F. C.
Si delinea l’effetto Wal Mart nella telefonia cellulare: noi tutti consumatori siamo molto contenti che sia stata abolita l’offensiva ricarica a costo fisso e vivi applausi ha ricevuto ieri la proposta dell’antitrust di togliere anche lo scatto alla risposta. Ogni consumo di massa che costa di meno non può che essere gradito. Ma a quale prezzo? A Wal Mart lo fanno attraverso un outsourcing spinto e lavoratori sotto salariati. Poiché l’unica voce fissa per le imprese sono i margini di guadagno, esse operano, anche demagogicamente, nell’abbattere i prezzi tagliando i costi, essenzialmente quelli della forza lavoro.
Una tendenza del genere già emerge nella questione telefonica e se ne vedranno gli effetti nei prossimi mesi. Qualche sindacato peraltro ha lanciato l’allarme e la Wind dell’egiziano Sawiris, che puntava su un’offerta commerciale più economica degli altri, lascia intendere che le ricariche gratis le pagheranno i lavoratori dei call center – che peraltro già bene non stavano. Semmai il contrario.
La contraddizione è nelle cose, oltre che nelle volontà dei singoli attori: c’era una volta, dieci anni fa, un mercato quasi di lusso, dove ogni operatore telefonico poteva fare prezzi, anche alti, perché quello non era un servizio universale da garantire a tutti a costi ragionevoli. Con benefici anche per lo stato perché là dove ci sono margini, lì corrono le tasse: tassati gli abbonati, impossibile detrarre i costi per l’uso professionale del telefonino. Tutte voci che Bersani non tocca, perché Tommaso Padoa Schioppa lo sgriderebbe. Ovviamente è più semplice decurtare per decreto il fatturato delle imprese. Ma così facendo, mentre si fanno contente le più demagogiche tra le associazioni dei consumatori, si passa la patata bollente al collega Cesare Damiano, al ministero del lavoro. Il mito del low cost prima nelle linee aeree, ora nei cellulari e prossimamente nelle auto Fiat, è allettante, ma ne vanno lette tutte le facce perché la coperta è evidentemente corta e i piedi al freddo rischiano di essere quelli dei più deboli. Non quelli di Marchionne, né quelli dei proprietari inglesi di Vodafone, egiziani di Wind o cinesi della 3. E nemmeno di Tronchetti Provera.
Archivio per 8 Marzo 2007
Effetto Wal-Mart nei cellulari
Pubblicato da franco carlini su 8 Marzo, 2007
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Grissini, ricariche e benzina
Pubblicato da franco carlini su 8 Marzo, 2007
Il decreto Bersani è una (doverosa) «regolamentazione», non una «liberalizzazione»
Una scelta «furba» di marketing – dividere i costi delle telefonate dai costi commerciali della ricarica – si è rivelata a lungo andare un errore di marketing. Per i gestori è l’ora di dare l’addio al ricordo dei profitti d’oro
Franco Carlini
Costi di ricarica telefonica. Quella finalmente attiva e voluta dal ministro Bersani, è stata impropriamente chiamata «liberalizzazione», anche se si tratta più esattamente di una «regolamentazione». Se libero mercato fosse, ogni operatore dovrebbe essere libero di segmentare a suo piacimento la sua offerta e il «consumatore informato» scegliere quella per lui più conveniente. Ma il libero mercato, come noto, esiste solo nei manuali universitari, mentre il mercato reale, nei telefoni come in altri servizi o beni, ha sempre bisogno di un quadro di norme. Quelle decise dal governo vanno nella direzione della trasparenza; e lo stesso vale per i servizi bancari e assicurativi, imponendo oneri alle aziende per tutelare i cittadini consumatori. Se non altro perché, come i premi Nobel dell’economia ci hanno insegnato, nel mercato ci sono sempre delle asimmetrie informative tra il venditore, pienamente consapevole dei costi e del valore di ciò che offre, e il compratore, che, anche quando scrupoloso, non sempre è messo in grado di conoscere il valore di ciò che acquista.
