Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

  • a

Archivio per 19 Aprile 2007

capitalismo 3.0

Pubblicato da franco carlini su 19 Aprile, 2007

Sarah Tobias

Immaginate che il sistema operativo del vostro computer cominci a cancellare le memorie su cui lui stesso lavora: presto il vostro Pc farà un disastroso crash. Bene, anzi male: questa è la condizione in cui si trova il pianeta, nella fase del Capitalismo 2.0, per effetto dei contemporanei fallimenti del mercato e dello stato. Il primo perché interessato solo al profitto a breve, il secondo perché preso in ostaggio dalle corporation. «E’ un problema di sistema, non di leader diversi». A scrivere così è un businessmen di idee liberali, Peter Barnes nel suo libro intitolato «Capitalismo 3.0. Una guida al recupero dei beni comuni». Californiano, già giornalista, ha fondato nel 1982 un’azienda chiamata Working Assets che opera nella telefonia mobile e nelle carte di credito e che devolve automaticamente l’un per cento del suo fatturato (non dei profitti!) a progetti per un mondo migliore. Il Capitalismo 1.0 era quello della scarsità. La versione 2.0, secondo Barnes, inizia dopo la seconda guerra mondiale ed è all’insegna dell’abbondanza: le corporation non hanno il problema di trovare le risorse, ma solo quello di trovare dei compratori. Tutto ciò è insostenibile e Barnes non è certo il primo a scriverlo. Di nuovo nel suo saggio c’è l’uso intenso di metafore di origine informatica, che sono molto efficaci nel farsi capire dai colleghi di business hi-tech, e c’è la categorizzazione delle diverse fasi del capitalismo, del quale egli non immagina un superamento rivoluzionario, ma certamente un upgrade, che chiama appunto 3.0, com’è di moda nel mondo del software. Solo che non è una miglioria da poco; si tratterebbe infatti di riconoscere una buona volta che i «commons» come aria, acqua, frequenze dell’etere, reti sociali, culture e tutte quelle cose essenziali per il benessere del benessere umano, sono un settore distinto dell’economia. Essi possono essere «proprietarizzati», ma non «privatizzati». Il che si potrebbe fare, Barnes suggerisce, creando forme specifiche di istituzioni, titolari delle proprietà comune, come trust o fondazioni. Proposta moderata, ma non modesta, dato che comporterebbe uno stravolgimento dei mercati, specialmente finanziari.

Pubblicato su Chips, economia, politica | 2 Commenti »

L’evoluzione di Papa Ratzinger

Pubblicato da franco carlini su 19 Aprile, 2007

Incitamento alla critica, pronti

Da «Gesù di Nazareth» a «Creazione ed evoluzione», i due libri di papa Ratzinger
Scienza e fede, l’incontro di Castelgandolfo del settembre 2006 organizzato dal Vaticano raccolto in una pubblicazione. La linea del pontefice sull’evoluzione e la sua critica alla teoria dell’evoluzione

