editoriale
Franco Carlini
Da San Francisco, nel pezzo qui a fianco, Bernardo Parrella ci fa notare come la nuova ondata dell’Internet, ora definita Web 2.0, vada gonfiandosi di aspettative e illusioni, con caratteristiche analoghe alla prima bolla, che esplose fragorosamente nella primavera di sette anni fa. Nelle settimane scorse Nicola Bruno ci ha proposto su queste pagine due ricostruzioni molto interessanti del dibattito americano su tale fenomeno e delle critiche che va raccogliendo (leggibili all’indirizzo http://chipsandsalsa.wordpress.com). La mercificazione crescente dei contenuti digitali, anche di quelli prodotti dal basso, tende ancora una volta a ingabbiare il «felice caos comunicativo» che le tecnologie hanno reso possibile. L’espressione tra virgolette è tratta da una sentenza famosa del tribunale di Filadelfia, in difesa delle libertà di espressione in rete. Da un lato le multinazionali della multimedialità imbracciano il copyright come un’arma letale, dall’altro i legislatori di tutto il mondo, e non soltanto quelli della Cina autoritaria, sognano e cercano di praticare una robusta ripresa di controllo della sfera pubblica. Né sembra reagire a sufficienza in difesa delle libertà la comunità dei lavoratori dell’informazione dove prevale l’anacronistica convinzione di essere gli unici professionalmente abilitati a fare giornalismo serio, mica come quei blogger «improvvisati».
Sul settimanale The Economist, peraltro, Tim Berners-Lee, l’inglese che ideò il web nei primi anni ‘90, ha saggiamente osservato che quanto oggi va succedendo non è una la versione 2, ma semplicemente, e finalmente, una prima realizzazione di quella «ragnatela grande come il mondo», il world wide web, che egli ed altri allora immaginarono: un ipertesto globale, fatto di pagine non solo leggere, ma anche da scrivere, condividere e riscrivere in un flusso continuo di idee. Questo è un bene pubblico da proteggere, anzi da coltivare con cura e rispetto, anche quando appaia rumoroso e disturbante. Ed effettivamente c’è molto di buono, solo che lo si sappia vedere, al di là delle mode e dei gadget inutili, molti dei quali svaniranno senza lasciar traccia: un possibile spostamento dei rapporti di potere comunicativi.
Archivio per 22 Marzo 2007
Il piccolo Corrado Calabrò
Pubblicato da franco carlini su 22 Marzo, 2007
censure
Il piccolo Corrado Calabrò
«Si ritrovò le labbra pubiche di lei sulle proprie labbra». «Il suo utero inguainava il membro di lui come un guanto». Sono espressioni contrarie al pudore? Se sì, allora delle scene cinematografiche ad esse ispirate, non potranno essere trasmesse per televisione, fosse pure alle 4 di notte. E quelle frasi non dovranno nemmeno essere lette o recitate. Salvo nel caso che la rappresentazione «sia parte di un contesto culturale o di valore artistico e risulti non fine a sé stessa ma funzionale all’economia dell’opera in cui è inserita». Questa la più recente decisione dell’Agcom, Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (http://www.agcom.it/provv/d_23_07_CSP.htm) che meriterebbe una lettura attenta e orripilata. La firma in calce all’Atto di Indirizzo è di Corrado Calabrò, giurista, ma anche scrittore. E’ lui peraltro l’autore delle frasi citate all’inizio, che comparvero nel libro Ricorda di dimenticarla, addirittura finalista al premio Strega 1999. Dunque quelle parole, da considerarsi evidentemente opera d’arte, potranno essere recitate in tv, e buon per lui. E buono anche per noi, se non altro perché potremo continuare a sorridere delle scarse conoscenze anatomiche del professore, che scambia l’utero per la vagina. Forse quel ricordo uterino risaliva alla sua esperienza prenatale, quando tutto il piccolo Calabrò era «inguainato» nell’utero materno. Roba da psicanalisi. Giuristi per giuristi, molto meglio allora il giudice Dan Brown della Corte Suprema americana, il quale, richiesto di valutare un film davvero pornografico, rispose così a una collega bacchettona: «Quella roba mi fa schifo, ma nel nostro ordinamento la merda ha diritto di essere merda». E rifiutò di censurare. Il tutto avveniva nel 1981, nel film assai liberal Una notte con vostro onore, splendida interpretazione del falso burbero Walter Matthau.
