Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for maggio 2007

Meglio Wiki che Blog

Posted by franco carlini su 31 maggio, 2007

 

F. C.

Blog, parola da abbandonare, perché ormai troppo generica e già logorata dal suo stesso lusinghiero successo Ma anche per il formato stretto e impoverente, dove i testi a-gerarchici, cioè tutti uguali nel loro apparire, sono forse all’insegna della democrazia (scelga il lettore e non l’editore cosa è importante), ma anche il massimo del piattume indifferenziato. Quanto agli autori poi, alcuni blogger sono spesso autoreferenziali e narcisi (non tutti, per carità), e la blogosfera che ne risulta è dunque una parte soltanto, e minore, della più vasta sfera pubblica che vive nell’internet globale. In molti blog, così come in tantissimi forum, scatta poi un meccanismo di autosegregazione e di conflittualità amico-nemico. La segregazione significa frequentarsi solo tra chi è già d’accordo, il che genera quel fenomeno psico-sociale chiamato groupthink che impedisce non si dice di capire, ma anche soltanto di vedere il punto di vista diverso. La dinamica amico-nemico è l’estremo opposto, specie nei forum: non si argomenta per convincere e ascoltare, ma si esibiscono certezze e tifoserie. E’ il guaio dell’eccesso di identità che mentre rafforza e compatta una comunità, al tempo stesso erige barriere contro chi non ne fa parte, che siano i tifosi della squadra avversaria o quelli con la pelle troppo scura o troppo chiara. Tutti questi meccanismi si erano già visti fin dai tempi dei primi Newsgroup Usenet e delle Comunità Virtuali, ma oggi appaiono accentuati grazie al fatto, positivo, che è cresciuta la popolazione della rete e che il web è finalmente «scrivibile» e non solo «leggibile». Per tutti questi motivi potrebbe essere sensato abbandonare la parola e cominciare a praticare qualcosa di più ricco e discorsivo dove non si parli per parlare, ma si parla, e se serve ci si accapiglia, per fare, ovvero per cambiare lo stato di cose presenti. Quello era il modo di interazione aperto con cui l’Internet è stata costruita. Ora per fortuna abbiamo i wiki e gli elaboratori di testi in rete (come http://docs.google.com/) che permettono modalità di lavoro in comune L’internet produce continue invenzioni tra le quali l’ambiente (cioè noi stessi) selezionerà le più adatte.

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Certi rischi di nome biotech

Posted by franco carlini su 31 maggio, 2007

 

Il Roundup della Monsanto è arrivato a fine corsa. Agricoltura e sviluppo
Si tratta di sostituire il più famoso e diffuso erbicida, il glifosato, con nuove invenzioni della chimica, in particolare con un nuovo prodotto chiamato dicamba. Dopo un allarme che arriva dalla stessa industria

