Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archivio per 5 Aprile 2007

Cellulari per tutte le tasche

Pubblicato da franco carlini su 5 Aprile, 2007

 

F. C.

Dunque gli operatori cellulari in Italia sono ormai 4+2, dato che ai classici che già c’erano si sono aggiunti due «virtuali», CoopVoce (con Tim) e UnoMobile di Carrefour-Gs-DiperDi (con Vodafone). Altri probabilmente seguiranno e resta l’incognita sul partener che le Poste sceglieranno. La virtualità sta nel fatto che i nuovi giocatori non hanno delle frequenze loro assegnate, né reti cellulari, ma che per questi servizi di base si affidano ai due grandi attori del ramo. Una domanda ingenua è tuttavia lecita: in un paese dove ci sono 80 milioni di schede Sim su 60 milioni di abitanti, c’è ancora spazio per nuovi operatori mobili? La risposta è sì, perché essendo così saturo il mercato, si può scavare nei segmenti. Carrefour, per esempio, punta alle due prestazioni di base, telefonare e mandare messaggi, e proporrà solo due, massimo tre, piani tariffari, all’insegna della semplicità e del basso costo. Eventualmente ruberà clienti allo stesso partner, ma Paolo Bertoluzzo, direttore generale di Vodafone, dice che più traffico sulla sua rete è comunque meglio e che non gli dispiace affatto che le proposte più economiche vengano da un partner. Divisione dei ruoli insomma, che non per caso comincia con i gruppi della grande distribuzione, che hanno una massa di clienti affezionati che guarda al sodo e che verranno allettati da offerte combinate. Ma c’è anche un interessante risvolto tecnico: nel caso di Vodafone è stata realizzata una sorta di piattaforma tecnologica di base, sulla quale i virtuali, ora Carrefour, domani eventualmente altri, si potranno appoggiare con i loro servizi autonomi, «come in un Lego». Tale modularità ha il pregio di valorizzare l’infrastruttura, lasciando libertà di concorrenza ai partner. Nel frattempo dagli Usa arrivano notizie interessanti per la fascia alta dei consumatori, i molto spendenti. Sono delle tariffe piatte, tutto compreso: telefonate illimitate e navigazione in rete altrettanto. Per ora carissime, dato che Sprint le propone a 120 dollari al mese, ma non c’è dubbio che quello è il futuro della comunicazione mobile: voce, messaggi e tutta l’internet, a disposizione in ogni momento e luogo.

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At&t, nemica della libera rete

Pubblicato da franco carlini su 5 Aprile, 2007

 

Breve storia a attitudini della compagnia americana che vuol comprarsi Telecom
Edward E. Whitacre è il 65enne Chief Executive Office di At&t, il gigante della telefonia Usa, animatore della furibonda polemica – americana e non solo – sulla «neutralità della rete Internet»

