Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for 10 maggio 2007

Disinformazione alla Murdoch

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

SARAH TOBIAS

 

La bufala giornalistica della settimana scorsa è quella proposta dal New York Post, il quale annunciava che la Microsoft stava trattando l’acquisizione del portale-motore di ricerca Yahoo! e faceva addirittura il prezzo, 50 miliardi di dollari. Molto coerente con lo suo stile scandalistico del giornale di Murdoch, prontamente smontata dagli interessati e dalla stampa seria, come il   Wall Street Journal il gruppo che Murdoch vorrebbe a sua volta comprare. Discorsi e trattative tra i due grandi dell’informazione di rete c’erano stati nel passato e riguardarono specialmente la messa in comune dei software che animano le macchine da ricerca in rete (Search Engines) e di gestione della pubblicità contestuale. Ma la fusione delle due marche non è mai stata all’ordine del giorno per una infinità di motivi. Il più importante è che i campi di azione, le culture aziendali, e i modelli di business dei due sono lontanissimi. Qualche fantasioso ha anche immaginato che Microsoft intenda trasformarsi in una media company, ma non c’è nulla di più sciocco: il cuore dei suoi profitti resta inevitabilmente il software, come conferma il successo dell’ultimo sistema operativo, Vista, e del rinnovato pacchetto Office 2007. Quell’azienda è dunque per così dire «condannata» (ed è una dolce condanna per gli azionisti) a restare saldamente attaccata al suo mercato prevalente: da un lato continuando a migliorarlo, dall’altro cercando di renderlo più di rete e flessibile, se ce la fa. Parallelamente continuerà tenacemente a invadere altri territori che le appaiono profittevoli: con grande dispendio di risorse si è fatta un nome e un mercato nelle console da video giochi (XBox) ; con altrettanta costanza è riuscita a entrare nel mondo dei telefoni cellulari, offrendo un sistema operativo leggero agli apparati che vogliano essere di rete e multimediali. L’obbiettivo mancato resta l’internet e il relativo mercato pubblicitario, dove il portale Msn ha sì molti utenti, specialmente grazie alla posta Hotmail e all’Instant Messaging, tanto amato dai più giovani, ma non ha sprint. Il dubbio  è se quell’ambizione sia mai realizzabile. Non è detto infatti che un’impresa debba fare necessariamente di tutto. Talora ci si può accontentare.

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Tardive riflessioni del professor Spaventa

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

FRANCO CARLINI

Al lungo elenco di coloro che hanno deprecato l’interventismo del governo nella formazione del nuovo gruppo di controllo di Telecom Italia si è associato un altro professore. E’ Luigi Spaventa che su La Repubblica, sabato scorso, ha auspicato che l’evoluzione delle strutture proprietarie del capitalismo italiano avvenga «nell’indifferenza del potere pubblico» e non «con una sua implicita partecipazione». Lineare, accademico, ma un po’ ipocrita come ragionamento, specialmente visto che a farlo è colui che nel 1999, anno della scalata a Telecom Italia presiedeva la Consob.

Vale la pena di tornare a quei mesi, quando Roberto Colaninno, chiamato da Carlo De Benedetti a salvare la Olivetti, costruisce il suo sogno più grande, un’Opa sull’ex monopolista telefonico. Per farlo ha intenzione di farsi aiutare da banche americane e comunque di metterci del liquido,  svuotando la Olivetti dei gioielli appena nati, Omnitel e Infostrada. Una logica industriale lungimirante avrebbe cercato di rafforzarli e svilupparli, mentre una logica finanziaria, che punta sulla leva del debito, prescinde dalle valutazioni di lungo momento. La gloriosa Olivetti venne ridotta a scatola finanziaria e la sua grande intuizione, quella di passare dai personal computer ai telefoni, regalata ai tedeschi di Mannesmann (e successivamente a Vodafone).

Il 19 febbraio 1999 Massimo D’Alema, presidente del consiglio, tesse le lodi dei «capitani coraggiosi». Il sostegno politico è chiarissimo, a tutti evidente, e non suscita l’indignazione dello Spaventa di allora. Il giorno dopo il consiglio di amministrazione di Olivetti approva il lancio dell’Opa. E qui entra in gioco la Consob che è chiamata a dichiarare ricevibile l’offerta.  Da quando un’Opa è lanciata, la società oggetto della scalata non può più mettere in atto azioni difensive, se non passando attraverso un’assemblea straordinaria cui partecipi almeno il 30% degli azionisti. Ma quando scatta il periodo delle mani legate? La Consob di Spaventa interpreta la norma nel modo più favorevole a Colaninno, decidendo che l’orologio scatta dall’annuncio e non dal deposito del prospetto ufficiale dell’offerta. L’interpretazione è curiosa, tanto che in altre occasioni il Tar e la stessa Consob decideranno diversamente. Infatti se bastasse un annuncio per bloccare ogni decisione dello scalato, ciò si presterebbe a manovre perverse.