Sarah Tobias

I più pessimisti lo avevano predetto, al prezzo di essere immediatamente classificati come estremisti ambientali e di conseguenza nemici del progresso e della cultura industriale. Ora l’allarme arriva dalla stessa industria che corre ai ripari, tardivamente e con rimedi discutibili. Si tratta di sostituire il più famoso e diffuso erbicida, il glifosato, con nuove invenzioni della chimica, in particolare con un nuovo prodotto chiamato dicamba. L’intera storia è assai istruttiva: nel 1970 un chimico della Monsanto, John Franz, scoprì le magiche proprietà del glifosato, capace di rinsecchire e uccidere le piante. Ottimo dunque per eliminare le erbacce cattive, per di più senza accumularsi nelle acque come l’atrazina, e senza effetti troppo pericolosi sull’uomo (o almeno in misura minore di altri prodotti). Nel 1974 esso venne messo in commercio con il nome di Roundup, peccato però che esso uccidesse anche le piante da proteggere. Per fortuna della Monsanto alcuni ricercatori individuarono un gene, il CP4, che immunizzava le piante dall’azione del glifosato. Bastava dunque modificare geneticamente le piante da proteggere, per spalancare un mercato immenso al Roundup. La Monsanto e altre aziende biotech negli ultimi dieci anni hanno dunque venduto contemporaneamente ai coltivatori sia il pesticida a base di glifosato che le sementi Ogm ad esso resistente (di soia, cotone, grano, barbabietola da zucchero, alfalfa). Fu un successo sconvolgente, malgrado l’opposizione delle associazioni ambientaliste e di molti stati europei.
I dati più recenti, riportati dalla rivista Science (25 maggio 2007), dicono che l’anno scorso 10 milioni di coltivatori in 22 paesi hanno piantato più di 100 milioni di ettari Ogm. L’area delle coltivazioni biotech è cresciuta di 60 volte negli ultimi 11 anni. Tutto merito del glifosato, il quale, «per l’agricoltura è importante quanto lo fu la penicillina per la salute umana», commenta Stephen Powles, ricercatore australiano. Il successo è stato accentuato da due fattori di mercato: nel 2000 è scaduto il brevetto e perciò altre aziende si sono messe a vendere erbicidi basati su questo composto; la maggiore concorrenza ha fatto scendere i prezzi e favorito la diffusione. Ciò ha fatto quasi cessare la produzione di altri erbicidi: un unico prodotto per un decennio ha conquistato quasi tutto il piatto. Secondo Syngenta, una delle multinazionali dell’agrobusiness, il 56 per cento dei coltivatori di soia negli stati americani del nord usa il glifosato come unico erbicida.
Il risultato è che, inevitabilmente, come natura comanda, e per effetto di una tale pressione selettiva, sono cominciate ad apparire le prime varianti di erbacce resistenti all’erbicida principe.
Le prima già nel 1996 e oggi se ne contano una dozzina, sparpagliate in molti paesi come Stati Uniti, Argentina, Sud Africa, Israele, Australia. Tra parentesi il fenomeno conferma, checché ne pensino gli antidarwiniani, che l’evoluzione per selezione naturale è tuttora e continuamente all’opera, in modo molto efficiente – in questo caso per le erbacce.
In particolare le furbe piante, per annullare l’effetto dell’erbicida, hanno trovato il modo di sequestrarlo nelle foglie, senza lasciare che discenda nelle radici, dove avrebbe effetto letale. Geniale.
A questo punto le strade, almeno teoricamente, sono tre: a) tornare al biologico (la più sana ma più improbabile, dal punto di vista dell’agrobusiness); b) cercare di mantenere efficace il glifosato, riducendone un po’ l’uso e per esempio reintroducendo opportune rotazioni nelle colture; c) cercare nuovi erbicidi più potenti e insieme nuovi Ogm multiuso. La seconda strada è quella attualmente in corso per tamponare la situazione, mentre la terza, è quella favorita dell’industria del settore e il candidato principale come erbicida di ultima generazione si chiama appunti «dicamba». Questo è un erbicida abbastanza economico, in vendita da una quarantina d’anni, ma nel 2003 alcuni ricercatori sembra che abbiano trovato un modo di ingegnerizzare i cereali per immunizzarli dal dicamba. Così l’avventura potrebbe ricominciare e nell’occasione ripartirebbe anche il conteggio dei venti anni di monopolio assicurato dai brevetti. La Monsanto dovrebbe commercializzare il tutto nel giro di tre, quattro anni. Una sorta di continua corsa a inseguimento come già avvenuto con gli antibiotici che, troppo, o male usati, hanno generato sempre nuove linee di batteri resistenti: è il caso delle nuove forme di tubercolosi che vanno dilagando per il mondo.

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Tutti rincorrono (a ostacoli) il web

Posted by franco carlini su 31 maggio, 2007

La Stampa, Panorama, La Gazzetta dello Sport e, dalla settimana scorsa, il Secolo XIX. Gli allarmi ripetuti sulla crisi dei giornali di carta stanno spingendo molti editori a rivedere e migliorare la loro presenza sul web. Il restyling della Stampa è quello relativamente più vecchio e forse il più radicale, dato che spinge molto sull’apertura ai contributi dal basso, da parte dei lettori, cui viene offerta la possibilità di aprire dei loro blog. Delizioso tra gli altri il blog Ad-Secretary. La Gazzetta dello sport, a sua volta, punta molto alle reti sociale. Così sul sito della rosea testata c’è anche uno spazio specifico per la comunità parlante dei lettori; si chiama Gazza Space, con ovvia assonanza all’americano MySpace. Lì è possibile, come in tutti i social network, creare un proprio profilo personale, con foto, hobby, passioni, preferenze, e un proprio blog. Si moltiplicano i forum, ovviamente, sulle più minute analisi dei diversi sport. Quanto al confratello genovese (www.ilsecoloxix.it) ci sono due novità, oltre al doveroso ridisegno delle pagine: l’idea è di puntare a un pieno coinvolgimento dell’intera redazione e di non operare con squadre duplicate. Il quotidiano infatti, oltre alla carta, ha anche una radio, Play19, e il sito. In passato succedeva che la stessa notizia venisse cucinata tre volte, da tre diversi giornalisti. In futuro, se sindacato ed editore troveranno un equo accordo, tale distinzione potrebbe venire superata, al «Decimonono» come negli altri giornali. Come su queste pagine si è già accennato, ciò pone sia dei problemi contrattuali che organizzativi e culturali. Cosa significhi passare da un modello redazionale cadenzato sui tempi della tipografia e dell’edicola a uno basato su di un flusso costante di notizie e aprofondimenti non è chiaro a nessuno, come forse è inevitabile in ogni fase di sperimentazione.

