Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archivio per 12 Aprile 2007

Via il canone della Rai

Pubblicato da franco carlini su 12 Aprile, 2007

editoriale

 

Franco Carlini

Ringraziamenti all’onorevole Daniela Poretti per l’interrogazione sul canone Rai depositata in coincidenza con il contratto di servizio tra la Rai stessa e lo stato. Poretti non ne mette in discussione l’esistenza, ma critica le interpretazioni ambigue che le diverse autorità ne danno. Lo fa sull’onda di un’inchiesta dell’Aduc che ha tentato invano di ottenere risposte univoche dai call center, dalla Guardia di Finanza, dalla Agenzia delle Entrate, dal Ministero dell’Economia. La legge dice che al pagamento del canone è tenuto chi detenga apparecchi «atti o adattabili» a ricevere le trasmissioni televisive. E’ in quell’aggettivo, «adattabile», che si creano le confusioni. Secondo alcuni, anche i personal computer sarebbero tali, basta aggiungervi una scheda opportuna, e certamente lo sarebbero molti telefoni cellulari. Al limite anche un videocitofono e ogni altro oggetto con un display. In realtà basterebbe cancellare l’aggettivo per eliminare ogni dubbio: paga chi ha un oggetto adatto, cioè, al momento in grado di ricevere.
Le cose tuttavia si complicano perché il nuovo contratto, mentre impegna la Rai a mettere in rete un po’ dei suoi programmi, precisa che li potrà vedere solo chi sia in regola con il canone. Questa è una pessima soluzione che taglierebbe fuori per esempio molti italiani e molto scuole che potrebbero usarli per fini didattici, annullando il pregio dell’essere in rete. Il risultato verosimile sarà una disseminazione di password per poterli vedere comunque. E’ uno di quei casi in cui il proibizionismo genera automaticamente un mercato nero. A questo pasticcio un rimedio semplice c’è: l’abolizione del canone, facendo carico alla fiscalità generale dei soldi da versare alla Rai, così come avviene per la sanità e per la scuola. Poiché si valuta giustamente che lo stato debba offrire ai cittadini un servizio pubblico di informazione, intrattenimento e cultura, è ragionevole che tutti i cittadini se ne facciano carico, al di là dell’uso. Oltre a tutto si potrebbero fare dei bei risparmi, smantellando le strutture cui è affidata la riscossione e gli accertamenti su cui si è già espresso criticamente anche il Garante della Privacy.

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Ce la giochiamo sul web

Pubblicato da franco carlini su 12 Aprile, 2007

La diffusione dei videogiochi on line: cultura, mercato, affari, dipendenza
Un fenomeno sempre più di massa e sempre più collegato a un business enorme, con un fatturato stimato già adesso di circa 1 miliardo di dollari e destinato sicuramente ad aumentare nei prossimi anni

