dal basso di parte del mercato di Microsoft, cui la casa di Bill Gates cercherà di sfuggire spostandosi verso il mercato dei grandi clienti.
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Il cetriolo italiano
Pubblicato da franco carlini su 1 marzo, 2007
«Mi vergogno di avere quel portale sul mio browser». Questa la reazione inorridita di un amico alla comparsa sul monitor di Italia.it, il sito per il turismo italiano autoloeogiato dal ministro Rutelli. In pochi giorni si è registrata un’incredibile unanimità di dissensi nella rete italiana: vanno dall’indignazione per la somma stanziata, alla tecnologia, alla struttura e agli errori. Soprattutto al logo, da qualcuno felicemente definito un cetriolo in erezione. Le somme stanziate sono 21 milioni per l’inserimento di contenuti da parte delle regioni; 4 milioni per l’aggregazioni delle informazioni centralizzate; 7,8 milioni a Ibm per la piattaforma tecnologica; i restanti 12,2 per completarlo. In totale 45 milioni di euro. Ma c’è un problema più a monte: è giusto e possibile, per un paese vasto e ricco come l’Italia, progettare un sito unificato del turismo? Quando venne immaginato, ed erano almeno cinque anni fa, sembra che nessuno si sia posto quella domanda, dando per scontato che essendoci l’internet globale e avendo l’Italia una carenza di narrazione di se stessa verso l’esterno, un portalone fosse la strada da battere. La risposta è no: non è sensato né possibile fare un sito unico perché l’offerta culturale, civile, artistica, enogastronomica, paesaggistica del nostro Paese è per fortuna così tanta e differenziata che nessuna guida del turista potrà mai soddisfarla, né sulla carta né sul web. Non è sensato nemmeno dal punto di vista dell’internet, dove i contenuti di valore sono prodotti solo nella «catena corta», cioè dalle comunità, a partire dai luoghi e dai protagonisti.
È la stessa discussione che vive anche tra gli archivisti: seguire la tradizione settecentesca di un unico e centralizzato archivio nazionale oppure accettare e favorire il decentramento delle risorse, all’interno di una cornice di riferimento e di standard comuni? La strada più giusta è la seconda.
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Thuram al museo
Pubblicato da franco carlini su 1 marzo, 2007
Il cranio del calciatore francese Liliam Thuram dal 21 febbraio scorso è esposto al Museo dell’Uomo di Parigi a fianco di un uomo di Cros-Magnon e del filosofo René Descartes. Quello della stella del calcio, ovviamente, è solo una plastica riproduzione, costruita nel gennaio scorso grazie a uno scanner a risonanza magnetica. Il tutto all’interno di una mostra intitolata «La Saga dell’Uomo: Episodio 1». Thuram, che attualmente gioca nella squadra del Barcellona, è stato scelto come simbolo dell’umanità intera: nato a Pointe-à-Pitre nella Guadeloupe, arrivato in Francia a nove anni, è noto per le sue campagne per i diritti sociali e contro il razzismo. Per Thuram l’iniziativa «mostra che siamo tutti della stessa famiglia».
Questa scelta è anche un po’ autocritica. Per lunghi anni infatti il museo francese continuò a mettere in mostra lo scheletro, i genitali e il cervello di Saartjie Baartman, una donna sud africana, di etnia Khoisan, che era stata letteralmente esibita, da viva, in Inghilterra, nei primi anni dell’ottocento. Veniva chiamata la Venere Ottentotta e molte stampe dell’epoca rappresentano la sua triste vicenda. Morì a Parigi nel 1815 ma i suoi resti vennero infine sepolti con dignità in Sud Africa solo nel 2002, grazie alle ripetute e insistite richieste fatte da Nelson Mandela a partire dal 1994. Per prendere l’ovvia e giusta decisione si dovette riunire persino il parlamento francese.
Secondo Nathan Schlanger dell’Inrap di Parigi (Institut Nationale des Recherches Archéologiques Préventive) «Saartjie si trovò in un contesto razzista e coloniale, (venendo trattata) come un oggetto passivo di esibizione … Thuram è un uomo francese moderno, cui capita di essere nero e che si afferma come eguale».
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Le mappe del mondo ingiusto
Pubblicato da franco carlini su 1 marzo, 2007
Che il mondo non fosse equo e che esistessero tante diseguaglianze ce ne eravamo accorti già da tempo. Ma che si potesse dare la misura di questi disequilibri rendendoli visibili su mappe geografiche sorprende. E istruisce.
