Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Abbasso gli improvvisatori.

Pubblicato da franco carlini su 7 giugno, 2007

Un imprenditore Usa contro la rete “amatoriale” troppo democratica

 NICOLA BRUNO

Se è vero che ogni grande movimento ha bisogno del suo bastian contrario, quello del web 2.0 è Andrew Keen, imprenditore della Silicon Valley e autore di un pamphlet polemico, «Cult of the Amateur», da ieri nelle librerie americane. Il libro vuole essere un grido d’allarme sui pericoli  cui è esposto il sistema di competenze e professionalità dell’industria dei media tradizionali, sempre più assediati dalle «scimmie» (il riferimento è alla metafora delle «scimmie dattilografe») di Wikipedia, YouTube e MySpace. Attraverso un’analisi al tempo stesso corrosiva e bigotta, distopica e faziosa, Keen offre non pochi spunti di riflessione sulle conseguenze di una rivoluzione ormai irreversibile. Si può dissentire su gran parte delle sue affermazioni, ma su un punto l’autore ha ragione: Internet non è la soluzione miracolosa per i problemi della società e della politica; pone nuove sfide, e anche più complesse.

La tesi centrale di «Cult of the Amateur» è che la democratizzazione dei media sta minacciando la nostra cultura. E la colpa è tutta degli strumenti amatoriali del cosiddetto web 2.0. Non pensa che questo approccio sia troppo deterministico? La tecnologia non è mai solo abilitante, il suo sviluppo rispecchia anche bisogni sociali e personali.
Giusta obiezione. Il mio saggio vuole essere una critica a una cultura capitalista sempre più individualista, in cui l’estetica, la conoscenza e la verità si muovono al di là della comunità e verso l’Io. L’assenza di intermediari è il sogno dei libertari sia di sinistra (contro-culturalisti) sia di destra (utopisti del mercato libero) che respingono ogni forma di autorità: dello stato, del testo, dell’autore, dei media. La sola autorità ammessa è l’Io, a sua volta mandata in frantumi dalla cultura dell’anonimato online. In questo senso la mia analisi vuole essere un nuovo capitolo della polemica culturale portata avanti da teorici americani come Neil Postman, Daniel Bell, Alan Bloom e Cristopher Lasch.

Perchè un professionista è migliore di un produttore amatoriale?
Buona domanda, mi spiego con un esempio. Prendiamo i primi minuti del Gattopardo di Visconti: siamo sopraffatti dalla sua eleganza, dal modo in cui la telecamera ci riporta nel passato. Poi guardiamo qualche short movie su YouTube, magari uno sulle bottiglie esplosive di Coca-Cola. O una donna col cappello da baseball che guarda in camera e fa dei risolini stupidi. O uno studente che scoreggia in faccia a qualcuno. O uno striptease volgare. O non guardiamo proprio niente… Visconti era un artista professionista, sostenuto dal complesso sistema economico dei media tradizionali. Quanto si trova su Internet è invece solo non-sense autoreferenziale, quello che io chiamo «narcisismo digitale».

Un altro motivo ricorrente del libro è l’elogio acritico (e, temo, nostalgico) dei media tradizionali. In diversi passaggi afferma che solo l’attuale sistema può garantire il confronto democratico, tralasciando del tutto i suoi potenziali usi e abusi. Si veda Judith Miller e i falsi scoop sull’Iraq.
Eh, Judith Miller… è il vecchio trucco antisocialista di ricorrere ai genocidi del regime di Stalin per dimostrare che nessun tipo di politica progressista potrà mai essere buona. Proviamo invece a ribaltare le cose. Judy Miller ha finito col rafforzare i media tradizionali. Certo, parliamo di una giornalista indegna, che ha non poche responsabilità per la guerra in Iraq. Ma ha anche procurato uno shock positivo al New York Times, spingendolo a ripensare i propri processi editoriali. E ora la testata sta facendo un lavoro decisamente migliore sulla guerra. Si legga John Burns, Dexter Filkins o Kirk Semple. Lo stesso Thomas Friedman ultimamente sta diventando più affidabile. La qualità, l’autorevolezza e la credibilità di questi giornalisti non ha niente a che vedere con la blogosfera. Non si diventa Burns o il grande reporter dai paesi arabi Robert Fisk sedendosi di fronte a un computer e pubblicando gratis il proprio lavoro.

E quindi dovremmo legittimare anche il ruolo consensuale dei media mainstream in paesi come la Cina, dove l’unica informazione credibile è quella indipendente?
Su questo hai ragione. Sono completamente a favore del web 2.0 in Cina e in altri stati non democratici. Il problema del web 2.0 sono le sue conseguenze nei paesi democratici. La sfida dei progressisti in Occidente non è l’azzeramento, ma la ricostruzione dell’autorità morale, politica e intellettuale. Altrimenti non avremo più alcun mezzo istituzionale per migliorare la società.

Altra obiezione: il problema non è tanto se le nuove tecnologie siano morali o meno, ma come guidare questo processo verso la qualità. E cioè come sviluppare piattaforme migliori, in grado di gestire la fiducia e favorire l’accuratezza, no?
Spero che il web 2.0 possa prima o poi dar vita a media di qualità. E’ ridicolo, però, che improvvisamente tutti si pongano la stessa domanda: con centinaia di milioni di video, blog e siti a disposizione, come dovremmo trovare le risorse di qualità? Il web 2.0 potrà funzionare solo reintroducendo elementi dell’ecosistema tradizionale e quindi gli intermediari. Bisognerà trovare un compromesso tra i media mainstream e quelli partecipativi. Nell’ultimo capitolo del libro indico alcune soluzioni possibili (Joost per i video, Citizendium per le enciclopedie, ndr).