Patrizia Cortellessa

Una passione sempre più dilagante quella dei giochi online. Comunque la si voglia guardare o analizzare bisogna innanzitutto prendere atto del «caso»: gli oltre 8 milioni di giocatori online ai Mmogs (Massively multiplayer online games), di cui tre milioni e mezzo solo in Cina, rappresentano sicuramente un fenomeno sociale. Ma non solo. Gli analisti di Screen Digest, in uno studio recente, hanno provveduto a tradurre anche in cifre il valore di mercato di questo settore, in continua espansione: più di 1 miliardo di dollari.
Numeri da capogiro e reali, mica virtuali. Il successo non avrà ancora raggiunto i livelli di altri servizi digitali, come il video on demand che, secondo le previsioni, dovrebbe raggiungere un giro di affari di circa 11,5 miliardi di dollari entro il 2011. Ma entro quella data anche il valore dei giochi online sarà salito a 1,5 miliardi. Tempo al tempo, dunque, ma intanto si può parlare di vero e proprio boom. E conseguente business, verrebbe da aggiungere.
A cavalcare la classifica dei videogame più giocati sul web, e soprattutto a trainare il fatturato, è indiscutibilmente il genere fantasy. E’ World of Warcraft (www.wow-italy.com) il leader incontrastato nelle preferenze degli utenti, con 10 milioni di iscritti in tutto il mondo che rappresenta, da solo, il 50 per cento del mercato. Molto indietro si trovano gli altri due videogiochi che incontrano le maggiori simpatie dei navigatori della rete: Habbo Hotel (www.habbo.it) e Final Fantasy (www.ffonline.it). Nato esclusivamente per internet, e sviluppato dalla Blizzard Entertainment nel 2004, nel mondo di Warcraft, popolato da elfi, nani, orchi e troll, due fazioni nemiche si fronteggiano, senza tregua, nella perenne sfida tra le forze del bene e quelle del male. Ma guai a definirlo solo un gioco – tengono a precisare gli appassionati del genere – sarebbe limitativo, visto che è divenuto un vero e proprio fenomeno sociale in ogni parte del mondo. E con una crescita che sembra non conoscere sosta. Da sottolineare che quando fu immesso sul mercato ha venduto oltre 240 mila copie. In un solo giorno, per capirci. E che sia un fenomeno esplosivo è fuor di dubbio. Il nuovo capitolo «Burning Crusade», (Crociata infuocata), datato 2007, arricchito di nuove sfide, contenuti, ambientazioni e di un nuovo continente (Outland), è già introvabile tra gli scaffali dei negozi, facendo rimanere a bocca asciutta migliaia di videogiocatori in tutto il mondo.
In Gran Bretagna, così come in Germania, ci sono state code di oltre dieci ore di fronte ai centri commerciali per accaparrarsene una copia. A Colonia la lunga attesa si è addirittura trasformata in una rissa. La scelta commerciale della Blizzard, che per la prima volta mette sul mercato un’espansione per un suo prodotto già campione d’incassi, non convince molti analisti: l’accusa – forse non senza ragione – è di aver creato un modello di gioco basato su una sorta dipendenza dei partecipanti. Se i giocatori vogliono infatti continuare a far vivere i propri personaggi in World of Warcraft devono spendere 12,99 euro al mese. Moltiplicato per … non c’è bisogno dei pareri degli esperti nel prefigurare per la compagnia californiana ricavi alle stelle se, come probabile, l’acquisto dell’ultima espansione si dimostrerà di massa.
Ma cosa trasforma un gioco online in fenomeno sociale? Il successo di questo tipo di videogiochi, che si differenziano da quelli standard proprio perché riuniscono un vasto numero di giocatori, è dovuto essenzialmente alla possibilità di condivisione (l’entusiasmo del gioco) e alla presenza delle comunità online. In ogni Mmorpg la società di giocatori è spesso organizzata in clan o in gilde favorendo quindi il gioco di gruppo e il senso di appartenenza, creando un legame fra le persone anche per mesi o anni. A prescindere dal gioco.
Chi e come ci guadagna? Oltre ai produttori dei giochi questo mercato – molto ghiotto – stuzzica anche gli appetiti degli investitori esterni, che guardano a questo tipo di business con sempre maggiore attenzione. «Le compagnie tradizionali stanno portando i propri marchi all’interno dei videogiochi on line con l’obiettivo – spiegano sempre i ricercatori della Screen Digest – di costruire comunità in rete, aumentare la conoscenza del loro brand e raggiungere consumatori considerati centrali per il loro sviluppo futuro».
Per ora, nonostante siano in cantiere nuove strategie per generare ulteriori profitti, gli attuali ricavi sono dovuti prevalentemente alle iscrizioni, che rappresentano l’87 per cento degli introiti.

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videogames Patrimoni dell’umanità