Il progetto Worldmapper, che nasce da una collaborazione fra i ricercatori del Social and Spatial Inequalities Research Group della University of Sheffield, in Inghilterra, e Mark Newmann, del Center for the Study of Complex System della University of Michigan si propone proprio questo obiettivo: restituire un’immagine più realistica del pianeta, creando una mappa del mondo che dimostri le differenze esistenti tra i paesi. Sul sito www.worldmapper.org troviamo dunque una serie di cartogrammi, realizzati grazie ad un algoritmo sviluppato da Newmann, che mettono in evidenza gli aspetti economici, culturali e sociali di ogni zona del mondo A ogni Stato viene assegnato un valore percentuale rispetto a determinati parametri e, a seconda di questo valore, i paesi si distorcono, ingrandendosi o rimpicciolendosi. A volte scompaiono. Immagini che parlano più di mille parole. Qualche esempio. Se si guarda il pianeta in base alla longevità degli abitanti, salta agli occhi un Italia molto più «grassa» dell’Africa, terribilmente magra. In Italia infatti quasi una persona su 5 ha compiuto 65 anni, mentre negli Emirati arabi o nel Kuwait, solo un abitante ogni cento è over 65. Se si considera come parametro invece la spesa sanitaria investita per la salute dei cittadini, l’Africa sparisce mentre il Sudamerica e l’Asia si riducono notevolmente.
Danny Dorling, docente di geografia umana alla University of Sheffield, sull’ultimo numero della rivista open access Plos Medicine, sottolinea tutta l’importanza del progetto Worldmapper. «Il mondo non è come lo conosciamo» dice Dorling. «La carta geografica disegnata da Gerhard Mercator nel 1569 ci ha permesso di conoscere la terra come era allora. Quel mondo fisico esiste, ma si regge su equilibri o disequilibri che quella cartina non indica. Stiamo imparando che un mondo non equo è, con molta più probabilità, un mondo meno sano».
Patrizia Cortellessa
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Blogger nichilisti e autoreferenziali
Pubblicato da franco carlini su 1 marzo, 2007
Nicola Bruno
Da anni porta avanti un progetto di critica della Rete «impegnata e informata, utopica e negativa», prendendo posizione contro l’immagine di Internet veicolata da «consulenti venditori di fumo» e «giornalisti cinici e populisti». Dopo aver analizzato le prime comunità nate attorno alle liste di discussione, Geert Lovink torna con un nuovo libro (Zero Comments, in uscita a giugno negli Usa) in cui traccia i contorni di una teoria generale dei blog e dei network sociali. Andando al di là di ogni retorica, lo studioso olandese parla dell’emergere di una cultura narcisista, decadente e nichilista, destinata a sgretolare un’industria dell’informazione e dell’intrattenimento ormai al capolinea.
Innanzitutto, puoi spiegarci perchè consideri il blogging una pratica nichilista? Ti riferisci all’attuale contesto storico (post-modernità nei paesi occidentali) o a uno specifico sviluppo del software sociale?
Il blogging è la forma contemporanea di auto-pubblicazione. L’aspetto nichilista emerge quando confrontiamo questo tipo di comunicazione con quello dei media mainstream che ancora rivendicano di rappresentare il loro pubblico. I blogger non rappresentano altro che sé stessi. E in questo senso livellano, azzerano le strutture centralizzate di senso. Le autorità, dal Papa ai partiti alla stampa, non influenzano più la nostra visione del mondo. Sempre più persone si allontanano dai ‘vecchi media’ quando sono alla ricerca di senso, informazione, intrattenimento. Niente di scioccante, se non per i giornalisti dell’industria broadcast che restano turbati da questa ovvietà come se fosse un tentativo di delegittimarli.
A proposito delle relazioni con i media mainstream, affermi che i blog non influiscono sulla notiziabilità (gatekeeping), ma sono solo uno strumento di monitoraggio (gatewatching). Non ti sembra però che le cose stanno cambiando con il bookmarking sociale e il giornalismo dal basso?
I servizi di cui parli non generano un traffico elevato, né tantomeno hanno un forte impatto. Il social bookmarking e i siti di informazione alternativi sono marginali in confronto ai circa 100 milioni di blogger sparsi per il mondo e alle decine di milioni di utenti di Flickr, MySpace, YouTube. E’ risaputo, ad esempio, che solo una minoranza di iscritti a Digg è responsabile della maggior parte dei post. Una tendenza simile a quella della ‘blog elite’ che si linka vicendevolmente per ottenere traffico e attenzione da parte dei media. Non bisogna pensare a questo ambiente come se fosse esente dalla manipolazione: la decentralizzazione non comporta necessariamente democrazia o un orientamento progressista. La cultura blog negli Usa è soprattutto maschile, bianca, conservatrice.
