Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for 24 maggio 2007

Politici attenti, arriva la democrazia

Pubblicato da franco carlini su 24 maggio, 2007

F. C.Nei giorni scorsi, a New York si è svolta la terza edizione del «Personal Democracy Forum», che sembra persino una contraddizione in termini, dato che la democrazia dovrebbe essere fatto collettivo, mentre quel «personal», evoca soprattutto l’individuo singolo. Tra gli sponsor le più grandi aziende dell’internet come Google e Yahoo!. A ben vedere, tuttavia, la contraddizione è solo apparente, dato che ogni vero processo democratico parla a e coinvolge le persone anche in quanto singoli, portatori non solo di interessi, ma di valori, desideri, utopie, spesso di soluzioni. E l’utopia di una democrazia rianimata dalla partecipazione dal basso appare oggi più possibile anche grazie alle tecnologie di rete. Come è facile immaginare c’è forse una quota di eccessiva fiducia nella tecnica rispetto ai processi sociali, ma il manifesto dell’incontro suona comunque interessante perché segnala uno spostamento di poteri e di ruoli già in atto. Eccolo: «La democrazia in America sta cambiando. Una nuova forza, radicata in nuovi strumenti e pratiche costruite attorno all’Internet emerge a fianco del vecchio sistema della politica a alto investimento di capitali. Oggi, praticamente a costo nullo, ognuno può essere un reporter, organizzare delle comunità, realizzare campagne, essere editore, raccoglitore di fondi o leader. Se quello che ha da dire è convincente, si propagherà. Il costo di trovare gente che la pensa come te, di riunirsi insieme e di parlare ai poteri è caduto pressoché a zero. Le voci in rete stanno rivitalizzando la conversazione civica. Sempre più persone ogni giorno stanno scoprendo questo nuovo potere. Dopo anni in cui sono stati trattate come soggetti passivi da manipolare col marketing, ora vogliono essere ascoltate. I membri si aspettano di avere voce in capitolo nel processo di presa delle decisioni nelle organizzazioni di cui fanno parte. I lettori vogliono rispondere a quelli che producono le notizie. I cittadini insistono per una maggiore apertura e trasparenza da parte del governo. Tutte le vecchie  istituzioni (…) devono adattarsi o perdere il loro status e potere. E’ arrivata la Personal Democracy, dove ognuno è pienamente partecipe».

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Quei sociologi con le stellette

Pubblicato da franco carlini su 24 maggio, 2007

PATRIZIA CORTELLESSA

Si può riuscire a interpretare il comportamento degli individui fino ad anticiparne le reazioni?  Osservando gli esseri umani da ogni punto di vista, antropologico, culturale, sociale, economico, politico, raccogliendo dati, informazioni, si può predire il futuro di quel popolo, di quella città, di quel governo? E ancora: come può essere usato lo studio delle scienze umane e sociali , applicato alle nuove tecnologie, nel campo militare? E che importanza rivestirebbero – alla luce di tutto ciò – le reti sociali? Che la social network analysis (analisi delle reti sociali) non sia un argomento nuovo – almeno per i sociologi – è un dato di fatto, ma non avrebbe preso così piede se negli ultimi anni non si fossero sviluppati dei software che rappresentano i gruppi e le comunità che agiscono in rete. 

Così la sociologia, l’antropologia, la psicologia, l’economia, sono state applicate allo studio dei fenomeni più vari, come quello delle istituzioni, del commercio internazionale, l’andamento dei mercati. 

L’ultima applicazione è legata alla guerra e agli scenari che essa delinea. E’ solo una questione di matematica, dice lo scienziato di origine polacche Benoit Manderlbrot che nel 1975, «inventando» i frattali, rivoluzionò la geometria. Sono più di cinquant’anni che i presidenti Usa si affidano a un team che si esercita con sistemi matematici per elaborare nuove strategie di battaglia. Già durante la guerra fredda il Dipartimento della difesa statunitense assunse dozzine di antropologi per preparare un dossier sulla società sovietica. E lo stesso fece per il Vietnam.

