Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for 3 maggio 2007

Telecom, quattro problemi meno uno

Pubblicato da franco carlini su 3 maggio, 2007

 

Fino a pochi giorni fa Telecom Italia aveva quattro problemi: il principale azionista in uscita, i rapporti con l’autorità di regolazione, le indagini sulle intercettazioni, il piano industriale. Il primo appare risolto grazie a banche e Telefonica di Spagna, il secondo ha quantomeno una sua definizione, grazie al consenso tra governo (ministro Gentiloni) e Autorità delle Comunicazioni a proposito di una qualche separazione della rete fissa: molto resta da definire, ma la cornice c’è. Il fronte penale è ancora aperto con qualche escursione linguistica del giudice delle indagini preliminari verso i piani alti di Telecom Italia; molto dipenderà dalle scelte difensive di Tavaroli che finora non si è esplicitamente preso tutte le responsabilità, così escludendo i suoi capi, ma non ha nemmeno provato a giustificarsi dicendo che eseguiva gli ordini del presidente e/o dell’Amministratore delegato. Prima o poi dovrà decidere, non essendo credibile la linea innocentista seguita finora. Il piano industriale presentato dalla gestione di Guido Rossi era inevitabilmente di transizione, dato che incombevano tutti i problemi a monte. L’anomala espulsione di Rossi da parte di Tronchetti Provera in occasione dell’assemblea degli azionisti ha complicato le cose, che ancora si fanno più ballerine dato che la nuova società Telco, che sostituisce Olimpia nel controllo di TI (al 23,6 per cento) procederà ancora a rinnovare i vertici. Quale che sia la soluzione a regime c’è il rischio che la società continui ancora a soffrire di turbolenze. Negli anni le onde delle incertezze ai vertici si sono propagate anche ai livelli inferiori, demotivando quadri e lavoratori e compromettendone le prestazioni. TI non è una società allo sbando ma a diversi livelli sono percepibili disorientamento e poca motivazione; clienti e fornitori sono i primi a verificarlo tutti i giorni. C’è infine il Grande Problema Rimosso: la nuova rete fissa e digitale in fibra che costerà una decina di miliardi almeno, ma di cui nessuno per ora discute, se non per esorcizzare ideologicamente l’intervento della mano pubblica, peggiore del diavolo. Dunque il ritardo presente continuerà a crescere inevitabilmente.

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Diventare giornalisti 2.0

Pubblicato da franco carlini su 3 maggio, 2007

Come cambiano ruolo e mestiere dei professionisti dell’informazione ai tempi del web

 

Come, per gestire anche un singolo argomento, ci si debba trasformare in un micro-caporedattore. Le scelte sui modi della messa in pagina o sull’on line della notizia, il modo di darla e commentarla

