Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archivio per 22 Marzo 2007

Felice caos a tutti

Pubblicato da franco carlini su 22 Marzo, 2007

editoriale

Franco Carlini
Da San Francisco, nel pezzo qui a fianco, Bernardo Parrella ci fa notare come la nuova ondata dell’Internet, ora definita Web 2.0, vada gonfiandosi di aspettative e illusioni, con caratteristiche analoghe alla prima bolla, che esplose fragorosamente nella primavera di sette anni fa. Nelle settimane scorse Nicola Bruno ci ha proposto su queste pagine due ricostruzioni molto interessanti del dibattito americano su tale fenomeno e delle critiche che va raccogliendo (leggibili all’indirizzo http://chipsandsalsa.wordpress.com). La mercificazione crescente dei contenuti digitali, anche di quelli prodotti dal basso, tende ancora una volta a ingabbiare il «felice caos comunicativo» che le tecnologie hanno reso possibile. L’espressione tra virgolette è tratta da una sentenza famosa del tribunale di Filadelfia, in difesa delle libertà di espressione in rete. Da un lato le multinazionali della multimedialità imbracciano il copyright come un’arma letale, dall’altro i legislatori di tutto il mondo, e non soltanto quelli della Cina autoritaria, sognano e cercano di praticare una robusta ripresa di controllo della sfera pubblica. Né sembra reagire a sufficienza in difesa delle libertà la comunità dei lavoratori dell’informazione dove prevale l’anacronistica convinzione di essere gli unici professionalmente abilitati a fare giornalismo serio, mica come quei blogger «improvvisati».
Sul settimanale The Economist, peraltro, Tim Berners-Lee, l’inglese che ideò il web nei primi anni ‘90, ha saggiamente osservato che quanto oggi va succedendo non è una la versione 2, ma semplicemente, e finalmente, una prima realizzazione di quella «ragnatela grande come il mondo», il world wide web, che egli ed altri allora immaginarono: un ipertesto globale, fatto di pagine non solo leggere, ma anche da scrivere, condividere e riscrivere in un flusso continuo di idee. Questo è un bene pubblico da proteggere, anzi da coltivare con cura e rispetto, anche quando appaia rumoroso e disturbante. Ed effettivamente c’è molto di buono, solo che lo si sappia vedere, al di là delle mode e dei gadget inutili, molti dei quali svaniranno senza lasciar traccia: un possibile spostamento dei rapporti di potere comunicativi.

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Quella cosa assai di moda

Pubblicato da franco carlini su 22 Marzo, 2007

Una bolla piagnucolosa detta Web 2.0: «La rivoluzione dei social media scomparirà?»