Anche gli studiosi del Massachusetts Institute of Techonology se ne occupano da tempo, e Kathleen Carley, della Carnegie Mellon University, già qualche anno fa mise a punto un sistema di variabili che per due volte la portò ad indovinare chi sarebbe salito ai vertici di Hamas dopo l’uccisione del leader precedente. La stessa Carley, riferendosi alla rete tessuta da Osama Bin Laden diceva: «sarà pure confinata nelle caverne, ma ‘questa gente’ ha adottato architetture e dinamiche tipiche del più evoluto mondo aziendale, sovrapponendo un impianto organizzativo orizzontale, tipico del network, alla classica scala gerarchica verticale». Ulteriori previsioni in merito non si troveranno mai su internet, visto il veto posto alla ricercatrice dal governo Usa.

Un interessante articolo di Yudhijit Bhattacharjee, pubblicato di recente sul settimanale Science («Pentagon Asks Academics for Help in Understanding Its Enemies», Science 27 April 2007, Vol. 316,  pp. 534 – 535), ci rivela che il Dipartimento della Difesa Usa sta mettendo a punto un nuovo programma di ricerca, chiamato Human Social culture Behavior  Modeling, per studiare l’agire quotidiano delle popolazioni locali nelle zone di guerra, in particolare in Iraq.  Chiedendo ancora una volta aiuto alle Accademie e università  per «capire».  

La motivazione e le aspettative della ricerca vengono spiegate da John Young jr, direttore di ricerca della difesa: «Non solo l’uso della forza (..)  abbiamo bisogno di strumenti per capire la società, le forze all’interno di quel governo, le influenze sociali e culturali e religiose di quella popolazione e di come quella stessa popolazione reagisce agli stimoli (..) Uno studio tradotto in dati che serve per elaborare altri dati,  a sviluppare software, a prospettare “modelli attendibili». Il risultato delle diverse opzioni può essere utilizzato dai «capi militari» prima di prendere questa o quella decisione in battaglia. Per l’attuazione di questo programma Young ha chiesto al Congresso degli Stati Uniti circa 7 milioni di dollari per il 2008, e ulteriori 54 da dirottare verso le scienze sociali .

«I sistemi umani sono complessi e difficili da racchiudere in modello», afferma invece Paul Van Riper, generale di brigata in pensione. E se lo studio non è nuovo, in effetti, perché ora questi  programmi dovrebbero avere più successo di quelli di ieri? Perché oggi ci sono più strumenti e una migliore capacità di radunare i dati e analizzare le informazioni, è la risposta degli ideatori (e la speranza dei committenti)   

Lo sviluppo di «modelli realistici» che rappresentino le società richiederà comunque ulteriore studio, costante ricerca oltre ad un infinita accumulazione di dati. Chissà cosa ci riserverà il futuro, alla luce della parole dell’economista Scott Page, dell’università del Michigan, che afferma: «malgrado le tonnellate e tonnellate di dati ricavati dalle elezioni negli Stati Uniti non siamo ancora in grado di predire come voteranno gli elettori».

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Sesso, bugie e video-sharing

Pubblicato da franco carlini su 24 maggio, 2007

Il polverone sul documentario della Bbc «Sex Crimes and the Vatican» offre almeno tre spunti di riflessione sull’attuale ecosistema dell’informazione in Italia.

