Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archivio per 15 Marzo 2007

India, paradiso dei test clinici

Pubblicato da franco carlini su 15 Marzo, 2007

Patrizia Feletig

Magliette, radioline, software o call center: l’India è una destinazione principe nella delocalizzazione dei processi produttivi delle imprese occidentali.  Posizione rafforzata grazie  a un nuovo potenziale di sfruttamento: l’outsourcing farmacologico. Nel giro di alcuni anni, il subcontinente potrebbe diventare la più  grande clinica di sperimentazione di nuovi farmaci sugli esseri umani.

Uno studio condotto della AT Kearney, piazza l’India al secondo posto (dopo la Cina e prima della Russia) tra i paesi in via di sviluppo in cui le multinazionali appaltano test clinici. Sul numero totale di studi in corso nel mondo, il 10% già è svolto in India. La tendenza è in ascesa, anche grazie all’abolizione di una legge che limitava i test che le aziende straniere potevano condurre nel paese. Risultato: negli ultimi 5 anni le ricerche sono decuplicate. Nel lungo processo di progettazione di un medicinale, la sperimentazione sull’uomo è il passaggio più delicato e rappresenta il 40% delle spese. Esportandola in paesi dell’Africa, India o Brasile si risparmia fino al 60%. Nel 2006 Merck e Wyeth hanno condotto almeno la metà dei propri test al di fuori degli Stati Uniti, mentre le corporation europee si rivolgono all’Est Europeo. Johnson&Johnson, GSK, Amgen, Bristol -Myers e altre  multinazionali hanno aperto filiali indiane per testare cure contro il diabete, l’ipertensione e il cancro.

Conscia dei rischi di corruzione e abuso, l’India corre ai ripari. «Si passa attraverso dei comitati etici e si lavora con  i CRS centri locali di sperimentazione, per effettuare test in strutture organizzate ben diversi dagli ospedali di 30 anni fa» spiega Ezio Bombardelli della Indena spa, farmaceutica italiana con una testa di ponte in India.  Per aziende non strutturate localmente basta una ricerca su Internet per trovare diversi siti come www.flatworlsolutions.com o  www.igate.com/icri/ che offrono lo sviluppo di programmi di test clinici su misura interfacciandosi con il sistema sanitario indiano. Entro il 2010, secondo Bain &Co le spese totali per i trial clinici effettuati in India potrebbero superare due miliardi di dollari.

Ad attirare la ricerca medica occidentale in India sono due fattori: disponibilità di personale competente che spesso ha studiato all’estero ma costa poco e, soprattutto, l’abbondanza di «materia prima». Dopo le prove sugli animali, per dire se un farmaco funziona veramente bisogna somministrarlo a un malato seguendo tre fasi. La sostanza è inizialmente testata su individui sani, poi è somministrata a un numero più elevato di individui affetti lievemente della patologia, infine, nella Fase 3, coinvolge migliaia di malati e dura diversi anni. La validità del risultato si gioca quindi sui grandi numeri. Non è semplice radunare cospicui gruppi omogenei di pazienti. Tanto più che oggigiorno occorre dimostrare dei benefici meno macroscopici rispetto a 20 anni fa (ad esempio la riduzione dal 6 al 5 per cento del tasso di mortalità per malattie cardiovascolari) che richiedono campionature di decine di migliaia di pazienti per far emergere i fenomeni più fini. La penuria di volontari occidentali (solo il 3 per cento dei malati di cancro accetta di partecipare a sperimentazioni e il tasso di recesso è molto alto) ritarda notevolmente il varo di nuovi farmaci o addirittura ne pregiudica la commercializzazione. 

Il  «vantaggio competitivo» indiano si misura in 40 milioni di asmatici, 34 milioni di diabetici eccetera, che, combinato con l’ampia disponibilità di volontari, consente risparmi nel reclutamento del 30-40 per cento. E’ una popolazione tanto più appetibile in quanto farmacologicamente incontaminata e quindi esente da rischi di interazioni impreviste con altri medicinali. Non è una spropositata fiducia nella medicina a invogliarli ad assumere rimedi non certificati e dagli effetti collaterali incerti. Ricevono denaro e spesso anche assistenza medica gratuita e gli ospedali finanziamenti e apparecchiature. Tuttavia l’outsourcing della ricerca clinica nei paesi in via di sviluppo rimane una pratica controversa. Definiti «cacciatori di corpi» nel libro inchiesta di Sonia Shah (www.soniashah.com), i ricercatori di Big Pharma, sono accusati nel film «The Constant Gardner» di sfruttare l’ignoranza per reclutare cavie umane a buon mercato.