Franco Carlini

Edward E. Whitacre, ma dove l’avevamo già sentito questo nome? Il 65enne Chief Executive Office di At&t, il gigante della telefonia Usa, nei giorni scorsi si è candidato a rilevare un bel po’ di azioni di Olimpia, a sua volta azionista di maggioranza di Telecom Italia. Ma lo stesso manager è alle origini della furibonda polemica, americana e non solo, a proposito della «neutralità della rete Internet». Anche per questo il suo arrivo in Italia, sia pure attraverso varie scatole finanziarie non sembra opportuno.
Tutto ebbe inizio con una sua intervista online a Business Week, il 7 novembre 2005. Nell’occasione gli venne chiesto cosa pensava dei grandi gruppi come Google e Msn e questa fu la risposta: «Come credete che essi raggiungano i loro clienti? Attraverso le reti a larga banda. Le compagnie del cavo tv ce l’hanno. Noi le abbiamo. Loro vorrebbero usare i miei cavi gratuitamente, ma non glie lo permetterò perché abbiamo investito dei capitali e dobbiamo vederne un ritorno. Dunque bisogna che ci sia qualche meccanismo di modo che questa gente che usa le nostre reti paghi per la porzione che ne usa». E infine: «L’Internet non può essere libera in questo senso».
Dunque il «buon» Whitacre, con l’irruenza tipica di una manager texano (la nuova At&t non è più nel New Jersey, ma a San Antonio), mise allora i piedi nel piatto, esplicitando il ragionamento che molti vanno facendo (ultimo in ordine di tempo il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo): i servizi web sono dei parassiti che lucrano sul nostro patrimonio, che si tratti di reti a banda larga, come nel caso delle telecom, o di contenuti giornalistici, nel caso degli editori.
La speranza di At&t, ma anche, nel nostro continente, di Deutsche Telecom, è dunque di smantellare il principio sociale e tecnologico su cui la rete Internet si è sviluppata, fino ai successi attuali. Il principio è questo: sulla rete tutti i pacchetti di bit sono uguali, la nostra più umile lettera d’amore, così come un documento del governo americano; perciò tutti vengono convogliati con il semplice criterio che chi prima arriva a uno snodo, verrà servito per primo.
Va anche notato che questo traffico di bit viene già pagato, e spesso a caro prezzo, dagli utenti, attraverso i loro abbonamenti al cavo, all’aDSL, alla fibra. Dunque di che si lamenta l’uomo? Lui fa il suo mestiere di trasportatore di dati, e quello che investe serve a reclutare più abbonati e a gestire più traffico, così come alle autostrade private conviene fare altre corsie perché altrimenti le auto preferiranno le vecchie provinciali.
In realtà le grandi aziende di telecomunicazione, così come i Montezemolo di turno, sono semplicemente invidiosi degli affari che gli altri fanno grazie alla rete: Google, YouTube e tutti gli altri: non sono stati capaci di inventarsi loro questi servizi, ma pretenderebbero una tangente. E’ come se l’autostrada Milano-Venezia chiedesse un tot a Gardaland per tutti i clienti che percorrono le sue corsie diretti a quel parco di divertimenti. In questo consiste il sogno di una rete non neutrale: chi offre servizi deve essere assoggettato a un pedaggio supplementare, per «risarcire» le telecom degli affari che loro stesse non sono state capaci di offrire.
Chiamasi rendita parassitaria ogni incasso che non derivi da una prestazione, ma solo da una posizione privilegiata, ed è il contrario del libero mercato imprenditoriale che i liberisti proclamano.
At&t, andrà ricordato, non è più la Ma’ Bell, «mamma campana» così popolare tra gli americani: dopo la sua divisione in sette società telefoniche regionali (avvenne nel 1984, a conclusione di un lungo procedimento antitrust, intentato dal Dipartimento americano della Giustizia) ha infilato una china discendente, per manifesta incapacità dei suoi manager, tanto bravi a gestire un monopolio nazionale, quanto incapaci di confrontarsi con concorrenti dinamici e con il mercato internazionale.
Elserino Piol, che fu artefice dell’accordo tra l’At&t e la Olivetti di allora, ricorda sorridendo che la firma slittò di un mese perché i manager che dovevano venire in Italia a trattare gli ultimi dettagli non avevano il passaporto, i casalinghi.
L’American Tel and Tel di adesso è rinata dalla fusione-acquisizione avvenuta nel 2005: una delle società telefoniche regionali, quella del Sud, la Sbc, guidata appunto da Whitacre, mangiò la vecchia madre, acquistandone i clienti, la rete e soprattutto il vecchio logo, che non è più la campana di una volta, ma un pianeta percorso da strisce parallele azzurrine.

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Quei parassiti di Google

Pubblicato da franco carlini su 5 Aprile, 2007

 