Primo: abbiamo finalmente la prova certa che la sfera pubblica online è in grado di influenzare in maniera dirompente l’agenda mainstream. E’ bastato che un blogger sottotitolasse il filmato e lo condividesse in rete per imporre all’attenzione del paese una discussione per certi versi patetica, ma per molti altri costruttiva, se non altro per il precedente stabilito. Lo studioso Geert Lovink ripete spesso che la blogosfera rappresenta un ottimo canale di ritorno: «I blog creano una nuvola densa di impressioni intorno a un argomento, ti dicono se il tuo pubblico è ancora sveglio e ricettivo». Con le oltre 500 mila visite su Google Video e il tam-tam impazzito in rete, i navigatori italiani hanno dimostrato di essere più che ricettivi (e poco imbavagliabili). Questo è bene tengano a mente i tanti che pensavano di adottare manovre censorie vecchio stile.
Secondo:  il passaggio dalle pagine di un blog alle stanze di viale Mazzini non è stato così immediato come molti vogliono far credere. La popolarità online del video e la conseguente irruzione sull’agenda nazionale sono arrivate solo dopo che Beppe Grillo (una blog-star) e Repubblica.it hanno rilanciato la notizia, scatenando gli abituali fiumi d’inchiostro della grande stampa. Come dire, ci troviamo in uno scenario estremamente complesso e stratificato, in cui un ruolo determinante, soprattutto sul versante della notiziabilità, spetta ancora alle agenzie mainstream. Questo è bene che i blogger più integralisti lo tengano a mente.
Terzo: non è accaduto, ma se la Rai avesse deciso di bloccare la trasmissione, solo chi dispone di un collegamento veloce avrebbe avuto accesso al documentario. E questo si chiama digital-divide. (n. b.)

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Bambinesche animazioni

Pubblicato da franco carlini su 24 maggio, 2007

 Nato nel Media Lab del Mit, Scratch è un software che permette la creazione di animazioni video o interattive in modo intuitivo. Dall’interfaccia colorata e semplice, Scratch è rivolto in modo particolare ai bambini che imparano così un linguaggio di programmazione senza dover scrivere neppure una riga di codice; una mentalità di composizione paragonabile solo a quella dei mattoncini Lego. A differenza dei software professionali, Scratch non è centrato sulla tecnologia ma sulle persone, e la sua semplicità ne è una dimostrazione. In questo caso, gli strumenti si adeguano alle necessità degli utenti occasionali e la programmazione è mascherata da moduli colorati di facile comprensione anche per i più giovani. Il flusso di lavoro per creare un’animazione si realizza componendo le singole operazioni in ordine cronologico; è così possibile creare brevi animazioni in pochi minuti. L’idea dei blocchi di azioni è del tutto simile a quella utilizzata da Automator, una utility per la creazione di script automatici per i sistemi Macintosh: ogni modulo elabora l’input del modulo precedente e genera un output. Per ogni immagine è possibile un flusso di script e di animazioni sincrone o asincrone, automatiche o interattive. Risulta quindi immediata anche la creazione di semplici videogiochi, come si può vedere su YouTube (www.youtube.com/watch?v=jxDw-t3XWd0). Il successo di Scratch è stato immediato e i server del Mit hanno incontrato alcune difficoltà in seguito alla copertura mediatica.   L’applicazione è gratuitamente disponibile al download (http://scratch.mit.edu/), ma verrà anche preinstallato sui laptop da 100 dollari per i paesi in via di sviluppo. (marina rossi)

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La Nives sul tetto del mondo