La Consob di Spaventa decide anche, nell’occasione, che Tim, l’azienda cellulare di Telecom Italia, non ne costituisce un patrimonio prevalente; se lo fosse Colaninno avrebbe dovuto estendere l’Opa anche a Tim, con oneri ben maggiori.

Ovviamente ogni decisione della Consob ha le sue motivazioni e senza dubbio il professor Spaventa è persona seria, ma è altrettanto ovvio che quelle decisioni favorirono il progetto che D’Alema aveva così enunciato: «Non siamo di fronte a una misteriosa finanziaria lussemburghese. Si tratta di un gruppo di imprenditori e di manager ben noti, che hanno fatto Infostrada e Omnitel. Forse stano facendo il passo più lungo della gamba. Allo stato delle cose consentitemi di apprezzarne il coraggio». Mai intervento politico governativo fu più netto ed esplicito. Al confronto il governo Prodi, nelle settimane scorse, si è mosso come una timida verginella.

L’aiutino morale divenne poi concreto quando, nell’estremo tentativo di difendere Telecom Italia, l’allora presidente Bernabè convocò un’assemblea straordinaria che doveva proporre agli azionisti delle contromisure e offerte più allettanti. Occorreva la presenza del 30 per cento e per far mancare il quorum fu ancora decisivo l’intervento del governo. Mario Draghi, allora direttore del Tesoro, pensava che il ruolo di non interferenza del governo dovesse concretizzarsi nel partecipare all’assemblea e non alle decisioni. In questo modo si garantiva agli azionisti la possibilità di discutere e deliberare, senza prendere parte. Essendo D’Alema contrario, Draghi chiese almeno una lettera ufficiale della presidenza del consiglio, che puntualmente venne scritta e recapitata. Dunque l’assemblea risultò non valida e via libera a Colaninno.  D’Alema aveva vinto, ma in realtà aveva sbagliato ancora una volta le sue valutazioni e con la scusa della non interferenza aveva scelto del tutto impropriamente, di spalleggiare una parte, contro l’interesse del paese.

Alla scalata anche in quella occasione partecipò Mediobanca, il cui appoggio venne sollecitato ancora da D’Alema, così dicono i cronisti dell’epoca. Non risultano alle cronache insurrezioni verbali dei soliti professori contro le banche che si fanno industria.

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Leggende infondate su Google

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

Secondo un autorevole quotidiano italiano (La Repubblica, 6 maggio), Google avrebbe realizzato «una maxischedatura dell’umanità», grazie alla quale se un qualsivoglia «Mariolino», appassionato di motociclette, usa quella search engine, essa gli somministra le relative pubblicità personalizzate (ovviamente pagate dagli inserzionisti), basandosi sul «profilo» di quella persona. Peccato che le cose non funzionino così, come chiunque può verificare, e il fatto che circoli tale leggenda è la conferma di quanto i media principali siano poco informati e poco informino. Poi si lamentano che perdono copie. In realtà Google propone agli utenti del suo motore di ricerca, così come del sistema di posta Gmail, delle pubblicità contestualizzate, ovvero pubblicità che tengono contro del contesto, e ci riescono tenendo conto delle parole chiave immesse per la ricerca oppure, nel caso della posta, dei termini contenuti nel messaggio ricevuto. Ma per motivi sia tecnici che politici, relativi alla privacy, non scheda le preferenze di alcun Mariolino, né Lucia. Essi infatti non hanno di solito un indirizzo internet fisso, grazie al quale essere riconosciuti, e anche i brandelli di informazione detti cookies che i siti depositano sui computer offrono poco aiuto, se non altro perché molti utenti li annullano. Sono dei piccoli file di testo che i siti scrivono nei Pc dei visitatori e che vengono  poi letti e aggiornati a ogni visita successiva. Peraltro chi lo voglia può chiedere a Google di conservare il diario delle sue ricerche, ma si tratta di un’opzione volontaria. Quello che Google e tanti altri siti web fanno, piuttosto, è di registrare le attività degli utenti, per ricavarne dei profili statistici delle diverse popolazioni, i quali a loro volta serviranno per raccogliere pubblicità di settore.  Il business che ha proiettato Google alle stelle è quello. (s. t.)