Franco Carlini

Il papa Ratzinger, presentando il suo libro «Gesù di Nazareth», ha precisato che è una sua ricerca personale e che dunque tutti potranno criticarla. Si spera che l’invito valga, a maggior ragione, per un altro volume da lui firmato, appena pubblicato in Germania dall’editore Sankt Ulrich Verlag, con il titolo «Creazione ed evoluzione» (Schoepfung und Evolution). Questo testo è il frutto dell’incontro di scienziati e teologi che si tenne a Castel Gandolfo nel settembre 2006. In precedenza il papa aveva sostituito il gesuita americano George Coyne, dal ruolo di astronomo capo vaticano, alcuni dissero perché troppo conciliante con il pensiero di Darwin.
Ecco allora le linee di Ratzinger sull’evoluzione che sono assai critiche, ma non di rottura. Di per sé ribadiscono la posizione dei predecessori, spesso classificata come «evoluzione teistica»: all’origine della creazione c’è Dio, che operò attraverso i meccanismi dell’evoluzione. Non si diede certamente da fare per progettare ogni animale o pianta, ma innescò il processo, finalistico e razionale, della vita.
Tuttavia Ratzinger si spinge un po’ più in là, con due argomenti, l’unico di critica generale alla scienza e l’altro all’evoluzione. Il primo dice: «La scienza ha aperto tante nuove strade alla ragione, portandoci verso nuovi approfondimenti. Ma nell’entusiasmo per la portata delle sue scoperte, la scienza tende a allontanarci da quelle dimensioni della stessa ragione di cui abbiamo ancora bisogno. I suoi risultati portano a domande che vanno oltre il canone metodologico e che non possono avere risposta al suo interno». In altre parole la scienza, cui viene tributato un doveroso omaggio, non può essere autosufficiente. Ha bisogno di un prima (la creazione) e di un dopo (una spiegazione ai perché della vita). Fin qua nulla di grave, dato che solo i non-scienziati considerano la scienza la spiegazione di tutto e le attribuiscono infallibilità. Al contrario la scienza vera è sempre in discussione, si considera provvisoria, sa benissimo di fornire solo spiegazioni al «come» e non si pone nemmeno la domanda dei fini o del senso ultimo; non intende rispondere ai «perché». Sa di non poterlo fare e non lo vuole fare. Dopo di che, singoli scienziati troveranno nelle religioni le risposte esistenziali che cercano come persone, mentre altri accetteranno di non averne. Dunque Ratzinger semplicemente rivendica alla religione una razionalità superiore, tuttavia rassicurandoci le scienze vanno bene, purché accettino di essere illuminate da una razionalità più vasta e «vera».
Il secondo argomento invece è una critica specifica alla teoria dell’evoluzione e dice che essa non è completamente provabile «perché mutazioni che si sviluppino attraverso centinaia di migliaia di anni non possono essere riprodotte in laboratorio». Questo vorrebbe essere un colpo basso: le leggi della fisica si possono verificare in laboratorio e la forza della ricerca è la riproducibilità degli esperimenti; invece con l’evoluzione l’esperimento è unico e non ripetibile, dato che non possiamo riavvolgere il film, cambiare le condizioni sperimentali e vedere come un grado di temperatura in meno avrebbe mutato la vita sulla terra milioni di anni fa. Dunque sarebbe una scienza così così, più narrazione che leggi di natura, una critica analoga a quella di alcuni post moderni. Tanto più, aggiunge il papa, che questo percorso evolutivo sembra «scegliere poche mutazioni positive basandosi su basse probabilità». Scienza imperfetta, allora, che tuttavia può diventarlo solo che si assuma che quelle basse probabilità non sia state scelte dal caso cieco, ma da una razionalità, ovviamente divina. Con grande cautela la chiesa cattolica si è finora tenuta lontana, ufficialmente, dal creazionismo e dalle teorie del progetto intelligente, in Usa sventolate contro Darwin, ma di fatto piega sempre di più in tale direzione, sia pure senza osare dirlo.
In verità il papa e i suoi collaboratori forse dovrebbero studiare di più perché il carattere di scienza storica dell’evoluzione è da tempo accettato pressocché da tutti e la sua storicità non ne inficia la robustezza scientifica. Infatti le prove paleontologiche, e ormai anche del Dna, sono coerenti e oltre a tutto l’evoluzione è pur sempre all’opera: ogni anno i ricercatori scoprono rapidi adattamenti per mutazioni e interazione con gli ambienti mutati. Non capita solo nei laboratori dato che persino i leggendari fringuelli delle Galapagos, che tanto diedero da pensare a Darwin, hanno avuto di recente veloci evoluzioni di specie.

Pubblicato su Chips, scienza | 6 Commenti »

La Francia come modello

Pubblicato da franco carlini su 19 Aprile, 2007

 

carola frediani

I consulenti americani della comunicazione politica stanno studiando le presidenziali francesi, in particolare il modo in cui i candidati utilizzano l’internet – e prendono appunti. A cominciare dai siti dei due contendenti favoriti: quello di Nicholas Sarkozy, ricchissimo di video, interattivo, con le risposte ai quesiti degli utenti; e quello di Ségolène Royal, più attento alle esigenze di partecipazione, di mobilitazione online. «Sotto diversi aspetti il sito di Sarkozy è più avanzato della maggior parte dei siti politici americani, soprattutto nell’uso del video», ha commentato su Cnet-News l’americano Mike Murphy, consulente per la campagna presidenziale repubblicana, che tra i suoi clienti annovera il governatore della California Arnold Schwarzenegger e il senatore John McCain. David Mercer, stratega democratico al servizio di Hillary Clinton, guarda invece a Ségolène Royal. «Quel che più mi ha ispirato nella campagna della candidata francese è stato l’utilizzo di internet come di una rete», orientata alla partecipazione e ad organizzare il sostegno dal basso. Ségolande, appunto, una mappa geolocalizzata dei blog e dei siti che sostengono la candidata socialista. Negli Usa i sostenitori di MoveOn.org, il popolare sito della sinistra militante, ha appena eletto Barack Obama suo candidato di riferimento. In seconda posizione nel sondaggio online c’è John Edwards, che vede così premiato il coraggio con cui ha ammesso di essere pentito del proprio voto per la guerra, oltre naturalmente all’intenso attivismo web. Al contrario, la favorita del fronte democratico, Hillary Clinton, scivola solo in quinta posizione nella classifica dei favoriti.
Il sondaggio è stato raccolto dopo aver analizzato gli interventi di sette candidati sul tema Iraq.