Pubblicato da franco carlini su 12 Aprile, 2007

La proposta è stata mandata nell’autunno scorso alla Libreria del Congresso americano e probabilmente verrà accolta e finanziata. Si tratta di raccogliere, catalogare e conservare i videogiochi, così come già viene fatto con i film più importanti. L’idea è di Henry Lowood, dell’università di Stanford, dove è il curatore delle collezioni di storia della scienza e della tecnologia. Egli ha già iniziato l’opera nel 1998, di sua iniziativa, salvando dall’oblio e dall’obsolescenza tecnologica i videogames. È convinto infatti che i giochi digitali abbiano un significato storico importante, testimonianze di un’epoca e di una società. Al recente congresso degli autori di videogame, in San Francisco, Lowood e un comitato promotore spontaneo hanno già presentato la lista dei giochi che hanno fatto la storia. Tra questi Spacewar (1962), Star Raiders (1979), Zork (1980), Tetris (1985), SimCity (1989), Super Mario Bros. 3 (1990), Doom (1993), e la serie Warcraft (1994 e seguenti). Tra di loro spicca il fenomeno delle simulazioni urbane e sociali, le Sims, che sono andate oltre l’idea del gioco di pura azione e spari, vendendo 85 milioni di copie. Un problema di conservazione si pone perché i programmi più vecchi rischiano di non essere più fruibili essendo cambiati nel frattempo sia l’hardware che il software: potrebbero perciò sparire dalla storia. Già ora il catalogo Sony Ps2 non è tutto giocabile sulla nuovissima Ps3 e questo è lo stesso problema che da tempo gli archivisti si pongono per la conservazione dei documenti digitali. Un museo dei giochi elettronici, dunque, dovrà essere dotato anche delle macchine e delle console di una volta.

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Stiegler o filosofico strabismo

Pubblicato da franco carlini su 12 Aprile, 2007

second life

 

Ogni tanto, nel mondo reale, un intellettuale, meglio se filosofo, si accosta schifiltoso al computer, lo accende, va un po’ in rete e poi scrive un saggio, o un’intervista nel migliore dei casi, con cui spiega come il mondo virtuale sia a) pericoloso; b) un’illusione, c) pieno di spazzatura e schifezzuole del genere. L’ultimo in ordine di tempo, ma ci sono molti precedenti illustri, è Bernard Stiegler, nell’occasione intervistato per il Diario di Repubblica a proposito del metamondo Second Life. Stiegler ha nel suo curriculum un lungo elenco di saggi dedicati ai rapporti con la tecnica e alla telecrazia, come opposta alla democrazia. Dirige un importante centro di ricerca al Centre Pompidou. Tutti meriti riconosciuti, che non ne fanno tuttavia un onnisciente. Il testo della sua intervista è scaricabile dal sito www.repubblica.it. Dichiara che «l’universo fittizio di SL non produce relazioni sociali» e che «investe il reale solo attraverso il marketing». In generale: «Il problema è che oggi la rete non cerca di sviluppare l’intelligenza collettiva, ma solo di sfruttare le proprie potenzialità commerciali. O al limite le capacità di controllo». Effettivamente la commercializzazione del web non solo è ben ampia, ma risale almeno alle sue origini, 15 anni fa. E tuttavia il marketing, almeno finora, non è riuscito ad avere la meglio sulla parte sociale e condivisa della rete, dove milioni di persone, per i motivi più diversi, ma quasi mai economici, condividono informazioni e conoscenze. E’ quella che Yochai Benkler chiama la non market networking economy (lo studioso di Yale sarà a Milano a presentare il suo libro il 9 e 10 maggio). Ovviamente la rete «non cerca», perché è solo una piattaforma che permette di fare molte cose: affari, socialità, cultura. Stiegler ne vede solo una fetta, e così facendo rivela il suo strabismo.

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pubblicità on line

Pubblicato da franco carlini su 12 Aprile, 2007

 