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Un supplemento del manifesto

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

Giovedì prossimo queste due pagine, chiamate Chips and Salsa (metafore dell’hardware e del software) non ci saranno. Verranno sostituite da un supplemento gratuito del manifesto dedicato alle molte reti che vanno coprendo e popolando il mondo. L’idea sottostante è che questo termine, ormai dilagante, rappresenti ben più che un fenomeno tecnologico, ma semmai un paradigma emergente che riguarda la società, la cultura, le scienze, e certamente anche la politica. Il processo non è deterministico (prima viene la tecnologia e poi il suo impatto sulla società), ma a doppia-tripla via, caratterizzato da continui percorsi di andata e ritorno. In ogni caso sono fenomeni «distruttivi», nel senso che destabilizzano precedenti modi di operare, mettendoli in discussione. Che si tratti del giornalismo, come dell’organizzazione del lavoro, dei modelli di business, di consumo e di partecipazione democratica.

Sempre in tema di reti va segnalato oggi, 10 maggio, un incontro che si tiene a Milano, in piazza Duomo, al punto di incontro Economia & Società. Yochai Benkler, professore alla Yale Law School discuterà del suo libro «La ricchezza della Rete», appena pubblicato da Egea-Bocconi, insieme all’economista Fabio Ronchetti e a Franco Carlini. Questo libro è stato recensito su queste pagine la settimana scorsa da Benedetto Vecchi.

L’appuntamento dunque è per giovedì. Nell’attesa vale la pena di ricordare che tutti gli articoli di Chips and Salsa sono sempre leggibili in rete all’indirizzo http://chipsandsalsa.wordpress.com. In quel blog sono organizzati sia per data che per categorie e in ogni caso trovabili attraverso il motore di ricerca.

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Bentornata Tele Kabul

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

Il mestiere del giornalista consiste nel dare notizie, situandole nel loro contesto, e nell’esercitare un controllo sui poteri economici e politici, in nome e per conto dell’opinione pubblica. Per questi motivi il servizio offerto due domeniche fa dal Tg1all’ambasciatore afgano in Italia dovrebbe essere proiettato in ogni scuola come esempio di come non si fanno le interviste. Notizie nuove non ce n’erano, avendo l’ambasciatore semplicemente ribadito quanto già detto: il funzionario di Emergency Ramatullah Hanefi avrà presto un processo con avvocato; ci dispiace che Emergency se ne sia andata e speriamo che ritorni. Né prima né dopo il servizio il Tg1 ha ritenuto di ricordare i contorni della vicenda, non si dice di commentare. Quanto alle domande ecco quelle che la giornalista non ha fatto: Signor ambasciatore, qual è il reato del codice penale di cui il funzionario di Emergency è accusato? Presto quando, il processo? Come mai in uno stato di diritto quale l’Afghanistan sostiene di essere, non ha potuto incontrare un avvocato di fiducia in tutti questi giorni? E’ a conoscenza signor ambasciatore che quattro operatori di Emergency si sono dovuti affidare alla tutela dell’ambasciata italiana di Kabul e rimpatriare con un volo delle Nazioni Unite dato che la vostra polizia voleva ritirargli il passaporto? Quali sono le condizioni di sicurezza che garantite alle Ong? Quali accordi il suo governo prese a suo tempo con quello italiano riguardo alle gestione delle trattative? Ovviamente l’ineffabile avrebbe risposto poco e contorto, ma la giornalista avrebbe almeno fatto capire ai telespettatori che la vicenda aveva diversi aspetti non chiari. Lunedì scorso, poi, la ciliegina: la conferenza stampa di Mastrogiacomo e le dichiarazioni Emergency sul caso Hanefy hanno meritato zero secondi, soverchiata da Bertinotti in mezzo ai parà.

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Aprire i social media alla creatività distribuita

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

Recinti dorati, monopoli, sfruttamento del lavoro altrui. I giganti del web sociale non sono poi tanto diversi dai Big Media. Ma l’alternativa è possibile.