Tuttavia, come avvenne con l’outsourcing high tech che creò professionisti di talento e portò strutture all’avanguardia, i trial clinici, se ben condotti, potrebbero rappresentare una fonte di conoscenza privilegiata. Con qualche insensatezza però se, rispetto alle priorità sanitarie nazionali, ci si focalizza su trattamenti per l’osteoporosi o la disfunzione erettile.

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Farmaci svizzeri e sempreverdi

Pubblicato da franco carlini su 15 Marzo, 2007

Franco Carlini

«Non cerchiamo il premio della popolarità» – così Daniel Vasella, capo di Novartis, alla recente assemblea annuale. E non c’è dubbio che ci stia riuscendo. La casa farmaceutica svizzera è la stessa che, insieme ad altre, citò in giudizio Nelson Mandela per una legge che permetteva di fabbricare e importare farmaci anti-Aids al di là dei brevetti. Allora perse, ma dieci anni dopo tenacemente ci riprova e questa volta i nemici sono il governo indiano, le leggi di quello stato e il suo ufficio brevetti. Al cuore della vicenda, attualmente in discussione al tribunale di Chennai, c’è un farmaco contro la leucemia, il Gleevec; di una sua versione rinnovata Novartis ha chiesto il brevetto in India che le è stato negato, perché la legge statale dice, del tutto ragionevolmente, che i brevetti in prosecuzione si possano riconoscere solo per miglioramenti significativi. Novartis contesta non solo il merito del giudizio dell’ufficio brevetti, ma ha aperto una battaglia più vasta, anche per conto delle consorelle, sostenendo che quella legge è incostituzionale. L’obbiettivo è ottenere anche in India quello che altri paesi più generosi in tema di diritti di proprietà intellettuale hanno finora concesso, ovvero il sistema dei farmaci evergreen, sempre verdi. Il metodo è questo: quando un brevetto sta per scadere, il titolare realizza una nuova versione – per esempio una pillola anziché uno sciroppo – e ne chiede il brevetto in estensione. In questo modo il monopolio viene protratto per altri venti anni e soprattutto si evita che dei concorrenti, specializzati in farmaci generici, entrino in quel mercato. Non per caso la vicenda giudiziaria si svolge in India, dove l’industria dei farmaci è sviluppatissima, essendo diventata tra l’altro il maggiore fornitore di medicinali a molti paesi in via di sviluppo. Un trattamento annuo di Gleevec costa 26 mila dollari all’anno per paziente, mentre quello disponibile con i generici costa circa un decimo, il che dà le dimensioni del fatturato in gioco. Novartis rivendica le sue molte donazioni di farmaci agli indigenti, ma il problema vero, parola di Valsella, sono gli azionisti e per questo promette di tener duro.

 