Cresce, cresce ma non basta

sarah tobias

Nel Regno Unito la pubblicità online ha appena superato quella dei quotidiani, raccogliendo nel 2006 più di due miliardi di sterline. Nel mercato generale dell’advertising, la rete si è presa dunque un buon 11,4 per cento, crescendo del 41. La pubblicità sui giornali invece è cresciuta pochissimo e vale il 10,7 per cento. La pubblicità televisiva vale il doppio (21,4%), ma ha perduto più di quattro punti percentuali. Quello inglese è record mondiale, dato che la media mondo è solo del 5,8 %, ma la tendenza a crescere, a spesa degli altri media, è univoca in tutto il mondo. Molta dell’aumento è legato alla disponibilità di connessioni a banda larga, che permettono pubblicità filmate, ma ricchi sono anche gli annunci economici, per esempio di lavoro, e soprattutto i link sponsorizzati dei motori di ricerca, che vanno facendo la fortuna di Yahoo! e soprattutto di Google. I dati provengono dall’Internet Advertising Bureau, e sono il frutto di una ricerca indipendente. Queste cifre pongono un bel problema agli editori di quotidiani; essi infatti sanno che le copie scendono e le pubblicità vanno verso la rete. Si prendano gli ultimi dati del Washington Post, il quotidiano americano che più ha investito nell’internet. L’anno scorso ha perso il 3 per cento dei lettori, il 4 della pubblicità e il 14 degli annunci. Le attività web sono in capo a una società apposita (Wpni, Washingtonpost.Newsweek Interactive) che raggruppa anche il settimanale Newsweek e la storica rivista di rete, Slate, avendo fatto la scelta coraggiosa di offrire tutti i contenuti gratuitamente. Sono 65 i giornalisti del Wash Post online, contro i 625 della carta. La speranza è che lì la pubblicità cresca, sostituendo quella di carta. Ma quando l’online sarà abbastanza significativa? L’editore confessa di non saperlo, ma dice che la strada è quella.

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Video on line e azione politica

Pubblicato da franco carlini su 12 Aprile, 2007

 

Andrea Rocco

Per una parte della sinistra statunitense, l’apparire sulla scena dei nuovi media caratterizzati da «contenuti generati dall’utente», non è stato soltanto motivo di giubilo per il loro potenziale democratizzante. Lo scorso settembre, recensendo sulla rivista progressista In These Times il libro di Thomas De Zengotita Mediated, Jessica Clark osservava come «su MySpace e YouTube stringere nuove amicizie è secondario rispetto alla creazione di una propria base di fans, di un altarino online dedicato a se stessi. Perché questa coazione a guardare e ad essere guardati ha conquistato così tanti di noi?». Jessica Clark, che è una attenta studiosa del fenomeno, è andata un po’ più a fondo e, grazie al sostegno della Fondazione Ford e del Center for Social Media dell’American University di Washington, ha condotto una ricerca (la prima del genere) sui tre siti principali di video online: YouTube, Google Video e MySpace per verificare se non ci fosse invece uno spazio per un «discorso pubblico» ed eventualmente per partecipazione ed azione politica e sociale nella nuova sfera mediatica. Big Dreams, Small Screens: Online Video for Public Knowledge and Action (è la ricerca, disponibile su www.centerforsocialmedia.org). «L’anno scorso – ci dice al telefono Jessica Clark – questi siti hanno cominciato a diventare ‘notizia’, ad essere visti come un fenomeno rilevante. Abbiamo deciso di vedere come alcune delle questioni più importanti per la sfera pubblica venivano affrontate sulle nuove piattaforme, non quelle specializzate in politica, che pure esistono, ma quelle più popolari. Per la ricerca sono state individuate una decina di parole-chiave che corrispondono ad altrettanti ‘issue’: dall’aborto al riscaldamento globale, dalla neutralità di Internet (legata alla campagna ‘Save the Internet’) all’Aids, al Libano. Di questi temi è stata esaminata la presenza nelle prime due pagine di risultati di ’search’ sui tre siti, quelle su cui si concentra il 95 per cento dei visitatori. Su questi risultati abbiamo fatto delle analisi per capire chi erano i ‘generatori’ di questi video e come funzionavano in termini di ‘public media’, di media cioè che creano un pubblico coinvolto in una discussione su questi temi». I visitatori rappresentano solo una frazione di quelli dei siti più popolari: il video di danza di Judson Laipply, 36 milioni di visitatori su YouTube, è distante dai 232.000 del video sulla “Net Neutrality” di Public Knowledge. Ma la presenza non è marginale, né sottotono.
«La sorpresa è stata quella di trovare, accanto a quelli provenienti da organizzazioni e istituzioni note e consolidate, un grande numero di prodotti di alta qualità generati da individui e piccole comunità assolutamente sconosciute e fuori dal discorso mediatico dominante». Per Jessica il risultato più importante è che »le coordinate convenzionali per comprendere come il “pubblico dibattito” funziona stanno cadendo a pezzi. Questo sta succedendo da tempo in altri campi, nel blogging, nell’industria editoriale, nella radio, ma nel campo della comunicazione visiva è un fenomeno molto recente. Un’altra scoperta è che molto del materiale che è stato prodotto in un contesto, come gli annunci televisivi per campagne sociali o i telegiornali, vengono usati per produzioni individuali. C’è un’esplosione di “remixing” e di “sampling”, un po’ come è avvenuto nella musica e che rappresenta davvero una nuova ondata di creatività».
Questo pone già oragrandi problemi di diritto e di copyright. «Sul piano dei contenuti e dello stile, domina la cifra umoristico-satirica e linguaggi che sono mutuati dallo stile dominante. Alcuni sono invece stravaganti e poco credibili, e mettono in evidenza la mancanza di filtri». Quanto alla questione iniziale, Jessica ha in parte modificato la sua opinione. «Credo che sia in corso un cambiamento generazionale, tra chi è vissuto in un ambiente dominato da ideologie e tecnologie che gli facevano credere che la cosa più importante fosse l’audience che uno creava per se stesso e chi invece condivide quel comportamento “comunitario”, da sempre presente in questi siti, ma che adesso acquista maggiore spazio. Entrano in scena nuovi gruppi generazionali, non più solo i teen-ager, che iniziano a sperimentare le nuove tecnologie e che si ritrovano su comuni interessi politici, non necessariamente lungo le linee della tradizionale divisione partitica. Esce comunque dalla ricerca che è un mondo piuttosto orientato verso la sinistra dello schieramento politico. La destra ha meno urgenze: domina ampiamente nei media tradizionali, soprattutto nella radio».