La disintermediazione non è solo citizen journalism e YouTube. E’ anche collaborazione, economia del dono. Al riguardo lei scrive: «in ogni professione, quando non c’è un incentivo monetario o un premio, il lavoro creativo è in stallo». Ma il movimento open source sta dimostrando l’esatto contrario.
La collaborazione potrà funzionare per lo sviluppo del software, ma non è un modello applicabile a qualsiasi produzione creativa. Wikipedia è un buon esempio del fallimento del modello collaborativo in termini di produzione intellettuale: non c’è nessun giudizio editoriale o una definizione delle priorità. Così le voci sull’attrice soft-porn Pamela Anderson o sul Ceo della Apple Steve Jobs sono più approfondite di quelle su Hanna Arendt e Gramsci. E’ questo che vogliamo insegnare ai nostri figli, che la pornografia o un produttore di computer sono più importanti della filosofia politica?

Anche se distopica, è interessante la sua analisi sui rischi per la privacy. Perché parla di «democratizzazione dell’incubo orwelliano»?
Orwell temeva uno stato che controlla le strutture centrali dell’informazione. 1984 è il modello stalinista. Il web 2.0 azzera questa distopia. Ora tutti noi abbiamo videocamere e ci guardiamo a vicenda. La vera distopia profetica del XX secolo è «La finestra sul cortile» di Hitchcock. Se ogni telefonino ha una videocamera integrata, chiunque può assumere l’occhio investigativo di Jimmy Stewart e trasformarsi in un detective amatoriale che spia gli altri e butta tutto su Internet. Poi c’è Google, intenzionata a creare il database definitivo che conosce tutto quanto c’è da sapere su di noi. Google è il Grande Fratello del 21wsimo secolo. È la versione 2.0 di 1984.

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4 Risposte a “Abbasso gli improvvisatori.”

  1. [...] bastian contrario del web 2.0, avanti un altro. Questa volta la volta di Andrew Keen (ben intervistato da Nicola Bruno su Chip & Salsa), ma il risultato finale (a prescindere dal suo recente libro, [...]

  2. [...] Web 2.0 — raffaele @ 1:19 pm Giovedì scorso Nicola Bruno ha pubblicato sul manifesto un’interessante intervista a Andrew Keen, autore del pamphlet The cult of the [...]

  3. galatea ha detto

    Sul mio blog ho pubblicato una replica all’intervista di keen. Ciao.

  4. [...] Andrew Keen, imprenditore della Silicon Valley, critica duramente, in questo saggio, i vizi della rete. Keen è titolare di un blog e la sua ultima fatica ha fatto discutere. Una stroncatura del suo libro è stata pubblicata dal saggista e columnist David Harsanyi nel numero di gennaio della rivista “Reason” (in mano ai “libertarians” d’oltre oceano; su di loro si veda il saggio di Piero Vernaglione, Il libertarismo: la teoria, gli autori, le politiche, Rubbettino,2003).             Harsanyi contesta l’affermazione di Keen, secondo cui l’ascesa dei blog avrebbe prodotto “una foresta digitale di mediocrità”, e riconosce alla blogosfera meriti relativi alla democratizzazione della cultura e della creatività. Sulla querelle Keen-Harsanyi è intervenuto Riccardo Chiaberge, nel Sole-24Ore di domenica 6 gennaio. Egli scrive: “Chissà se sarà contento, il nostro Grillo, di ritrovarsi in compagnia dei Libertarians di "Reason": quei signori, oltre a difendere la nuova casta dei blogger, sono a favore della globalizzazione e delle biotecnologie e si oppongono all’intervento dello Stato, a qualsiasi titolo, nell’economia. Ma è certo che, come osserva Harsanyi, tra i due fronti in guerra – giornali e Rete – si stanno creando le premesse di una contaminazione reciproca che può far crescere entrambi”.             Bontà sua! I blogger potranno crescere, parola di Chiaberge, ma solo se si contamineranno con i media tradizionali, con i giornali. Infastidisce, in questo intervento – a parte la totale cecità sui processi creativi e di qualità che la blogosfera ha innescato – la definizione dei blogger come “nuova casta”. Una definizione decisamente inaccettabile, soprattutto se riferita all’Italia. Per svalutare i blog e la loro presunta vocazione “progressive”, Chiaberge sottolinea il fatto che i “neocon” e i “libertarians” usano la rete e la blogosfera. Ma oggi tutti usano la Rete e la blogosfera: il Vaticano, i conservatori, i libertari, gli aborigeni australiani, i Chiapas, eccetera. Credo che il saggio di Keen e le prese di posizione di Harsanyi, qui brevemente riportate, ci consentano di aprire una discussione sull’interrogativo proposto dal titolo di questo post. Un’intervista di Keen può fornirci ulteriori ed utili spunti per affrontarla.   l’intervista ad Andrew Keen, curata da Nicola Bruno, è pubblicata qui [...]

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