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Al videogioco della chimica

Posted by franco carlini su 31 maggio, 2007

 

serena patierno

Anshul Samar, alla conferenza Tiecon 2007 che si è svolta a Santa Clara in California, ha rubato la scena ai grandi della Silicon Valley. Nulla di insolito, se non fosse che lui ha solo 13 anni ed è incredibilmente sicuro del fatto suo. La sua start-up, http://www.elementeo.com, vuole realizzare il sogno di tutti gli studenti del mondo: l’istruzione divertente. Per concretizzare l’idea Samar ha pensato di ricorrere ai videogame e il risultato è un gioco di ruolo che parla di chimica, materia di solito poco amata. Chiede infatti una memoria di ferro e allenarla non sempre è facile perché richiede costanza e tanto tempo libero. Ma se si pensa a quale attività i ragazzi – ma non solo – sono soliti dedicare gran parte del loro tempo saltano subito in mente i videogiochi. Perché non crearne uno, dunque, che tratta proprio di chimica? Un esercito di elementi chimici che si animano e si scontrano gli uni con gli altri. Gli eserciti sono composti a scelta dell’utente e, per essere campioni, bisogna tenere sempre un occhio rivolto alle possibili combinazioni che potrebbero avere luogo sul campo di battaglia. Ogni elemento della tavola periodica, scontrandosi con gli altri, può generare fenomeni naturali. Per esempio, la ruggine. Basterà usare la carta ossigeno se qualcuno ci attacca con la carta ferro. Elemento.com attualmente, attende di accumulare 2.500 ordini prima di cominciare a distribuire il prodotto. Ma non finisce qui: Samar sembra abbia un piano di salvataggio per le altre materie scolastiche tra le più ostiche – o che comunque si prestano a essere il tema di intrattenimenti digitali – come la matematica e la biologia.

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NoBlog, i 4 difetti di una moda in discesa

Posted by franco carlini su 31 maggio, 2007

 

Sono almeno 71 milioni i blog nel mondo, forse 100. Tra popolarità e critiche crescenti, un itinerario per provare a capire di più

