editoriale
La società del controllo
F. C.
Stefano Rodotà, già Garante della Privacy, sabato scorso ha dialogato con Fabio Fazio su Rai3. Lo ha fatto anche per correggere le grossolane inesattezze (a voler essere generosi) scritte dai giornali e dette da alcuni politici ignoranti, a cavallo del caso Sircana. Tra le altre quella che l’ufficio del Garante, con il provvedimento recente, avrebbe inteso censurare e porre un limite alla libertà di espressione e di stampa. Gli è stato facile ricordare che il retroterra di quel provvedimento era semplicemente il Codice di Deontologia dei Giornalisti. Esso è in vigore dall’agosto di sette anni fa e venne steso dalla categoria stessa, attraverso un dialogo con il Garante. Il quale è tenuto a segnalarne le violazioni, così come gli ordini professionali sarebbero tenuti a intervenire, ma pochi lo fanno, con l’eccezione di quello della Lombardia. Se poi la categoria ritenesse che esso sia troppo restrittivo, ebbene nulla vieta che se ne propongano delle modifiche. Sembra limpido, ma evidentemente tra i colleghi pochi lo conoscono e molti lo trasgrediscono tranquillamente.
Il fatto è che il diritto delle persone a una sfera privata protetta è sotto minaccia, soprattutto da parte degli stati, e ancor più dopo l’11 settembre. Adesso sembra essersene accorto anche il parlamento inglese, la cui Camera dei Comuni sta per aprire un’inchiesta sullo stato della privacy nel Regno Unito. Il ministro degli interni-ombra dell’opposizione, David Davis, ha applaudito all’iniziativa dato che «sotto il governo del Labour ci siamo spostati progressivamente verso una ’società della sorveglianza’, di cui l’ossessione del governo per le carte di identità e per il database del Dna sono soltanto degli esempi». La Bbc ricorda in proposito che in Inghilterra ci sono 42 milioni di telecamere in luoghi pubblici, ovvero una ogni 14 abitanti e che è stato ormai realizzato il più grande archivio del Dna, con 3,6 milioni di campioni. Per non dire delle «dataveillance», ovvero la sorveglianza effettuata attraverso l’incrocio dei dati che vengono dalle telefonate, dalle carte di credito, dai telepass. In Italia era una specialità di Tavaroli and Co. in Telecom Italia, ma solo loro?
Archivio per 29 Marzo 2007
La società del controllo
Pubblicato da franco carlini su 29 Marzo, 2007
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nuovi beduini
Pubblicato da franco carlini su 29 Marzo, 2007
Computer, caffé e stella rossa
Il bordo stilizzato di una tazza di caffé, sovrastato da una stella, il tutto su sfondo rosso acceso. La forma della tazza evoca quella di una falce e il nuovo simbolo non appaia blasfemo, perché anche quella coppa di caffé di alta qualità parla di lavoro, come la falce evocava i contadini. È il simbolo del Ritual Roaster Caffè, uno dei locali di San Francisco (chi poteva dubitarne), dove, seduti ai tavolini, sono all’opera i nuovi lavoratori e imprenditori di se stessi dell’economia digitale. Molti di loro preferiscono la classica catena di Starbucks, altri li si trova al Coffee to the People, ricco di poster di Luther King e di musica dei ‘60 e ‘70. Un viaggio antropologicamente interessantissimo attraverso questi luoghi dell’economia digitale è stato fatto da Dan Fost, reporter del San Francisco Chronicle. Dunque una volta ancora il mito della Bay Area di San Francisco, perenne culla delle idee nuove e dei comportamenti di frontiera? Perché no, ma con la differenza rispetto agli anni ‘70 che i leggendari garage dell’innovazione creativa sono stati sostituiti dai caffé dotati di connessione all’internet senza fili, tipo Wi-Fi. Del resto non c’è più bisogno di assemblare chip e saldare componenti, perché i server su cui svolgere il proprio lavoro sono lontani e tutto quello che si deve creare è software e ancora software, nonché contenuti attraenti. Microimprenditoria nomade, insomma, i cui protagonisti si definiscono «beduini» come quelli del deserto e a cui è dedicato un apposito blog di buoni consigli, webworkerdaily.com. Gli strumenti da usare sono assai semplici: un laptop potente naturalmente con scheda Wi-Fi, dotato del software Skype per telefonare e un telefono cellulare. E nel frattempo tutta san Francisco viene coperta senza fili da Google.