Nel caso delle ricariche delle schede di telefonia cellulare, gli operatori italiani avevano tutti adottato una tecnica di marketing che consiste nello spezzare l’offerta in una parte destinata a coprire la gestione logistica della ricarica e in un’altra legata al consumo. Certamente avrebbero potuto fin dall’inizio non far pagare la ricarica, semplicemente spalmando quella voce sulle singole telefonate. Far pagare le ricariche a parte voleva segnalare ai consumatori che l’operazione di metterle a disposizione dai giornalai o negli sportelli Bancomat comportava dei costi che non dipendevano da loro aziende, mentre l’offerta «vera» e competitiva di Tim, Vodafone, Wind e 3, era l’altra fetta, affidata ai piani telefonici. Poteva essere un criterio sensato, se non fosse che il prezzo delle ricariche si discostava troppo dai costi reali per gestirle e quel sovrappiù diventava invece una voce di guadagno nascosta. Alla lunga il marketing furbo si è rivelato un errore di marketing, a fronte di una platea di clienti smaliziata e combattiva.
Il sistema del costo fisso di ricarica è del tutto analogo alla voce «coperto» dei ristoranti: il costo totale di una cena viene scorporato in una parte fissa, destinata a pagare il cestino di pane e il lavaggio dei tovaglioli, e in una variabile, che dipende dai piatti e dai vini scelti. L’anno scorso una decisione dell’assessore al commercio della regione Lazio, ha deciso di abolirli del tutto. Di solito si tratta di somme che vanno da 1,5 euro in su. Oggi, peraltro, molti ristoranti non solo non hanno più quella voce, ma addirittura offrono spumantino e appetizer «gratuitamente» e in coda aggiungono, senza sovrapprezzo, la piccola pasticceria, il superalcolico digestivo e persino della dolciastra Sambuca, per chi la ami. Anche in questo caso il trucco di marketing serviva a far apparire meno costosi i singoli piatti, ma, a ben vedere, per il portafoglio del cliente la presenza o l’assenza del coperto non cambia poi molto: semplicemente il pane e le tovaglie vengono distribuiti sul costo dei singoli piatti, non diversamente dalle altre spese generali come affitto, luce, personale.
Nel mercato della ristorazione, così come in quello della telefonia mobile, l’importante è almeno che il cliente possa sapere in anticipo e con assoluta chiarezza cosa spenderà. Ma se per i ristoranti è più facile, molto meno lo è per i telefoni, perché nessuno sa a priori quanto telefonerà e a chi, mentre i piani telefonici offerti dai gestori sono in continuo cambiamento e vengono costruiti pensando a un pubblico segmentato per diversi profili di clienti: chi telefona solo a un gruppo ristretto di persone, chi telefona per lavoro, magari a tanti numeri fissi, chi fa soprattutto Sms eccetera. La pubblicazione di chiare tabelle sui siti e nei depliant, richiesta dall’Autorità delle comunicazioni, sarà un passo in avanti, ma non necessariamente si tradurrà in risparmio, sarà bene esserne consapevoli, perché nei conti degli operatori telefonici la variabile indipendente, da cui tutte le altre discendono, è il margine di profitto. Essi sono ormai rassegnati a non godere più delle alte percentuali di una volta, non certo a ridurli troppo. Gli utenti, per parte loro, continueranno a versare alle casse dello stato 5,16 euro di concessione governativa, se hanno un piano in abbonamento anziché una carta ricaricabile. E’ una somma estorta in cambio di nessun servizio, pura tassazione. Che ovviamente Bersani non si sogna di toccare, così come, mentre flebilmente protesta con i petrolieri, incassa Iva in più per ogni aumento della benzina.