Pubblicato su Chips, media, politica | Lascia un commento »

La pancia di Beppe Grillo

Pubblicato da franco carlini su 19 Aprile, 2007

 

Sono più di duemila i commenti a un testo scritto da Beppe Grillo sul suo blog, un record assoluto, anche per un sito tra i più popolari al mondo. Non si riferiscono alla vicenda Telecom Italia, dove egli ha svolto il ruolo del piccolo azionista arrabbiato, ma al commento immesso subito dopo gli scontri di via Sarpi, comunità cinese di Milano. Uno scritto pesantissimo, all’insegna del «chi arriva, deve volersi integrare, imparare la nostra lingua, sventolare la nostra bandiera. O andarsene». Dal ghetto di Sant’Ilario, collina residenziale di Genova, dove di cinesi e marocchini non se ne vedono, l’attore se la prende con i ghetti e con chi si autoghettizza e riceve commenti entusiastici dalla grande maggioranza dei suoi lettori. Diversamente da come fa di solito, qui non si informa e non informa, ma semplicemente dà fuori di pancia. Molto più istruttivo, il servizio televisivo realizzato da Vittorio Romano e Andrea Sceresini, della scuola di giornalismo della Cattolica, e pubblicato sul sito del Corriere (http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2007/04_Aprile/13/testimonianza_chinatown.shtml). I due hanno inserito una telecamera in uno scatolone di cartone, lo hanno messo su uno dei famigerati carrellini a mano e hanno cominciato a scorazzare per la cosiddetta Chinatown in lungo e in largo, praticamente andandosi a cercare i vigili e passandogli su e giù davanti. Non hanno ricevuto multa alcuna e nemmeno una piccola bonaria ammonizione. Hanno così verificato quanto la comunità dei commercianti denunciava da tempo: un trattamento differenziato, che è assolutamente l’opposto di quanto il sindaco Letizia Brichetto Moratti ipocritamente sostiene.

Pubblicato su Chips, giornalismo, politica | 1 Commento »

Le donne del pesce lento

Pubblicato da franco carlini su 19 Aprile, 2007

 

Dal 4 al 7 maggio a Genova c’è Slow Fish, manifestazione internazionale dedicata ai mari e ai suoi pesci, uno dei settori dove l’insostenibilità dei modelli economici attuali è più clamorosa, e sconvolgente la distruzione dei beni comuni. Ci saranno molte delle comunità di pesca del mondo, da tempo in contatto con Slow Food-Terra Madre. E in moltissimi casi le donne sono protagoniste. Per esempio a Chokomey, un villaggio di mille pescatori nei pressi del fiume Densu, a 15 km dalla capitale del Ghana, Accra. La popolazione, di etnia Ewe, è originaria della regione del Volta, una della 10 regioni del paese. Per arrivare alle sponde dell’oceano si deve attraversare il fiume con la canoa. Ci sono in tutto 4 canoe, e mentre gli uomini pescano, le donne essiccano ed affumicano il pesce che verrà consumato in loco. La comunità fa parte della Developemnt Action Association, una federazione di associazioni composta per il 98 per cento da donne, che ha lo scopo di assicurare la giusta remunerazione alle lavoratrici e di affrontare i problemi legati alla sicurezza del cibo, alla diversificazione dei redditi, al degrado ambientale, al contagio da Hiv. Dal Cile invece arriveranno le raccoglitrici di Pichilemu, città affacciata sull’oceano, che molti conoscono per le alte onde da surfing. Ma qui le alghe sono sempre state un componente fondamentale della dieta, e sono ancora il prodotto a cui dedicano i loro sforzi le donne di questa comunità. Tra le varietà che raccolgono, secondo le tecniche apprese dai loro genitori, la principale è il cochayuyo, dalla consistenza particolarmente soda, carnosa ed elastica utilizzata in cucina in piatti diversi, da insalate miste a primi piatti ricchi come la paella vegetariana. Il cochayuyo ha un buon contenuto di iodio, calcio, ferro e magnesio ed è ricco di proteine e di fibre.