Un testo impietoso che rafforza il pensiero critico nei confronti dello stralodato Web 2.0, considerato una “buzz word” ben inventata per attirare capitali. Il rischio di un nuovo scoppio, come nel 2000
Bernardo Parrella
La «bolla del Web 2.0: perché la rivoluzione dei social media scomparirà frignando». Questo il titolo di una puntigliosa analisi del fenomeno del momento, a firma di Michael Hirschorn sul numero di aprile di Atlantic Monthly. L’autore è uno dei dirigenti di Vh1, network televisivo di New York, giornalista e saggista. Un testo impietoso che rafforza il pensiero critico nei confronti dello stralodato Web 2.0: una moda, una ‘buzz word’ ben inventata per attirare capitali. Con il risultato del tipico hype che va generando una bolla speculativa simile a quella della prima Net-mania nel 2000.
Non è certo da ieri che queste avvisaglie vengono rilanciate negli Stati Uniti, ai convegni, online e sulla stampa, pur se raramente conquistano la prima pagina. Qualche mese fa un editoriale della rivista ZDNet, commentando proprio il «Web 2.0 Summit» di San Francisco, puntualizzava l’evidente scarsità di innovazioni concrete, con una «miriade di start-up alla rincorsa di MySpace». La cui strategia, incalzava un’articolata analisi di Technology Review, minaccia di sfruttare «l’energia populista degli utenti» per intrappolarli nel solito «mondo del commercialismo dei big media». Non a caso la pagina personale del gigante degli hamburger BurgerKing vanta oltre 135.000 ‘amici’, e più di 200 mila il produttore di cellulari Helio. Di fatto MySpace è sempre più un giardino recintato, zeppo di esche per il business e lontano quelle caratteristiche di partecipazione e condivisione che sono sembrate animare il Web 2.0.
Eppure la creatura di Rupert Murdoch, insieme a YouTube e pochissimi altri, rimane l’esempio più citato nell’immaginario popolare e il più imitato da enterpreneur vecchi e nuovi. Alzando, appunto, un gran polverone e dimenticando (anzi, facendo dimenticare) come il social networking online sia tutt’altro che una novità. Semmai fu il senso stesso di Internet fin dalla sua nascita, con le prime email tra i ricercatori di Arpanet nel 1971 e il WWW ideato da Sir Tim Berners-Lee nei primi ‘90. E cos’erano le Bbs e i conferencing system dei primi ‘90? Rigorosamente text-only, con modem a 2400 o 4800 bps e una lenta connessione risolta dal fischio liberatorio del contatto stabilito, quando andava bene. Ma già allora reti di socialità, condivisione, discussione aperta.
Insiste Hirschorn: «I social media sono stati in giro fin dall’alba del Web. Ricordiamo GeoCities? L’innovazione chiave che lanciò l’attuale moda era semplice: mettere in rete gli utenti e consentire loro di interagire come si fa nella vita reale – o almeno come avremmo voluto fare nella vita reale. Sono anni ormai che usiamo i blog».
Per passare poi in rassegna alcuni esempi che tentano di sfruttare quest’ondata di esagerazioni online a puro scopo monetario ecco quanto riporta la società di consulenze VentureOne: solo in Usa «nei primi mesi del 2006 quasi 500 milioni di dollari di venture capital sono stati versati in aziende di social media». A sua volta il Wall Street Journal cita il venture capitalist Todd Dagres: «Molti progetti sono incompleti e incompetenti, con modelli di business basati più sulla pura visibilità che sul cash flow, e una corsa esponenziale verso contratti del tipo ‘aspetta, ci sono anch’io’».
Come per lo storico boom di America On Line poi andato in cenere, MySpace & Co. puntano a strategie da ‘giardini recintati’, deliziosi e profumati quanto vogliamo, ma che prima o poi finiranno per sciogliersi nell’enorme territorio assai più libero e meno controllato (e commerciale) del magma digitale. Il vero valore di questi mega-spazi sociali sta nella loro capacità di monetizzare, soprattutto tramite inserzioni e marketing, il traffico generato dai propri utenti. I quali, specialmente se attirano un gran numero di visitatori, vanno rendendosi conto invece che il «loro futuro sta nel guidare la gente fuori da MySpace su pagine proprie, più robuste e personalizzabili … perché lì la baraonda digitale vive all’interno di un ambiente fermamente sotto controllo».
Mentre questi strumenti social vanno diventando inevitabilmente meno attraenti e più scontati, chiude l’articolo, utenti popolari come l’ormai leggendaria Tila Tequila di MySpace cominceranno ad emigrare altrove portandosi dietro gli oltre 1,5 milioni di amici. Già, perché con tutti i piagnistei degli accoliti di ieri e di domani, l’esodo continuo rimane la norma del cyberspace. Soprattutto quando è in gioco la convivialità. Mentre questi recinti andranno facendosi giocoforza più angusti, vedi già i divieti ai widget su MySpace o le restrizioni anti-copyright di YouTube, è assai probabile che la bolla continuerà a gonfiarsi prima del botto finale.