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Anche in Italia i prestiti di Zopa
Pubblicato da franco carlini su 8 Marzo, 2007
Su queste pagine se ne è parlato il 6 luglio scorso: per ricevere dei soldi in prestito di solito si ricorre alle banche, ma l’internet offre ormai delle alternative. Una di questa è l’inglese Zopa (www.zopa.com) che, come ha raccontato la settimana scorsa l’espresso, aprirà sportelli virtuali anche in Italia, per iniziativa di Pietro Sella, lontano cugino degli omonimi banchieri biellesi,. Attraverso il sito web si potranno mettere dei soldi a disposizione perché vengano dati in prestito, oppure chiederne. Con criteri di rating e affidabilità, Zopa raccoglie sia i soldi che le domande, distribuisce le somme investite tra una cinquantina «richiedenti», di modo che il rischio sia suddiviso, e infine remunera se stesso e chi presta i soldi. Il sistema in realtà è abbastanza simile a quello delle banche, che anch’esse raccolgono i soldi dei risparmiatori e li investono, per esempio prestandoli a certi tassi di interesse. La differenza è che Zopa non eroga in proprio, ma si limita a fare incontrare domanda e offerta di credito. E poi con Zopa è l’investitore che indica esplicitamente che vuole investire i suoi soldi nelle attività di credito e le somme in gioco sono tutto sommato limitate, attorno ai 50-100 mila euro massimi. Il tutto in attesa di autorizzazione della Banca d’Italia.
Più sociale, diretto e disintermediato è l’americano Prosper (www.prosper.com). Qui il richiedente si presenta con nome, cognome, foto e storia personale, spiegando quanto chiede – di solito somme non eccessive, dell’ordine delle migliaia di dollari – e a che cosa gli servono, magari per comprare i libri di scuola. Sul sito allora si apre una specie di asta: i prestatori di denaro segnalano ognuno quanto sono disposti a prestargli e a quale tasso di interesse e la raccolta va avanti, anche per piccole somme come 50 o 100 dollari, fino a coprire la richiesta.
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I suoni del film muto
Pubblicato da franco carlini su 8 Marzo, 2007
Andate sul sito web YouTube.com e nella maschera di ricerca inserite le due parole «Nosferatu rescore», vi verrà proposto un elenco di alcuni brevi filmati dove le immagini sono quelle del film originale del 1922 del regista tedesco di scuola espressionista Friedrich Wilhelm Murnau che per nostra fortuna è opera libera dai diritti d’autore, essendo egli morto nel 1931. Lo stesso Murnau, invece, si scontrò con i diritti di proprietà intellettuale dato che voleva fare un film basato sul romanzo di Bram Stoker, Dracula, ma la produzione non riuscì ad ottenere l’autorizzazione. Si limitò dunque ad ispirarsi al conte della Transilvania, sì che il conte Dracula divenne il conte Orlock. Ovviamente era un film muto, magari allora accompagnato nei teatri di visione da un’orchestra. Su YouTube, invece, la colonna sonora c’è, è arbitraria, ma spesso molto adatta a quelle immagini che vennero pensate mute. Succede a Nosferatu, ma anche, per esempio, a diversi clips di Buster Keaton, John Lloyd o Charlie Chaplin. In questo caso è una giovane americana, Jessica Schreiber, ad aver eliminato le musiche originali sostituendole con altre, moderne, di suo gradimento. Per vedere i suoi remix, battete la parola «JynxHauser» sempre nella maschera di ricerca di YouTube (il suggerimento è cortesemente fornito dal Wall Street Journal). Queste manipolazioni ad alcuni possono apparire discutibili perché l’opera originale non compare così come i registi l’avevano immaginata, ma d’altra parte sempre l’arte si realizza anche riusando e riplasmando le creazioni precedenti. Quelle che erano opere finite diventano materiali grezzi con cui costruirne di nuove.