Franco Carlini

Le ultime cifre fornite a maggio dal motore di ricerca Technorati segnalano 71 milioni di blog esistenti. Altri parlano di oltre 100. La tendenza è alla crescita continua, giorno su giorno, minuto su minuto. E i numeri contano. Tuttavia, con la popolarità di massa del fenomeno, emergono anche le opinioni critiche. Non devono preoccupare, ma vanno considerate con attenzione. Spesso si tratta di una sana reazione all’eccesso di enfasi e di moda che continua ad accompagnare la parola. In altri casi si tratta di obiezioni di fondo. Alcune di queste sono già comparse su queste pagine, in particolare il punto di vista di Geert Lovink torna con il suo nuovo libro «Zero Comments» (vedi l’articolo di Nicola Bruno del 15 marzo, http://chipsandsalsa.wordpress.com/2007/03/01/blogger-nichilisti-e-autoreferenziali/).
Le principali sono che 1. Non c’è nulla di nuovo; 2. La parola è ambigua e indica generi oramai molto diversi; 3. Molti Blogger sono narcisi e autoreferenziali; 4. Il formato delle pagine risulta limitativo e piatto. Vediamole.
(1) Niente di nuovo?
I blog, così come l’universo convenzionalmente chiamato Web 2.0, non portano concettualmente niente di particolarmente nuovo rispetto al progetto originario del web, chiamatelo pure web 1.0.
Vero: Come lo stesso Berners-Lee ha scritto, «il sogno sottostante al web era di uno spazio comune in cui comunicare condividendo le informazioni. La sua universalità è essenziale: il fatto che il link di un ipetertesto possa puntare ovunque, sia esso personale, locale o globale» L’altra parte del sogno stava nel fatto che «una volta che lo stato delle nostre interazioni fosse online, si possano usare i computer per analizzarle, dare un senso a ciò che stiamo facendo (e vedere) come possaimo meglio lavorare insieme». (http://www.w3.org/People/Berners-Lee/ShortHistory)
Di recente lo stesso baronetto inglese lo ha ripetuto al settimanale inglese The Economist: «Il web venne progettato in modo che ogni utente potesse anche essere un autore … quel tipo di partecipazione era l’idea centrale fin dall’inizio» («Watching the web grow up», 8 marzo 2007).
Falso: Dunque, dieci anni dopo l’esplosione del web, si potrebbe dire che i blog rappresentano la concreta realizzazione di quel sogno già ben delineato. Certamente anche i 100 milioni di siti web esistenti sono stati realizzati dal basso, ma per farlo era pur sempre necessario avere uno spazio sui server di un Internet Provider, registrare un nome di dominio, e sapere realizzare le pagine in linguaggio Html (almeno quello statico). Meraviglioso dunque che tanti milioni di siti siano nati, ma con i software per i blog tutto è diventato ancora più semplice e immediato. In uno dei molti servizi in rete si può infatti registrare un proprio nuovo blog – gratuitamente e in pochi minuti, scegliendone anche l’aspetto visuale tra i molti formati offerti; alimentarlo in ogni istante, collegandosi in rete al servizio, e inserendo titolo e corpo del testo. Diversi fornitori di blog, come l’italiana Dada, permettono di farlo in mobilità, attraverso i cellulari. Alcuni accessori standard come il Blogroll e gli Rss feed rendono agevoli e automatici i legami con altri blog amici, accentuando l’effetto di comunità.
(2) Blog è parola ombrello che copre, malamente, troppe cose diverse
Vero: e questo sarebbe un buon motivo per abbandonare (o segmentare) il termine. Qualche categoria grossolana si può tuttavia tentare:
a) i veri e propri diari personali. Li fanno i giovani e i meno giovani. Sono scritti per sé, come ogni classico diario, ma anche per il pubblico degli amici e potenzialmente per tutto il mondo: cosa ho fatto, pensato, sentito, letto oggi. Spesso sono arricchiti di foto, come l’ultima corsa alla maratona o la cena con gli amici. Molte ingenuità, ma lecite, permesse, cercate. Il linguaggio è la tipica oralità scritta, amicale, senza formalità, con molte invenzioni lessicali. Nulla da obbiettare: sono quella cosa lì, una grande confessione in pubblico che oltre a tutto offre infiniti materiali di studio a sociologi e antropologi. Fanno bene a chi li scrive, che può esercitare un utile percorso di costruzione di identità, insieme essendo in contatto con amici e sconosciuti.
b) Blog d’autore e cioè quelli aperti e alimentati da un personaggio più o meno pubblico. Moltissimi ormai sono i giornalisti che ne tengono uno, dove approfondiscono quello che sulla carta non trova spazio. Sono tanto più letti quanto il personaggio è noto e autorevole. Si può anzi sostenere che è la fama a creare il traffico piuttosto che la bontà dei contenuti a portare lettori. Quasi tutti hanno un campo di interessi ben definito, che si tratti della politica, dell’ambiente o dello sport. Più l’autore è noto, più numerosi sono i lettori-visitatori che anche commentano e interloquiscono. Anche in questa categoria il tono prevalente è confidenziale: l’autore parla in prima persona. C’è chi esagera in confidenzialità e chi meno, ma troppo spesso si avverte un eccesso dell’Io, anche quando i contenuti sono di valore. Specialmente per i giornalisti della carta, sono comunque luoghi da cui avere ritorni interessanti dai lettori. L’altra caratteristica è che il giornalista autore, sentendosi più libero, talora si lascia andare di più di quanto non faccia sul suo giornale. Si fa meno terzo e più esplicito nelle sue opzioni.
c) Blog collettivi o di gruppo: il più famoso e ben riuscito, a opinione di chi scrive, è Slashdot, un vero caso di studio: una piccola redazione riceve ogni giorno migliaia di post sui temi delle tecnologie digitali dal popolo di lettori-autori e seleziona, con suoi criteri editoriali, le più interessanti. La cosa importante è che non si pubblicano semplici opinioni o idee, ma brevi sintesi di notizie prelevate da altri luoghi, ognuna dotata del doveroso link. Ogni post ovviamente può venire commentato. Analoghi meccanismi animano da anni Boing Boing, tipicamente californiano, pop-culturale, ricco di immagini originali. Ogni giorno questi blog fanno circolare le idee e ce ne regalano infinite, spesso geniali.
3. Blogger narcisi e autoreferenziali
La sana libertà di espressione e la facilità con cui ognuno può fare il suo blog ha dato luogo a una popolazione ampia, anche in Italia, di persone che con intensità e passione alimentano il proprio blog quotidianamente, talora anche più volte al giorno. Con esso fanno opinione e ormai cominciano, fortunatamente, a influenzare la sfera pubblica. Si pensi al successo della campagna, tutta di rete, intrecciata tra blog diversi, opportunamente scatenata contro il criticatissimo portale del turismo italiano (www.italia.it). Anche la mobilitazione contro il costo delle ricariche dei cellulari è iniziata e si è sviluppata largamente in rete. Questo è un segnale interessante.
L’altra faccia di questa tendenza, al limite dell’insopportabilità, si chiama voglia di «fiammeggiare», polemiche a tutti i costi, presunzione, autoreferenzialità banale. Contemporaneamente si alimenta il continuo cinguettio reciproco, dove la citazione dei blog altrui, nella speranza-scommessa di essere a propria volta citati, diventa un fatto di auto marketing, di costruzione della reputazione in un mondo ristretto. Questo mondo dei blogger semiprofessionisti oramai viene guardato con interessato interesse” anche dalle aziende. E’ il caso della Cisco, leader mondiali nei server di rete (router) che ha organizzato una serata-aperitivo con un centinaio di blogger italiani. Così facendo ha dato soddisfazione alla loro voglia di riconoscimento, ottenendo come ritorno una discreta copertura (la pagina dedicata all’evento sul sito Blogosfere ne è un penoso esempio: http://blogosfere.it/2007/05/ieri-a-milano-c-stato.html).
4. Problemi di format
Tutti i blog sono fatti di pagine con due o tre colonne. In quella centrale, più larga, si accumulano i «post», ovvero i nuovi articoli inseriti, in ordine cronologico inverso, eventualmente accompagnati da commenti. Nelle colonne laterali ci sono gli accessori di servizio, come l’elenco dei post più recenti, un calendario con cui saltare ai post di un dato giorno, una maschera per la ricerca, la lista delle categorie tematiche trattate eccetera. Tale struttura spartana e con poche possibili varianti dipende dal fatto che «al di sotto» c’è un software per creare e gestire le pagine che non può essere troppo versatile, almeno allo stato attuale delle tecnologie. Il risultato però non è eccellente: tutti i post infatti, quello molto importanti e quelli meno appaiono sullo stesso piano, senza gerarchia. L’unico modo di consultarli è scorrere le pagine (scroll) dall’alto in basso; non si può avere una visione d’insieme, diversamente da quanto succede guardando la pagina di un giornale, sia esso di carta o di web. Ciò è molto democratico, perché l’autore, singolo o collettivo, non impone una sua gerarchia attraverso la struttura grafica, ma è semmai il lettore a scegliere, muovendosi tra oggetti informativi che appaiono tutti uguali. La qual cosa va molto bene per un forum di discussione, ma non altrettanto per i blog d’autore. In questi casi infatti il lettore esercita un atto di fiducia verso la reputazione di chi scrive (così come fa anche acquistandone un libro) e cerca proprio quella firma lì, alla cui opinione è interessato, apprezzandone anche le scelte drastiche e differenziate. Il giornalismo è anche questo: proposte e ordine del discorso, ed è un servizio che chi «legge per contro terzi» offre ai suoi lettori-interlocutori.
Appiattire tutto in sequenza cronologica ne è la negazione, perché allora tanto vale che chi legge faccia a meno di noi, si abboni gratuitamente a un po’ di testate online e se le legga attraverso gli Rss feed, come fossero lanci d’agenzia.