In tutto ciò è interessante posizionare Indymedia. Il progetto aveva funzionalità interessanti già nel 2000. Sfortunamente, però, ha puntato a diventare un’agenzia stampa, un portale web, come se non potesse affrontare il suo più vasto aspetto comunitario. Indymedia avrebbe ottenuto più successo lasciando perdere la linea Chomsky-WSF, l’approccio politically-correct verso le Ong, e si fosse lasciata coinvolgere dalla ricca varietà delle sue prime tribù. E’ davvero un peccato che ora dipendiamo da Rupert Murdoch e Google. E non disponiamo di un network sociale del tutto open source e no-profit.
Nel tuo ultimo saggio “Blogging, the nihilist impulse” scrivi che i blogger non sono stati capaci fino ad ora di trovare un’alternativa all’ideologia mainstream. Credi che il modello ‘top-down’ sia destinato a durare a lungo?
I blog non hanno messo radici nel movimento sociale progressista. Sono critici verso i mass-media americani, ma la tendenza generale è piuttosto conservatrice-liberale. Ad ogni modo va riconosciuto loro il merito di aver aperto il panorama dei media in un modo che a Internet non era ancora riuscito. Fino a questo momento i media top-down non sono stati in pericolo reale, ma ora i giornali cominciano a rischiare di perdere entrate pubblicitarie. Certo, avremo la Tv e i film di Hollywood ancora per molto tempo a venire. Ma può anche darsi che i blog non siano il mezzo ideale per dare una visibilità di massa ai ‘nuovi media’.
Come in ogni comunità, anche nella blogosfera c’è molta autoreferenzialità. Tu fai l’esempio del blogroll, uno strumento progettato per esprimere solo accordo. Come si può superare questo problema e favorire una maggiore diversità? Sviluppando migliori architetture partecipative?
Non sarebbe una cattiva idea tralasciare per un momento i discorsi sulle comunità e, per dirla con Max Weber, muoverci dalla Gemeinschaft (comunità) alla Gesellschaft (società). Per fare ciò bisogna passare attraverso il software. Le architetture hanno ripercussioni su altre strutture discorsive e sulle relazioni sociali: per questo non dovremmo lasciare il software solo nelle mani dei geek, ma diffondere le competenze tecnologiche tra altri gruppi della società. Ciò di cui abbiamo bisogno sono programmatori agonistici, se posso fare un riferimento a Chantal Mouffe (autrice di The Democratic Paradox, ndr). Dobbiamo poi comprendere meglio l’importanza degli early-adopter. I milioni di utenti che vengono dopo non hanno la possibilità di cambiare la cultura dei blog o l’estetica di Second Life. E’ davvero un problema non poter linkare ai propri avversari o a chi non ci piace. Il risultato di tutto ciò è un comportamento collettivo conformista e banale. Certo, si tratta di un fenomeno naturale, ma il problema è che Internet è qui per restare. E’ per questo che non possiamo abbassare lo sguardo sul software come se fosse un dettaglio. Il software struttura la società del futuro.
Tu stigmatizzi molto anche un’altra ossessione dei blogger: quella per le statistiche, i numeri…
Perchè coltivare atteggiamenti narcisistici e ossessivi del sé? «Io ho più link in entrata dei tuoi». Lasciate perdere, c’è già abbastanza allungamento del pene in rete. Il vero potenziale di Internet è la Coda Lunga come l’ha ben descritta Chris Anderson. E’ una questione cruciale per i freelance, i musicisti, ma anche gli attivisti e i movimenti. Internet ha bisogno di modelli economici sostenibili, andando al di là del dogma che bisogna cedere tutto gratis. Serve un modello non basato sui dati di traffico ma su micro-pagamenti peer-to-peer: moneta vera, non le briciole di Google.
—— BOX
Geert Lovink è un teorico olandese dei media e attivista della rete. Opera attualmente all’Institute of Network Cultures (www.networkcultures.org) di Amsterdam. La sua biografia completa e ricchissima si può leggere all’indirizzo http://laudanum.net/geert/biography.shtml. In questa intervista ragiona sulla cultura dei blog, i media tradizionali e le loro interazioni. Una versione ampia del suo punto di vista si trova nel saggio «Blogging, the nihilist impulse», (http://www.eurozine.com/articles/2007-01-02-lovink-en.html). La tesi centrale è che la blogosfera smantella i media tradizionali. Il nichilismo va inteso nel senso usato anche dal filosofo italiano Gianni Vattino ebbe a scrivere: !non già l’assenza di significato, ma il riconoscimento di una pluralità di significati, non la fine della civiltà ,a l’inizio di nuovi paradigmi sociali, e i blog sono tra questi».