Pubblicato su Chips | Lascia un commento »

Giornalisti, usate davvero la rete

Pubblicato da franco carlini su 19 Aprile, 2007

 

Come la trasformazione causa Internet di un vecchio mestiere investe e coinvolge almeno tre voci: giornali, giornalismo e giornalisti

Sarah Tobias

Quanto discutere di giornali, specialmente quotidiani, e della trasformazione del mestiere più antico del mondo, che è quello del narrare e raccontare. In realtà il campo linguistico dell’intera questione è un po’ più vasto, e comprende almeno tre parole: giornalismo, giornali, e giornalisti. Tutte e tre sono investite dalla trasformazione, ma in maniera diversa. Per i quotidiani classici, di carta e a pagamento, c’è il rischio di estinzione, o di una marginalizzazione crescente; per il giornalismo c’è un problema di una ripresa di ruolo civico; e per i giornalisti? Di loro oggi ci occupiamo e il problema subito si spezza in due: a) anche chi lavora sulla carta, nei media tradizionali, è comunque costretto a cambiare a causa della presenza dei media digitali. b) quale fusione di competenze, vecchie e nuove, sono necessarie per il futuro, specialmente nell’online?
Tanto per non fare i pessimisti a oltranza, partiamo dalle cose positive: anche l’ultimo redattore di un giornale locale ha quasi sempre internet sul suo computer. Molti, e non solo i più giovani, la usano, specialmente per gestire i contatti, via posta elettronica, e per navigare un po’, alla ricerca di documentazione utile per quello di cui si scriverà sulla carta. Basti pensare alla banca dati economica associata al Wall Street Journal, patrimonio preziosissimo per tutti, a prezzi assai contenuti. Ma gli esempi sono infiniti: l’internet è dunque un formidabile strumento per lavorare meglio e con risparmio di fatica. Tanta abbondanza di informazioni, strutturate e affidabili, crea semmai degli imbarazzi, nel senso che richiede più capacità di scelta e di sintesi. Chiunque sia di buona penna e di media competenza può scrivere in un’ora le classiche 60 righe a partire da un po’ di lanci di agenzia; ma anche i più bravi si troveranno in difficoltà quando i materiali di base sono molti di più e assai ricchi. Per usare l’internet come fonte servono dunque un po’ di capacità di ricerca intelligente e una qualche competenza dell’argomento: difficile scrivere di genetica se non si ha alcuna idea di cosa siano il Dna e i cromosomi. Dunque un relativo specialismo continua a essere importante.
Succede allora che il famigerato lavoro di desk, dei redattori che non escono dall’ufficio e che «passano» solo le agenzie, riacquista valore e importanza, perché grazie alla rete, si possono intrecciare contatti e informazioni, anche senza essere «inviati» sul posto. La più recente corrispondenza sull’Iraq di Giuliana Sgrena è un ottimo esempio: senza poter più essere là, la giornalista ha intrecciato le informazioni fresche e attendibili raccolte con le sue telefonate, le e-mail scambiate e la lettura competente di siti e blog lontani, scritti da persone sul posto («Baghdad, quattro anni di agonia», 8 aprile).
Sapendo cercare, poi, si farà anche del giornalismo d’inchiesta grazie alla rete, perché la quantità di informazioni ricavabili è stupefacente. Spesso sono documenti ufficiali, di imprese o istituzioni, che anche prima dell’internet erano ufficialmente accessibili, ma in luoghi remoti e sulla carta: che i documenti inviati alla Sec, commissione di controllo sulla borsa Usa, siano leggibili da ogni parte del mondo cambia sostanzialmente il modo di lavorare.
C’è poi un’altra conseguenza, per i giornalisti di carta, sempre dovuta alla presenza dell’internet: oggi, potenzialmente, i lettori possono avere accesso alle stesse informazioni di base, relative a ogni argomento. Il che significa che chi fino a ieri leggeva un pezzo interessante del Los Angeles Times e lo ricucinava in italiano, oggi rischia quantomeno di fare una figuraccia.
L’autore di queste righe in proposito coltiva un hobby perverso: quando su un giornale italiano vede un articolo che suona ispirato, se non copiato da altre testate, parte alla caccia della fonte originale. Quasi sempre è assai facile: si prende il nome citato nel pezzo, e lo si immette nella maschera di Google News (la parte di quel motore di ricerca che scheda soprattutto le fonti giornalistiche) ed ecco, quasi per miracolo istantaneo, emergere le virgolette originali, quelle che il giornalista nostrano ha usato come se le avesse raccolte lui a Minneapolis.