L’editore tedesco Hubert Burda era a un convegno romano sul futuro dei media e nell’occasione ha sostenuto che «in Europa ci manca gente come Sergey Brin e Larry Page; questa generazione americana è cresciuta dallo spirito del rock´n roll». I due trentenni citati sono i fondatori del motore di ricerca Google che in borsa vale 143 miliardi di dollari circa. Secondo Burda, «in Europa avevamo una generazione così tra il 62 e il 64. Poi venne il 68». Tesi francamente curiosa che quantomeno contrasta con le ricerche sull’esplosione creativa dell’hi-tech californiano, secondo molti alimentato anche dalle utopie libertarie e persino anarchiche degli anni ‘60 americani. In ogni caso su Google e gli altri motori di ricerca come Yahoo! e Msn, l’opinione del presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo è invece totalmente opposta; non li considera un modello imprenditoriale e semmai dei parassiti: «Attori che prendono senza dare, che non producono contenuti ma poggiano la loro forza sulla tecnologia», ha detto, precisando che questi software «somigliano a parassiti, hanno bisogno di un muro per arrampicarsi, cioè le informazioni dei giornali, ma poi lo distruggono prosciugandone le fonti pubblicitarie». Il giudizio è sbagliato due volte. Intanto perché l’internet ormai produce una quantità di informazione di valore enorme e superiore a quella dei quotidiani e gli stessi quotidiani la saccheggiano ogni giorno, spesso senza nemmeno citare la fonte (Repubblica è leader assoluto nel ramo). E poi perché i motori di ricerca hanno l’effetto straordinario di fare da cassa di risonanza, attraverso i link, alla stampa tradizionale, accrescendone la reputazione e il valore del marchio. Per i quotidiani dunque la rete è sia fonte preziosa che edicola e vetrina. Ma l’editore ingrato nemmeno ringrazia.

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Per ultima arriva la Fieg

Pubblicato da franco carlini su 5 Aprile, 2007

 

Troppo occupata negli ultimi due anni a non rinnovare il contratto con i giornalisti, venerdì scorso anche la Federazione italiana editori italiani, ha affrontato pubblicamente il digitale, quasi due anni dopo il rivoluzionario discorso di Rupert Murdoch. «Lo scenario futuro dei media. La stampa tra crisi e cambiamento» era il titolo del convegno: «Nell’editoria della carta stampata – di cui tutti i relatori hanno riaffermato la persistente validità – si profilano strategie di mercato più aggressive (..) anche attraverso l’utilizzazione delle nuove tecnologie (..) operazioni complesse il cui successo presuppone flessibilità e mobilità nella struttura delle redazioni e non gli steccati frapposti da tradizioni e regolamentazioni del tutto anacronistiche rispetto ai tempi attuali». La polemica con i giornalisti non poteva essere più chiara, accompagnata dal volontario sgarbo di invitare il sindacato a presenziare, ma non a dire la sua. Alla maleducazione del presidente della Fieg Boris Biancheri ha cercato di porre rimedio, a posteriori, Luca Cordero di Montezemolo, dicendosi dispiaciuto perché «perché le sfide vanno affrontate insieme». Insieme sarebbe la parola giusta, ma è diversa da «io parlo, tu ascolti e ti adegui». Al di là della strumentale posizione degli editori, c’è una contraddizione vistosa nelle loro posizioni. Sono consapevoli (finalmente) che il futuro è digitale; affermano (giustamente) che per farlo ci vuole più flessibilità e ruoli meno rigidi, ma trascurano, o volutamente nascondono, il fatto che per fare giornali e siti di alta qualità, quale un pubblico esigente oggi chiede, servono risorse e investimenti seri.

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Come si comunica la scienza

Pubblicato da franco carlini su 5 Aprile, 2007

 

a. del.

Si apre con la figura di Craig Venter (vedi a lato) il libro di Yurij Castelfranchi e Nico Pitrelli, Come si comunica la scienza? (Laterza). Gli autori lo ritengono un esempio significativo di scienziato «post-accademico», tipico della fase che stiamo attraversando, nella quale i processi scientifici non sono più confinati all’interno dei laboratori e delle università ma devono aprirsi al dialogo con la società. Alla scienza infatti non basta più essere valida o corretta: deve essere anche socialmente robusta, cioè deve incontrare le esigenze e le priorità dei cittadini. E per farlo deve parlare con loro e saper ascoltare. Una questione di democrazia, essendo impensabile affidare solo all’esperto scelte importanti come quelle che riguardano la produzione di energia o la ricerca sulle staminali. Per adattarsi, centri di ricerca e istituzioni scientifiche si stanno dotando sempre più spesso di uffici stampa, open days e vere e proprie campagne marketing.
Ma il modello «lineare» della comunicazione della scienza, che prevedeva la trasmissione a senso unico, dall’autorità costituita verso un pubblico passivo, da educare, non è più valido (se lo è mai stato). Oggi parlano di scienza tanti protagonisti differenti, dal ricercatore che scende in piazza all’associazione di pazienti che chiede di cambiare la sperimentazione di un farmaco. E i cittadini prendono sempre più spesso la parola, tramite un referendum per esempio, ma anche all’interno di movimenti, oppure usando il loro potere di consumatori e scegliendo cosa acquistare e cosa no. Secondo Castelfranchi e Pitrelli, le nuove parole chiave della comunicazione della scienza cominciano a essere «dialogo» e «partecipazione», mentre il flusso di informazioni diventa orizzontale: saranno gli scienziati a dover ascoltare sempre più spesso quello che dice la società.