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Libri eterni, ma on demand
Pubblicato da franco carlini su 29 Marzo, 2007
«Dobbiamo uccidere il libro per salvare i libri». Finirà così nell’era digitale?
Gutenberg è vivo e lotta insieme a noi. Ma sparsi per il mondo ci sono migliaia di lavoratori a ore impegnati a scannerizzare, pagina dopo pagina, intere biblioteche per Google. E tra 5 anni potrebbero aver finito
Nicola Bruno
Doveva essere la prima vittima illustre della rivoluzione digitale, ma il libro è ancora qui con noi, vivo e vegeto. Rispetto ad altri supporti (l’album per la musica, la pellicola per il cinema), l’avanzata dei bit non è riuscita del tutto a stravolgerne la natura di «insieme di fogli stampati o manoscritti, (…) numerati e cuciti insieme in modo da formare un volume, fornito di copertina» (De Mauro).
Nell’ultimo decennio in molti (soprattutto tra gli editori) hanno ingenuamente pensato che fosse solo una questione di hardware. Che bastasse, cioè, spingere sul mercato un gadget vagamente interattivo e portatile, su cui trasferire lo stesso prodotto affidato da secoli alla carta, per seppellire definitivamente Gutenberg. Niente di più sbagliato. Come per l’audio e i video online, anche qui il cambiamento dovrà passare per una risocializzazione delle pratiche di produzione e consumo. La direzione verso cui guardare è semmai quella del software, dove il David sociale sta definitivamente uccidendo il Golia della cultura istituzionalizzata.
Sparsi per il mondo ci sono migliaia di lavoratori a ore impegnati a scannerizzare, pagina dopo pagina, intere biblioteche per Google. L’Economist parla di 3000 volumi al giorno solo a Berkeley, contratti simili con altre 11 istituzioni. A voler fare un calcolo prudente, si tratta di oltre 10 milioni di libri all’anno. Di questo passo l’intera produzione mondiale, stimata intorno ai 65 milioni di opere, nel giro di un quinquennio sarà interamente digitalizzata. Non avrà le stanze esagonali della Biblioteca di Babele borgesiana, né si estenderà lungo la Via Lattea come l’Enciclopedia Galattica di Asimov, ma sarà a portata di clic di chiunque e da qualunque parte del mondo, in qualsiasi momento. Gli editori potranno aggirare gli impietosi colli di bottiglia della distribuzione tradizionale: niente ristampe e volumi al macero, il mercato sarà completamente on-demand. Seppur in scala molto ridotta, tutto ciò è già realtà: da qualche anno su Google Books è possibile effettuare ricerche all’interno dei libri, visualizzare anteprime, ordinare una copia o stamparla direttamente da casa. Mentre i colossi editoriali italiani nicchiano, piccole case come Meltemi e Apogeo hanno colto la palla al balzo, iniziando a offrire gran parte del loro catalogo online.
E questa è solo una faccia della medaglia. L’altra è rappresentata dal self-publishing, destinato a produrre effetti ancora più dirompenti. La tendenza è stata inaugurata da Lulu.com, ma sono già tanti i cloni (come Blurb o l’italiano Boopen) che permettono di pubblicare e vendere qualsiasi contenuto digitale in totale fai-da-te. Basta iscriversi, caricare la propria opera, scegliere il formato e la copertina, stabilire il prezzo di vendita, et voilà, il libro è in commercio. Con buona pace delle diseconomie di scala delle case editrici, il cui modello, come dice il fondatore di Lulu, Bob Young, funziona solo per l’Harry Potter di turno. Almeno fino a quando la Rowling non deciderà di ricorrere a servizi simili: il che non rappresenta una possibilità tanto remota. Un precedente già esiste e arriva dall’Italia con Giuseppe Genna (si veda qua sotto).