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L’origine di log o blog, diario di legno

Posted by franco carlini su 31 maggio, 2007

 

Di questo termine ombrello pochi conoscono l’origine. «Log» in inglese è un pezzo di legno e un tale ciocco veniva legato a una fune, dotata di nodi equidistanti, per misurare la velocità delle navi: lo si buttava in mare contando i nodi che scorrono nell’unità di tempo: 7 nodi all’ora, 20 nodi, eccetera. Quelle rilevazioni venivano riportate sul libro di bordo il quale viene chiamato «journal», ma anche, per estensione, «logbook», o brevemente «log». Con un ulteriore passaggio, anche nei computer venne chiamato log quel file creato automaticamente che contiene, in ordine cronologico, la registrazione di tutte le operazioni effettuate, in particolare gli accessi; serve a controllare le prestazioni del sistema, ma anche, se del caso, a rilevare eventuali anomalie, per esempio degli imgressi abusivi. Non per caso l’operazione di accedere a un sistema si dice «log in». Un diario dunque, e cioè una sequenza di annotazioni in ordine cronologico. Venne abbastanza naturale perciò chiamare weblog, e in seguito Blog, i diari personali tenuti sul web.

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Cellulari per la didattica

Posted by franco carlini su 31 maggio, 2007

 

Formazione Invece di bandire i telefonini dalle scuole, perché non farne un uso appropriato, cioè didattico?