Il gioco è innocente, ma incita alla modestia: questo mestiere, a ben vedere, consiste nel leggere per conto terzi. Dunque è lecito e anzi opportuno riferire di cose interessanti pubblicate su altre testate; è un ottimo servizio. Ma perché non dare la fonte originale? Non ci si deve vergognare di citare, ma al contrario si deve offrire la possibilità al lettore di saperne di più. Lui ce ne sarà grato.
Insomma, la presenza dell’internet trascina con sé, anche nel giornalismo tradizionale, una nuova deontologia, quella della citazione, o del link. Rinuncia a un po’ di potere sulla fonte, ma, così facendo, aggiunge valore alla propria prestazione. Lo spirito è quello delle regole dei Creative Commons: non c’è copyright, ma c’è obbligo di fedele citazione dell’autore originale. In sintesi: anche nei giornali di carta, che rimangono e rimarranno, l’esistenza parallela dell’informazione di rete, cui i lettori hanno accesso, costringe – e insieme permette – di lavorare meglio. Non c’è, e non ci sarà, la scomparsa dei ruoli di intermediazione, ma questi vengono semmai esaltati e resi più importanti, purché i giornalisti, come singoli e come categoria, si dimostrino all’altezza.
In realtà molti giornalisti lo stanno facendo in almeno due modi. Uno è quello di un uso intelligente degli archivi elettronici, che sostituiscono i ritagli di carta. Per esempio diversi commentatori politici italiani lavorano da tempo con intelligenza con le citazioni del passato – Antonio Stella del Corriere della Sera, per dirne uno. E poiché i politici italiani, nel corso degli anni, hanno sostenuto tutto e il contrario di tutto, è facilissimo rinfacciare a Berlusconi come a Fassino la contraddizione tra il parlare strumentale di oggi e di ieri. E’ un’azione meritoria di memoria e coerenza, che ieri richiedeva affannose e incomplete ricerche nell’archivio di carta, tra i ritagli, e che oggi si fa al volo. Per riuscirci occorre solo imparare il «keywordese», ossia saper scegliere le parole chiave giuste per trovare, nel grande magazzino dei bit, le informazioni che servono. E poi scegliere con intelligenza, per la quale non esistono corso, ma solo applicazione cognitiva continua.
Un’altra pratica che ormai molti redattori usanho e che rientra sempre nella categoria dell’internet come fonte è quella di non andare in cerca delle notizie e informazioni consolidate e strutturate, ma piuttosto delle idee e dei fenomeni emergenti. Per dirla semplicemente: se il primo è il campo delle enciclopedie e dei repertori ufficiali, il secondo è il terreno di esplorazione dei siti delle culture e dei movimenti, dei blog e dei social networks.
E’ una ricerca che rasenta l’antropologia e la sociologia l’andare in un servizio di blog, scegliere dei nomi o dei profili di persone a caso, e leggere cosa lì si discute e racconta. Moltiplicato per migliaia di volte, è l’analogo dell’esercizio istruttivo di sedersi in un bar di periferia o in un treno di pendolari prestando attenzione ai volti e alle parole delle persone. Non è un atteggiamento da guardoni, ma un terreno su cui si possono fare centomila tesi di laurea o anche, più semplicemente, un modo per essere nel mondo reale, grazie alle tecnologie virtuali, e magari ispirarsi a quelle chiacchiere in libertà per un’inchiesta vera sui consumi o su qualsivoglia tendenza emergente.
Per una fase questa attività di esplorazione si è tradotta, da parte dei giornalisti, in articoli del tipo «sul web ci sono anche dei siti che …» (vendono bare personalizzate, suggeriscono come risparmiare l’acqua, discutono della migliore ricetta della fonduta). Ormai quel gioco non funziona più, perché sul web c’è tutto. La strada interessante è destreggiarsi nel grande caos comunicativo per estrarre dal rumore di fondo dei piccoli segnali che indicano che sentimenti, idee, modi di pensare che vanno cambiando. Serve tempo, pazienza, curiosità. Magari si consumeranno più polpastrelli che suole delle scarpe, ma la dedizione civile è la stessa dei vecchi giornalisti.
sar.tobias@gmail.com

Pubblicato su Chips, giornalismo | Lascia un commento »

Wilfing, che c’è di male?