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Travaglio non studia
Pubblicato da franco carlini su 22 Marzo, 2007
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Travaglio non studia
Il giornalista Marco Travaglio è giustamente famoso non tanto per la faccia poco sorridente (glie ne hanno fatte passare di tutti i colori), ma soprattutto per lo scrupolo con cui, prima di scrivere una riga, si documenta sui fatti penali e non solo su quelli. Non per caso il suo ultimo libro si intitola La scomparsa dei fatti. Ma andrà onestamente riconosciuto che alle prova orale risulta molto meno attento. Così, a seguito della recente decisione del Garante della Privacy (Provvedimento del 15 marzo 200. Diffusione dati personali concernenti attività di indagine in corso presso gli uffici giudiziari di Potenza) ha voluto polemicamente commentare (sulla televisione La7, domenica 18 marzo) che in questo modo si tutela la privacy dei politici e invece non si interviene a difesa di quella dei normali cittadini. Un giudizio ceffato di brutto: non solo il sito del Garante (www.garanteprivacy.it) , ma anche i voluminosi provvedimenti di questi anni, nonché il libro di Mauro Paissan che fa parte della suddetta Autorità («Privacy e Giornalismo», ottenibile gratuitamente dagli uffici), elencano i numerosissimi interventi a difesa di singole indifese persone, spesso deboli. E quanto ai politici, vale semmai il principio contrario, come non si stanca di ripetere l’ex garante Stefano Rodotà: «Per le figure pubbliche non c’è dubbio che l’asticella è più bassa: nel senso, come si dice negli Usa, che queste persone hanno una più ridotta aspettativa di privacy. E questo succede perché i politici si sottopongono al giudizio dei cittadini» (Il Corriere della Sera, domenica 18 marzo). Basterebbe informarsi, e non costa troppa fatica.
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Distratte disinformazioni
Pubblicato da franco carlini su 22 Marzo, 2007
privacy /1
Distratte disinformazioni
Anche il quotidiano La Stampa di Torino, per la penna del suo commentatore Riccardo Barenghi (già direttore del manifesto), inciampa nella clamorosa disinformazione sulle attività del garante. Ecco la prosa: «Pizzetti ha fatto finta di niente, lui che doveva garantire la privacy non si curava della privacy di tanta gente. Molti di loro, come Sircana, non colpevoli di nulla (se non di farsi gli affari loro, ovviamente sessuali, che sennò non c’è notizia). Ma vittime, come Sircana, di un tentativo di estorsione. Niente, il Garante non c’era e se c’era dormiva». Vale per il direttore Giulio Anselmi, l’invito a farsi un giro per il sito del garante, prima di aprire campagne disinformate, lui, che avendo diretto l’Ansa, ha sempre praticato il metodo che le notizie si verificano, magari persino con gli interessati.
Pregevole invece, e tempestivo, l’editoriale del Corriere della Sera, a firma Pierluigi Battista che ha definito «Fangopoli» le recenti storie italiane.
Peccato soltanto che lo stesso quotidiano, nello stesso giorno, abbia tranquillamente proseguito con i verbali di interrogatorio delle veline, evidentemente destinatarie di minor rispetto.
Nelle reazioni dei giornalisti ci sarebbe un sano orgoglio per il loro ruolo di osservatori critici dei poteri, che non guardano in faccia a nessuno. Fosse vero, che contentezza. Ma come dimenticare il breve messaggio di testo spedito da Anna Falchi al marito Ricucci, prontamente mandato in stampa (nell’occasione da Repubblica)? Era totalmente fuori tema, ininfluente, privo di qualunque valore informativo rispetto all’inchiesta. Privati sentimenti che tali dovrebbero restare. Il guaio è che troppo giornalismo italiano, anche di quello con i galloni, non solo pratica, ma teorizza, tali cronache. La scusa che i caporedattori si danno è che se non lo pubblichiamo noi, lo faranno gli altri.