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Editori in cerca di lettori
Pubblicato da franco carlini su 8 Marzo, 2007
Piccoli segnali di apertura: due editori anglosassoni, Random House e HarperCollins, hanno infine deciso di offrire una maggiore accessibilità ai loro libri. Questi dunque saranno consultabili attraverso i rispettivi siti web, almeno in parte: frontespizio, quarta di copertina, indice, e anche alcune delle pagine di testo, le prime dei primi due capitoli. Lo sforzo tecnico non è poi granché, dato che ogni libro di carta nasce ormai in forma digitale. Lo scopo è duplice: da un lato, com’è ragionevole, fare venire l’acquolina bocca ai potenziali lettori, perché lo comprino tutto; dall’altro, contrastare quanto alcuni grandi portali già stanno facendo, come Amazon.com e Google dove molti volumi sono consultabili, anche con operazioni di «search» all’interno del testo, per trovare le parole significative. Se si vuole, questa possibilità tecnica è l’analogo dello sfogliare un libro prendendolo dai banconi, anche se manca l’esperienza sensoriale e persino emotiva di quell’attività insieme fisica e intellettuale. La convinzione degli editori è che in questo modo saranno in grado di meglio incontrare la generazione web, che al computer è attaccata mentre in libreria entra assai poco. HarperCollins, in particolare, è controllata dalla News Corp di Rupert Murdoch, lo stesso che l’anno scorso acquistò il sito si sociale networking MySpace e che sul digitale punta con assoluta convinzione. E del resto andrà riconosciuto che tra librerie fisiche e librerie di rete la differenza è sempre minore: grandi scaffali nelle prime, ma senz’anima né competenze, con librai trasformati in commessi e stressati dal sovraccarico dei codici a barre. Grandi scaffali digitali nelle seconde, ma lì almeno il catalogo è completo e te lo mandano a casa anziché chiederti una caparra per dei libri che arriveranno forse, chissà, e non prima di una settimana.
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La zia Bbc e il ragazzo YouTube
Pubblicato da franco carlini su 8 Marzo, 2007
L’accordo televisivo tra i due giganti indica la strada: il portale delle masse amatoriali si carica di video professionali e di nuovi business possibili
Raffaele Mastrolonardo
E alla fine la «zietta» andò a passeggio con il nipotino per le strade del web. Sembra il finale di una favola e invece è l’inizio di una storia che parla del futuro dei media. Protagonisti due personaggi, in apparenza, poco compatibili. Una signora attempata, la Bbc, che da anni informa e intrattiene i sudditi di sua Maestà, tanto che questi la considerano un’anziana parente (auntie, zietta, appunto). E un giovincello americano chiamato YouTube, che di mestiere offre video su Web. Da una parte l’aristocratica lady, classe 1922, che ha attraversato da protagonista il secolo breve, quello in cui si è diffusa la comunicazione di massa. Dall’altra l’impertinente teenager californiano, nato nel 2005 e assurto in pochissimo tempo a boss incontrastato dell’immagine in movimento su Internet. L’emittente che ha fatto della qualità il proprio marchio di fabbrica e il sito diventato celebre grazie a milioni di video casalinghi, sgranati e tremolanti.
Questi due tipi mediatici così diversi per età e costumi, racconta la storia, hanno trovato un’intesa in qualche modo epocale. La Bbc è diventata infatti la prima televisione tradizionale di un certo rilievo a stringere un accordo organico con YouTube. Risultato: il sito ospiterà tre canali curati dalla rete inglese. Il primo, Bbc, è già attivo. Offrirà spezzoni, dietro le quinte e materiale inedito relativo ad alcuni programmi di successo dell’emittente. Il secondo, Bbc Worldwide, anche esso già disponibile, presenta video tratti dai capienti archivi del servizio pubblico anglosassone. Il terzo, Bbc News, arriverà più avanti e si comporrà di 30 video giornalieri di carattere informativo. Come il precedente, si finanzierà con la pubblicità.
Del matrimonio tra la vecchietta e il ragazzino non sono stati resi noti i dettagli finanziari. Ma, a prima vista, il connubio sembra vantaggioso per entrambi i convolanti. Il braccio commerciale della signora inglese è insoddisfatto dell’accordo sui finanziamenti governativi stipulato a gennaio scorso. E vede nel Web e nei 20 milioni di visitatori mensili di YouTube un’occasione per aumentare, attraverso la propria diffusione in paesi di lingua inglese, le entrate pubblicitarie sempre più necessarie. Per il marmocchio a stelle e strisce, l’unione capita a fagiolo, proprio nel momento in cui i rapporti con i big dell’intrattenimento non sono all’apice. Viacom, colosso della tv su cavo e satellite, per esempio, ha recentemente deciso di togliere 100 mila video dal sito. E, quasi in segno di spregio, ha stretto un accordo con Joost, la tv via Web realizzata dai creatori di Skype, che punta a mettere in piedi un modello alternativo a quello proposto da YouTube. Un altro colosso dell’entertainment, Nbc Universal, si è invece più volte lamentato dell’incapacità del servizio di realizzare efficaci sistemi di protezione del copyright.