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Un rapporto Copia e Incolla

Pubblicato da franco carlini su 15 Marzo, 2007

A rendere meno facile la posizione della svizzera Novartis nella battaglia indiana (vedi editoriale) è scoppiato il caso del cosiddetto Rapporto Mashelkar, steso dall’ex presidente del Comitato per la Ricerca Scientifica e Industriale (Csir) per contro del governo sui temi della brevettabilità. La casa farmaceutica voleva usarlo come supporto alla sue tesi contro le leggi indiane dei brevetti, ma, pochi giorni dopo essere stato depositato, quel rapporto è stato precipitosamente ritirato dall’estensore stesso, dopo che i partiti di sinistra hanno fatto notare che alcuni brani era stati presi alla lettera da una delle memorie che il comitato aveva ricevuto dall’industria, ovviamente senza citare la fonte, cosa che ogni scienziato è obbligato a fare. La memoria da cui i brani sono stati prelevati era stata sottoposta dall’esperto Shamnad Basheer dell’Ip-Institute inglese, specializzato in brevetti internazionali e questa, a sua volta, era basata su una ricerca di diritto commissionata dall’organizzazione Interpat (dove la parola «pat» sta per patent, brevetto) la quale raggruppa praticamente tutte le più importanti case farmaceutiche mondiali, 29 in tutto. Già in un’altra occasione mister A. R. Mashelkar era stato smentito dal suo stesso governo per le posizioni troppo liberiste a proposito di proprietà intellettuale. Questa volta esce imbarazzato grazie al frettoloso «copia e incolla» di testi altrui. La critica di merito è venuta da numerosi esperti indiani come Vandana Shiva, Meera Shiva, B. K. Keyala i quali hanno fatto notare come le tesi del rapporto siano in contrasto anche con i principi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del trattato Trips sui beni intellettuali. In India l’80 per cento dei malati paga le spese sanitarie di tasca propria, dato che la spesa pubblica per la salute è appena dell’1 per cento del prodotto interno lordo.

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Cercasi idee quasi gratis

Pubblicato da franco carlini su 15 Marzo, 2007

Progetto «Red Stripe», ovvero banda rossa. E’ l’iniziativa del gruppo Economist, cui fa capo il famoso settimanale inglese e suona così: «La nostra missione è di sviluppare un servizio online veramente innovativo. Abbiamo già qualche idea, ma, sostenitori del libero mercato, aborriamo l’idea di un sistema chiuso. Per questo vi chiediamo di sottoporci le vostre proposte». La data di scadenza è il 25 marzo e gli sviluppi si potranno seguire su un apposito blog. Il tutto gestito da un piccolo staff di sei persone (www.projectredstripe.com/blog/). Il gruppo inglese, molto attento agli sviluppi dell’innovazione e di quella tecnologica in particolare, sembra dunque aver fatto sua l’idea delle cooperazione di rete  tra molti soggetti sparpagliati. Non solo, dunque decentramento della produzione di beni verso aziende in appalto (outsourcing), ma anche verso le masse (crowdsourcing). Fa appello alle masse per avere idee migliori, il che rappresenta anche una forma raffinata di indagine di mercato, dato che le idee in arrivo dal basso, anche se non verranno realizzate, segnaleranno comunque una tendenza sociale da tenere d’occhio. Il punto debole, della proposta, sta nella fase finale: «Se useremo il vostro contributo, ve ne riconosceremo il merito nel sito e, come piccolo segno di ringraziamento, attiveremo un abbonamento gratuito di sei mesi». E’ la realizzazione pratica, e decisamente micragnosa, del dibattito tra Carr e Benkler, di cui si riferisce nella pagina a fianco: la voglia di collaborare, viene utilizzata dalle imprese per ottenere gratuitamente dalla rete, i beni più preziosi che di questi tempi sono le idee e la conoscenza.

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Hillary Grande Sorella

Pubblicato da franco carlini su 15 Marzo, 2007

Dì qualcosa di sinistra», implorava Nanni Moretti di fronte al video di Massimo D’Alema nel film Aprile. «Dì qualcosa!», invoca sconsolato Jeff Jarvis, esperto di new media e attento osservatore della campagna presidenziale americana, rivolgendosi, in una clip di sinceri consigli, a Barack Obama. Il fatto è che il candidato afro-americano dell’Illinois, promessa del fronte democratico, continua a veicolare di sé un’immagine messianica, a metà tra la rockstar e il pastore di anime. Nei filmati diffusi su internet raramente il Kennedy nero parla di programmi, priorità politiche o problemi specifici, preferendo insistere su termini-chiave come «speranza»,  «cambiamento», «visione positiva del futuro», su una retorica e un ritmo sincopato dal sapore religioso, il tutto di fronte a folle osannanti. «Devi uscire allo scoperto – ammonisce in sintesi Jarvis – altrimenti prima o poi YouTube ti mostrerà come un candidato vuoto, privo di argomenti».
Comunque i sostenitori di  Obama sono piuttosto esperti di comunicazione web. Almeno a giudicare dall’ultimo filmato caricato su YouTube, dove da tre giorni è visibile Vote Different, e che  è già stato visto 230 mila volte, commentato un migliaio, e ha prodotto una decina di video-risposte. Di provenienza misteriosa ma inequivocabilmente pro-Obama (e i commentatori sono divisi se attribuirlo allo staff del candidato o ai suoi simpatizzanti in rete) il filmato è un riuscito mash-up del famoso spot di Apple, 1984, con cui venne lanciato il MacIntosh.  Però a fare le veci del Grande Fratello è in questo caso la faccia di Hillary Clinton, che da un inquietante maxi-schermo parla di «conversazione» a un pubblico di automi; salvo essere distrutta dall’intervento catartico di una lanciatrice di martello (sulla cui maglietta spicca il simbolo della campagna per Obama). Lo schermo esplode.