Agostino Giustiniani

Nuove immagini della professoressa con il tanga sono emerse nei giorni scorsi su YouTube. Nessuna meraviglia del resto, dato che in quel gigantesco deposito messo in pubblico c’è letteralmente di tutto. Ma l’ultimo episodio, che arriva dopo altri filmati dentro le mura scolastiche, con diversi livelli di volgarità e violenza, ancora contribuisce a demonizzare sia i telefonini cellulari che i siti Internet dove le immagini vengono collocate.
La cattiva cultura giornalistica di molti media, del resto, li porta a considerare «notiziabili» solo le cose pessime. Allo stesso modo l’incultura digitale del ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni lo spinge a considerare la rete prevalentemente come un pericolo: nelle linee guida emesse dal ministero si parla infatti di «prevenire i fenomeni di dipendenza (droghe, alcool, tabacco, farmaci, doping, internet)», tutto sullo stesso piano.
Ma se, per una volta, si provasse a vedere l’altra faccia della medaglia, quella possibile e positiva? L’idea circola da tempo ed è comparsa anche in una delle migliori liste di discussione, chiamata Condividi3 (che allude alla condivisione della conoscenza e alla quale ci si può iscrivere attraverso il suo gestore remo@t-bizcom.com). Dunque capita che un sensato preside milanese, Giorgio Galanti, abbia incitato a non bandire i telefonini cellulari dalle scuole ma a farne un uso appropriato, cioè didattico e formativo. Di suo l’ex senatore verde Fiorello Cortiana ha aggiunto: «Il mondo adulto non può limitarsi ad azioni di censura e di rimozione che alimenterebbero un mondo parallelo nel quale prendono corpo criteri di valutazione e sguardi sul mondo senza alcuna relazione con le esperienze pedagogiche e didattiche della scuola».
In altre parole: quegli oggetti li hanno tutti, anche gli alunni meno abbienti, e sono dotati di grandi capacità di memorizzazione ed elaborazione di suoni, foto e video e con molti di questi si possono alimentare i propri blog, individuali e collettivi; perché allora non usarli per infinite faccende che con la scuola hanno a che fare? Le immagini scattate possono far parte di una ricerca sul territorio facendosi tutti reporter, tutti Mojo (ovvero Mobile Journalist); una stessa scena di classe girata con diversi apparati, da diverse angolature, può essere riversata in un filmato collettivo, con i facili software di taglia e cuci digitale.
Già ora su YouTube se ne trovano molti di filmati, sovente gite scolastiche, girati e montati con buona tecnica. La Nokia, premiata produttrice di cellulari avanzati e di reti cellulari, da tempo sponsorizza gare di “corti” girati con il cellulare. I software di montaggio sono ormai gratuiti (o quasi) e comunque abbastanza facili da usare.
L’unico limite è la fantasia, ma molti insegnanti ne sono più che dotati e sicuramente tanti di loro già la stanno la stanno scatenando. Il che non significa essere schiavi delle ultime mode, né significa indorare la pillola della faticosa istruzione obbligatoria con qualche gadget allettante: la stessa classe volta per volta e progetto per progetto sceglierà se fare un murale, un giornalino di classe, un sito web, un cortometraggio, una recita teatrale, piegando gli strumenti della comunicazione agli obbiettivi da raggiungere. Il vantaggio didattico di sperimentazioni del genere sta soprattutto nell’apprendere un altro linguaggio, quello delle immagini e dei suoni. Poiché vedere e sentire è naturale, diversamente dal leggere e scrivere che richiedono un lungo apprendimento, di solito si dà per scontato che tutto ciò che si vede sia vero, quando al contrario invece quasi tutto ciò che vediamo, almeno attraverso i media, è un “artefatto”, ossia un qualcosa prodotto ad arte, frutto di un intervento umano. Se gli studenti si mettono per una volta nella parte di produttori di immagini, oltre a divertirsi, impareranno anche a leggere e decodificare le immagini in cui si imbattono. Questo per esempio è il tipo di attività che viene proposta ai giovanissimi visitatori dello Zeum di San Francisco, museo altamente interattivo dove grazie a interfacce e software facilissimi ogni bimbo o bimba può costruirsi il proprio jingle, i propri filmati, tagliando, cucendo, producendo.

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I facinorosi col bicchiere

Posted by franco carlini su 29 maggio, 2007

il manifesto, 29 maggio 2007, pag. 2

All’inizio poteva sembrare una semplice, anche se un po’ meschina gelosia: che cosa ci fa Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, nel comitato dei 45 che prepara le regole del partito democratico? Si è lamentato il sindaco torinese Chiamparino, in quanto escluso, lui e tutto il nord ovest. Si è dilungato in sgradevoli insinuazioni il principe dei risotti televisivi, Gianfranco Vissani, sostenendo che da mesi Carlin va chiedendo a Fassino di fare il ministro dell’agricoltura e che prima o poi finirà persino per appoggiare gli Ogm.

Poi è arrivato l’accidioso Giampaolo Pansa, ricordando la statura dei piemontesi storici di sinistra, quali Gobetti, Gramsci, Terracini, Togliatti, Bobbio, mentre ora «il mio Piemonte è rappresentato da Carlin Petrini … la politica italiana si è coperta di discredito con le sue stesse mani». Ullallà.