——– END BOX
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Sgambetti, diffamazioni e bugie
Pubblicato da franco carlini su 1 marzo, 2007
Carola Frediani
Erick Erickson – autore di Redstate.com, luogo di riferimento per i conservatori americani più duri e puri, conosce bene il pubblico del suo blog; per questo, quando ci ha trovato un messaggio che elogiava il senatore John McCain si è insospettito. E dopo una serie di ricerche online ha individuato nell’anonimo commentatore un consulente Pr del comitato politico dello stesso McCain. «Questo accadrà sempre più spesso, e i blog devono vigilare» ha ammonito Erickson. Del resto c’era da aspettarselo. Nel momento in cui la campagna presidenziale americana ha cominciato ad allargarsi anche all’internet - online una bruciante partenza con i primi video-messaggi dei candidati diffusi su YouTube – anche le vecchie tattiche della politica vanno mutando. Così mentre la rete e alcuni media hanno celebrato l’emergere di una «campagna YouTube», lasciando credere che nelle presidenziali 2008 lo spiegamento di utenti internet possa fare la differenza, la realtà è che la vecchia politica è ancora abbastanza potente da invischiare nelle sue modalità i generosi guizzi del cosiddetto web 2.0.
Paradossalmente è proprio la crescente influenza dei blog e dei siti politici, insieme alla relativa facilità con cui pubblicare informazioni anonime, a renderli un target allettante per attacchi e operazioni di propaganda. Perché, come spiega al Boston Globe Tom Rosenstiel – direttore del ![]()
«Project for Excellence in Journalism» – i comunicatori pensano che i blog siano in grado di influenzare la stampa tradizionale e di incidere addirittura sull’agenda politica della corsa alle presidenziali. Ma «alla fine della campagna 2008 sarà la blogosfera a uscirne danneggiata».
Un monito sui rischi corsi dal mondo internet nell’intrecciare le proprie sorti con quelle dei candidati alle prossime elezioni americane è già venuto dalla vicenda di Melissa McEwan e Amanda Marcotte. Le due blogger femministe erano state ingaggiate dal democratico John Edwards, ma si sono trovate al centro di una furente campagna mediatica (capitanata dalla Lega cattolica e dai media conservatori come Fox News) a causa di alcuni loro vecchi e irriverenti articoli. Di fatto, sono state costrette alle dimissioni.
«Non è un buon segno per i blogger e per la conversazione online – ha commentato l’esperto di nuovi media Jeff Jarvis – Ora ogni autore web assunto in una campagna politica vedrà i suoi scritti precedenti scandagliati dagli avversari per trovarvi qualsiasi cosa che possa costituire un’offesa per qualcuno». Allo stesso modo, sebbene alcuni candidati – tra tutti Hillary Clinton – abbiano detto a più riprese di voler aprire una conversazione con gli utenti, gran parte della loro presenza web si basa ancora sul modello antico. Spera di propagarsi come le onde di un sasso in uno stagno, anziché incontrare altre onde e reciprocamente interferire. Che sia un blog, un sito di social networking, un podcast, un video, la comunicazione dei vari Edwards, Clinton, Obama, Romney è unidirezionale e ben poco spontanea.
La vera conversazione è semmai quella che si sviluppa tra gli utenti internet, attraverso i loro contenuti diffusi sul web. Ed è qui che le strade dei media tradizionali e dell’internet si divaricano. Prendiamo Barack Obama, la promessa afro-americana che punta a scalzare la favorita Hillary Clinton nella nomination democratica. I grandi network (da Fox a Cnn) si sono perversamente accaniti contro il suo nome esotico, Barack Hussein Obama, doppiamente colpevole di ricordare sia Saddam che Osama bin Laden. Con tanto di allucinate interviste all’uomo della strada del genere: «Ritiene Barack Obama ancora un pericolo per gli Stati Uniti?», e risolini quando lo sprovveduto di turno rispondeva di sì.
A questa dis-informazione hanno risposto su YouTube molti utenti, che producendo video e commenti a difesa del Kennedy nero. Del resto, basta un breve giro su quel sito per verificare che Obama è il candidato più seguito e apprezzato dal popolo del web. Lo stesso vale per il sito di social networking MySpace, dove risulta come il concorrente alle presidenziali dotato della rete amicale più ampia (50 mila sostenitori contro i 25 mila di Hillary, che è seconda).
Tutto ciò significa che Obama avrà la meglio alle urne? Ovviamente no, e l’esperienza dell’internettaro Howard Dean, uscito sconfitto dalla nomination del 2004, dovrebbe indurre cautela. Per ora il binomio internet-politica, più che i risultati elettorali, sta cambiando il giornalismo. «La migrazione della politica e del giornalismo politico sul web non è del tutto nuova, ma si sta muovendo rapidamente. E ci stiamo muovendo anche noi» annunciava qualche giorno fa un memo interno del New York Times in previsione di una riorganizzazione della redazione.
Di sicuro, con tutti questi movimenti non mancheranno gli scontri.
freddy@totem.to
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