Pubblicato da franco carlini su 24 maggio, 2007

Un record mondiale piuttosto inutile è stato realizzato sulla cima dell’Everest la mattina del 21 maggio. Un alpinista inglese, Rob Baber, ha fatto due telefonate con il cellulare e mandato degli Sms dal tetto del mondo. Il tutto con la sponsorizzazione dell’americana Motorola (cellulari e chips) e la debita installazione, a cura di dell’operatore telefonico cinese, di una stazione cellulare in vista della cresta nord della montagna. La prestazione di telefonare dal tetto del mondo è ovviamente insignificante, l’unico «rischio» essendo quello di togliersi la maschera per l’ossigeno per qualche minuto. Pochi giorni prima, invece, l’alpinista bergamasca Nives Meroi (classe 1961) e il marito  Romano Benet erano arrivati in cima da soli e senza bombole. Ma lassù, hanno in un’intervista telefonica a PlanetMountain.com «non c’è proprio posto per gli alpinisti», nel senso letterale del termine perché nell’epoca favorevole alle salite ormai dilagano le cosiddette spedizioni commerciali: chiunque abbia un fisico decente viene spinto-accompagnato sulla vetta da una squadra di 4 portatori, con bombole d’ossigeno e tutto il resto. Non che sia facile né confortevole, ma è un’altra cosa. Secondo molti l’ossigeno era giustificabile 40 anni fa, all’epoca delle prime spedizioni, ma usarlo oggi è come andare su dopati: sono due prestazioni diverse, quelle leggere, in stile alpino, e quelle da spedizione militare con tanti campi e assedio prolungato. Essendo una persona schietta Nives parla di sé come una «massaia ordinata», capace tuttavia di perdere la macchina fotografica mentre se ne andava a far pipì ai settemila metri, e quanto alle emozioni sublimi della vetta ha detto semplicemente che «a me non viene mai qualcosa di particolarmente elevato quando sono cima. Mi ci vogliono un po’ di giorni per distillare le emozioni» (f. c.)

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Storie d’esposizione immaginaria

Pubblicato da franco carlini su 24 maggio, 2007

PATRIZIA FELETIG

Trenta tele di Jean-Honoré Fragonard, scelte tra collezioni private americane e prestigiose pinacoteche europee, sono esposte al Louvre. Una ricca raccolta che rende omaggio ad uno dei grandi pittori francese del XVIII° secolo famoso per i suoi soggetti libertini e uno tra i primi sovrintendenti del museo del Louvre. Eppure, varcando la piramide di vetro di Ming Pei è inutile cercare le cinque stanze della rassegna perché questo percorso assolutamente unico esiste solo virtualmente. E’ l’ultima delle iniziative online del museo più grande al mondo. Lanciata lo scorso marzo, l’esposizione immaginaria – così denominata- rappresenta un’inedita visita in uno spazio tridimensionale. Caricando il software Virtools è possibile fare un tour aereo della mostra, fermarsi davanti un quadro e ammirarlo con un’accurata definizione scegliendo tra diverse prospettive, studiarne i dettagli con degli ingrandimenti e leggere la carta d’identità dell’opera. Un azzardo, un trucco di marketing, un escamotage per aggirare le difficoltà dei prestiti d’opere d’arte? Comunque sia, l’iniziativa francese offre un metro dei passi compiuti dai musei nella sfida digitale, avviata negli anni ottanta con i primi programmi di informatizzazione degli inventari.

Sulla grande giostra dei cantieri digitali, il Louvre che nel 2006 ha accolto 9,6 milioni di internauti e 8,3 milioni di visitatori reali, è in buona e numerosa compagnia. Intuite le potenzialità di Internet, diversi musei investono considerevolmente nel proprio sito, canale di comunicazione importante e voce di bilancio significativa anche per le entrate, grazie alle vendite e le membership online. La penetrazione tecnologica nei santuari dell’Arte finisce comunque per scontrarsi con un certa insensibilità del pubblico a soluzioni eccessivamente hi-tech. Come è stato fatto notare con inappellabile realismo, durante la conferenza mondiale dedicata ai musei sul Web tenutasi ad aprile a San Francisco, intitolata Museums and the Web 2007: «Di solito i visitatori non usano palmari, i tour su cellulari, i chioschi multimediali, le audioguide; si ostinano a leggere pannelli e didascalie».