Franco Carlini

Ancora giornalisti dunque, sulla carta come sul web. Il ruolo dell’intermediario delle notizie resta, per quanto di questi tempi non particolarmente apprezzato, ma conserverà il suo ruolo (e anche il suo potere) solo se saprà cambiare. Ma come? C’è intanto un problema di organizzazione del lavoro e di flusso delle notizie. Finora tutte le testate di carta che hanno realizzato una loro robusta presenza in rete lo hanno fatto creando una redazione specializzata; vale per corriere.it, repubblica.it, lastampa.it come per il New York Times e tanti altri stranieri. E’ una soluzione che un po’ funziona, ma che evidentemente non può reggere a regime. E’ stata scelta per molti motivi: perché l’online appariva solo un’appendice non profittevole della carta, perché ci sono vincoli contrattuali, perché i «vecchi» giornalisti resistevano per cultura e abitudine a un flusso di lavoro diverso (loro sono quelli della parola scritta e basta). Oltre a tutto le testate quotidiane, a differenza dei periodici, continuano a vivere sotto l’incubo della cannibalizzazione: se si «pubblica» in rete, già a mezzogiorno, un servizio importante, si corre il rischio che i concorrenti facciano subito altrettanto e che i lettori non sentano più un particolare bisogno di andare in edicola il giorno successivo.
Non per caso i siti web di informazione migliori sono tuttora quelli associati a testate televisive, tra tutti la Bbc e la Cnn: il flusso continuo è nella loro cultura e incardinato nei modelli organizzativi. Non è scandito dalla chiusura in tipografia, ma dal susseguirsi degli eventi, 7 giorni su 7, 24 ore su 24. Da quando poi i siti ospitano audio e video, quelli delle news radio-televisive si sentono ancora di più a casa, senza traumi.
Proviamo allora a immaginare per i quotidiani di carta un modello diverso: le notizie si pubblicano in rete appena le cose avvengono e non solo un breve flash, ma anche il commento e il contesto. La redazione è unica e, a seconda dei momenti e delle esigenze, riversa i contenuti sul web, sulla radio in forma di podcast, sulla internet Tv, sulla carta del giorno dopo e magari anche su un magazine. In parte sta già avvenendo, nel senso che tutti i siti più importanti offrono anche dei contenuti multimediali, per ora accessori, ma a regime sempre più importanti. Certamente non si può pretendere che il singolo redattore sia anche un bravo speaker radiofonico e che sappia stare in video come si deve; perciò serviranno più figure anche specialistiche, ma quello che conta è che la notizia-seme, quella originale, deve essere gestita giornalisticamente fin dal primo momento pensando alla sua discesa in formati e supporti diversi. Se Valentino Rossi vince perde, in rete come in tv non deve andare solo la classifica della gara, ma anche il suo contesto e il commento esperto; se un sito non lo fa altri lo faranno, e dunque è obbligatorio.
Il redattore titolare di quel multi-articolo dovrà dunque conoscere le caratteristiche dei diversi media e dei diversi pubblici, poi ricorrendo per aiuto alle competenze che non ha. In maniera estesa è la differenza che corre tra lo scrivere la stessa «cosa» per il quotidiano e per un settimanale: l’informazione è la stessa, ma lo stile, il tono, il sapore, possono essere molto diversi. A maggior ragione se i media sono plurimi. In questo caso il giornalista cui il pezzo è affidato è un micro-caporedattore di quell’argomento, in quel giorno e in quel momento. La sua prestazione non consiste più nella semplice scrittura (che poi semplice non è), ma nel progettare insieme contenuti e forma.
Questa professionalità oggi non esiste in maniera diffusa, anche se, rispetto ad alcuni anni fa, e anche in rapporto all’ingresso di redattori giovani, è comunque cresciuta. Non corrisponde nemmeno ai profili professionali oggi codificati nei contratti della carta stampata e questo è anche il retroterra del mancato rinnovo del contratto dei giornalisti. Solo che qui le posizioni divergono. Gli editori chiedono mobilità e flessibilità, ma se davvero volessero nuovi giornalisti e nuovi giornali dovrebbero offrire due cose almeno: formazione e adeguate risorse, ovvero numero di persone e salari adeguati al di più che oggi serve. Viceversa i giornalisti e i comitati di redazione più consapevoli dovrebbero forse essere loro a chiedere quel di più, pretendendo dagli editori progetti editoriali all’altezza, con associati stipendi e profili. Mentre crollano i costi fissi di produzione, almeno nell’online, è per gli editori inevitabile rassegnarsi al fatto che la qualità dell’informazione e della conoscenza costa, come ogni merce rara sul mercato.

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La vita dei Paperoni reali

Pubblicato da franco carlini su 3 maggio, 2007

 

p. c.