Insomma, le nozze con un nome prestigioso dell’aristocrazia mediatica erano proprio quello che ci voleva per dare un’aura di rispettabilità a un sito dipinto spesso come un’accozzaglia di materiale illegale e di bassa qualità. E’ vero che da quando YouTube è stato acquisito da Google per 1,65 miliardi di dollari gli accessi al servizio hanno continuato a crescere. Ed è vero che insieme a questi sono arrivati gli accordi con vari fornitori di contenuti. Dall’Nba, il campionato professionistico di basketball americano, al Sundance Festival, il più popolare concorso cinematografico indipendente degli Stati Uniti, sono centinaia le organizzazioni che hanno deciso di aprire canali dedicati su YouTube. Ma i colossi dei media, i proprietari delle grandi bacheche di prodotti pregiati, quelli, niente. Tuttalpiù, qualche timida esplorazione, qualche accordo in tono minore. Ma soprattutto tanta diffidenza.
A questi tipi qui infatti l’accoppiata YouTube-Google fa paura. Non solo per ragioni di violazione del copyright. C’è qualcosa di più fondamentale sotto. Tanto fondamentale quanto il timore che il motore di ricerca di Mountain View si metta a fare (bene) il loro mestiere. Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, ripete spesso che la sua azienda non è una media company e che i grandi dell’intrattenimento hanno poco da temere. Ma queste rassicurazioni servono a poco di fronte a un’occhiata ai fatti. Come agisce una media company, si è chiesto pochi giorni fa un acuto commentatore del Web, Om Malik? Risposta: acquista, spesso a caro prezzo, contenuti da terze parti scommettendo che attireranno audience; li offre sulla sua piattaforma di distribuzione (televisione via satellite, cavo, PayTv); vende infine gli spettatori ai pubblicitari per guadagnare sugli investimenti. E come agisce Google-YouTube? Offre accordi ai possessori di contenuti garantendo una determinata cifra; mette i prodotti acquistati a disposizione sui siti dei suoi servizi; attira pubblico e dunque pubblicità.
Insomma, messa così, la differenza non è poi così grande. A parte per un dettaglio. Oggi, i network televisivi acquistano i programmi direttamente da chi li realizza, mentre Google si appoggia proprio alle tv tradizionali. Oggi. Ma domani, si chiedono i media tradizionali? Chi impedirà al motore di ricerca di Mountain View, diventato più robusto grazie alla pubblicità, di scavalcarli e rivolgersi direttamente alle Endemol di turno per comprare formati pregiati? E siccome YouTube può attirare inserzionisti danarosi e arricchirsi solo grazie ai loro contenuti di qualità, sono restii a darglieli. La diffidenza, allora, non riguarda tanto la molto invocata pirateria. Quanto il legittimo terrore di chi teme di nutrire oggi la creatura che domani lo divorerà.
E’ in questo scenario da giungla, dominato da paure ancestrali ancora ben presenti nel capitalismo contemporaneo, che arriva il matrimonio tra Bbc e YouTube. Tra chi era già lì a raccontare l’Urss di Stalin e la Cina di Mao. E chi è diventato celebre grazie al finto videoblog di una ragazzina soprannominata lonelygirl15, rivelatosi poi un’astuta operazione commerciale. In questo contesto le nozze improbabili aprono una breccia. Nella quale, se si guarda bene, si sta già infilando il futuro.
