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Rodotà e la democrazia elettronica

Posted by franco carlini su 10 marzo, 2007

Stefano Rodotà

The Role of Parliaments in the Development in the Information    Society

Keynote Speech – Inter-Parliamentary Union International Conference

Qual è il destino dei parlamenti nell’età dell’informazione e della comunicazione? Alcuni anni fa, quando cominciò il dibattito sulla democrazia elettronica, sembrava che le nuove tecnologie avrebbero portato ad una progressiva scomparsa della democrazia rappresentativa, sostituita da forme sempre più diffuse di democrazia diretta. Nel nuovo agorà elettronico i cittadini avrebbero potuto prendere sempre la parola e decidere su tutto.
La memoria dell’antica Atene e il modello dei town meetings del New England apparivano come la forma nuova della democrazia, con un intreccio tra antico e nuovo che avrebbe via via cancellato il ruolo dei parlamenti. Nel 1994, un influente uomo politico americano, Newt Gingrich, che sarebbe diventato Speaker della Camera dei Rappresentanti, parlava di un “Congresso virtuale”, che avrebbe sostituito il Congresso tradizionale, affidando al voto elettronico di tutti i cittadini anche le scelte legislative.

Oggi queste ipotesi sono lontane, e la democrazia elettronica segue strade diverse da quelle di una brutale e ingannevole semplificazione dei sistemi politici. Ma questo non vuol dire che i parlamenti possano trascurare le grandi novità determinate dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che incidono profondamente sul loro ruolo e sul modo in cui si struttura il loro rapporto con la società. Non siamo di fronte a semplici strumenti tecnici, ma ad una forza potente, la tecnologia nel suo complesso, che sta trasformando in modo radicale le nostre società. Stiamo passando, su scala mondiale, da un equilibrio tecnologico all’altro. E un grande antropologo, Marvin Harris, ha sottolineato che “il momento decisivo per una scelta consapevole si ha soltanto durante la fase di transizione da un modo di produzione all’altro. Dopo che una società ha scelto una particolare strategia tecnologica ed ecologica per risolvere il problema dell’efficienza declinante, può essere impossibile modificare le conseguenze di una scelta poco intelligente per un lungo periodo futuro”. Il primo, grande compito dei parlamenti, oggi, è dunque quello di cogliere questo momento, di compiere tempestivamente le scelte intelligenti necessarie perché l’insieme delle tecnologie si risolva in un rafforzamento complessivo della democrazia.

Sono divenute chiare alcune linee di analisi e di intervento, che possono essere così riassunte:

-evitare che le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione portino ad una concentrazione invece che ad una diffusione del potere sociale e politico;
-evitare che le nuove tecnologie, invece di favorire una vera partecipazione dei cittadini, si consolidino come la forma del populismo del nostro tempo, con un continuo scivolamento verso la democrazia plebiscitaria;
-evitare che ci si trovi sempre più visibilmente di fronte a tecnologie del controllo invece che a tecnologie delle libertà;
-evitare che nell’età dell’informazione e della comunicazione nuove disuguaglianze si aggiungano a quelle esistenti;
-evitare che il grande potenziale creativo delle nuove tecnologie porti non ad una diffusione della conoscenza come grande bene comune, ma a forme insidiose di privatizzazione.

Pure l’età digitale, dunque, ha i suoi peccati, sette come vuole la tradizione, e che sono stati così enumerati:

1) diseguaglianza;

2) sfruttamento commerciale e abusi informativi;

3) rischi per la privacy;

4) disintegrazione delle comunità;

5) plebisciti istantanei e dissoluzione della democrazia;

6) tirannia di chi controlla gli accessi;

7) perdita del valore del servizio pubblico e della responsabilità sociale.

 

Non mancano, tuttavia, le virtù, prima tra tutte l’opportunità grandissima di dare voce a un numero sempre più largo di soggetti individuali e collettivi, di produrre e condividere la conoscenza, sì che ormai molti ritengono che la definizione che meglio descrive il nostro presente, e un futuro sempre più vicino, sia proprio quella di “società della conoscenza”. Al di là delle immagini e delle metafore, i parlamenti non sono chiamati a scegliere tra il bene e il male. Di fronte ad una realtà complessa, nella quale convivono società della conoscenza e società del rischio, i parlamenti devono ribadire la loro storica e  insostituibile funzione di custodi della libertà e dell’eguaglianza.

Non sono riferimenti retorici. La tecnologia è prodiga di promesse. Alla democrazia offre strumenti per combattere l’efficienza declinante, e arriva fino a proporne una rigenerazione. Ma, se guardiamo al mondo reale, alle tendenze in atto, rischiamo di incontrare sempre più spesso un uso delle tecnologie che rende capillare e continuo il controllo dei cittadini. A queste tendenze bisogna reagire, non solo per sfuggire ad una sorta di schizofrenia istituzionale che spinge verso la costruzione di un mondo diviso tra le speranze di libertà e l’insidia della sorveglianza. E’ necessario soprattutto considerare realisticamente le dinamiche sociali, a cominciare da quelle che rischiano di produrre nuove diseguaglianze.