Se è invidia, è poverella, perché un posto in un comitato burocratico di un partito che nasce sfasciato, non dovrebbe «far gola» a nessuno che abbia un po’ di buon senso. Quando, con «i compagni di Brà», si viaggiava in treno da Roma verso il nord, di ritorno dai convegni di partito, la passione per la politica non  veniva mai meno, ma sempre era associata al fastidio, già allora insopportabile, per i riti e le forme del potere, anche quelli delle piccole formazioni cosiddette extraparlamentari. Così abbiamo continuato, ognuno per le sue diverse vie, sempre dentro la politica, ma anche fuori, con distacco critico. Non per caso il manifesto a un certo punto tornò a essere solo un giornale, anziché una forza politica.

Il dubbio lecito, conoscendo chi agita queste polemiche, è che il bersaglio non sia tanto la provvisoria presenza del fondatore nel Pd-pre-comitatino, quanto l’idea di politica civile che

Slow Food va praticando, non solo in Italia, ma in giro per il mondo. Si avverte un sentimento ostile che non è puramente territoriale, né personale. Intanto perché questa associazione-movimento ha saputo influenzare l’agenda  politica parlando a tutti gli schieramenti, senza arruolarsi con nessuno. Quando c’è stato da essere con la Val di Susa c’erano, senza farsi problemi di alleanze. A quanti discettano di crisi della politica dovrebbe piacere una tale capacità, tipica della migliore sfera pubblica – quella alla Habermas, per capirsi, dove la società, che i politici di solito immaginano caotica e volgarmente protestataria, produce sia idee nuove che forme di organizzazione, e queste diventano fatto pubblico, istanze riconosciute. Lo stesso avvenne a suo tempo, e con le dovute differenze, nel movimento delle donne.

L’altra cosa importante dei «facinorosi col bicchiere» partiti dal Roero per arrivare fino in Giappone e Stati Uniti, ma soprattutto nei paesi più poveri dell’Africa con la rete di Terra Madre, è  l’aver reso evidente come una questione apparentemente semplice e godereccia, come la qualità della vita, del cibo e del tempo lento, chiami in causa una filiera globale, dove quello che c’è in tavola è fatto di saperi popolari e di lavoro, spesso sfruttato e invisibile. Quei temi sono materiali perché è tale ciò che nel corpo fisico immettiamo ogni giorno, in forma di cibo. «Ribelli, sognatori e fuggitivi» scriveva il romanziere argentino Osvaldo Soriano, tanto caro ai lettori di questo giornale per le sue passioni autenticamente di sinistra per il cibo, il football e il cinema; due di questi aggettivi, i primi due, ben si prestano a descrivere l’anima di questo movimento. Ma «fuggitivi» invece no, semmai «costruttori», e presuntuosi quel tanto da non farsi turbare dalle lusinghe interessate né dalle gelosie sciocchine.

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Politici attenti, arriva la democrazia

Posted by franco carlini su 24 maggio, 2007

F. C.Nei giorni scorsi, a New York si è svolta la terza edizione del «Personal Democracy Forum», che sembra persino una contraddizione in termini, dato che la democrazia dovrebbe essere fatto collettivo, mentre quel «personal», evoca soprattutto l’individuo singolo. Tra gli sponsor le più grandi aziende dell’internet come Google e Yahoo!. A ben vedere, tuttavia, la contraddizione è solo apparente, dato che ogni vero processo democratico parla a e coinvolge le persone anche in quanto singoli, portatori non solo di interessi, ma di valori, desideri, utopie, spesso di soluzioni. E l’utopia di una democrazia rianimata dalla partecipazione dal basso appare oggi più possibile anche grazie alle tecnologie di rete. Come è facile immaginare c’è forse una quota di eccessiva fiducia nella tecnica rispetto ai processi sociali, ma il manifesto dell’incontro suona comunque interessante perché segnala uno spostamento di poteri e di ruoli già in atto. Eccolo: «La democrazia in America sta cambiando. Una nuova forza, radicata in nuovi strumenti e pratiche costruite attorno all’Internet emerge a fianco del vecchio sistema della politica a alto investimento di capitali. Oggi, praticamente a costo nullo, ognuno può essere un reporter, organizzare delle comunità, realizzare campagne, essere editore, raccoglitore di fondi o leader. Se quello che ha da dire è convincente, si propagherà. Il costo di trovare gente che la pensa come te, di riunirsi insieme e di parlare ai poteri è caduto pressoché a zero. Le voci in rete stanno rivitalizzando la conversazione civica. Sempre più persone ogni giorno stanno scoprendo questo nuovo potere. Dopo anni in cui sono stati trattate come soggetti passivi da manipolare col marketing, ora vogliono essere ascoltate. I membri si aspettano di avere voce in capitolo nel processo di presa delle decisioni nelle organizzazioni di cui fanno parte. I lettori vogliono rispondere a quelli che producono le notizie. I cittadini insistono per una maggiore apertura e trasparenza da parte del governo. Tutte le vecchie  istituzioni (…) devono adattarsi o perdere il loro status e potere. E’ arrivata la Personal Democracy, dove ognuno è pienamente partecipe».