Superata la fase propedeutica in cui il sito si limita ad essere una guida funzionale alla visita con informazioni basilari; acquisita quella dell’offerta di servizi come biglietto elettronico, acquisti online; avviata quella della catalogazione delle collezioni, il passo successivo sono le applicazioni orientate a sfruttare appieno la multimedialità e l’interoperabilità fra differenti. Per esempio, si crea un link tra un’opera e la sua documentazione, una pagina del catalogo, una registrazione sonora, un film, dei riferimenti bibliografici, un gioco educativo, il commento audio di un critico eccetera. Da ascoltare a casa o come accompagnamento della visita. L’obiettivo diventa quello di proiettare i visitatori in uno non-spazio dove s’intrecciano passato e presente, attraverso temi originali e collegamenti ipertestuali non scontati,. Per esempio, è possibile rivivere la storia del Campidoglio o quella del palazzo dei Conservatori che ospita le collezioni dei Musei Capitolini, scaricando un file in formato Mp3. Il sito diventa allora uno strumento per valorizzare l’esperienza visiva e sensoriale della visita. Per esempio i Musei vaticani suggeriscono tre itinerari attraverso dieci, venti e trenta opere da non perdere, spaziando tra tipologie diversissime: come una fibula esposta al Museo Gregoriano Etrusco e la Deposizione dalla Croce del Caravaggio custodita nella pinacoteca.

La Cité des Sciences alla Villette ha creato un servizio chiamato Visite+, in rete che ha lo scopo di dilatare la visita nel tempo e fidelizzare gli ospiti . In loco sono a disposizione dei punti di accesso interattivi attraverso i quali il visitatore può annotare su un cyber-taccuino il proprio percorso. Tornato a casa,  collegandosi a una sezione personale sul sito dove sono raccolti i materiali selezionati, potrà  accedere ai risultati dei test e giochi  e proseguire la visita con degli approfondimenti.

Le riproduzioni in pixel non possono certamente rivaleggiare con la suggestione del pezzo esposto. Tuttavia nei cybermusei nell’era del Web 2.0, diventa possibile creare delle atmosfere nelle quali il navigatore si immerge. Al Museo Victoria di Melbourne, per presentare la collezione disegni e litografie sulla fauna della regione in epoca coloniale realizzata dal naturalista Frederick McCoy, compare sullo schermo del Pc il tipico tavolo di studio di uno scienziato del XIX secolo. Muovendo il mouse si spostano i vari oggetti: lente di ingrandimento, pennelli, cartine, appunti, ecc. scatole con esemplari di farfalle esotiche, che ci guidano in un composito viaggio attraverso la storia zoologica indigena dell’epoca.

Il podcasting può diventare un concorrente delle audioguide a pagamento? In campo artistico la pratica di mettere online dei file audio sta contagiando diverse istituzioni. Esemplare è l’iniziativa del San Francisco Museum Of Modern Art, che dopo aver sperimentato alcuni podcast non ufficiali da parte dello staff, ha lanciato gli Artcast. Sono interviste ad artisti e critici per approfondire la visione delle opere. Altri sono programmi d’intrattenimento musicali creati specificatamente come sottofondo alla mostra in corso. Per promuovere questo strumento di conoscenza il museo ha lanciato uno sconto di 2 dollari sul biglietto d’ingresso per chi si presenta con il proprio player con gli Artcast già caricato. Il podcast diventa anche il canale per dare voce alla creatività dei visitatori invitati a autoprodurre dei file audio e inviarli al sito per la loro pubblicazione.

 

LINK:

Il Louvre: www.louvre.fr

Museums and the web 2007: http://www.archimuse.com/mw2007/

Musei Capitolini: www.museicapitolini.org

Musei vaticani:  http://mv.vatican.va/2_IT/pages/MV_Home.html (molto affollato e lento nel collegamento)

Cité des Sciences, La Villette: http://www.cite-sciences.fr/

Museo Victoria, Melbourne: http://museumvictoria.com.au/caughtandcoloured/

San Francisco Museum Of Modern Art: www.sfmoma.org/education/edu_podcasts.html

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Adesso tocca alla moglie bioinformatica

Pubblicato da franco carlini su 24 maggio, 2007

SARAH TOBIAS

Un classico della Silicon Valley: era il settembre del 1998 quando due studenti di Stanford, Sergey Brin e Larry Page, decisero che il loro  motore di ricerca, che fino allora avevano sviluppato nei locali dell’università, era maturo per un salto. Se ne poteva fare una vera impresa for business, registrando la società, chiamata Google. Per farlo occorreva una sede, magari provvisoria, per esempio il solito garage hi-tech. Non erano nati nei garage la leggendaria Hewlett Packard e la Apple, sempre per iniziativa di una coppia di giovani maschi creativi e tecnologici? Il garage che faceva per loro lo trovarono poco distante, a Menlo Park, associato all’abitazione di Susan Wojcicki. Nell’occasione Sergej conobbe anche la di lei sorella, Anne, un viso gentile e un mite sorriso.