Sarà anche virtuale il mondo di Second Life, ma oltre a registrare attualmente circa sei milioni di utenti iscritti (di cui due «giocano» regolarmente), sembra stia diventando ormai anche (e sempre più) un mondo di affari. Per la maggior parte dei frequentatori SL continua ad essere luogo di svago e divertimento, ma per altri è diventata una miniera d’oro. C’è chi è arrivato a guadagnare più di 5.000 dollari al mese e ha preferito lasciare il lavoro reale per intraprendere la nuova e più redditizia carriera. Da una recente inchiesta di Business Week, che è riuscito a scovare quelli che sono riusciti ad arricchirsi, risulta che il numero dei Paperoni di SL è pressoché quadruplicato. Requisiti indispensabili? Un investimento economico iniziale, naturalmente, fiuto per gli affari, coraggio, e una certa dose di inventiva. Ma anche nel mondo virtuale sembra siano le amicizie giuste a fare la differenza e a determinare o no il successo. Il primo milionario della storia è una donna, Anshe Chung (nome virtuale Ailin Graef). Con un investimento iniziale di 9,95 dollari, ha acquistato oltre 400 lotti di terra rivendendoli tra i 1.200 e 1.600 dollari (reali) l’uno. Secondo Philip Rosedale (Philip Linden),uno dei creatori del gioco, che ha guadagnato con la sua compagna ben 19 milioni di dollari. Reuben Steiger (Reuben Millionsofus), ha invece aperto una azienda virtuale, la Millionsofus. Il suo lavoro è quello di consulente di marketing per grossi clienti. Funziona, visto il proliferare giornaliero di quartier generali di aziende e politici importanti in cerca di pubblicità. Per il 2007 Steiger prevede un fatturato di 6 milioni di dollari.

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Quel Genius di Unicredit

Pubblicato da franco carlini su 3 maggio, 2007

 

La commissione europea sta lavorando a una direttiva che entro il 2012 imporrà alle banche di assicurare il trasferimento di fondi da un istituto all’altro entro un giorno. In realtà questo già oggi avviene, via computer: le transazioni sono istantanee, da un computer all’altro, per via telematica. Addirittura, dove alla finanza conviene, gli scambi sono istantanei, come avviene per le operazioni di borsa. Tuttavia i correntisti si vedono arrivare gli accrediti a 5 giorni di distanza e questa è pura rendita parassitaria, resa possibile da accordi di cartello tra le banche stesse. La bravura delle banche nel trasformare la possibile minaccia dell’Internet in occasione di ulteriore profitto è stata senza dubbio eccezionale – dal loro punto di vista . Si prenda il conclamato conto Genius di Unicredit, presentato come tra i più convenienti perché a costi minimi per le operazioni standard. Tuttavia la grande banca chiede 0,5 euro per un bonifico Internet su conti della stessa e 1 euro per quelli verso altre banche. In questo caso i risparmi che derivano dall’uso della rete e dal fatto che l’operatore di sportello è il cliente stesso, non solo vengono tutti incamerati dalla banca, ma addirittura aumentati da una gabella ingiustificata. Lo si capisce facendo due conti: ipotizziamo che un impiegato di sportello esegua un centinaio di operazioni al giorno faccia a faccia con i clienti; dunque se queste le fanno i clienti via Internet la banca risparmierà almeno 50 mila euro all’anno – lo stipendio del dipendente che potrà essere spostato ad attività a valore aggiunto come l’assistenza clienti. Si tolgano un po’ di costi fissi e si vede che resta un bel margine, che però alle banche non basta. Così la Cassa di Risparmio di Genova non solo chiede 3 euro al mese per l’accesso Internet ma, come Unicredit, anche 0,5-1 euro per i bonifici.

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Partecipazione vanno cercando

Pubblicato da franco carlini su 3 maggio, 2007

 

f. c.