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Il piccolo Corrado Calabrò

Pubblicato da franco carlini su 22 Marzo, 2007

censure
Il piccolo Corrado Calabrò
«Si ritrovò le labbra pubiche di lei sulle proprie labbra». «Il suo utero inguainava il membro di lui come un guanto». Sono espressioni contrarie al pudore? Se sì, allora delle scene cinematografiche ad esse ispirate, non potranno essere trasmesse per televisione, fosse pure alle 4 di notte. E quelle frasi non dovranno nemmeno essere lette o recitate. Salvo nel caso che la rappresentazione «sia parte di un contesto culturale o di valore artistico e risulti non fine a sé stessa ma funzionale all’economia dell’opera in cui è inserita». Questa la più recente decisione dell’Agcom, Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (http://www.agcom.it/provv/d_23_07_CSP.htm) che meriterebbe una lettura attenta e orripilata. La firma in calce all’Atto di Indirizzo è di Corrado Calabrò, giurista, ma anche scrittore. E’ lui peraltro l’autore delle frasi citate all’inizio, che comparvero nel libro Ricorda di dimenticarla, addirittura finalista al premio Strega 1999. Dunque quelle parole, da considerarsi evidentemente opera d’arte, potranno essere recitate in tv, e buon per lui. E buono anche per noi, se non altro perché potremo continuare a sorridere delle scarse conoscenze anatomiche del professore, che scambia l’utero per la vagina. Forse quel ricordo uterino risaliva alla sua esperienza prenatale, quando tutto il piccolo Calabrò era «inguainato» nell’utero materno. Roba da psicanalisi. Giuristi per giuristi, molto meglio allora il giudice Dan Brown della Corte Suprema americana, il quale, richiesto di valutare un film davvero pornografico, rispose così a una collega bacchettona: «Quella roba mi fa schifo, ma nel nostro ordinamento la merda ha diritto di essere merda». E rifiutò di censurare. Il tutto avveniva nel 1981, nel film assai liberal Una notte con vostro onore, splendida interpretazione del falso burbero Walter Matthau.

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Travaglio non studia

Pubblicato da franco carlini su 22 Marzo, 2007

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Travaglio non studia
Il giornalista Marco Travaglio è giustamente famoso non tanto per la faccia poco sorridente (glie ne hanno fatte passare di tutti i colori), ma soprattutto per lo scrupolo con cui, prima di scrivere una riga, si documenta sui fatti penali e non solo su quelli. Non per caso il suo ultimo libro si intitola La scomparsa dei fatti. Ma andrà onestamente riconosciuto che alle prova orale risulta molto meno attento. Così, a seguito della recente decisione del Garante della Privacy (Provvedimento del 15 marzo 200. Diffusione dati personali concernenti attività di indagine in corso presso gli uffici giudiziari di Potenza) ha voluto polemicamente commentare (sulla televisione La7, domenica 18 marzo) che in questo modo si tutela la privacy dei politici e invece non si interviene a difesa di quella dei normali cittadini. Un giudizio ceffato di brutto: non solo il sito del Garante (www.garanteprivacy.it) , ma anche i voluminosi provvedimenti di questi anni, nonché il libro di Mauro Paissan che fa parte della suddetta Autorità («Privacy e Giornalismo», ottenibile gratuitamente dagli uffici), elencano i numerosissimi interventi a difesa di singole indifese persone, spesso deboli. E quanto ai politici, vale semmai il principio contrario, come non si stanca di ripetere l’ex garante Stefano Rodotà: «Per le figure pubbliche non c’è dubbio che l’asticella è più bassa: nel senso, come si dice negli Usa, che queste persone hanno una più ridotta aspettativa di privacy. E questo succede perché i politici si sottopongono al giudizio dei cittadini» (Il Corriere della Sera, domenica 18 marzo). Basterebbe informarsi, e non costa troppa fatica.