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Quei sociologi con le stellette

Posted by franco carlini su 24 maggio, 2007

PATRIZIA CORTELLESSA

Si può riuscire a interpretare il comportamento degli individui fino ad anticiparne le reazioni?  Osservando gli esseri umani da ogni punto di vista, antropologico, culturale, sociale, economico, politico, raccogliendo dati, informazioni, si può predire il futuro di quel popolo, di quella città, di quel governo? E ancora: come può essere usato lo studio delle scienze umane e sociali , applicato alle nuove tecnologie, nel campo militare? E che importanza rivestirebbero – alla luce di tutto ciò – le reti sociali? Che la social network analysis (analisi delle reti sociali) non sia un argomento nuovo – almeno per i sociologi – è un dato di fatto, ma non avrebbe preso così piede se negli ultimi anni non si fossero sviluppati dei software che rappresentano i gruppi e le comunità che agiscono in rete. 

Così la sociologia, l’antropologia, la psicologia, l’economia, sono state applicate allo studio dei fenomeni più vari, come quello delle istituzioni, del commercio internazionale, l’andamento dei mercati. 

L’ultima applicazione è legata alla guerra e agli scenari che essa delinea. E’ solo una questione di matematica, dice lo scienziato di origine polacche Benoit Manderlbrot che nel 1975, «inventando» i frattali, rivoluzionò la geometria. Sono più di cinquant’anni che i presidenti Usa si affidano a un team che si esercita con sistemi matematici per elaborare nuove strategie di battaglia. Già durante la guerra fredda il Dipartimento della difesa statunitense assunse dozzine di antropologi per preparare un dossier sulla società sovietica. E lo stesso fece per il Vietnam.

Anche gli studiosi del Massachusetts Institute of Techonology se ne occupano da tempo, e Kathleen Carley, della Carnegie Mellon University, già qualche anno fa mise a punto un sistema di variabili che per due volte la portò ad indovinare chi sarebbe salito ai vertici di Hamas dopo l’uccisione del leader precedente. La stessa Carley, riferendosi alla rete tessuta da Osama Bin Laden diceva: «sarà pure confinata nelle caverne, ma ‘questa gente’ ha adottato architetture e dinamiche tipiche del più evoluto mondo aziendale, sovrapponendo un impianto organizzativo orizzontale, tipico del network, alla classica scala gerarchica verticale». Ulteriori previsioni in merito non si troveranno mai su internet, visto il veto posto alla ricercatrice dal governo Usa.

Un interessante articolo di Yudhijit Bhattacharjee, pubblicato di recente sul settimanale Science («Pentagon Asks Academics for Help in Understanding Its Enemies», Science 27 April 2007, Vol. 316,  pp. 534 – 535), ci rivela che il Dipartimento della Difesa Usa sta mettendo a punto un nuovo programma di ricerca, chiamato Human Social culture Behavior  Modeling, per studiare l’agire quotidiano delle popolazioni locali nelle zone di guerra, in particolare in Iraq.  Chiedendo ancora una volta aiuto alle Accademie e università  per «capire».  

La motivazione e le aspettative della ricerca vengono spiegate da John Young jr, direttore di ricerca della difesa: «Non solo l’uso della forza (..)  abbiamo bisogno di strumenti per capire la società, le forze all’interno di quel governo, le influenze sociali e culturali e religiose di quella popolazione e di come quella stessa popolazione reagisce agli stimoli (..) Uno studio tradotto in dati che serve per elaborare altri dati,  a sviluppare software, a prospettare “modelli attendibili». Il risultato delle diverse opzioni può essere utilizzato dai «capi militari» prima di prendere questa o quella decisione in battaglia. Per l’attuazione di questo programma Young ha chiesto al Congresso degli Stati Uniti circa 7 milioni di dollari per il 2008, e ulteriori 54 da dirottare verso le scienze sociali .

«I sistemi umani sono complessi e difficili da racchiudere in modello», afferma invece Paul Van Riper, generale di brigata in pensione. E se lo studio non è nuovo, in effetti, perché ora questi  programmi dovrebbero avere più successo di quelli di ieri? Perché oggi ci sono più strumenti e una migliore capacità di radunare i dati e analizzare le informazioni, è la risposta degli ideatori (e la speranza dei committenti)   

Lo sviluppo di «modelli realistici» che rappresentino le società richiederà comunque ulteriore studio, costante ricerca oltre ad un infinita accumulazione di dati. Chissà cosa ci riserverà il futuro, alla luce della parole dell’economista Scott Page, dell’università del Michigan, che afferma: «malgrado le tonnellate e tonnellate di dati ricavati dalle elezioni negli Stati Uniti non siamo ancora in grado di predire come voteranno gli elettori».

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