Roberto Grandi e Cristiano Vaccari furono tra gli organizzatori della campagna elettorale di Cofferati a sindaco di Bologna. Su quell’evento, lungo molti mesi, scrissero anche un saggio preciso e appassionante, «Cofferati anch’io». Adesso tornano sul tema, dilatando l’orizzonte («Elementi di comunicazione politica», Carocci). Ancora rileggono le più recenti campagne, in particolare quella della vittoria dell’Ulivo, per segnalare come la comunicazione elettorale e quella politica, dei partiti e della amministrazioni siano insieme diverse ma collegate. Paradossalmente alcune tornate elettorali sono state più democratiche, più inclusive e coinvolgenti, di quanto avvenga dopo, a governi eletti e attività in corso. Le stesse primarie questo hanno indicato, per essere subito dopo risequestrate dagli apparati. A ben vedere, anche se loro non lo scrivono, questa è anche la parabola seguita dal sindaco di Bologna che tanto si dedicò all’ascolto prima, quanto si è dimostrato autocentrato e sordo dopo. Il che lascia il dubbio che la partecipazione ostentata fosse strumentale e insincera. Ma il problema che i due autori pongono va ben oltre Cofferati: con un certo ottimismo della volontà i due autori confidano che alla lunga i partiti saranno costretti, anche loro malgrado, a praticare forme migliori di democrazia partecipata e inclusiva. Molti documenti europei lo suggeriscono e anzi lo invocano, alcune esperienze e positive ci sono, ed esistono serie elaborazioni al riguardo (tra tutte specialmente quella di Luigi Bobbio, relativa alla gestione partecipata dei conflitti). E poi le modalità a rete, attivate anche grazie alle tecnologie, lo rendono più facile. Soprattutto c’è una voglia crescente di contare ed esserci la quale, se non accolta, rischia di essere colpevolmente ributtata nell’antipartitismo e nell’antipolitica.

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Il bene comune della cooperazione

Pubblicato da franco carlini su 3 maggio, 2007

 

Il volto nuovo del capitalismo. «La ricchezza della rete», l’ambizioso saggio dello studioso statunitense Yochai Benkler

Benedetto Vecchi

Il libro di Yochai Benkler La ricchezza della rete (Università Bocconi Editore, pp. 624, euro 34,50) è decisamente ambizioso e bene hanno fatto queste pagine a dedicargli attenzione (il manifesto del 26/04/07). In oltre seicento pagine vuol mettere a fuoco il come e il perché Internet ha cambiamo i rapporti sociali di produzione, la costruzione dell’opinione pubblica e l’attività di governo nelle società capitalistiche. Da questo punto di vista è un saggio che si colloca nel solco tracciato da Manuel Castells nella trilogia The age of information (tradotta sempre dall’Università Bocconi con il titolo L’età dell’informazione), ma con la convinzione che, mentre lo studioso catalano fissava le coordinate di una transizione dalla società industriale a quella «informazionale», ora quella fase si è definitivamente conclusa lasciando in eredità un’ «attività cooperativa non proprietaria» che è diventata, attraverso Internet e l’uso diffuso delle tecnologie digitali, l’elemento propulsivo delle economie capitalistiche contemporanee. Da questo punto di vista, l’analisi di Benkler è però più radicale nella critica di un certo determinismo tecnologico di quanto non lo sia quella di Castells, perché considera dirimente elaborare la portata di quella cooperazione sociale e produttiva che ha la sue esemplificazioni nella produzione di software open source, nel giornalismo «amatoriale», in wikipedia, nell’esperienza di siti come YouTube, MySpace, ma anche in quei peer review che vedono il coinvolgimento attivo dei consumatori nell’attivare processi innovativi tanto di prodotto che del processo lavorativo.