(carola frediani)

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Realismo di mercato o utopia solidale

Pubblicato da franco carlini su 15 Marzo, 2007

Nicola Bruno

Negli Stati Uniti è nota come «Carr-Benkler wager» ed è una scommessa che ha preso il via sulle pagine di un blog tra due autorevoli studiosi dello scenario digitale. A differenza di altre più famose sfide scientifiche – come quelle lanciate a suon di migliaia di dollari da Stephen Hawking e Richard Feynman – qui non ci sono premi in palio, nè grattacapi cosmologici da risolvere, ma qualcosa di più semplice: una disputa su cosa ne sarà di qui al 2011 dei contenuti generati dagli utenti, ovvero di tutti quei testi, video e fotografie pubblicati per puro spirito di condivisione su siti come You Tube, Flickr, Digg e via dicendo.
Da una parte c’è Nicholas Carr, editor di punta della Harvard Business Review, secondo cui, nel giro di qualche anno, l’attuale esercito di beta tester e creatori di contenuti amatoriali è destinato a professionalizzarsi o quantomeno ad essere retribuito. Dall’altra Yochai Benkler, docente a Yale e autore dwl voluminoso saggio «The Wealth of Networks», convinto invece che a predominare saranno le «commons-based peer production», e cioè quelle pratiche tipiche di Internet in grado di produrre beni informativi al di fuori di un sistema di prezzi. Come dire, ad opporsi non sono solo due diversi approcci teorici, ma anche due letture del cambiamento mutuamente esclusive: stiamo assistendo all’emergere di un paradigma produttivo basato sull’economia del dono oppure questa è solo la luna di miele di un modello pronto a rientrare nelle  abituali logiche di mercato?

Sfruttati e contenti
Da buon scettico (emblematico il titolo del suo più importante lavoro «Does IT matter?»), Nicholas Carr porta avanti con convinzione la propria crociata intellettuale contro chi, come Lawrence Lessig e Yochai Benkler, «vuole ridefinire il web 2.0 per promuovere l’ideologia del comunitarismo digitale», posizionandosi «sul lato sbagliato della storia». Più che una spinta all’emancipazione, dice Carr, alla base dell’attuale Internet si trova una evidente situazione di sfruttamento: «Una delle caratteristiche fondamentali del web 2.0 è la distribuzione della produzione nelle mani di tanti e la concentrazione dei ricavi economici nelle mani di pochi. È un sistema di mezzadria, e i mezzadri sono felici perchè i loro interessi coincidono con il potersi esprimere e socializzare, non con il monetizzare. Operano felicemente in un’economia dell’attenzione mentre i supervisori operano felicemente in un’economia di cassa». Un sistema di volontocrazia e di felicità asimmetrica che fino a questo momento ha retto, non essendoci ancora piena consapevolezza del valore effettivo di questa forza-lavoro gratuita. Ma cosa succede ora che tra gli investitori inizia a crescere l’ansia di monetizzare? Gli utenti continueranno davvero a socializzare, sfruttati e contenti, mentre il MySpace di turno si divora da solo la ghiotta torta delle entrate pubblicitarie?
Ci sono buoni motivi per credere che, con l’arrivo di modelli di business più spinti, l’era della partecipazione pro bono volgerà burrascosamente a termine. Se non altro perchè agli utenti potrebbe non bastare più il solo meccanismo dell’attenzione e sarebbe del tutto legittima la pretesa di una più equa divisione dei ricavi. Come in ogni buon sistema di mezzadria. «Se la long tail è il principio organizzativo dei media 2.0, perchè la distribuzione dei guadagni non dovrebbe seguire la stessa strada?», si chiede Scott Karp su Publishing 2.0. Basta guardare quanto sta accadendo nell’affollato comparto dei servizi di video-sharing, dove iniziano a farsi largo le più svariate soluzioni di micro-pagamenti pur di attrarre visitatori: si passa dai modelli 50/50 (Revver) al pay-per-click (Metacafe) per arrivare ai forfait-premio (Break.com, TuoVideo.it). Tanto che anche il gigante You Tube sembra intenzionato a muoversi in questa direzione. Dall’Italia, poi, è arrivata in questi giorni Friend$, piattaforma di social-advertising grazie alla quale gli iscritti alla community di Dada potranno monetizzare i propri contenuti attraverso Google AdSense. Certo, nella maggior parte dei casi si tratterà solo di briciole, ma sono comunque segnali di una tendenza in atto che, di qui al 2011, potrebbe far pendere la bilancia dalla parte di Nicholas Carr.