Tutto qui? Il libro online sarà quindi solo un upgrade in salsa digitale di quanto abbiamo avuto fino ad ora? Non proprio. In molti sono convinti che la vera rivoluzione deve ancora arrivare. «Dobbiamo uccidere il libro per salvare i libri», afferma lo studioso Jeff Jarvis, convinto oppositore delle definizioni dei media troppo legate al supporto: il giornalismo non è fatto di carta, ma di idee e informazioni veicolabili con qualsiasi mezzo. Lo stesso per i libri. C’è poi chi, come gli analisti del Future of the Book Institute, di New York, da tempo teorizza l’avvento del «networked book», ovvero «il libro come software sociale, un’esperienza intellettuale strutturata, un attrattore di idee reinventato in un’ecologia peer-to-peer».
Più che a Google Book o Amazon, si pensa a un modello potenziato di Wikipedia, in grado di far crepare la struttura bidimensionale della pagina e andare oltre l’interazione muta tra scrittori e lettori. E’ il percorso indicato da un autore come Neal Stephenson o l’approccio dei blook, opere nate su un blog, terreno di contaminazione creativa dei più diversi generi e formati.
Niente foglie morte o prodotti surgelati all’origine, ma punti di presenza di un network organico in cui la conoscenza, anche quella narrativa, diventa produzione collettiva. Ma questa è già un’altra storia, in cui Gutenberg non potrà avere molta voce in capitolo.
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Wu Ming storytelling
Pubblicato da franco carlini su 29 Marzo, 2007
n. b.
Manituana, l’ultimo lavoro dei Wu Ming nelle librerie dalla scorsa settimana, sarà pure «una storia dalla parte sbagliata della storia», ma di certo è dalla parte giusta del web. Dopo aver sgretolato il mito dell’autore, il collettivo prova ora a dare un altro scossone alla presunta compiutezza e omogeneità dell’opera d’arte. Se ogni romanzo è un nuovo mondo che si apre al lettore, «le pagine di un libro sono uno degli ingressi magici che lo dischiudono. Si può scegliere di tenere chiuse le altre porte o si può cercare di spalancarle tutte, in segno di ospitalità». Ecco quindi il romanzo rivivere in una dimensione parallela e allargata all’indirizzo www.manituana.com. Oltre ai «racconti ammutinati e riottosi» che hanno segnato il percorso di avvicinamento al romanzo, il sito ospita suoni, immagini (tra cui un trailer davvero ben fatto), cronologie, mappe. Su Google Earth i lettori possono ripercorrere le principali tappe del viaggio narrativo. E questo è soltanto il primo livello del videogame: il secondo sarà accessibile a giorni con una password da scovare tra le pagine del libro. I Wu Ming lo definiscono «trans-media storytelling», ma nei fatti è un invito alla partecipazione, la sperimentazione di un nuovo patto con la propria comunità di lettori: «Ancora una volta si tratta di scegliere se offrire un universo da contemplare, intoccabile nella sua pretesa bellezza e perfezione, o se invitare a trasformarlo, a svilupparne le potenzialità». Manituana, infatti, è solo il primo tassello di una trilogia destinata ad assorbire i contributi dei lettori, invitati fin da ora a inviare racconti, frammenti, antefatti, epiloghi alternativi.
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Tre supporti per un non romanzo
Pubblicato da franco carlini su 29 Marzo, 2007
n. b.