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La telecom d’oro di nuova generazione

Pubblicato da franco carlini su 12 Aprile, 2007

 

Una rete pubblica ad alta velocità da costruire con i soldi dello stato. Sei punti critici ai tempi dell’economia della conoscenza

Franco Carlini

Laura Partridge è una piccolissima azionista di una corporation americana, la International Projects, i cui manager si attribuiscono stipendi molto esagerati. Così in assemblea li contesta, con il risultato, non voluto, di vedersi proporre il ruolo di impiegata addetta ai rapporti con i piccoli azionisti come lei. Modernamente questo ruolo si chiama Investors Relator, ovvero colui che gestisce le relazioni con gli investitori. Dal suo ufficietto Laura risponde con parole normali ai molti americani che le scrivono e quando si profila un nuovo scandalo, spontaneamente le arrivano centinaia, migliaia di deleghe, perché sia lei ad andare in assemblea a sostenere le buone ragioni dei piccoli risparmiatori. È così che arriva alla riunione con dei sacchi di lettere, che rovescia davanti a tutti, portando alla sconfitta i cattivi manager e al meritato trionfo il dirigente buono che era stato allontanato, Edward McKeever. Sgorga anche l’amore.
Questa la trama del film «The solid gold Cadillac», meravigliosamente interpretato nel 1956 da Judy Holliday. Parabola a lieto fine dell’azionariato diffuso e della democrazia economica garantita dal mercato delle azioni, dove ogni voto si conta e tanti piccoli voti assieme possono sconfiggere i pacchetti di controllo.
Un bel sogno, senza dubbio, cui Beppe Grillo in qualche modo allude, invitando dal suo blog tutti i piccoli azionisti di Telecom Italia a presentarsi il 16 aprile in assemblea, per farsi sentire e per votare. È lo stesso sogno che, con meno illusioni, ma le stesse speranze ha coltivato Guido Rossi, impegnandosi per separare gli interessi di Marco Tronchetti Provera, che controlla la telefonia italiana con lo 0,6 per cento del capitale, da quello di tutti gli altri, molti dei quali, piccoli e piccolissimi, hanno visto volare i dividenti verso i piani alti.
Ma questa è storia passata da cui sarebbe utile trarre insegnamenti sul sistema industriale, politico e bancario italiano: un cumulo di giochi di potere, di insipienza economica e di economia delle relazioni, nonché di spionaggi internazionali, in cui ogni protagonista ha le sue responsabilità, e non solo Tronchetti Provera. La parola fine comunque l’ha scritta lo stesso Tronchetti nella sua quasi intervista rilasciata al direttore del Sole 24 ore, Ferruccio De Bortoli, mercoledì 4 aprile. La posta in palio di Tronchetti, aggiungiamo noi, è ormai soltanto quella di sdebitare Pirelli, vendendo al meglio il suo pacchetto di controllo, ma il sogno di diventare il nuovo Agnelli è finito in fondo all’ultimo dei cassetti. Ben che vada avrà un futuro come commerciante di pneumatici, che è un mestiere più che dignitoso e ben remunerato.
Lasciamo da parte, almeno in queste pagine, la questione di quale gruppo di banche, di industrie, o di aziende di telecomunicazioni prenderà il controllo di Telecom Italia. E si lascino cadere le disquisizioni sullo stato che deve stare lontano dal mercato, che sembra diventato un dogma indiscutibile. Chiunque abbia un briciolo di cultura in storia economica sa che stato e impresa da sempre vanno sottobraccio. Le Spa esistono solo in quanto soggetti economici collettivi riconosciuti dallo stato e dalle sue leggi. Ne traggono riconoscimento e protezione e alcune regole che talora accettano e talaltra violano tranquillamente, l’unica etica essendo quella del creare profitto. Spesso poi godono di protezioni improprie o di veri e propri favori, leciti (per esempio stanziamenti in opere pubbliche) o illeciti (tangenti, gare pilotate eccetera). Questo fenomeno degenerativo è così diffuso che difficilmente può essere considerato una sgradevole eccezione.