Una contraddizione all’opera
Il punto di partenza de La ricchezza della rete sono quelle attitudini collettive e modi di essere che considerano l’informazione e la conoscenza un «bene comune» che non può essere privatizzato e che è usato come materia prima per la produzione di merci (qui la distinzione tra produzione materiale e immateriale è a ragione lasciata alle ortiche). Da qui la contraddizione che Benkler prova a risolvere, quella che concerne una materia prima che non è di proprietà di nessuno e che tale deve rimanere, ma che viene usata per sviluppare attività economiche che rispondono a una logica capitalistica.
In passato, agli albori dello sviluppo capitalistico, c’erano altre materie prime che venivano considerate «beni comuni», ma con la stagione delle enclosures sono divenute, è cosa nota, proprietà privata di qualcuno. Non che questo non avvenga nel «capitalismo informazionale», ma chi resiste alla privatizzazione dell’informazione e della conoscenza persegue, secondo Benkler, l’obiettivo di sviluppare un’attività economica che consegue profitti e al tempo stesso preserva il carattere comune dell’informazione e della conoscenza.
La contraddizione che Benkler segnala è dunque quella tra un’attività cooperativa non proprietaria e un’economia capitalistica che vede nella proprietà privata un suo architrave. Il case study a portata di mano è ovviamente il software open source o quello del free-software. Lo studioso americano ricorda il successo del sistema operativo Gnu-Linux e di come minacci da vicino l’egemonia di Microsoft, dopo averne demolito il monopolio nei sistemi operativi. Le ragioni del successo di Linux sta, sostiene Benkler, in quella dimensione cooperativa che vede il coinvolgimento di centinaia di migliaia di programmatori, analisti di sistema e «softwaristi per hobby» che sono riusciti a creare un modello organizzativo basato sulla condivisione, l’assenza di gerarchie e, qui l’elemento non previsto, i cui risultati possono essere usati da chiunque rispetti la «logica non proprietaria» che hanno portato a produrre il software.
Ma è questa la logica che muove la produzione di informazione nel web. Da questo punto di vista, la rete consente di sviluppare siti informativi che vedono il coinvolgimento di chiunque acceda, tramite un semplice click del mouse, al sito, perché sono pagine Internet gestite con un software, quasi sempre non proprietario, che prevede l’interattività tra tutte le persone che vi scrivono o depositano materiali video. Per Benkler, i blog, come i siti informativi, non stanno distruggendo i media tradizionali, ma ne stanno minando il monopolio. Che poi diventino siti che attraggono inserzioni pubblicitarie, portando dollari nelle tasche di chi li gestisce – i casi, ad esempio, dei blog slashdot o boing boing, solo per citare i più noti, non significa che perdono la loro vocazione originaria: essere cioè «attività ccoperative non proprietarie». Lo stesso si può dire per la produzione e circolazione di conoscenza, se si pensa al successo di wikipedia.
Il giornalismo on line modifica inoltre la formazione dell’opinione pubblica e dunque il rapporto tra governo e governati, perché, sostiene sempre Benkler, la circolazione delle informazione permette un controllo diffuso sull’operato tanto dei governi che delle imprese. Per lo studioso americano, Internet è quanto più si avvicina all’agorà di aristotelica memoria, un regno cioè della democrazia assoluta in cui è possibile esercitare un potere di interdizione sull’operato del sovrano usando una tastiera e un mouse.

La cooperazione vincente
Siamo dunque in una realtà profondamente differente dalle società industriali, anche se La ricchezza della rete paga un pedaggio troppo alto a una visione acritica dei fenomeni in atto. Ma il libro di Benkler non si propone però come una critica del capitalismo informazionale. La sua importanza risiede nel definire appunto quella contraddizione tra «attività cooperativa non proprietaria» e economia capitalistica. Così, le leggi draconiane sulla proprietà intellettuale non riescono a bloccare la condivisione di sapere e conoscenze in quanto tratto distintivo di Internet (lo studioso finlandese Pekka Himanen ha parlato di una inedita riedizione di quel «comunismo dei ricercatori» che animava in passato la comunità scientifica). Allo stesso tempo, l’open source è la rappresentazione del conflitto tra l’«attività cooperativa non proprietaria» e la produzione capitalistica en general. E altrettanto condivisibile è la sottolineatura che l’autore fa su come le strategie imprenditoriali stiano facendo proprie le tecniche del «networking sociale». In altri termini, ciò che mette a fuoco Benkler è il conflitto tra una cooperazione sociale produttiva e le regole della società capitalistica. È su questo crinale, oltre alla mole di dati che il libro presenta, che emerge la rilevanza delle analisi presenti ne La ricchezza della rete. Non è tanto quindi la compatibilità tra il «networking sociale» e il capitalismo, ma nel considerare centrale il conflitto tra questa «attività cooperativa non proprietaria» e il capitalismo.