Dalla rete alla carta, ma fuori dal mercato. A indicare un percorso alternativo per la letteratura contemporanea ci pensa anche Giuseppe Genna. Medium è il titolo del suo ultimo romanzo, inizialmente pensato per essere pubblicato presso un grande editore, ma radicalmente stravolto in corso di stesura.
Una storia intima e densa, all’incrocio tra vita e letteratura, che parte con un evento scioccante, il ritrovamento del cadavere del padre, prosegue con uno sviluppo reale e una deriva allegorica («ma autobiografica») e termina con due finali. «Un atto letterario a cui tengo molto», spiega l’autore sul sito personale www.giugenna.com, officina teorico-pratica del suo lavoro di scrittore: «Più tengo a un mio atto letterario, più verifico che vorrei regalarlo e non venderlo». Di qui l’idea di sviluppare la pubblicazione su tre livelli. Il primo sono le puntate online, con l’aggiunta di una fitta ragnatela di link che documentano i riferimenti intertestuali ed espandono i motivi del flusso narrativo, «in logica feuilleton»; il secondo un unico file in formato pdf, scaricabile gratuitamente; il terzo in forma di volume rilegato grazie al servizio online Lulu.com, il sistema di print-on-demand che sempre più riscuote successo.
Il prezzo finale (9,19 euro + 4,98 per le spese di spedizione) copre solo i costi di produzione: nessun guadagno quindi per l’autore.
Lucidamente consapevole di tutti i limiti dell’editoria tradizionale e senza cedere a «lamentazioni di ordine apocalittico o para-adorniano», da tempo Genna pratica tentativi di slittamento dalle forme canoniche di scrittura e di interazione con i propri lettori: «La letteratura ha molti modi per potere deviare dai sentieri tracciati dall’attuale industria culturale. Significa che l’abbraccio è possibile, che una comunità, foss’anche di trecento persone, esiste».
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Se la felicità fa un po’ specie
Pubblicato da franco carlini su 29 Marzo, 2007
La felicità delle orchidee ingannevoli e quella degli umani, la convenienza delle api. Un articolo della rivista Nature, le risposte di due studiosi italiani
Franco Carlini
Cosa ci insegnano orchidee e api? La loro interazione è ampiamente studiata, perché, come per altri fiori e insetti, le prime usano le seconde per fare sesso: l’ape arriva, entra nel fiore e si sporca la testa di polline che poi trasferirà in un altro fiore, fecondandolo.
Di specie di orchidee ce ne sono addirittura 30 mila e di queste almeno un terzo appaiono decisamente egoiste nei confronti degli insetti; infatti si presentano attrattive, come se contenessero del buon nettare assai energetico e invece no, di cibo per le api non ce n’è. Mimetismo che si trasforma in truffa, escogitata dall’evoluzione. Un sottogruppo di orchidee poi, fa ancora di peggio alle api: con gli odori e con il loro aspetto esteriore, si esibiscono come api femmine, invitando i maschi a fare sesso con loro.
La rivista Nature (volume 445, pagina 816) ha raccontato di recente del «sadico» rapporto tra l’orchidea Ophrys sphegodes e l’ape solitaria Andreana nigroaenea. I giovani maschi di quella specie escono dal nido a inizio di primavera, mentre le femmine usciranno più tardi. Si aggirano allora in cerca del loro primo rapporto sessuale, ma, inevitabilmente inesperti, scambiano quei fiori e quei profumi per delle attraenti ragazze; dunque «ci provano», si infilano nel fiore, si caricano involontariamente di polline e se ne vanno frustrati.
Qui nasce un bel problema per gli studiosi dell’evoluzione, che già intrigò Charles Darwin: secondo la sua teoria, dei caratteri fisici o dei comportamenti si fissano in una specie e si tramandano da una generazione all’altra solo se sono vantaggiosi. Ma quale vantaggio ricaverà mai il maschio dal fatto di tentare dei rapporti sessuali inutili e infruttuosi? Non è uno spreco di energie e un danno? Perché continua a farlo pur pagando un prezzo energetico? Come mai quel comportamento, determinato dai suoi geni, non è decaduto nel tempo, a vantaggio di altri più vantaggiosi?