Nel corso della trasmissione L’Infedele, l’idea lanciata dal manifesto che la nuova rete pubblica ad alta velocità dovrà per forza di cose essere fatta con soldi pubblici (così come a suo tempo le ferrovie, le autostrade e oggi i caccia da combattimento) è stata presentata come una spiritosa provocazione, «cui nessuno darà retta». Il problema cui i critici della nostra «Telecom Italia Pubblica» (questo era il titolo del manifesto di mercoledì 4 aprile) non rispondono, si enuncia così:
1. Nell’economia della conoscenza ogni paese moderno ha bisogno come l’aria di una rete, fissa e mobile, di nuova generazione. Da essa dipendono: a) le efficienze del famoso sistema paese, dalla pubblica amministrazione ai commerci; b) la possibilità di creare servizi a valore aggiunto nell’intrattenimento, nell’istruzione, nella sanità, in pratica in ogni settore dell’economia; c) una tale infrastruttura attira nuove imprenditorialità e crea posti di lavoro, come e più di quanto ha fatto la telefonia cellulare.
2. I capitali necessari per realizzarla sono probabilmente 30 miliardi: 15 almeno per rilevare da TI la rete esistente e altri 15 per modernizzarla. Cifre enormi, ma inevitabili, ben più importanti del ponte di Messina e dei Tornado. Chi ce li metterà? Tronchetti ha altre idee in testa, Slim, il messicano di America Movil, punta solo alla telefonia latino americana, l’At&t, cui nessuno ha dedicato un’analisi critica (salvo L’espresso di venerdì scorso) è quella che meno investe nel suo paese, figuriamoci in Italia. Gli unici che lo stanno facendo in casa loro sono Verizon, Bt nel Regno Unito, e gli olandesi di Kpn. Altre esperienze significative adeguatamente finanziate sono quelle dell’Asia, in particolare della Corea del Sud, non per caso il paese più cablato al mondo, tanto da aver superato gli Stati Uniti nel tasso di innovazione di rete.
4. Va anche detto che tutti e troppi, comprese le due Autorità competenti, si affannano a discutere solo della separazione funzionale dell’ultimo miglio della rete, lasciando al monopolista tutto quanto sta a monte, ma questa soluzione è al di sotto delle esigenze: per quanto relativamente rinnovata nel passato, è tutta la rete di TI che va ristrutturata, riplasmandola sulle tecniche di trasmissione più recenti, per avere un assetto che duri almeno una ventina d’anni. Che poi è il tempo necessario per ammortizzare simili investimenti.
5. Le formule da adottare per questi obbiettivi possono essere diverse. Nella versione di Prodi (il Sole 24 ore, sabato 7 aprile), si tratterebbe di realizzare «una società di garanzia di transito che metta a disposizione un monopolio naturale, un sistema nervoso più tecnologico ed efficiente di quello attuale». C’è dunque l’affermazione del ruolo pubblico, l’accesso garantito a tutti i concorrenti per i loro servizi e contenuti (la cosiddetta non discriminazione) e soprattutto la consapevolezza che quel network debba essere migliore. Prodi non pensa a una proprietà statale e nemmeno a una gestione diretta. L’interesse pubblico in effetti può essere garantito da robusti impegni e controlli, con relative sanzioni in caso di inadempienze. E’ quanto sta facendo il ministro Di Pietro con le concessionarie autostradali che agiscono anch’esse su un bene pubblico, un monopolio naturale non replicabile (non si possono fare due autostrade Milano-Napoli). Si vedrà.
6. Resta, drammatico e irrisolto, il problema di chi ci metterà i soldi freschi, oltre a quelli che servono per ripianare il debito. La nostra tesi è che se il capitalismo non guarda al futuro ci debba pensare lo stato, anche con soldi pubblici, come quelli che mette e promette nelle varie Tav. Anche qui di alta velocità si tratta, e perfino più importante . Come dice ancora Beppe Grillo, piuttosto che far viaggiare i i biscotti è meglio trasmettere le ricette, fatte di bit.