Facciamo scorrere il tempo in avanti, fino ai tempi nostri: nei primi giorni di maggio un numero ristretto di amici viene caricato su un jet privato. La destinazione sembra che fosse un’isola delle Bahamas, dove c’è la festa di matrimonio tra Anne e Sergej. Stile riservato, come sempre, nella vita dei giovani miliardari di Google. Ma qualche comunicazione ufficiale anche per loro è obbligatoria, per esempio alla commissione di controllo della borsa, la Sec. Così nei giorni scorsi viene depositato un documento ufficiale dove Google segnala di aver investito 3,9 milioni di dollari in una piccola azienda che debutterà sul mercato nei prossimi mesi. Si occupa di genetica personale, e si chiama 23andMe. Il nome che fa molto Web 2.0 si riferisce al fatto che 23 sono i cromosomi umani e la «missione» dell’azienda, come descritta sul relativo sito, è quella  di analizzare il patrimonio genetico delle singole persone, «consentendovi di conoscere i vostri antenati, la genealogia e i tratti ereditari». Al di là della curiosità sul proprio albero genetico, l’applicazione pratica sembra indirizzarsi verso un settore nascente ma in grande sviluppo, quello della medicina personalizzata, basata sulla conoscenza di dettaglio del Dna dei singoli individui. Se ne ricavano diagnosi di eventuali predisposizioni a malattie ma anche, eventualmente, la possibilità di calibrare i farmaci più adatti per quella singola persona.

Anne Wojcicki, la fresca moglie di Sergej, è una delle fondatrici e fa parte del consiglio di direzione, dove peraltro siede una grande firma dell’alta tecnologia e del venture capital, Esther Dyson. Altro particolare, rivelato con trasparenza, è il fatto che i 3,9 milioni investiti da Google vengono usati in parte per restituire un prestito di 2,6 milioni che Sergey aveva fatto in precedenza alla società della moglie. L’investimento di Google in piccole aziende innovative non è una novità e la somma impegnata nella nuova startup è piccola, per un colosso che incassa un miliardo di dollari al mese. Né vale l’accusa di nepotismo: malgrado i suoi diecimila dipendenti e oltre, Google rimane ancora plasmata dall’amicizia iniziale tra i due e tra i primi amici di barbecue. Ci si può chiedere semmai se sia un semplice investimento finanziario o se invece esistano sinergie. La risposta sembra essere la seconda. Infatti anche quelli genetici sono dati e informazioni e la visione di Google è di gestirli, metterli in pubblico (o in provato),  renderli fruibili.