Quanto all’altro fronte, quello delle orchidee: non danno alcun vantaggio alle api e perciò, dopo il primo tentativo, per le api frustrante, saranno visitate poche volte e quindi verranno impollinate di meno.
Potrebbero persino venire abbandonate del tutto e in ogni caso generano meno prole e dunque, a rigor di logica evoluzionista stretta, prima o poi dovrebbero sparire, soppiantate da altre piante della stessa famiglia che, offrendo del nettare in ricompensa, avranno più figli. Eppure anche loro prosperano eccome.
Intervistati su questo argomento dalla trasmissione Radio3 Scienza, due studiosi italiani, Salvatore Cozzolino dell’università di Napoli e Andrea Pilastro dell’università di Padova, hanno dato risposte interessanti: poiché tra le api maschie c’è molta concorrenza sessuale, è comunque conveniente a ogni singolo individuo provarci sempre, anche se c’è il rischio di scambiare un fiore per una ragazza, perché il non farlo potrebbe far perdere delle buone occasioni.
E le orchidee ingannevoli, per parte loro, continuano comunque a essere impollinate proprio per via di questa convenienza delle api; magari avranno una prole numericamente minore, ma quello che perdono in quantità sembra lo guadagnino in qualità.
La storia è certo affascinante, ma non dovrebbe interessare solo coloro cui piace la natura. Ci dice invece qualcosa di più generale.
Intanto che le interazioni tra specie non necessariamente sono basate su rigidi parametri utilitaristici («io do una cosa a te tu dai una cosa a me»). Seguono anche altri percorsi, talora fortuiti e tortuosi. Ovviamente non ci sono scelte consapevoli a questo livello di interazioni, ma soltanto comportamenti dettati dal Dna. Ma salendo di livelli, agli animali superiori e anche a noi, Homo sapiens, si scopre che i comportamenti generosi, altruisti e oblativi (nel senso di dono), sono molto frequenti. Uno studioso italiano, Bruno Manghi, responsabile del centro studi della Cisl di Firenze, ha appena pubblicato al riguardo un libretto, tanto piccolo quanto denso, intitolato Fare del bene. Il piacere del dono e la generosità organizzata (Marsilio, 8 euro).
Manghi non si spinge a sostenere che l’economia del dono sia l’alternativa radicale a quella fondata sul mercato o all’intervento dello stato, ma ne segnala per così dire la naturalità e l’elemento di soddisfazione e gratificazione personale che ne ricaviamo.
Insomma fare del bene, fa anche star bene, e questo a molto a che fare anche con la cosiddetta economia della felicità, di cui tanto oggi si parla, infine riscoprendo che sono i beni di relazione, più che quelli materiali a dare senso alla vita. Di opinione opposta è un gigantesco cartellone sui muri di Milano che recita: «I soldi fanno la felicità. Se non sei ricco è perché nessuno te l’ha ancora insegnato».
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Cyber-Concrete e LiTraCon
Pubblicato da franco carlini su 29 Marzo, 2007
Cyber-Concrete e LiTraCon: il calcestruzzo del futuro
Il calcestruzzo è il risultato di un potente amalgama tra cemento, calce, sabbia, ghiaia ed acqua Hi-tech Come questa applicazione può cambiare il materiale destinato all’ossatura portante di un edificio
Marizen
Il calcestruzzo è il risultato di un potente amalgama tra cemento, calce, sabbia, ghiaia ed acqua utilizzato per la costruzione dell’ossatura portante di un edificio. Barre di acciaio vengono annegate nell’amalgama che, una volta indurito, conferisce al calcestruzzo una compattezza ed una resistenza tali da renderlo simile ad una roccia. Grazie all’applicazione dell’high-tech, pare che il calcestruzzo stia subendo una trasformazione che potrebbe preludere a una nuova era delle costruzioni e rivoluzionare il mercato mondiale dei materiali edili.