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Distratte disinformazioni

Pubblicato da franco carlini su 22 Marzo, 2007

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Distratte disinformazioni
Anche il quotidiano La Stampa di Torino, per la penna del suo commentatore Riccardo Barenghi (già direttore del manifesto), inciampa nella clamorosa disinformazione sulle attività del garante. Ecco la prosa: «Pizzetti ha fatto finta di niente, lui che doveva garantire la privacy non si curava della privacy di tanta gente. Molti di loro, come Sircana, non colpevoli di nulla (se non di farsi gli affari loro, ovviamente sessuali, che sennò non c’è notizia). Ma vittime, come Sircana, di un tentativo di estorsione. Niente, il Garante non c’era e se c’era dormiva». Vale per il direttore Giulio Anselmi, l’invito a farsi un giro per il sito del garante, prima di aprire campagne disinformate, lui, che avendo diretto l’Ansa, ha sempre praticato il metodo che le notizie si verificano, magari persino con gli interessati.
Pregevole invece, e tempestivo, l’editoriale del Corriere della Sera, a firma Pierluigi Battista che ha definito «Fangopoli» le recenti storie italiane.
Peccato soltanto che lo stesso quotidiano, nello stesso giorno, abbia tranquillamente proseguito con i verbali di interrogatorio delle veline, evidentemente destinatarie di minor rispetto.
Nelle reazioni dei giornalisti ci sarebbe un sano orgoglio per il loro ruolo di osservatori critici dei poteri, che non guardano in faccia a nessuno. Fosse vero, che contentezza. Ma come dimenticare il breve messaggio di testo spedito da Anna Falchi al marito Ricucci, prontamente mandato in stampa (nell’occasione da Repubblica)? Era totalmente fuori tema, ininfluente, privo di qualunque valore informativo rispetto all’inchiesta. Privati sentimenti che tali dovrebbero restare. Il guaio è che troppo giornalismo italiano, anche di quello con i galloni, non solo pratica, ma teorizza, tali cronache. La scusa che i caporedattori si danno è che se non lo pubblichiamo noi, lo faranno gli altri.

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Giornalisti che cadono nella rete