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La «rivoluzione» senza fili e aperta

Pubblicato da franco carlini su 3 maggio, 2007

 

L’universalità degli accessi a tutti i contenuti è il cuore di questa nuova immensa rete. La nota dell’Economist e la minaccia insita per i titolari dei business precedenti, storia che assomiglia ai primi ’70

Agostino Giustiniani

Una settimana fa questo giornale si è occupato delle reti di comunicazione M2M, «da macchina a macchina», la cosiddetta «Internet delle cose» (vedi http://chipsandsalsa.wordpress.com).
A conferma che il tema è caldo, ecco ora un ricchissimo dossier dell’inglese Economist, dedicato alla «Rivoluzione senza fili in arrivo». Vi sono presentate con chiarezza tutte le tecnologie già disponibili per andare «oltre il cellulare», inteso come apparato che finora convoglia soprattutto la voce e Sms. Sono anche descritte le molte possibili applicazioni: dalle assicurazioni dell’auto calibrate sui chilometri percorsi, alle etichette digitali che rivelano tutto di un prodotto, dagli oggetti di casa che parlano tra di loro, ai campi di battaglia disseminati di microscopici sensori. L’idea più sciocca di tutte è quella di inserire in microchip sottocutaneo in ogni immigrato, sì da poterne monitorare attività e spostamenti. Teoricamente gli usi sono infiniti, ma quali poi verranno dispiegati dipende sia dalle scelte dei produttori che dall’accoglienza dei consumatori.
Alcune cose tuttavia sono già fin da ora chiare: intanto che ci sono almeno tre ambiti spaziali di queste reti senza fili. C’è il livello ampio, dominato dalle tecniche di trasmissione cellulari (Gsp, Umts, terza e quarta generazione) ma anche dalla incalzante tecnica WiMax. C’è quello più ristretto che arriva a poche decine di metri, fatto essenzialmente dal WiFi, con l’aggiunta di nuove tecniche in via di collaudo come Zigbee e Ultra Wide Band, e c’è quello delle Pan (Personal area network), tipico delle commissioni Bluetooth.
Seconda questione: le frequenze radio sono ormai la risorsa scarsa per definizione e questo chiama in gioco le regole e la poltica. I governi non dovrebbero preoccuparsi solo di incassare il più possibile dalle licenze, ma anche di favorire pluralità e spazio pubblico.
Le imminenti gare per il WiMax italiano non sembrano purtroppo andare in questa direzione, tanto più che il ministero della Difesa continua a mettere ostacoli al rilascio delle frequenze ancora sotto giogo militare. Non è chiaro se l’ineffabile ministro Parisi, quello che ogni giorno invoca partecipazione dei cittadini al futuro Pd, sia ostaggio dei militari o si sia piazzato lui stesso alla leva del freno.
L’assenza di ogni comunicazione pubblica al riguardo testimonia il distacco dai cittadini che Parisi orgogliosamente coltiva, come già dimostrato nel caso della base Usa di Vicenza.
La questione più cruciale tuttavia è un’altra. Come il settimanale inglese fa notare, la «rivoluzione» senza fili già in atto contiene una minaccia micidiale per i titolari dei business precedenti, e questa minaccia si chiama apertura, universalità degli accessi a tutti i contenuti. Così come l’Internet, anche le reti senza fili potranno prosperare solo basandosi su standard aperti e comuni. E’ come la «rivoluzione» del personal computer degli ultimi anni ’70 che significò liberta dalla schiavitù dei grandi computer e la possibilità di caricare sul proprio Pc ogni software che serva, senza chiedere permesso.
Anche il mondo dei cellulari (oggi ce ne sono 1,8 miliardi al mondo, ma nel 2011 saranno 4 miliardi), andrà inevitabilmente in questa direzione: apparati aperti e software altrettanto, svincolando gli utenti dai vincoli imposti dai costruttori e dai gestori delle reti.