E’ di pochi giorni fa, infatti, la notizia che la company giapponese Sumitomo Osaka Cement e il laboratorio di ricerche informatiche Yrp-Ubiquitous Networking hanno ultimato lo sviluppo di un nuovo tipo di calcestruzzo che contiene nell’amalgama una etichetta elettronica – tag Rfid (Radio Frequency Identification) del tipo ucode – su cui sono registrati i dati necessari per conoscere in tempo reale e dalla voce di un lettore elettronico, la qualità del calcestruzzo, i componenti dell’amalgama, il grado di resistenza ai terremoti, chi lo ha prodotto e quando, oltre ad essere fornita di una memoria in grado di registrare tutti gli effetti che un eventuale sisma può provocare sulla costruzione. Ma le difficoltà nel creare un amalgama che permettesse il passaggio del segnale wireless, un rivestimento dei tag adeguato, una capacità di memoria degli ucode superiore alla norma e lettori sufficientemente potenti, non sono state poche, comunque superate. Almeno stando all’ultimo comunicato ufficiale congiunto delle due società giapponesi, che prevedono l’inizio della produzione su vasta scala del cyber-concrete per la prossima primavera.
Un calcestruzzo integrato ad una vera e propria etichetta elettronica con «informazioni che finora – ha precisato la Sumitomo Osaka Cement – venivano annotate a mano da un ingegnere e che adesso – continua la company giapponese -, registrate sul tag Rfid creato dall’Yrp, eviteranno errori di trascrizione e soprattutto frodi». Il riferimento è indubbiamente ad una serie di scandali che negli ultimi tempi hanno coinvolto alcune aziende costruttrici del paese del sol levante, dove 98 edifici, tra cui condomini e hotel dichiarati come anti-sismici, disponevano di una certificazione falsificata che in realtà nascondeva soluzioni strutturali di bassa qualità e quindi pericolose.
L’obiettivo dei ricercatori Yrp è quello di dotare di «memoria» le costruzioni civili così che, durante i controlli periodici, si possa risalire velocemente e senza ombra di dubbio alle caratteristiche dei materiali usati. Per il laboratorio di ricerche informatiche giapponese, tutti i dati archiviati nella capiente memoria elettronica, rappresentano un primo passo «per creare in futuro un vero sistema di tracciati sulla storia delle costruzioni e dare a tutti i cittadini la possibilità di verificare direttamente, persino con l’ausilio di un telefono cellulare, le informazioni sulla qualità delle loro case». Teoricamente il cyber-calcestruzzo potrebbe spingere l’ingegneria civile verso nuove frontiere della costruzione, per ora però le applicazioni più credibili sembrano riguardare la sicurezza e i controlli.
Ma il Cyber-Concrete non è l’unica novità nel campo della produzione di materiali edili high-tech. C’è anche il LiTraCon – Light Transmitting Concrete – (www.litracon.hu), risultato di una combinazione di fibre ottiche di vetro (dal 3 al 4%), e di calcestruzzo, che rende il materiale traslucido senza perdere le sue caratteristiche di resistenza. La luce – naturale o artificiale – riesce a penetrare i due lati del muro, indipendentemente dal suo spessore. Inventato da un giovane architetto ungherese, �?ron Losonczi, che lavora in un piccolo ma ultramoderno laboratorio a Csongràd, i primi blocchi o pannelli prefabbricati di calcestruzzo traslucido sono stati presentati durante l’ultima Fiera internazionale delle costruzioni, Batibouw 2007, che si è conclusa a Bruxelles lo scorso 4 marzo.
Nuove frontiere per la costruzione e l’architettura? Forse. Considerando i costi piuttosto elevati di questi materiali edili high-tech, bisognerà vedere quale sarà la risposta dei mercati mondiali del settore.
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