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Wikipedia, epigoni ed errori

Pubblicato da franco carlini su 5 Aprile, 2007

 

Dove va il colosso web con i suoi 6,8 milioni di voci (di cui 1,7 milioni nella versione inglese), 250 lingue diverse di pubblicazione, tra i primi dieci siti più visitati del mondo

Carola Frediani

Dalle Hawaii a Oxford. L’ultimo successo di Wikipedia – l’ormai popolare enciclopedia online – è stato l’inclusione del termine «wiki» nel dizionario di Oxford. Nel viaggio dalle isole americane al vocabolario britannico, la parola ha mutato significato: se in origine significava «veloce» oggi indica un sito web aperto al contributo degli utenti, ovvero facilmente modificabile dai navigatori, che possono aggiornare, correggere o cancellare i suoi contenuti. A trasformare l’esotico vocabolo nella nuova parola d’ordine del web, a farne cioè una hit planetaria è stata ovviamente Wikipedia, la prima enciclopedia scritta e continuamente riscritta dai suoi lettori. Ma più che l’inclusione nel dizionario, a consacrare la modalità wikipediana di creare informazione sono state le parole di Grame Diamond, redattore dell’Oxford English Dictionary: «Si può dire che l’atteggiamento di apertura del nostro dizionario verso il contributo del pubblico e il desiderio di incorporare le segnalazioni dei lettori nel testo suggeriscano un ethos non dissimile da quello del wiki». Ecco chi ha dettato la linea negli ultimi sei anni.
L’ethos di Wikipedia è stato un fiume che ha travolto il mondo online, fertilizzando la cultura della partecipazione, e obbligando strutture accademiche tradizionali – come l’Enciclopedia Britannica – a scomodi confronti. Del resto basta guardare i numeri di questa colosso web: 6,8 milioni di voci (di cui 1,7 milioni nella versione inglese), 250 lingue diverse di pubblicazione, tra i primi dieci siti più visitati. E il tutto a disposizione gratuitamente, senza nemmeno la pubblicità: come si sia riusciti ad arrivare a tanto forse nemmeno il suo creatore Jimmy Wales, l’ex-trader convertitosi alla collaborazione online, sa davvero spiegarlo. Bisogna però dargli atto di aver mantenuto il progetto coerente: «Due anni dopo aver fondato Wikipedia, l’ho donata alla fondazione Wikimedia (l’organizzazione no-profit che gestisce l’enciclopedia, ndr) – ha dichiarato Wales al New Scientist – Penso sia stata la cosa più stupida e insieme più intelligente che abbia mai fatto. Stupida perché ritengo che valga circa 3 miliardi di dollari, e io tutti quei soldi non ce li ho! Ma anche intelligente perché non avrebbe riscosso lo stesso successo se non fosse stata costruita in questo modo».
E tuttavia, malgrado questo percorso in discesa, oggi non è un momento buono per la creatura di Wales, esposta sempre più spesso a critiche, attacchi ed errori che potrebbero obbligarla ad alcuni ripensamenti. E’ vero che alcune di queste bordate sono dei tentativi parassitari di ottenere visibilità, come nel caso di Conservapedia, un progetto wiki per costruire un’enciclopedia politicamente conservatrice, alternativo alla troppo liberal Wikipedia. Ma alcune sono invece il risultato di nodi non risolti: ne sa qualcosa Larry Sanger, co-fondatore di questa enciclopedia online insieme a Wales, ma successivamente allontanatosi perché in disaccordo con l’eccessiva apertura di Wikipedia, con il suo giacobinismo partecipativo. Sanger ha deciso di buttare l’acqua sporca e di tenere il bambino: ovvero di creare un «compendio dei cittadini», riducendo però il rischio di errori e vandalismi nelle voci. Ecco quindi, il 25 marzo, debuttare Citizendium, che chiede agli utenti di rinunciare all’anonimato (contrariamente a quanto possibile su Wikipedia) e che si appoggia a un gruppo di accademici perché supervisionino gli articoli. L’obbligo di identificarsi dovrebbe accrescere – questo è il ragionamento – l’accuratezza del sito, oltre che incentivare la partecipazione di utenti colti e di specialisti.