Generosi e contenti
Troppo semplice, dicono però i detrattori di Carr: Internet non è mai stata solo business o utilitarismo sfrenato. Già prima del web 2.0, la rete si è strutturata come una potente piattaforma per la collaborazione creativa e la condivisione produttiva: due aspetti, sottolinea Lessig, difficili da leggere con le lenti del copyright o, aggiungerebbe Benkler, dell’economia industriale. Su più fronti, dal software (Linux) al diritto d’autore (Creative Commons), passando per tutte le risorse prodotte e aggregate dagli utenti (remix video, feed rss, tag), sempre più fioriscono ‘imprese’ collettive basate sulla generosità e la cooperazione. «Gli esseri umani sono animati da diverse motivazioni. C’è tutta una gamma di esperienze in cui la presenza di ricompense monetarie è inversamente proporzionale alla presenza di ricompense socio-psicologiche», spiega Benkler riabilitando comportamenti fino ad ora relegati alla sola sfera privata, ma pronti a rientrare di forza nei più avanzati processi economici, dietro la spinta dell’organizzazione in network. «E’ troppo semplicistico – continua Benkler – pensare che offrendo denaro, i migliori partecipanti arriveranno e faranno bene il loro lavoro, o comunque meglio di come viene fatto nei processi sociali paralleli». Non è assolutamente detto, cioè, che pagando i suoi autori Wikipedia funzionerebbe meglio. Anzi, la peer production decentralizzata si sta dimostrando lo strumento più efficace per gestire la complessità e organizzare le informazioni. E non si tratta di maoismo digitale o anarco-utopismo (due delle accuse lanciate da Carr), ma di modalità produttive alla base tutti i network digitali, su cui è possibile innestare anche floride economie di mercato (è il caso della IBM).
E’ così che, con gli argomenti che crescono a favore dell’una come dell’altra posizione, la scommessa per ora va avanti. A dare un’occhiata alle prime reazioni, un bookmaker darebbe Carr per favorito. Ma solo tra quattro anni sapremo chi l’avrà spuntata. Ammesso che ci sarà mai un vincente tra il realismo troppo scettico di Carr e l’utopia troppo ottimista di Benkler e Lessig.

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Bambini che salvano il mondo dai disastri

Pubblicato da franco carlini su 15 Marzo, 2007

Marizen

 