raffaele@totem.to
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Virtual Iraq
Pubblicato da franco carlini su 8 Marzo, 2007
«Virtual Iraq»: un software terapeutico per i reduci shoccati dalla guerra vera
Tecniche di videogioco «full immersion» per far rivivere situazioni estreme e provocare una reazione emotiva riequilibratrice. Pochi i guariti
Marizen
Un soldato attraversa una strada a Baghdad, si sentono solo i suoi passi e, in lontananza, il pianto di un bambino, sirene di ambulanze, un cane che abbaia, musica araba di sottofondo. Il soldato continua a camminare. All’improvviso un’esplosione, e poi gli spari. Un elicottero sorvola la scena. Un’altra esplosione e l’acre odore di plastica bruciata che rende l’aria irrespirabile. Non è un documentario sulla guerra in Iraq, ma una simulazione creata dagli specialisti di realtà virtuale dell’istituto di tecnologia creativa dell’University of Southern California. E’ Virtual Iraq, il primo software destinato al trattamento dei cosiddetti Ptsd (Post-traumatic stress disorder), i disordini mentali prodotti da situazioni di profondo stress. In particolare sono i sintomi che affliggono molti soldati americani al ritorno dal fronte iracheno: incubi, violenti flashback, stati di tensione, apatia, difficoltà affettive con i propri cari. Uno degli innumerevoli «effetti collaterali» degli interventi bellici con cui i veterani, fin dalla sconfitta del Vietnam, devono fare i conti. Oltre il 15% dei soldati di ritorno dall’Iraq soffrono di disordini da stress post-traumatico e molti psicologi concordano sul fatto che la realtà virtuale possa offrire loro un trattamento risolutivo. Attualmente Virtual Iraq è in fase di test nei centri medici del West Los Angeles Veterans Affairs e Providence Rhode Island Veterans Affairs e al Weill Cornell di New York. Il software, sollecitato dall’Ufficio di ricerche navali Usa (che dal 2005 ha investito 4 milioni di dollari in ricerche per il trattamento di Ptsd attraverso realtà virtuale) è stato progetto ad hoc perché i reduci psico-traumatizzati rivivano di nuovo le emozioni negative che non sono riusciti ad elaborare o che neppure pensavano di aver vissuto. Secondo gli psicologi, una delle terapie per superare lo stress post-traumatico è far rivivere al paziente la situazione che lo ossessiona. Quando però si tratta di situazioni estreme, come un conflitto bellico, non si può certo rimandare il reduce «paziente» in guerra, ma gli si può far rivivere l’evento choc in forma virtuale. Ed ecco Virtual Iraq, un casco, un paio d’occhiali, guanti speciali e l’immersione virtuale nella scena è completa, con una novità nell’utilizzo delle risorse proprie dell’industria dei videogiochi: le esplosioni producono la vibrazione della poltrona dove è seduto il paziente che riesce anche a percepire l’odore della polvere da sparo, delle spezie dei piatti locali, dell’agnello alla brace, persino del sudore prodotto dal corpo umano in condizioni di stress. La «terapia» inizia con sequenze di quotidiane scene di guerra, simulando al computer quartieri di Baghdad, strade che attraversano piccoli villaggi nel deserto, convogli militari e checkpoint. Sembra (ed è) un videogioco di ultima generazione. In una delle scene il soldato è rinchiuso in un carro armato, nel deserto, con una mitraglietta in mano, per alcuni secondi non accade nulla, ma il suono e gli odori permettono di ricreare la tensione del conflitto fino a rivivere i ricordi più traumatici. Il punto di vista è sempre in prima persona, un effetto utilizzato anche in popolari war games, perché siano più realisti. «Un’esperienza molto interattiva» precisa Albert Rizzo, psicologo dell’University of Southern California e responsabile del programma di riabilitazione Virtual Iraq. Ma funziona? Finora sarebbero quattro i reduci «recuperati» al termine di dieci settimane di sedute intensive di videogiochi e di simulazioni di realtà virtuale.
http://www.ict.usc.edu/content/view/31/84/
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Il futuro prossimo si chiama Open Access
Pubblicato da franco carlini su 8 Marzo, 2007
Patrizia Cortellessa
L’informazione scientifica deve essere o no accessibile e gratuita per tutti? Si, dicono i sostenitori dell’Open Acces (Oa), perché questo risponderebbe esattamente al principale obiettivo dichiarato della ricerca scientifica: la disseminazione libera del sapere. Sì, e soprattutto oggi, perché la veicolazione e l’interscambio di informazioni è resa più facile grazie alle nuove tecnologie (leggi internet) che hanno stravolto un modello di ricerca tradizionalmente statico. Oggi sono molti i ricercatori che scelgono di pubblicare liberamente su riviste disponibili e open su internet, piuttosto che supubblicazioni convenzionali o in abbonamento.