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La ricetta unica e la calzolaia Emma

Pubblicato da franco carlini su 12 Aprile, 2007

 

Agostino Giustiniani

Di fronte all’idea di un intervento pubblico nelle reti di comunicazione, la prima scrollata di spalle è venuta dal ministro Gentiloni (per margheritesca prudenza?), seguito dal pasdaran del liberismo Franco Debenedetti, che per l’occasione ha coniato il termine «retinite», e dai molti professori che, non avendo mai gestito un’azienda trattano, l’economia delle telecomunicazioni con gli stessi criteri di una catena di supermarket, quando invece sono due mondi abissalmente diversi. Il loro non è un pensiero unico, che avrebbe una sua solidità, ma una ricetta unica, con l’unico difetto che non funziona: gli ultimi anni di Telecom Italia sono lì a dimostrarlo e la realtà è più robusta delle loro (interessate) teorie.
La tesi della ricetta unica, nel migliore dei casi suona così: lo stato faccia solo regole certe e chiare, e la faccia rispettare; sulla base di esse gli attori del capitalismo si daranno da fare; facendo il loro interesse, come bravi macellai di Adamo Smith, faranno automaticamente quello della nazione. Questa leggenda metropolitana, è anche frutto di quel fenomeno che gli psicologi chiamano «group think» (pensiero di gruppo): persone che si frequentano solo tra di loro, che leggono gli stessi libri e si danno ragione l’un l’altro. Ed è ben rappresentata nel recente volume «Spiriti Animali. La concorrenza giusta», pubblicato dall’università Bocconi, ma curiosamente contraddetta dalla prefazione di Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit: «Onestà, equilibrio, giustizia sociale, informazione, responsabilità» sarebbero le doti del buon capitalista (Profumo cita il Nobel Joseph Stiglitz). Si provi a dare al riguardo un voto sulle cinque voci non solo a Tronchetti, ma anche alle banche italiane che l’hanno indebitato nella sua avventura e che ora contano di «salvarlo», sempre guadagnandoci peraltro.
Tra i campioni del liberismo telecomunicativo si è iscritta anche la nota economista radicale Emma Bonino, sostenendo che non c’è nulla di strategico nelle telecomunicazioni. La ministra del governo Prodi è la stessa che (purtroppo) si è battuta con successo in sede europea per assoggettare a dazi pesanti le scarpe in arrivo dalla Cina e si è pura vantata di tale interventismo illiberale e protezionista che è anche peggio dei fagiolini freschi del Burkina Faso, importati dalla Toscana e osteggiati da Liberazione.
Le tomaie sì che sono beni strategici da proteggere, anche se gli scarponi per combattere guerre «democratiche» non si fanno più di cuoio. Al massimo gli scarponcini vecchia maniera li userà ancora quell’«ambiguo» personaggio di Gino Strada – sempre secondo la definizione della ministra.

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