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Filosofia del senza carta

Pubblicato da franco carlini su 24 maggio, 2007

NICOLA BRUNO

C’è un vecchio proverbio cinese: «Quando il saggio indica la luna, lo sciocco guarda il dito» E  sembra proprio non funzionare di questi tempi. Tra apocalittici ossessionati dal dito e integrati ammaliati dalla luna, la lettura del cambiamento tecnologico corre spesso il rischio di deragliare su binari troppo angusti e fuorvianti. E’ il caso dell’annosa querelle sulla scomparsa della carta e l’avvento del digitale: i pregiudizi e le ipocondrie si alternano ad abbaglianti futurologie, perdendo facilmente di vista la portata (anche problematica) della re-mediation in atto.
Ben vengano allora i tentativi,  come quello intrapreso da Maurizio Ferraris nel suo ultimo saggio «Sans papier» (Castelvecchi, 14 euro), di far luce in questo calderone di rimandi tra il dito e la luna con gli strumenti più scrupolosi della filosofia. Spaziando agilmente tra ontologia, analisi dell’attualità e cultura digitale, lo studioso torinese traccia i contorni di una teoria del documento nell’epoca della scomparsa della carta. Sullo sfondo, tre grandi fenomeni della contemporaneità: migrazione, globalizzazione, intercettazione.
Ferraris parte dal presupposto che i documenti rappresentino la condizione di possibilità (il trascendentale) del nostro essere sociale: siamo circondati da «un’immensa ontologia invisibile» che «ci trasforma da oggetti fisici con un corpo in oggetti sociali con un ruolo e uno status». Se non ci fossero questi pezzi di carta (e, ormai, sempre più spesso anche di plastica e silicio) ad attestare l’identità, a dare un valore al denaro, ci troveremmo soli di fronte alla «nuda vita», sarebbe a dire «la vita senza altre determinazioni, e alla mercé di chiunque (…), che può sparire senza lasciare tracce». E’ la condizione dei sans papiers, i senza documenti: i milioni di migranti che sbarcano sulle nostre coste, destinati ad occupare il gradino dei senza-casta. O, al limite, ad essere espulsi dalla società, passando per un centro di permanenza temporanea.
Ad ogni modo, non è tanto questo il nodo principale del volume, incentrato piuttosto sulla figura speculare del sans papier (al singolare), ovvero il senza-carta, il cittadino digitale e globalizzato, la cui esistenza è sempre più infiltrata da documenti ospitati su supporti paperless: memory-stick, iPod, palmari, pc, carte di credito e via dicendo. E’ così che, proprio nel momento in cui la carta si ritrae e perde il suo ruolo egemone, vediamo moltiplicarsi le occasioni di scrittura, iscrizione, archiviazione. Paradossi della storia e di una società dell’informazione che forse sarebbe più opportuno definire «della registrazione».
Fatto sta che proprio in questa esplosione della scrittura Ferraris ravvisa la matrice scatenante della globalizzazione, da non ritenere una conseguenza del telefono o della mondializzazione delle merci: «il vero nomadismo si è reso possibile solo quando i nomadi hanno potuto diventare laboriosi e documentati». Quando, cioè, si è iniziato a delocalizzare le nostre attività su supporti che amplificano le capacità di accesso nel tempo e nello spazio (tutto è potenzialmente a portata di click, sempre, ovunque). Il che porta Ferraris diritto alla conclusione che «nell’Impero non scompare la scrittura, ma anzi l’Impero come tale sembra un effetto della scrittura, proprio come, forse, il villaggio globale era un effetto della radio e delle Tv private».
Il supporto che meglio restituisce il senso di questa inflazione di registrazioni è proprio Internet. Sin dalle origini pensata come piattaforma di lettura/scrittura, la rete tende ad appiattire le determinazioni spazio-temporali, accelerando i processi di convergenza tra comunicazione privata e pubblica. E questo non sempre si rivela essere un bene. Il sans papier contemporaneo dispone sì di archivi miniaturizzati, centralizzati, ubiqui, ma deve anche fare i conti con un’inattesa fragilità della memoria: basta smarrire la chiavetta o non aggiornare una tecnologia obsoleta per perdere tutto d’un colpo. Altrettanto fragili diventano poi le frontiere della privacy e del segreto. Tra informazioni rese pubbliche spontaneamente (risorse condivise online), souvenir involontaire lasciati in giro (cookie) e dati personali delocalizzati (i server di Google, i tabulati di Telecom), si abbassano sempre di più le soglie di riservatezza e inaccessibilità pratica che la carta pur ci garantiva. Persi come siamo tra bagliori digitali e nostalgia del passato, spesso rimuoviamo questa evidenza. Ma attenzione, avverte Ferraris, «l’interferenza fatale non ha luogo quando un occhio ti scruta o un grande orecchio ti ascolta, bensì quando ogni conversazione, e ogni traccia in generale, può venire iscritta e registrata, non si sa mai, a futura memoria».

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