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La censura on line s’allarga
Pubblicato da franco carlini su 22 Marzo, 2007
Siti oscurati, blog cancellati, arresti. Ecco come la censura on line s’allarga
Altro che libertà del web. I dati di un fenomeno sempre più esteso nell’ultimo studio realizzato dalla «OpenNet Iniziative» (Oni), che ha condotto un monitoraggio di sei mesi in quaranta paesi
Patrizia Cortellessa
Siti oscurati, blog cancellati, chat room monitorate, motori di ricerca «ristretti». E un numero sempre maggiore di persone imprigionate per aver manifestato o condiviso un pensiero o un’informazione. Altro che libertà del web. La censura online è un fenomeno sempre più esteso e pervasivo. Lo rivelano i dati dell’ultimo studio realizzato dalla «OpenNet Iniziative» (Oni), che ha coinvolto la scuola di legge di Harvard e le università di Toronto, Cambridge e Oxford. Quaranta paesi presi in visione e una ricerca durata sei mesi hanno «partorito» una black list degli attuali nemici di Internet. Il record negativo è detenuto da Cina e Iran, veri capofila nella limitazione di una rete, per definizione «troppo libera». L’elenco – in continuo aggiornamento – interessa per ora almeno due dozzine di paesi, tra i quali Turchia, Arabia Saudita, Birmania, Tunisia, Uzbekisan, Vietnam. L’allarme della «OpenNet iniziative» arriva proprio a ridosso della grande eco suscitata dalla decisione della Turchia (revocata due giorni dopo) di oscurare il sito YouTube, che aveva dato spazio a materiale offensivo nei confronti del padre della nazione, Kemal Ataturk. In una realtà che vede una crescita esplosiva di fruitori della comunicazione online l’aumento della censura preoccupa seriamente. Amnesty International ha lanciato una campagna per la libertà di espressione in rete, invitando le aziende tecnologiche a «non collaborare». E i nuovi paesi che man mano si aggiungono al triste elenco prendono «a modello» la storia «censoria» e l’«esperienza repressiva» di chi ne sa più di loro. E’ il modello cinese a fare scuola. Sono sempre più allarmanti infatti le notizie che giungono dalla «grande muraglia» digitale: «Chi prova ad accedere a siti il cui contenuto riguarda argomenti come l’indipendenza di Taiwan o del Tibet, il Dalai Lama, gli eventi di piazza Tienamen o i partiti politici di opposizione viene arrestato». La «purificazione di Internet», di cui parlava qualche tempo fa il presidente cinese Hu Jintao, sembra abbia fatto proseliti anche fuori dal territorio nazionale.
Nell’attività di filtraggio di contenuti «indesiderati» sono sempre di più i paesi, «che si rendono conto di non potercela fare da soli e si rivolgono a compagnie private», asserisce John Palfrey, direttore del Centro per Internet e Società di Harward. Nella maggior parte dei casi le società che sviluppano sistemi di protezione sono in Occidente, ma ci sono anche i fornitori di servizi come Google o Microsoft che, pur di non perdere appetitosi mercati emergenti – come appunto quello cinese – sono dispostissimi a scendere a compromessi. Ma se da una parte sono proprio le tecnologie avanzate a venire in aiuto dei «censori» dell’era informatica, come i software per il rilevamento di parole-chiave sensibili o i «denial of service attacks», che bombardano il sito di richieste di accesso rendendolo inaccessibile, dall’altra gli internauti non stanno certo a guardare. E rispondono con le stesse sofisticate armi. Ma come si possono eludere i tecnologici «cani da guardia» sguinzagliati a controllo della rete? Danny OBrien, coordinatore del gruppo di pressione «Elettronic Frontier Foundation» si affida ad esempio ad una connessione criptata attraverso una rete di server privati: «(Quando navigo) il mio segnale viene casualmente reindirizzato da un computer a un altro – afferma – così per esempio Google mi può apparire in svedese o in qualche altra lingua, a seconda della macchina da cui ci arrivo». A mali estremi estremi rimedi, insomma, con l’unica l’accortezza di non lasciare troppe tracce digitali in rete.
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