BERNARDO PARRELLA

I grandi siti di social media come giardini dorati ma iper-recintati, dove «è più facile che la gente venga usata, anziché l’opposto». E da cui è praticamente impossibile uscire, una volta creata tutta una serie di contatti e relazioni personali. Questa l’opinione di Trebor Scholz, studioso dei media, artista e docente presso il presso la State University di New York a Buffalo, ma di formazione mittel-europea. Sono critiche dal di dentro, motivate e costruttive che trovano sempre più spazio a attenzione ben oltre la fascia degli addetti ai lavori. E a cui da tempo va dedicandosi il lavoro di Scholz, inclusa una ricerca che ha avuto ampia eco «Quel che la generazione di MySpace dovrebbe sapere (sul lavoro gratuito)», documento reperibile insieme ad altri materiali utili sul suo sito: http://www.collectivate.net. Offrendo poi alternative concrete con le attività dell’Institute for Distributed Creativity, lanciato nel 2004 con un’apposita conferenza a Buffalo, e un’antologia d’imminente uscita presso Autonomedia, The Art of Free Cooperation. Curato insieme a Geert Lovink, il volume propone una ampia riflessione sulle dinamiche della cooperazione online, evitando di «abbracciare il vangelo degli analisti business che considerano la collaborazione uno strumento per incrementare la ricchezza di chi è già ricco».

L’intervista che segue è stata realizzata nel corso del recente Media In Transition 5, evento che ha radunato al MIT di Boston teorici ed esperti internazionali dei media studies. Trebor Scholz ha preso parte a un panel che includeva anche Cory Ondrejka, top programmatore di Linden Lab, l’azienda che ha creato quella Second Life, esempio assai seguito di laboratorio per la sperimentazione di modelli partecipati e aperti. 

«I social media fanno sì che sia più facile usare la gente»: come va intesa questa affermazione?

Il punto centrale è che i grandi giganti del web, i dieci siti che coprono il 40% dell’intero traffico della Rete, in pratica sono tali grazie all’user generated content. La gente vi carica testi, foto, video e se ne sta lì con gli amici. Ciò fa parte della cultura giovanile, perché magari non possono vedersi allo shopping mall, perché la sfera pubblica mostra loro ostilità e questi diventano i nuovi spazi dove incontrarsi. Si tratta di un aspetto certamente positivo. D’altra parte però esiste un’enorme centralizzazione, e di fatto sono appena due o tre i luoghi online dove la gente finisce per ritrovarsi. Il 12% degli statunitensi online non frequenta altro che MySpace. E così questi pochi siti straripano di materiali personali d’ogni tipo, cosa che rende assai difficile spostarsi altrove. Il prezzo sociale del trasferimento è molto elevato. Tutti gli amici sono lì, le foto e il diario sul blog, la comunità di riferimento sono lì dentro. In pratica ciò significa essere bloccati, in un certo senso il pubblico è prigioniero. Ad esempio, Murdoch ha annunciato un nuovo servizio di MySpace, le notizie d’attualità, gli utenti non sembrano gradirla, però non possono farci granché. E mentre esistono decine di siti di social networking, c’è un solo YouTube, se vuoi diventare famoso, se vuoi provare a essere una video star come i Chinese Backstreet Boys che poi hanno firmato un cospicuo ingaggio pubblicitario con Sony Ericsson.

Si prospetta dunque una concentrazione del potere dei new media analoga a quella degli old media?

Si, abbiamo la ripetizione di quel che accade nella vita reale. È la tipica strategia capitalista: un pugno di corporation, tra cui News Corp., Yahoo, Google, riescono ad attirare la vasta maggioranza della socialità online. E gli altri ambiti, blogosfera inclusa, restano un po’ alla periferia. Ad esempio, l’85% degli studenti Usa gira su Facebook e tempo fa 700 mila utenti protestarono quando vennero introdotti i feed RSS. Secondo me ciò conferma che la gente tiene molto alla propria comunità, al punto da non potersi trasferirsi altrove, e quindi non le resta altro da fare che provare a rendere migliore quell’ambiente.

Quale il nostro ruolo di aderenti a simili spazi-comunità?