Pubblicato da franco carlini su 19 Aprile, 2007

 

Patrizia Cortellessa

Che sia un fenomeno «sconosciuto» in quanto novità o sconosciuto perché finora nessuno aveva pensato a farne oggetto di ricerca non è importante. Il fatto è che non ce n’eravamo mai accorti. E il dato emerso è interessante: milioni di utenti del cyberspazio «vagabondano» o «sciabattano» in rete senza una meta precisa, saltando tra pagine web, forum, siti di news, viaggi e musica arrivando a perdere alla fine – oltre ad intere giornate di lavoro (due giorni al mese per la precisione) – anche il motivo iniziale che li aveva spinti a connettersi. Un esercito di cyber-smemorati, insomma, per quella che sembra delinearsi come una vera e propria sindrome moderna.
Per ora ad aver indagato le abitudini dei loro internauti sono stati gli inglesi, attraverso un sondaggio commissionato dal sito Money Supermarket e realizzato dall’istituto demoscopico YouGov. Dai risultati della ricerca, che ha interessato un campione di 2.412 utenti online adulti, emerge che in Gran Bretagna i due terzi dei 33 milioni di utenti, cioè circa 7 milioni di navigatori online, finiscono per perdersi tra le innumerevoli – e attraenti – maglie della rete. Per ora lo studio interessa solo i cibernauti del Regno unito (ma verosimilmente il fenomeno è generalizzato), dove a questa sindrome – classificata già come una patologia – è stato anche dato un nome: wilfing. Una parola nuova, un acronimo che sta per : «What was I looking for?» (Che cosa stavo cercando?).
«Il nostro studio – spiegano a YouGov – dimostra come molta gente che si collega a internet in cerca di informazioni e servizi di cui ha bisogno si perde poi per strada. Ci sono così tante scelte e distrazioni sulla Rete che parecchi finiscono per dimenticare perché si sono connessi e passano ore e ore a fare dello wilfing».
Appunto. E la strana abitudine sembra abbia causato un deterioramento della vita sentimentale di questo popolo errabondo. Che il wilfing possa far male alla vita di coppia lo sottolinea anche la ricerca: un terzo degli uomini intervistati ha infatti indicato che i rapporti con moglie, fidanzate e amanti sono stati danneggiati dalla tendenza a «wilfare» tra i siti a luce rosse usando il Pc di casa .
Ed è in prevalenza il sesso maschile a costituire l’armata dei cyber-smemorati – composta per la maggior parte da giovani sotto 25 anni che naviga soprattutto dal posto di lavoro. Gli over 55 sembrerebbero di gran lunga molto più diretti al fine mentre le donne … beh, sembra che le donne quando sono online vadano molto meno alla deriva dei maschietti.
Ancora percentuali: due terzi del campione intervistato ha ammesso di compiere lunghe sessioni di wilf catturato dal luccichio dei pop-up e dalle mille luci del web. Nonostante il fenomeno in crescita sembra che non ci sia comunque da preoccuparsi: l’abitudine al wilfing, che riguarda soprattutto i giovani, si perde col passare del tempo, quando raggiungendo l’età adulta e «ragionevole» si è meno disposti a farsi fuorviare dalle seduzioni del web. Col passare degli anni si va dritti al punto. Tutto sta nel ricordare quale sia stato quello di partenza. In realtà il fenomeno non è così nuovo ed esistono almeno due metafore per il muoversi in rete: surfing, scivolando via dal un’onda all’altra, da un sito all’altro, e diving, ovvero l’immergersi in profondità nel sito di interesse.
Jason Lloyd di Money Supermarket ci tiene a sottolineare che, proprio come nel mondo reale, le distrazioni arrivino anche dai siti di shopping. Perciò, aggiunge, «è importante che le persone si diano una sorta di codice di condotta per evitare inutili distrazioni che possono avere serie ripercussioni sul posto di lavoro e nella vita privata». D’altra parte Money Supermarket , che ha commissionato l’indagine, non è esattamente disinteressata: il suo infatti è un sito di confronto tra i prezzi e i prodotti di diverse case e aziende: cerchi un forno a microonde? Ecco le classifiche e i costi. Non c’è bisogno di wilfare a casaccio, se ti affidi a loro, trovi tutto in un colpo solo. Anche questo è marketing e i sondaggi, lungi dall’essere uno strumento asettico, spesso risentono dei desideri dei committenti.
La ricerca ripropone in verità la discussione sul Push e sul Pull. Sono Push i contenuti spinti verso gli utenti, e Pull quelli che essi tirano a sé. E’ Push la televisione generalista, è Pull andare sul sito del manifesto per leggere notizie che altri non hanno. Sull’Internet prevale la scelta di chi naviga, anche quando erratica, ma inserzionisti e siti cercano con ogni trucco visuale e percettivo di portarci verso la loro vetrina.