Pubblicato da franco carlini su 22 Marzo, 2007


Wikipedia incontra Woodward? Prove di giornalismo in Internet, cittadini-reporter ormai sono al lavoro
Carola Frediani
La solitudine del giornalista di fronte al monitor è un’immagine destinata a scomparire. O a restare, come la macchina da scrivere, solo una posa nostalgica. E anche la redazione – luogo quasi inaccessibile al cittadino medio – diventerà più simile nel futuro al nodo centrale di una rete di giornalismo distribuito, aperto, open-source.
L’ultima metamorfosi dei citizen media mira al cuore della produzione di notizie, distruggendo una barriera che nei precedenti esperimenti di giornalismo dal basso era rimasta perlopiù intatta: quella tra professionisti e amatori. E’ l’esperimento di New Assignment, che vuole trasformare i lettori in una schiera organizzata di fonti, reporter, informatori, intervistatori, senza però perdere la professionalità dei media vecchio stampo. Dopo una lunga fase di presentazione e di raccolta fondi, questo progetto – capitanato da Jay Rosen, un guru del citizen journalism – è diventato infatti operativo, con il suo primo incarico, «Assignment Zero», e il suo primo oggetto di indagine: il crowdsourcing.
Ma come si è arrivati fino a qui? NewAssignment.net è stato fondato da Rosen nel luglio 2006 con lo scopo di rinnovare il giornalismo, e soprattutto le sue sperimentazione collaborative, aperte al contributo dei cittadini. «Possono ampi gruppi di persone, situate in luoghi diversi, lavorare insieme e volontariamente attraverso internet, riferire su qualcosa che sta accadendo in quel momento nel mondo, e, dividendo il lavoro razionalmente, raccontare la storia in modo più completo, mantenendo alti standard in verità accuratezza e libertà d’espressione?», scrisse Rosen in un articolo-manifesto, e se alla fine della frase vi manca il respiro potete capire, anche sintatticamente, la complessità di un simile esperimento.
La scommessa di New Assignment è che ciò sia possibile,anche attraverso l’ibridazione di due diversi modelli: i lettori diventano reporter, e i giornalisti fanno i capiredattori. «Disciplina editoriale all’interno di un clima di apertura radicale» è la formula. O, per dirla come uno degli utenti del sito: «E’ Wikipedia che incontra Woodward e Bernstein (i due giornalisti del Watergate, ndr)». Per puntellare simili ambizioni è stato pianificato un sistema editoriale di ferro: un editor, che dovrà coordinare la squadra e la comunità, stabilire il calendario dei lavori, tenere insieme le fila del progetto; un direttore della partecipazione, che gestirà il rapporto con i volontari, con il pubblico-autore; e altre figure professionali tra cui un giornalista incaricato di verificare le fonti.
Ma soprattutto ci saranno gli utenti, i lettori, l’intelligenza collettiva (wisdom of crowds) che tanta parte hanno svolto nell’internet di questi ultimi anni. Una forza che sta tracimando oltre i confini virtuali della rete, apprestandosi a diventare un modello di business anche per molte aziende fatte di mattoni più che di bit.
Non è quindi un caso che il primo oggetto d’indagine di New Assignment sia, in una sorta di tautologia, utilizzare la sapienza delle masse per analizzare la sapienza delle masse, appunto, il crowdsourcing. Il fenomeno in questione – quel modello di lavoro in base al quale un dato compito, un tempo svolto internamente da un’azienda, viene distribuito esternamente via internet a un ampio gruppo di persone – permette di verificare le potenzialità del progetto. A cominciare dalle sinergie con Wired, la rivista di riferimento del popolo internet che per prima, attraverso il giornalista Jeff Howe, coniò quel termine, modellandolo sul meno allegro outsourcing. Non solo il magazine contribuisce finanziariamente al progetto, pagando la figura dell’editor, ma sarà lo stesso Howe, alla fine di questo primo incarico, a scrivere un nuovo articolo sul crowdsourcing basandosi su quanto emerso nell’indagine collettiva. E’ l’abbraccio, o se volete il corto circuito, tra il vecchio e il nuovo giornalismo.
«Partiamo con qualcosa di familiare – spiega ancora Rosen dalle pagine di Wired – con una storia legata alla nascita di NewAssignment.net. (…) lo sviluppo e la diffusione del crowdsourcing». Ma una volta collaudato, lo stesso meccanismo potrà applicarsi a inchieste sull’ambiente, la scuola, la povertà, la guerra.
Sbaglierebbe comunque chi consideri il crowdsourcing una tematica di nicchia: declinata in vario modo, con diverse terminologie (c’è chi recentemente, e ne abbiamo scritto anche qui, ha parlato di wikinomics, economia del modello wiki): le pratiche di intelligenza collettiva sono certamente nate negli ambienti di sviluppo aperto, nelle reti collaborative di programmatori che hanno prodotto Linux, Firefox e via dicendo, ma sono oggi applicate efficacemente anche da multinazionali come la Procter&Gamble. Si tratta, secondo alcuni, di una rivoluzione economica che cambierà i modelli di business, di lavoro e di organizzazione della conoscenza. Assignment Zero intende sviscerarne tutti gli aspetti, a cominciare anche dalla domanda centrale: perché tutte queste persone sono disponibili a lavorare spesso gratuitamente? Domanda che si potrebbe rivolgere anche agli stessi utenti del progetto, ai lettori-reporter, che inizialmente daranno il loro contributo senza ricevere compensi.
Per ora è possibile visitare la redazione virtuale del progetto a questo indirizzo (http://zero.newassignment.net), dove sono raccolti i tanti filoni di un tema immenso, come tessere di un puzzle. Uno di questi incarichi sarà, ad esempio, intervistare un super-contributor di Wikipedia, stilandone un profilo.«Chi sono queste persone? Che lavoro fanno?», si chiede la traccia introduttiva. Se qualcuno si sente in grado di condurre una simile intervista può farsi avanti, spiegando le ragioni per le quali sarebbe un buon candidato. Tutto avviene alla luce del sole, anche se la regia è (deve essere) solida. Un simbolo a fianco degli assignments, i compiti, spiega se questi vanno svolti individualmente (ad esempio, un’intervista) o in gruppo (come una raccolta di informazioni su un argomento). Birra open source, è un altro dei tasselli del mosaico. «Chi se ne occupa? Quali produttori aprono le proprie ricette affinché siano liberamente modificabili e migliorabili dagli altri?». Navigare nella «redazione» (newsroom) di New Assignment è già una lezione di giornalismo.

freddy@totem.to

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Calce e mattone su Second Life