Citizendium cerca indubbiamente di migliorare il prodotto della collaborazione online, anche se va a ritoccare il dogma egualitario su cui, in ultima analisi, si è fondato l’exploit di Wikipedia.
D’altra parte Wales&company sono ormai consapevoli della necessità di trovare delle soluzioni agli errori e ai vandalismi – per altro sempre ben evidenziati dalla stampa mainstream, sadicamente compiaciuta di poter cogliere in fallo i wikipediani. Il punto di crisi sembra essere stato l’episodio di Ryan Jordan, un giovane amministratore di Wikipedia che si spacciava per professore di teologia e che è stato smascherato dalla rivista New Yorker. Wales ha dovuto allontanarlo mentre una bufera di interrogativi si scatenava sulla comunità wikipediana, e sulle credenziali di chi occupa al suo interno ruoli di responsabilità. Anche se bisogna riconoscere che tanta severità è un po’ sospetta. In fondo anche il New York Times ha avuto un redattore disonesto, che addirittura s’inventava gli articoli: vi ricordate di Jayson Blair? Il quale naturalmente, proprio come il redattore di Wikipedia, è stato licenziato. Ma nessuno si è sognato di mettere in dubbio la professionalità del quotidiano americano.
Il punto è però ancora un altro, e a metterlo in luce è Seth Finkelstein, programmatore, attivista web e inflessibile critico di Wikipedia: «La retorica sulla peer-production (produzione-collaborazione tra pari) spesso evoca un qualche tipo di processo alchemico – scrive sul Guardian – in cui l’azione collettiva misticamente trasforma la spazzatura in oro. (…) La realtà è molto più terra terra. Spesso, quel che viene ingenuamente scambiato per generazione spontanea è infatti il prodotto di un piccolo numero di persone che sono state indotte a fornire un’enorme mole di lavoro non pagato».
Il giudizio di Finkelstein, fin troppo duro, ha il merito di riportare la discussione sul valore (in tutti i sensi) della peer production e sulla sua collocazione in un sistema dominato dal mercato. Tanto più che il fenomeno wiki ha ormai sfondato nell’economia reale, vezzeggiato da aziende ed economisti che decantano le virtù della partecipazione delle masse internet in tutte le loro diverse declinazioni, dal crowdsourcing alla wikinomics. Mentre c’è tutto un mondo corporate che ha adottato gli strumenti wiki per migliorare la produttività: da Intelpedia di Intel a WikiCentral di Ibm, da Nokia a Sony, progetti e documenti aziendali sono sempre più spesso sviluppati in modalità collaborative. Di sicuro c’è che l’avanzata del wiki prosegue rapida come il suo nome. freddy@totem.to

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«Ci sarà una nuova giovinezza per i media»

Pubblicato da franco carlini su 5 Aprile, 2007

 

Il destino dei media di massa e quello della Rete, mentre i blogger non sono dei narcisi; semmai l’opposto. Intervista a Derrick De Kerckhove, direttore del McLuhan Program dell’Università di Toronto