Questo problema viene solitamente indicato con l’espressione digital divide, ed effettivamente l’uso delle tecnologie, di Internet in primo luogo, produce stratificazioni sociali, l’emergere  di nuove categorie di haves e di have nots, di abbienti e non abbienti proprio per quanto riguarda la fondamentale risorsa dell’informazione. Ma le più attendibili ricerche sul digital divide mettono in evidenza che il divario tra paesi sviluppati e paesi meno sviluppati, per quanto riguarda l’accesso ad Internet, non può essere esaminato riferendosi prevalentemente alle differenze di reddito.

 

Pur rimanendo profondissime, infatti, le distanze riguardanti Internet tendono a ridursi più rapidamente di quelle relative alla ricchezza. Questo vuol dire che i fattori influenti non sono tanto quelli economici, quanto piuttosto quelli sociali e culturali, sì che l’attenzione deve essere in particolare rivolta alle politiche dell’accesso ad Internet, tuttavia in una prospettiva che non si limiti!
a favorire l’accesso in sé, ma si preoccupi delle modalità d’uso e dei contenuti ai quali è possibile accedere. Altrimenti, non solo la propensione all’accesso ad Internet rimane più bassa per i paesi e i ceti più svantaggiati, ma le fonti della disuguaglianza persistono e tendono ad ampliarsi.

Questa è una indicazione assai importante per le politiche di sviluppo che i parlamenti devono promuovere, e per la cooperazione internazionale. Quando, infatti, l’accesso non è considerato soltanto nella prospettiva, pur importantissima, di assicurare a tutti la connettività alla rete, esso deve essere pensato in termini di accesso alla conoscenza, con evidente incidenza sulle politiche della formazione, della libertà, della proprietà.

Conoscenza è parola che sintetizza le possibilità di accedere alle fonti, di elaborare il materiale, raccolto, di diffondere liberamente le informazioni. Già nell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite si è affermato il diritto di ogni individuo alla libertà di opinione e di espressione “e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Oggi questo diritto è in pericolo per la pretesa di molti Stati di controllare Internet, per l’esercizio di veri poteri di censura, per le condanne di autori di quelle particolari comunicazioni in rete che sono i blog. Questa situazione non può essere ignorata, soprattutto perché alcune grandi società – Microsoft, Google, Yahoo!, Vodafone – hanno annunciato per la fine dell’anno la pubblicazione di una “Carta” per tutelare la libertà di espressione su Internet. I parlamenti non possono accettare che la garanzia del free speech, che gli Stati Uniti vollero affidare al Primo Emendamento della loro Costituzione, divenga materia di cui si occupano solo i privati, che evidentemente offriranno solo le garanzie compatibili con i loro interessi. Sono urgenti in questa materia iniziative dei parlamenti nazionali, tuttavia coordinate tra loro dato il carattere transnazionale dei fenomeni da regolare, e tenendo conto che nell’Internet Governance Forum, organizzato dall’Onu alla fine dell’anno scorso, è stata esplicitamente indicata la priorità rappresentata dalla elaborazione di un Internet Bill of Rights.

Internet è il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto, dove si sta realizzando anche una grande redistribuzione di potere.. Un luogo dove tutti possono prendere la parola, acquisire conoscenza, produrre idee e non solo informazioni, esercitare il diritto di critica, dialogare, partecipare alla vita comune, e costruire così un mondo diverso di cui tutti possano egualmente dirsi cittadini. Ma tutto questo può diventare più difficile, per non dire impossibile, se la conoscenza viene chiusa in recenti proprietari senza considerare proprio la novità della situazione che abbiamo di fronte e che impone di guardare alla conoscenza come il più importante tra i beni comuni.

La questione dei beni comuni è essenziale. Parole nuove percorrono il mondo – open source, free software, no copyright – dando il senso di un cambiamento d’epoca. Oggi, infatti, il conflitto tra interessi proprietari e interessi collettivi non si svolge soltanto intorno a risorse scarse, in prospettiva sempre più drammaticamente scarse come l’acqua. Nella dimensione mondiale assistiamo ad una creazione incessante di nuovi beni, la conoscenza prima di tutto, rispetto ai quali la scarsità non è l’effetto di dati naturali, ma di politiche deliberate, di usi impropri del brevetto e del copyright, che stanno determinando un movimento di “chiusura” simile a quello che, in Inghilterra, portò alla recinzione delle terre comuni, prima liberamente accessibili. Questa scarsità artificiale, creata, rischia di privare milioni di persone di straordinarie possibilità  di crescita individuale e collettiva, di partecipazione politica.