Pubblicato su Chips, web | Lascia un commento »

Grande sorella caciotta

Pubblicato da franco carlini su 19 Aprile, 2007

L’incredibile successo di un formaggio immobile sul web, per far conoscere al mondo il vero cheddar

Marizen

Trovata geniale, quella del West Country Farmhouse Cheesemakers, un consorzio di caseifici nel Somerset, Regno Unito. Hanno inventato un cheddarshow con il tipico formaggio britannico, il cheddar appunto, riprendendo la «caciotta», in fase di stagionatura, con una webcam che registra e trasmette 24 ore su 24. Una delizia per i voyeur del formaggio, che dal 1 gennaio scorso a oggi si sono collegati in 910 mila al sito www.cheddarvision.tv . Immagine fissa, salvo l’orologio che conta i mesi, i giorni, le ore e i millesimi di secondo della stagionatura. Il formaggio è lì, immobile, davanti ai nostri occhi, e si creano i vari strati di quella muffetta che procura al cheddar la fama di cui gode in tutto il mondo. Ha bisogno di un anno di tempo la per completare il ciclo e dunque si potrà assistere al cheddarshow fino al 31 dicembre prossimo. Ma il sito ha già raggiunto un picco di cliccate lo scorso 28 marzo quando, in occasione del primo test, 55 mila si sono collegati contemporaneamente per assistere all’evento. Tom Calver, esperto di prodotti caseari, ha controllato in diretta web la forma di formaggio, annusandola e assaggiandola, per accertarsi del corretto processo di stagionatura. «Ancora fresco ma già con una sua suggestione nel gusto, di pascoli verdi», ha commentato un soddisfatto nell’appuntamento che può essere rivisto su YouTube.
«E’ pazzesco – dichiara Dan Lane, uno dei responsabili dell’iniziativa – pensavamo che qualche amante del formaggio potesse interessarsi, ma sembra avere catturato l’immaginario collettivo. Si collegano da tutto il mondo, persino da Islanda e Nuova Zelanda». L’obiettivo è far conoscere al mondo il vero cheddar, quello artigianale, fatto a mano, oggi viene prodotto solo da tre caseifici inglesi riuniti in consorzio. Infatti la secolare tradizione del cheddar è quasi scomparsa, per lasciare il posto alla produzione industrializzata, quello che si conosce globalmente, il cheddar arancione. Se ne producono due milioni di tonnellate l’anno, è presente nei cheeseburger e utilizzato anche come aroma naturale nella patatine industriale al gusto di formaggio. I veri cheddar però sono formaggi incredibilmente buoni e aromatizzati, una gioia per i degustatori, prodotti con un processo manuale che, agli inizi del 900, è entrato nel dizionario inglese con il termine cheddaring. Ma come scriveva qualche tempo fa Carlo Petrini, presidente di Slow Food International: «Se racconto agli inglesi che Pantaleone da Cofienza nel suo Summa Lacticinorum del 1477 scriveva di incredibili quantità e varietà di formaggi inglesi, tutti buonissimi, non ci crederanno. Perché ciò che sanno è che oggi il formaggio inglese è solo il cheddar industriale, appiccicoso e gommoso, con poco – e poco buono – sapore».
Probabilmente la proiezione su Internet, 24 ore su 24 per un anno, della lenta maturazione della forma di cheddar, vincerà il premio quale sito web più noioso del 2007. In ogni caso la «grande caciotta» una volta arrivata a maturazione verrà venduta all’asta, ha confermato Dan Lane, e il ricavato in beneficenza.

Pubblicato su Chips, web | Lascia un commento »