Raffaele Mastrolonardo

I media di massa? Sono destinati a una nuova giovinezza. I blogger non sono dei narcisi; semmai l’opposto. Mentre la Rete del futuro funzionerà come il cervello umano: grazie a due emisferi opposti e complementari. Derrick De Kerckhove, direttore del McLuhan program dell’Università di Toronto, è così: spiazzante e laterale rispetto alle opinioni dominanti. L’abbiamo incontrato a Roma la scorsa settimana in occasione dell’Idc Innovation Forum 2007 dove è venuto a parlare di Web 2.0. «Il Web 2.0 – spiega – compie il destino dell’Internet. Quando mandiamo un’e-mail, tecnicamente, il messaggio viene spezzettato in tanti pacchetti di bit, ognuno con un suo tag, un’etichetta, che permette ai singoli pezzi di ricongiungersi a destinazione. Allo stesso modo il Web 2.0 permette agli utenti di fare uso dei tag per etichettare le informazioni. Il secondo aspetto saliente del Web 2.0 sono i contenuti generati dagli utenti e le relazioni tra le persone. E’ più che semplice interazione: è creatività, archiviazione di contenuti, distribuzione, pubblicazione».
I tag sono un modo efficace anche se non troppo preciso di definire le informazioni della Rete. Da anni però alcuni ricercatori sono impegnati in un grande progetto che va sotto il nome di «Web semantico» dove l’informazione è catalogata secondo schemi più rigorosi rispetto all’anarchia del Web di seconda generazione. Che rapporto c’è tra queste due filosofie così differenti?
Il processo di competizione e collaborazione tra Web 2.0 e Web semantico è uno dei fenomeni più interessanti a cui assisteremo. Penso che porterà a un mix che io chiamo Web 3.0, ovvero la realizzazione in Rete della bipolarità emisferica del nostro cervello. Il Web 2.0, sintetico e associativo, è l’emisfero destro. Il Web semantico, analitico e tendente alle definizioni precise, è l’emisfero sinistro. Il nostro cervello funziona attraverso entrambi gli approcci. E la Rete, che è un’enorme estensione della nostra memoria e della nostra intelligenza, tende a comportarsi allo stesso modo.
Uno dei fenomeni più vistosi del Web 2.0 sono i blog. In un’intervista su questo giornale, lo studioso olandese Geert Lovnik li ha definiti narcisisti. Qual è la tua opinione in merito?
E’ interessante che Lovnik li chiami così. Perché quello che il blogger fa è l’inverso del processo narcisistico. Il narciso è uno che trasporta la propria immagine dentro di sé e da questo atto trae soddisfazione. Il blogger, invece, porta la sua immagine fuori e la mette a disposizione di tutti. Narciso consuma l’immagine in privato; il blogger in pubblico. In questo è l’esatto opposto, il negativo, del narciso.
I blog fanno parte di un vistoso processo di frammentazione dei media. In questo scenario di moltiplicazione delle voci i media di massa sono destinati a sparire e con questi la sfera pubblica?
Tv e radio continueranno ad essere rilevanti. La res publica, la cosa pubblica, si rifugerà nella televisione e nella radio e nei giornali, alla ricerca di un antidoto alla frammentazione. Avremo bisogno di news nazionali come una base in cui misurare la varietà di informazioni offertaci dalla Rete. I mass media saranno sempre più associati al territorio e alla lingua parlata dalle persone.
E i giornali, che fine faranno?
Fino a che avremo bisogno di leggere e scrivere avremo bisogno di carta e penna e dunque dei giornali. Il testo scritto continuerà ad essere importate nella formazione dell’identità personale. Noi perdiamo la nostra identità quando facciamo copia e incolla. Un’operazione che non è sbagliata in sé, visto che il nostro cervello funziona così, ma che funziona molto bene solo per le risposte immediate in situazioni contestuali. L’identità, per formarsi, ha bisogno della lettura silenziosa di lettere immobili.
raffaele@totem.to

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Il pirotecnico viaggio di Craig Venter