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L’autonomia dei robot

Pubblicato da franco carlini su 3 maggio, 2007

Il futuro Sicurezza, fiducia e le Leggi «di Asimov. Lo stato delle ricerche sulla robotica e sul loro impiego, dalle mansioni casalinghe a quelle militari, portate avanti sopratutto negli Usa

Patrizia Cortellessa

Immaginate un futuro in cui i robot, dotati ormai di capacità decisionale autonoma e arrivati a sviluppare emozioni, avendo acquisito coscienza della loro condizione asservita iniziassero a rivendicare i loro diritti. Per il governo britannico è lo scenario che si prospetta fra cinquant’anni. «Robo-Rights: Utopian Dream or rise of the Machines» è il titolo di una ricerca commissionato dal governo inglese a Ipsos-Mori, Outsights e Institute For The Future. Secondo le previsioni di Sir David King, docente di fisica chimica all’università di Cambridge e a capo dello staff governativo di Scienza e Tecnologia, i robot dotati di intelligenza artificiale potrebbero nel futuro spingere i governi ad attuare politiche sociali efficienti , quali ad esempio la garanzia all’alloggio e la tutela della salute (dei robot, ndr).
In attesa dell’avveniristico domani, l’oggi è punteggiato da infiniti convegni sull’argomento. E’ un dibattito concreto e acceso quello che si è sviluppato tra gli esperti del settore intorno al tema del «futuro dei robot», come è reale è l’interesse della comunità scientifica nei confronti della robotica. In un solo anno sono stati prodotti 1.120.000 robot industriali, 25.000 dei quali per uso professionale e 1.200.000 per uso personale. Dibattito aperto con tanti punti interrogativi e non poche preoccupazioni per quanto concerne la «sicurezza», visto anche l’impiego sempre più crescente dei robot per usi militari. Gli Stati uniti, per fare un esempio, hanno destinato 127 miliardi dollari ad un progetto di ricerca che punta a modernizzare la Us Army. Entro il 2010 – secondo il piano – un terzo di tutte le operazioni militari americane saranno compiute da robot. Il report sui «robo-rights» è stato criticato dagli scienziati riunitisi nel Dana Centre del Museo delle Scienze di Londra, che l’hanno definito «troppo sensazionalistico e poco suffragato di fatti». Il problema serio e urgente – secondo gli scienziati – è invece quello di stabilire quanto ci sia da fidarsi dei robot autonomi, fino al punto da affidare loro la cura di persone in carne e ossa. Molti laboratori stanno studiando macchine capaci di curare pazienti immobilizzati e anziani non autosufficienti, di ricevere ospiti in casa o di portare a spasso il cane. La Corea del sud si è addirittura dato l’obiettivo di un robot domestico in ogni casa entro il 2020. Anche in Giappone alcuni laboratori di ricerca stanno cercando di fabbricare robot in grado di lavorare come collaboratori domestici. E nel paese nipponico sono già in uso macchine robotizzate in grado di effettuare misurazioni mediche.
Ma è l’abuso dei robot e dei dati da loro acquisiti al centro delle preoccupazioni generali e sul quale tema – secondo i ricercatori e gli esperti riunitisi al Dana Centre Londra – non si è ancora discusso abbastanza. Da più parti si cerca di spingere i governi verso una legislazione in materia, mentre il governo sudcoreano ha in programma di promulgare una sorta di Carta dei Robot, che fissi delle regole «etiche». A quale leggi si ispireranno queste regole? Per ora alle uniche finora scritte, cioè ai celebri tre comandamenti della robotica fissati da Isaac Asimov: 1) un robot non può recar danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno; 2) un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge; 3) un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e la seconda Legge.
Ma in questo mondo senza più regole, per quanto tempo ancora avranno valore le Leggi di Asimov? Per ora le macchine sono ancora proprietà di chi le possiede, così come le «responsabilità» dei danni causati da un eventuale malfunzionamento. Ma un conto è il malfunzionamento di un giocattolo robotizzato o di un elettrodomestico-robot, altro è il «funzionamento» di quella specie di sentinella robotica, equipaggiata con due telecamere ed una mitragliatrice, dispiegata alla frontiera tra le Corea del nord e quella del sud. Viene da sottoscrivere in pieno la preoccupazione di Alan Winfield, della University of West England: «Se un robot ‘autonomo’ uccide qualcuno, di chi è la colpa? Anche se al momento la questione non si pone, perché la responsabilità è del progettista o dell’operatore, man a mano che l’autonomia crescerà, la responsabilità risulterà sempre meno chiara».

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