Pubblicato da franco carlini su 22 Marzo, 2007

second life
Calce e mattone, tempo di business
Alessandra Carboni
(La nostra inviata continua a muoversi nel metamondo chiamato Secon Life. E questa volta costruisce isole e case. Il diario completo su www.visionblog.it).
Second Life, 16 marzo 2007
«E non li voglio mettere i vetri oscurabili! Preferisco metterci delle tende».
«Uhmmmm! Ma le tende fanno vecchiume! Le tintable windows sono più tech, più adatte a questa casa, dai».
«Faccio come mi pare, ok? Poi vediamo il risultato. Si fa sempre in tempo a cambiare tutto».
Delle stupide tendine azzurre sono state responsabili della prima discussione con il mio socio in affari.
Ad ogni modo, alla fine ha avuto ragione Hols, e la prima casa che abbiamo venduto aveva delle magnifiche finestre, enormi, tutte oscurabili tramite telecomando, per tutelare la privacy.
Il nostro cliente numero uno è stato un ragazzo della regione dell’East End: voleva fare una sorpresa alla fidanzata, le ha comprato la terra e ci ha messo sopra la nostra bella casetta vittoriana. Vendiamo pezzi unici: chi compra una delle nostre case sa che non ne vedrà un’altra di uguale in giro. Per questo riusciamo ad alzare un po’ il prezzo, perché l’originalità si paga. Hols è un perfezionista, io sono iper-critica. Ogni tanto ci scontriamo, ma tutto sommato ci vogliamo bene e lavoriamo in sintonia. Condividiamo tutto, io e lui: problemi, soddisfazioni, incassi, scoperte, tempo libero, amici e birra. C’è empatia, sostanzialmente.
Dopo la prima, c’è stata la seconda casa – un cottage di montagna – e poi la terza, e la quarta. Avevo talmente tanto lavoro da dover abbandonare il mio impiego di modella, con un po’ di dispiacere. Ma se devo dirla tutta, il mestiere di builder mi appassiona di più ed è più redditizio.
Quando Drew il vampiro ci ha commissionato la costruzione della disco-techno abbiamo capito che avremmo potuto fare qualsiasi cosa, insieme. Un ambiente enorme, due piani open space dedicati alla musica e al divertimento. Porte scorrevoli e ascensori, texture estreme, colori scuri, installazioni luminose d’atmosfera adatte ai rave di fine settimana. Drew ci ha fatto i complimenti e ci ha regalato 1.500 Linden dollar in più sul prezzo concordato.
«Mia cara, dobbiamo parlare». Hols si è materializzato alle mie spalle proprio mentre osservavo una fessura tra le pareti del soggiorno di casa, sul lato esterno.
«Di cosa?»
«Di un progetto… Una cosa seria».
Ci siamo seduti sul dondolo sotto al portico, e mi ha raccontato tutto.
«Ci affidano un’intera sim, una regione. Esiste un piano urbanistico: area residenziale, commerciale, parchi e spiagge. Dobbiamo terraformare e costruire. Ma non è tutto: se ci stai, diventiamo soci del progetto, con una quota del 25 per cento a testa. Dividiamo le spese, ma anche i guadagni, quando riscuoteremo gli affitti».
Una sim misura circa 65 mila metri quadri. Fare il terraforming significa creare fisicamente le isole, la terraferma, farla emergere dal mare, per poterci costruire sopra. Qualora lo si desideri, il governatore Linden può consegnare una regione già terraformata, anche in base a un disegno personalizzato, ma comunque sia bisogna creare tutto il resto: dalle strade alle colline, dalle aree verdi alle abitazioni per le vacanze e ai palazzi per gli uffici.
«Ci sarà un centro storico con tanti negozietti, non il solito enorme centro commerciale. Tutto sarà dato in affitto ai residenti: sia le abitazioni che gli spazi commerciali. Ci vorrà un po’ di tempo e di fortuna prima di ingranare, ma sono sicuro che arriverà gente, e che in breve rientreremo dei costi. Tieni presente che l’investimento principale lo sosterranno gli altri due soci, noi ci mettiamo la forza-lavoro, più la nostra quota di spese mensili».
Ho accettato, quasi senza pensarci e la richiesta di acquisto della nostra nuova regione è stata inoltrata agli uffici del signor Linden.
Nell’attesa che la sim ci fosse assegnata abbiamo pensato di esplorare nuovi territori, per avere nuove ispirazioni ma anche per farci un’idea di cosa non valesse la pena riprodurre, in quanto già esistente. Quel che serve, per avere successo, è la fantasia: bisogna immaginare cosa piacerà alla gente, crederci e cercare di fare ancora meglio. Dare un’occhiata in giro è utile, perché ci si rende conto di quante cose si possono creare e di quanti bei posti sono già stati costruiti, anche da gente come me e Hols.
alessandra.carboni@totem.to

