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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for 21 giugno 2007

Psicologia di guerra e di felicità

Pubblicato da franco carlini su 21 giugno, 2007

 

F. C.

Intorno al premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman, nei giorni scorsi si è tenuto a Roma un incontro importante: «Psicologia ed economia della felicità: verso un cambiamento dell’agire politico». E’ la conferma che anche in Italia, almeno nei circoli accademici più aperti, la riflessione intorno ai limiti dell’economia classica e dell’Homo oeconomicus, è ormai sviluppata. L’economia dei comportamenti è arrivata da tempo a far cadere molte illusioni sulla razionalità dei mercati e dei loro attori e, contemporaneamente, la psicologia, ora associata alle neuroscienze, va portando contributi riguardo al come le persone e le organizzazioni prendono le decisioni, sia quelle minute che quelle strategiche. C’è dunque anche un impatto sulla politica, anche se la tavola rotonda finale, con i politici italiani, appunto, è risultata assai deludente. «Felicità» e «Ben-Essere» sono purtroppo trattati nel nostro paese come cose da riviste di salute o di stili di vita, mentre questi studiosi ci dicono che dalla loro soddisfazione o meno dipende lo stato delle nazioni e persino delle democrazie
Un saggio abbastanza recente dello stesso Kahneman, pubblicato nel gennaio scorso sulla rivista Foreign Policy, può far capire la portata dei problemi. Esso cerca di spiegare, sulla base di decenni di ricerche della moderna psicologia perché al momento di prendere le decisioni «I falchi vincono sempre», raccogliendo il consenso dei decisori, mentre le colombe, propense alla diplomazia e alla trattativa soccombono quasi sempre. Attenzione, lo studioso non sostiene che i falchi abbiano necessariamente torto; qualche volta hanno ragione, come nel caso dell’intervento militare durante al Seconda Guerra Mondiale. Quello che si nota, tuttavia, è che i politici (ma anche i manager, in genere i decisori) scelgono facilmente la linea dura e conflittuale, e questo per una serie di errori cognitivi che la psicologia ha da tempo studiato, anche in situazioni di laboratorio. Tipico per esempio, è l’eccesso di ottimismo rispetto a se stessi e alle proprie forze, accompagnato da una incapacità a valutare le proposte altrui, soltanto per il fatto che vengono da un nemico. Anche così scoppiano le guerre.

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Integrare carta e web

Pubblicato da franco carlini su 21 giugno, 2007

giornalismi

 

Il comitato di redazione del quotidiano La Repubblica nei giorni scorsi ha segnalato ai lettori, con una certa soddisfazione, che è stato raggiunto un accordo con l’editore e la direzione a proposito della multimedialità: «Repubblica, così, diventa il primo quotidiano italiano che avvia l’integrazione tra giornale su carta e giornale on line». In sostanza, e per ora in via sperimentale, si va verso la fine della barriera tra redazione di carta e di web. Erano nate separate e tali erano rimaste negli anni, sia pure con una crescente porosità. Lo scopo è di «arricchire i contenuti dell’informazione di Repubblica, nel suo complesso, avvalendosi di tutte le professionalità presenti nell’intero corpo redazionale». Per ora nessun singolo giornalista è obbligato a lavorare su entrambe le piattaforme, verranno offerti corsi di formazione e qualche forma di incentivo. Sulla stessa linea si stanno muovendo un po’ tutti: per esempio alla Gazzetta dello Sport e anche al genovese Il Secolo XIX è iniziato il confronto sindacale al riguardo. Almeno alcuni editori sembrano essersi resi conto che l’online è obbligatorio e che esso chiede strutture e investimenti. Dall’estero è arrivata anche la notizia di una complessiva ristrutturazione, anche nei quadri dirigenti, dell’intera redazione di carta e del sito del Wall Street Journal. La decisione era nell’aria da tempo, ma può essere stata accelerata dall’offerta di acquisto sul gruppo editoriale americano da parte di Rupert Murdoch: caso mai dovesse farcela, è senza dubbio meglio che il magnate dei media trovi strutture già consolidate anche sul fronte internet, che gli sarà più difficile smantellare.

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Da oggi comanda l’Rna

Pubblicato da franco carlini su 21 giugno, 2007

 

 

Le dita della creazione, da Michelangelo ai laboratori. Rivoluzioni genetiche in vista