La furia dell’acqua e del fuoco, tsunami devastanti, uragani  e catastrofici  terremoti. Sono loro i nemici da combattere e dai quali difendersi, nel nuovo videogioco Stopdisasters! che l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha lanciato su Internet il primo marzo scorso. Obiettivo:  insegnare a bambini e ragazzi dai 9 ai 16 anni, attraverso la realtà virtuale, come organizzarsi  in caso di disastri naturali ma, soprattutto, come  prevenirne gli effetti più devastanti dei quali, più che la natura, nella maggior parte dei casi  è responsabile l’azione umana. «I bambini sono gli architetti e i costruttori, i sindaci e gli amministratori, gli insegnanti ed i cittadini del  futuro, ed è importante renderli consapevoli che è possibile ridurre i danni provocati da disastri naturali» ha affermato, durante la presentazione del videogioco, Salvano Briceño, direttore dell’International strategy for  disaster reduction (Isdr), l’ente incaricato dall’Onu di realizzare il progetto. Secondo Briceño, il videogioco aiuterà le future generazioni a comprendere e ad adattarsi al cambiamento climatico e al conseguente aumento del livello del mare che, inevitabilmente, comporterà disastri «naturali» dai quali però, con i dovuti accorgimenti, ci si potrà difendere. A partire da quei sistemi di allarme che, se fossero esistiti nel dicembre del 2004, probabilmente avrebbero salvato molte delle  200 mila vite travolte dallo tsunami

Il videogioco propone cinque diversi scenari catastrofici: un uragano, un’inondazione, l’incendio in una foresta, un terremoto e uno  tsunami. Manca la siccità, ma presto – assicura l’Isdr, verrà aggiunta. Cinque piani d’azione con tre livelli di difficoltà: il giocatore, rispettando un determinato bilancio di risorse di sponibili e tempi prestabiliti,  deve costruire case, ospedali e infrastrutture nei luoghi più sicuri, scegliere i materiali edili più adatti, rispettando l’ecosistema dell’area e con criteri che proteggano la popolazione dai pericoli di un eventuale disastro naturale.  Evento che inevitabilmente ci scatenerà, con la simulazione di fiamme che avanzano, terra che trema, onde gigantesche che si rovesciano su centri abitati. Alla fine il giocatore otterrà più o meno punti, in relazione al numero di vite che è riuscito a salvare. Si tratta dunque di un classico gioco interattivo di simulazione, sulla scia del famosissimo SimCity, ricco ormai di moltissime varianti.

Prodotto da Playerthree, un’azienda inglese specializzata nella creazione di giochi interattivi, Stopdisasters! si può scaricare gratuitamente da Internet in meno di tre minuti, collegandosi a www.stopdisastersgame.org. Per il momento però esiste solo la versione in inglese, testata in alcune scuole di Australia, Kenya e Indonesia, dove «i bambini hanno risposto positivamente e con ottimi risultati» ha raccontato Briceño, assicurando che entro il 10 ottobre 2007, giornata internazionale per la riduzione dei disastri,  sarà pronta la traduzione in altre lingue, tra cui cinese, arabo, francese, spagnolo e italiano. L’Organizzazione è però consapevole che non tutti i bambini del mondo hanno un facile accesso a Internet e per superare questo ostacolo sta perciò preparando la versione di in Dvd che, attraverso le sedi locali dell’Isdr,  sarà distribuito nelle scuole e nei centri educativi di Africa, Asia, America latina e Caraibi.

Un po’ in ritardo sui tempi, ma alla fine anche  l’Onu ha scoperto che  Internet può essere un ottimo strumento per comunicare ed educare. Probabilmente stimolata anche dal successo ottenuto da un precedente videogioco messo in Rete l’anno scorso, Food Force, pensato e creato in collaborazione con il World food program e destinato a bambini e bambine dagli 8 ai 13 anni. Certo, la fame nel mondo non è un gioco, come non lo sono i disastri naturali, ma utilizzando le nuove tecnologie si può imparare molto. Anche in Food Force i giovani giocatori devono superare diverse prove, con un crescente grado di difficoltà, per portare a termine sei missioni umanitarie in un paese che ha bisogno del loro aiuto. Si calcola che finora oltre 3 milioni e mezzo di utenti, in 40 paesi, si siano collegati al sito – un successo che ha incentivato RaiNet a collaborare con il Wfp per la traduzione del videogioco in italiano, scaricabile gratuitamente  collegandosi a  www.food-force.com. Giochi dl genere oltre a tutto si prestano bene ad essere giocati in gruppo, ragionando e scegliendo, anziché sparecchiare solitari con il joystick. In questo caso la cultura è quella della solidarietà e dell’ambiente.

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