La sfida lanciata ai parlamenti non riguarda soltanto la necessità di trovare nuovi equilibri tra logica della proprietà e logica dei beni comuni. Investe lo stesso modo d’intendere la cittadinanza. La vera novità democratica delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, infatti, non consiste nel dare ai cittadini l’ingannevole illusione di partecipare alle grandi decisioni attraverso referendum elettronici. Consiste nel potere dato a ciascuno e a tutti di servirsi della straordinaria ricchezza di materiali messa a disposizione dalle tecnologie per elaborare proposte, controllare i modi in cui viene esercitato il potere, organizzarsi nella società. Con questo vasto mondo – in cui la democrazia si manifesta in maniera “diretta”, ma senza sovrapporsi a quella “rappresentativa” – i Parlamenti devono trovare nuove forme di comunicazione, attraverso consultazioni anche informali, messa in rete di proposte sulle quali si sollecita il giudizio dei cittadini, procedure c!
he consentano di far giungere in parlamento proposte elaborate da gruppi ai quali, poi, vengano riconosciute anche possibilità di intervento nel processo legislativo. La rigida contrapposizione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta potrebbe così essere superata, e la stessa democrazia parlamentare riceverebbe nuova legittimazione dal suo presentarsi come interlocutore  continuo della società.

In questa prospettiva, i parlamenti debbono rafforzare il loro ruolo in diverse direzioni. Promuovere la trasparenza nell’intero sistema istituzionale, rendendo così più efficace il controllo diffuso da parte dei cittadini, la loro “cittadinanza attiva”, che diventa anche un strumento essenziale  per la lotta alla corruzione. Non dimentichiamo quel che disse Louis Brandeis, il grande giudice della Corte suprema degli Stati Uniti: “la luce del sole è il miglior disinfettante”. Debbono agire come centro che promuove la conoscenza dei cittadini sulle questioni socialmente rilevanti. Debbono divenire il luogo istituzionale dove si svolge con continuità la valutazione degli effetti delle nuove tecnologie, riprendendo e aggiornando l’esperienza del “technology assessment”. Ma debbono soprattutto impedire che le esigenze di lotta a terrorismo e criminalità e le richieste del sistema economico portino alla nascita di una società della sorveglianza, della selezione e del controllo, a!
lterando quel carattere democratico dei sistemi politici di cui proprio i parlamenti sono i primi ed essenziali garanti.

Proprio le tecnologie, con la loro apparente neutralità, hanno rafforzato le spinte verso la creazione di gigantesche raccolte di dati personali. La politica sta delegando alla tecnica la gestione dei più diversi aspetti della società, dimenticando, ad esempio, un principio chiaramente indicato nell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In questa norma si ammettono limitazioni dei diritti per diverse finalità, compresa la sicurezza nazionale, a condizione però che si tratti di misure compatibili con le caratteristiche di una società democratica.  I parlamenti devono esercitare con il massimo rigore questa funzione di controllo, senza delegarla ad altri organi dello Stato, fossero pure le corti costituzionali. Solo così possono evitare la trasformazione dei cittadini in sospetti, ed impedire che, con l’argomento della difesa della democrazia, sia proprio la democrazia ad essere perduta.

Queste considerazioni possono apparire poco realistiche, soprattutto se si considera la notevole riduzione di poteri che, per diverse ragioni, i parlamenti hanno conosciuto in questi anni. Il potere si è notevolmente spostato nella direzione dei governi, molte possibilità di azione sono ormai escluse dal fatto che la sede delle decisioni si colloca fuori dagli Stati nazionali. Ma proprio la riflessione sulle tecnologie ci indica la possibilità di un cammino diverso.
Sulla scena nazionale ed internazionale compaiono attori sempre più numerosi. Si stenta a trovare un centro del sistema istituzionale, tanto che si è parlato di uno “Stato a rete”, sottolineando proprio il fatto che le tecnologie promuovono la crescita di una molteplicità di centri di decisione che riescono ad agire grazie alle forme di collegamento via via apprestate dallo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Ma l’osservazione della realtà ci dice che queste tecnologie non producono soltanto forme di policentrismo, di distribuzione dei tradizionali poteri sovrani tra soggetti non gerarchizzati. Rendono possibile anche centralizzazione e concentrazione dei poteri, esercizio di controlli di intensità senza precedenti. Questa deriva pericolosa può essere interrotta se i parlamenti riusciranno a sottrarre la politica alla seduzione di una tecnologia che deresponsabilizza, che si presenta come un rifugio dove la politica sfugge alla difficoltà delle  scelte, ed utilizzeranno, invece, proprio le tecnologie dell’informazione e della comunicazione  per far sì che le scelte possano tornare ad essere patrimonio di soggetti visibili, responsabili, controllabili.

La politica come “rete”, peraltro, offre all’antica istituzione parlamentare non una occasione di ringiovanimento, ma la possibilità di collegamenti che consentano ai diversi parlamenti, al di là delle frontiere, la comune consapevolezza dei problemi da affrontare. La cooperazione tra i parlamenti non è più una formula, ma una opportunità concreta che nasce dalla crescente possibilità di conoscenze comuni, di circolazione continua di informazioni. Da qui può nascere una nuova sfera pubblica mondiale, non più consegnata alle sole dinamiche dei mercati, ma riguadagnata alla logica dei poteri democratici.


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