Open access sì, insomma, soprattutto se le ricerche da cui derivano gli articoli in questione sono finanziate con fondi pubblici. Lo richiedono a gran voce le università, gli istituti di ricerca e i singoli ricercatori che hanno lanciato una petizione – partita quasi in sordina e lontana da strombazzamenti mediatici – proprio sul tema del libero accesso delle pubblicazioni scientifiche. Il tema sta appassionando e dividendo la comunità internazionale. Secondo i sottoscrittori della petizione, gli articoli e gli editoriali scientifici e accademici devono essere liberamente accessibili ai ricercatori subito dopo la pubblicazione, specie se all’origine del processo c’è stato un finanziamento pubblico. Open access per legge, insomma.
E se è vero che l’avanzamento della scienza dipende dalla disponibilità di dati e dalla rapidità del loro reperimento, grazie ai progressi nell’archiviazione e nel calcolo elettronico in quasi tutte le discipline l’indagine scientifica sta diventando sempre più ricca di informazioni… L’accesso a questi dati, o ai risultati di altre ricerche, non deve essere negato a nessuno. Anche in considerazione dell’aumento esponenziale dei costi di abbonamento ai periodici scientifici.
Il panorama degli ultimi anni fotografa infatti una situazione abbastanza desolante: pochi editori commerciali che dominano il sistema di riproduzione e circolazione dell’informazioni scientifica, con politiche dei prezzi a loro esclusivo vantaggio, ma che fanno a pugni con il reale interesse dei principali acquirenti: gli stessi produttori dell’informazione scientifica (università, enti di ricerca, singoli ricercatori).
Di tutto questo si è discusso a Bruxelles il 14-15 febbraio, nell’ambito di un convegno denominato Scientific Publishig in the European research area: access, dissemination and preservation in the digital age. Un bel problema, quello che si è trovato ad affrontare la Commissione europea: conciliare il diritto d’autore (e quindi gli interessi economici degli editori), con la richiesta sempre maggiore di «open access». Il 17 febbraio, tanto per ragionare in cifre, la petizione aveva intanto già raccolto 21.462 sottoscrizioni fra singoli, enti e organizzazioni culturali di tutto il mondo, inclusi diversi premi Nobel. Numeri che fanno discutere. Le ragioni di quest’ampia comunità – che si è riunita per sostenere un nuovo modello di comunicazione e il concetto di Open Access «digitalizzato, on-line, gratuito, libero dalla maggior parte delle restrizioni connesse al diritto d’autore e alle licenze» – pare abbiano trovato ascolto. La Comunità europea ha stanziato più di 100 milioni di dollari a sostegno di infrastrutture e «archivi» dove immagazzinare i milioni di articoli accademici scritti ogni anno. Una spinta irreversibile verso l’«open access», sembrerebbe, e che comporterà sicuramente una ridefinizione dei ruoli di ricercatori, editori, università e agenzie che finanziano la ricerca.
Una direzione tra l’altro già intrapresa, in parte. I National Institutes of Health statunitensi, ad esempio, hanno proposto un Open Access obbligatorio per tutte le ricerche da loro finanziate, partendo da sei mesi dopo la data di stampa. E la maggior parte delle riviste più importanti hanno concesso agli autori il diritto di pubblicare per proprio conto versioni dei loro articoli peer-reviewed. E ancora: The Directory of Open access journals è un elenco di riviste a consultazione libera (più di 2.100), di cui oltre 800 interrogabili a livello di articolo tramite ricerca con parola chiave o scorrimento per area disciplinare.
Ma cosa dicono su questo gli editori? Contro l’obbligatorietà dell’open access per le pubblicazioni scientifiche, la Fep (Federazione editori europei) ha sottoscritto un documento – firmato fra gli altri anche dall’Aie e gli editori italiani del settore Stm (editoria scientifica, tecnica e medica) -che è stato presentato a Bruxelles durante il convegno di febbraio (si può trovare anche sul sito www.aie.it). Una risposta pubblica alla petizione ancora in corso e il cui contenuto, sicuramente, continuerà a generare dibattito.
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