Pubblicato da franco carlini su 5 Aprile, 2007

Alessandro Delfanti

Imbarcate qualche biologo, una schiera di giornalisti, un’idea geniale e un bel po’ di dollari su uno sloop di trenta metri, e poi spediteli a fare il giro del mondo sulle tracce del Beagle, il brigantino che negli anni Trenta dell’Ottocento ha portato Charles Darwin nei luoghi che lo avrebbero ispirato a concepire la sua teoria dell’evoluzione. È quello che ha fatto Craig Venter, lo scienziato-imprenditore per eccellenza, protagonista nel 2000 del sequenziamento del genoma umano. Con la Celera Genomics, un’impresa privata, aveva gareggiato con il consorzio pubblico globale dello Human Genome Project. Ora Venter ha pubblicato sulla rivista scientifica PLoS Biology (che gli ha dedicato un intero numero) parte dei risultati della spedizione attorno al mondo della sua nave: metà laboratorio galleggiante e metà corazzata comunicativa, il Sorcerer II, che in inglese significa stregone, è partito nel 2003 da Halifax in Canada ed è tornato in porto nel 2005, passando per il Mar dei Sargassi, le isole Galapagos e la Polinesia Francese.
Per quasi due anni ha filtrato l’acqua degli oceani, raccogliendo e catalogando genomi batterici sconosciuti. Venter, come Darwin, è andato a caccia di biodiversità, sostituendo fringuelli e iguane con batteri e virus. Ma non è quella la differenza principale tra Beagle e Sorcerer: se Darwin osservava, io intervengo, sostiene Venter, e lo fa applicando ai microrganismi le tecniche bioinformatiche «shotgun» a suo tempo sviluppate per sequenziare il genoma umano, cioè frantumando e ricomponendo i genomi batterici raccolti dal Sorcerer. I risultati sono impressionanti: sette milioni di sequenze di Dna analizzate, per un totale di sei miliardi di nucleotidi, insomma uno dei più grandi database genomici del mondo; migliaia di nuove famiglie di proteine, migliaia di nuove specie batteriche. Per immagazzinare questi dati e metterli a disposizione dei ricercatori di tutto il mondo è stata creata ad hoc una banca dati open access (anche se il governo dell’Ecuador non si fida e per tutelarsi da possibili azioni di biopirateria non permette la pubblicazione dei dati raccolti nelle sue acque territoriali). Eppure, secondo Venter, non abbiamo che cominciato a «grattare la superficie» dell’enorme diversità microbica – e genomica – del pianeta, che in futuro dovrebbe permetterci tra le altre cose di produrre energia e di combattere il riscaldamento globale: la spedizione è stata finanziata dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Come dice Venter poco modestamente, con le biotecnologie (e con i suoi dati) produrremo microrganismi con i quali «cambieremo il corso dell’evoluzione! E per il bene dell’umanità eviteremo la catastrofe planetaria!» .
In queste settimane, come sempre quando c’è di mezzo Craig Venter, la stampa di tutto il mondo sta parlando di questa ricerca. Oltre che scienziato e imprenditore di successo, capace di raccogliere grandi capitali privati e pubblici e costruire enormi progetti di big science, Venter è un comunicatore nato. A bordo del Sorcerer II, per esempio, c’era un’intera troupe di Discovery Channel, che vi ha girato un documentario intitolato Cracking the Ocean Code, cioè «svelare il codice degli oceani», nel quale Venter nuota con le tartarughe giganti delle Galapagos e racconta la sua nuova avventura. Sul sito www.sorcerer2expedition.org è possibile seguire la rotta del Sorcerer II tramite una mappa interattiva, che ci aggiorna sulla posizione attuale della nave e ci mostra, per ogni località toccata dal viaggio, le foto degli abbronzantissimi biologi del Venter Institute in azione. Inoltre si trovano spiegate in modo molto semplice le tecniche di raccolta e sequenziamento dei genomi adottate dalla spedizione, il tutto con il sottofondo del rumore delle onde solcate dallo sloop.
Venter dimostra di saper giocare con il suo personaggio e con la potenza comunicativa della sua nave, che è una miniera di immaginari: il viaggio, la scoperta, il nuovo Darwin. La ricchezza della vita, la frontiera, l’impresa eroica. I confini svaniscono: dove finiscono le esigenze scientifiche e dove cominciano quelle comunicative? Inoltre, Venter non si accontenta di pubblicizzare una ricerca scientifica, di scrivere un comunicato o di invitare dei giornalisti a una conferenza stampa, ma sa sfruttare al meglio tutti gli strumenti a sua disposizione. Per la scienza «post-accademica», nella quale la comunicazione è un elemento indispensabile per acquisire legittimità e dialogare con la società, il caso di Craig Venter è certamente uno dei più interessanti.

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