Dobbiamo insistere perché ci sia massima trasparenza, per avere il pieno controllo delle nostre produzioni e quindi rendere più facile l’uscita da questi grandi siti, come accade con certe piattaforme blog da cui è semplice esportare altrove tutti i contenuti ivi realizzati. Con MySpace o Facebook è impossibile farlo, proprio perché vogliono che la gente rimanga lì dentro. Occorre rendere chiare le regole delle varie piattaforme. Come ci si regola sulla privacy? Chi possiede i contenuti prodotti? L’azienda può rivendere i dati personali degli iscritti, e a chi? Qual è l’ideologia sottostante al codice, o il ruolo dei programmatori? Tutte policy che vanno ben spiegate e rese trasparenti.

Quali gli aspetti delle attuali tecnologie partecipative che vanno migliorati onde favorire una maggiore partecipazione?

Oltre a quanto sopra, restano cruciali le capacità dei singoli di operare al meglio i vari strumenti, e quindi serve maggiore alfabetizzazione mediatica e massima facilità d’utilizzo, onde permetterci di usare a nostro vantaggio questi ambienti, anziché di esserne usati.

 

http://bernyblog.wordpress.com/

 

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Vacillano brevetti e copyright

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

GABRIELE DE PALMA

 

Riesplode  su tutti i fronti la questione dei cosiddetti diritti di proprietà intellettuale. Sentenze, provvedimenti della magistratura, nuovi modelli di business. Tutto è in movimento, centrifugo. Ci sono notizie positive e negative, ma l’unica cosa certa è che nell’era delle riproducibilità digitale, le norme precedenti non reggono. Alcune storie, tutte recenti.

L’Ufficio Brevetti Europeo (EPO), al termine di una lunga causa ha annullato un brevetto detenuto dalla Monsanto che riguardava una tecnica con cui rendere transgeniche la piante di soia. La soia è la coltura Ogm più diffusa e il brevetto descriveva un modo di inserire i nuovi geni bombardando la pianta. E’ stato annullato perché troppo generico. Quando venne rilasciato nel 1998 alla società americana Agracetus, furono molti a opporsi, sia associazioni ambientaliste che aziende, tra cui la stessa Monsanto, la quale in seguito si comprò Agracetus e da allora ha difeso strenuamente la sua proprietà intellettuale. Per una volta senza successo.

***

Negli Stati Uniti altri tre brevetti sono stati dichiarati non validi dall’ufficio competente (US Patent and Trademark Office). Si riferivano ai metodi per ottenere cellule embrionali dai primati, compresi gli umani, ed erano stati assegnati all’Università del Wisconsin a Madison. La causa di invalidità era stata scatenata da un istituto di ricerca californiano a cui il Wisconsin aveva chiesto di pagare delle royalties per le sue attività di laboratorio. In realtà è buona prassi che i titolari di brevetti biomedicali chiedano soldi per gli usi commerciali, ma che consentano l’uso gratuito per fini di ricerca, ai colleghi; anche così infatti la scienza progredisce. Ma lo stato americano, che si candida a essere un polo delle ricerce biotech, era stato evidentemente troppo avido: voleva dimostrare agli investitori privati che lì, a Madison, c’era del business possibile. Così, durante la discussione, è risultato chiaro che la tecnica brevettata non era nuova e che di cellule embrionali umane ce n’era già da tempo in circolazione. I tre brevetti dunque mancavano dei requisiti essenziali delle brevettabilità, quello di costituire una «scoperta» nuova e non ovvia.

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C’è poi, ovviamente, il fronte musicale. L’ultima notizia folle arriva ancora dagli Usa dove vari stati stanno adottando – chi più, chi meno – una legge curiosa. Si tratta della regolamentazione della vendita di cd usati nei mercatini delle pulci (vera e propria istituzione americana) e nei negozi che si dedicano al genere. In base alle nuove norme, applicate finora in Florida e Utah ma presto anche a Rhode Island e nel Wisconsin, i venditori di cd di seconda mano devono rilasciare i propri dati e le proprie impronte digitali al negoziante per scongiurare il rischio di commerciare cd contraffatti. Non solo. Non si possono vendere cd acquistati negli ultimi 30 giorni e anziché essere pagati in contanti si viene retribuiti con un buono da consumare presso il negozio di dischi.
A leggere quanto riportato dal sito Ars Tecnica (http://arstechnica.com/news.ars/post/20070507-record-shops-used-cds-ihre-papieren-bitte.html) i negozianti lamentano che con le nuove regole la vendita di cd usati non sia più conveniente. Tutti su eBay, dunque? e soprattutto chi ci guadagna da questa strana piccola legge?