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La censura on line s’allarga

Pubblicato da franco carlini su 22 Marzo, 2007

Siti oscurati, blog cancellati, arresti. Ecco come la censura on line s’allarga
Altro che libertà del web. I dati di un fenomeno sempre più esteso nell’ultimo studio realizzato dalla «OpenNet Iniziative» (Oni), che ha condotto un monitoraggio di sei mesi in quaranta paesi
Patrizia Cortellessa
Siti oscurati, blog cancellati, chat room monitorate, motori di ricerca «ristretti». E un numero sempre maggiore di persone imprigionate per aver manifestato o condiviso un pensiero o un’informazione. Altro che libertà del web. La censura online è un fenomeno sempre più esteso e pervasivo. Lo rivelano i dati dell’ultimo studio realizzato dalla «OpenNet Iniziative» (Oni), che ha coinvolto la scuola di legge di Harvard e le università di Toronto, Cambridge e Oxford. Quaranta paesi presi in visione e una ricerca durata sei mesi hanno «partorito» una black list degli attuali nemici di Internet. Il record negativo è detenuto da Cina e Iran, veri capofila nella limitazione di una rete, per definizione «troppo libera». L’elenco – in continuo aggiornamento – interessa per ora almeno due dozzine di paesi, tra i quali Turchia, Arabia Saudita, Birmania, Tunisia, Uzbekisan, Vietnam. L’allarme della «OpenNet iniziative» arriva proprio a ridosso della grande eco suscitata dalla decisione della Turchia (revocata due giorni dopo) di oscurare il sito YouTube, che aveva dato spazio a materiale offensivo nei confronti del padre della nazione, Kemal Ataturk. In una realtà che vede una crescita esplosiva di fruitori della comunicazione online l’aumento della censura preoccupa seriamente. Amnesty International ha lanciato una campagna per la libertà di espressione in rete, invitando le aziende tecnologiche a «non collaborare». E i nuovi paesi che man mano si aggiungono al triste elenco prendono «a modello» la storia «censoria» e l’«esperienza repressiva» di chi ne sa più di loro. E’ il modello cinese a fare scuola. Sono sempre più allarmanti infatti le notizie che giungono dalla «grande muraglia» digitale: «Chi prova ad accedere a siti il cui contenuto riguarda argomenti come l’indipendenza di Taiwan o del Tibet, il Dalai Lama, gli eventi di piazza Tienamen o i partiti politici di opposizione viene arrestato». La «purificazione di Internet», di cui parlava qualche tempo fa il presidente cinese Hu Jintao, sembra abbia fatto proseliti anche fuori dal territorio nazionale.
Nell’attività di filtraggio di contenuti «indesiderati» sono sempre di più i paesi, «che si rendono conto di non potercela fare da soli e si rivolgono a compagnie private», asserisce John Palfrey, direttore del Centro per Internet e Società di Harward. Nella maggior parte dei casi le società che sviluppano sistemi di protezione sono in Occidente, ma ci sono anche i fornitori di servizi come Google o Microsoft che, pur di non perdere appetitosi mercati emergenti – come appunto quello cinese – sono dispostissimi a scendere a compromessi. Ma se da una parte sono proprio le tecnologie avanzate a venire in aiuto dei «censori» dell’era informatica, come i software per il rilevamento di parole-chiave sensibili o i «denial of service attacks», che bombardano il sito di richieste di accesso rendendolo inaccessibile, dall’altra gli internauti non stanno certo a guardare. E rispondono con le stesse sofisticate armi. Ma come si possono eludere i tecnologici «cani da guardia» sguinzagliati a controllo della rete? Danny OBrien, coordinatore del gruppo di pressione «Elettronic Frontier Foundation» si affida ad esempio ad una connessione criptata attraverso una rete di server privati: «(Quando navigo) il mio segnale viene casualmente reindirizzato da un computer a un altro – afferma – così per esempio Google mi può apparire in svedese o in qualche altra lingua, a seconda della macchina da cui ci arrivo». A mali estremi estremi rimedi, insomma, con l’unica l’accortezza di non lasciare troppe tracce digitali in rete.

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