 

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Finalmente il mondo è pronto per il nuovo e rivoluzionario servizio di Yahoo!music: un motore di ricerca per i testi delle canzoni. Finora chi voleva leggere  le parole delle canzoni ed evitare, soprattutto per quelle in inglese, di emettere vaghi fonemi senza significato, l’unica risorsa erano i contenuti pubblicati dagli utenti in diversi siti autonomi con i rischi del caso: parole sbagliate e qualche strofa dimenticata. Da oggi per la prima volta esiste un servizio legale e si presume molto accurato che permette di cercare i testi in un archivio di 400 mila  brani. Yahoo! e Gracenote hanno il merito (non è certo colpa loro se le case discografiche non si erano attrezzate in tempo) di aver stretto un accordo con Sony, Bmg e Universal: in cambio della libera circolazione dei testi verseranno agli autori parte degli introiti derivanti dalle inserzioni pubblicitarie. Come riportato da CNet News l’accordo potrebbe anche incidere sul prezzo finale del servizio. Sarebbe la seconda volta nel giro di poco tempo che viene escogitato un motivo per alzare i prezzi dalla soglia storica dei 99 centesimi il precedente è quello dei file della Emi senza Drm in vendita a 1,29 dollari su iTunes.

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Le foreste comuni del Madagascar

Posted by franco carlini su 10 maggio, 2007

L’apprezzato settimanale The Economist è anche il più ideologico in circolazione. Fa parte del suo brand leggere tutto in termini di mercato, che più libero è meglio è. E’ anche un riflesso automatico di una redazione molto compatta: nessun articolo è firmato, perché tutti sono allineati.  Un pessimo esempio di tale ideologismo spinto lo si trova a proposito di foreste e riforestazione (http://www.economist.com/daily/columns/greenview/displaystory.cfm?story_id=9136122&fsrc=nwl). Quell’articolo riferisce di uno studio condotto dal ricercatore Thomas Elmqvist dell’università di Stoccolma.  Egli ha esaminato l’andamento delle foreste in diverse aree del Madagascar, confrontandolo con la densità di abitanti; voleva esaminare quanto fosse vera l’idea che la pressione della popolazione comporta deforestazione e perdita di biodiversità. Tale correlazione, dice lo studioso, non c’è, almeno in quelle zone. Capita semmai che il recupero delle foreste o la loro perdita dipenda dalla gestione che le istituzioni ne fanno. Succede dunque che una di queste aree sia poco popolata, ma assai deforestata, mentre un’altra, più densa, protegge le foreste. Per accertare da vicino il fenomeno i ricercatori hanno fatto delle interviste in loco chiedendo agli abitanti chi ha accesso alle risorse, quali regole governano l’accesso, chi le fa rispettare e in che misura.  Le zone meglio protette sono quelle in cui le regole sono chiare e fatte rispettare. Il settimanale inglese ne trae l’arbitraria e ideologica conclusione che  questo è un classico esempio di «Tragedia dei beni comuni» e che «I diritti di proprietà sono il modo migliore per preservare le foreste». Aggiunge che «come per i banchi oceanici di pesca, così per le foreste tropicali, il business di tutti finisce per essere il business di nessuno».  Che al problema dei beni comuni eventualmente ipersfruttati da «predatori egoisti» si possa porre rimedio solo e privatizzandoli è una tesi che in Inghilterra è da sempre popolare, almeno da quel movimento di enclosure (recintamenti) con cui nel ‘600 vaste aree vennero sottratte all’uso comune agricolo e pastorale e affidate a lord e baronetti, che le facessero sfruttare al meglio. In questo caso il settimanale tuttavia esercita una sensibile forzatura. Infatti chi legga l’articolo originale  (http://www.plosone.org/article/fetchArticle.action?articleURI=info:doi/10.1371/journal.pone.0000402) scoprirà che le aree del Madagascar meglio protette sono quelle in cui la comunità locale, con anziani e capi villaggio fa rispettare i criteri d’uso, così preservando la risorsa. In alcune ci sono anche foreste taboo,  che appartengono per storia e tradizione a dei clan o tribù. In altre parole, la soluzione vera e storica è quella della tutela locale, da parte della comunità. Non per caso le foreste in deperimento sono quelle dove migrazioni e abbandoni hanno dissolto le popolazioni originarie. Anche questa è una lezione moderna, che andrebbe applicata alle reti di telecomunicazione come alle conoscenze convogliate e diffuse in rete.

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