Sarah Tobias

L’indice di Adamo viene sfiorato da quello di Dio, e scocca la vita intelligente . E’ il famoso dettaglio della creazione, nella volta della Cappella Sistina. Quel gesto è stato ripreso e «copiato» infinite volte – e per fortuna che non c’è alcun copyright al riguardo, essendo Michelangelo morto nel 1564. Venne usata, quella immagine, nella copertina del settimanale economico Business Week, il 4 ottobre 1999, in piena bolla della New Economy per indicare la nascita di una nuova era. Il titolo era «The Internet Age» e le dita erano luminose di elettricità e disegnate a frame, come nelle immagini digitali. Con lo stesso significato le stesse dita dipinte dal Buonarroti sono ora apparse nella copertina dell’altro grande settimanale globale, The Economist. Questa volta il titolo è «Il Big Bang della biologia» e nello spazio tra i due polpastrelli compare un piccolo filamento colorato, lo scheletro di una molecola. Quella molecola è l’Rna, acido ribonucleico, e la copertina è del tutto meritata perché sta succedendo qualcosa di importante nella biologia e nella genetica.
Forse non sarà un cambiamento di paradigma, ma, secondo i commentatori, è qualcosa di simile a quanto avvenne agli inizi del secolo scorso con la struttura dell’atomo: se ne conosceva l’esistenza, si sapeva che era fatto di nucleo ed elettroni, ma era solo l’inizio della scoperta dell’infinitamente piccolo e del meravigliosamente complesso mondo delle particelle elementari.
L’occasione della riflessione è una serie di articoli pubblicati nelle settimane scorse, frutto del lavoro di un consorzio internazionale chiamato ENCODE. L’acronimo vuol dire «Encyclopaedia of Dna Elements» e in questo caso 80 diversi laboratori hanno scavato su una porzione minima ma significativa del Dna umano, l’un per cento, ricavandone una sorpresa: la grande percentuale del genoma umano che fino a ieri si riteneva «spazzatura» (junk dna), è invece attiva e svolge un ruolo. In particolare sembra agire come un sistema di controllo, rispetto all’attività dei geni, e in questa attivitù un ruolo cruciale è svolto dall’Rna, in una delle sue molte varianti.
Negli ultimi cinquant’anni si era imposta un’idea efficace, semplice e funzionale della genetica che suonava così: nella doppia elica del Dna stanno scritte le istruzioni (il software) con cui fabbricare le proteine del corpo umano, proprio come un programma di computer. Il dogma era «un gene – una proteina», dove l’umile Rna svolgeva essenzialmente la funzione di «messaggero», trasportando l’informazione dal Dna alle cellule dove le proteine in un certo momento devono essere costruite. La funzione di messaggero avviene molto semplicemente, e cioè creando uno stampo delle istruzioni e trasportandolo altrove per l’esecuzione.
Troppo bello per essere vero. Le cose invece si sono da tempo rivelate più complicate, proprio come il nucleo atomico a suo tempo risultò ben più complesso d’un semplice assemblaggio di neutroni e protoni.
Senza entrare in dettagli eccessivi, le ricerche recenti hanno mostrato che il Rna èben più che un postino, rivelando invece di avere diverse facce e ruoli, al punto che ce ne sono molti tipi, dei quali si va costruendo faticosamente una sorta di catalogo – un’ontologia. Per restare ancora nelle metafore, sembra che specialmente i cosiddetti microRna abbiano un po’ il ruolo che nei computer svolge il sistema operativo, ossia di supervisore e controllore. Se così stanno le cose, potrebbe andare a soluzione un altro problema. Nel modello classico il Dna contiene le istruzioni con cui fabbricare gli organismi e dunque ci si dovrebbe aspettare che gli animali complessi abbiano più geni (istruzioni) di quelli semplici. E invece tanti organismi tra di loro assai diversi, come esseri umani, piccoli vermi o moscerini hanno tutti, grosso modo, lo stesso numero di geni, circa 20 mila. Come mai? Da dove viene la diversità?
L’ipotesi che ora emerge e che suscita tra i ricercatori grande entusiasmo – come sempre avviene di fronte al nuovo – è che la differenza tra gli organismi dipenda più dai diversi Rna e dalle loro attività di gestione che dai geni. Infatti sono loro che comandano l’attivazione o la disattivazione di un gene, in certi momenti dello sviluppo o della vita dell’organismo. Per esempio c’è un Rna che interviene prestissimo, nei primi tempi di vita, per disattivare uno dei due cromosomi X che fanno il patrimonio genetico delle donne (una doppia produzione di proteine sarebbe dannosa), ece ne sono più di 20 che nella fase embrionale, con il compito di dire a ogni cellula che cosa dovrà diventare, se occhio o fegato.

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ferrovie di fibra

Pubblicato da franco carlini su 21 giugno, 2007

Internet 2 unisce le coste Usa

Washington, Chicago, Kansas City, Seattle: ovvero un percorso “Coast to Coast” completo. La settimana scorsa il consorzio Internet2 ha completato la dorsale che assicura 100 Gigabit al secondo da un capo all’altro degli Stati Uniti. Questa velocità va confrontata con i 10 megabit al secondo delle reti in fibra delle nostre case e con i 50 promessi dalle versioni spinte di aDSL. Le reti locali standard che operano negli uffici, invece, con tecnologia Ethernet, operano di solito a 100 megabit/s. Dunque Internet2 offre mille volte di più. I nodi connessi sono prevalentemente quelli di istituzioni di ricerca e universitarie e lo scopo del grande progetto, lanciato nel 1996, è di progettare sul campo quella che sarà l’Internet del futuro, ad altissima capacità. I tempi sono stati rispettati e ora lo scheletro è completo, realizzato insieme all’azienda privata, specializzata in fibra ottica, Level3. Il consorzio è non profit e segue la strada già adottata per realizzare la prima Internet, allora chiamata Arpanet: fondi pubblici copiosi vengono stanziati per spingere le applicazioni di frontiera; quando poi il tutto è funzionante, viene affidato al mercato. Le applicazioni più ovvie più ovvie riguardano la possibilità di operare da lontano su dei supercomputer in rete, usati per esempio per i grandi modelli di calcolo del clima, esplosioni e reazioni nucleari e simili “conti” avidi di memoria e di capacità di calcolo. Ma, proprio come avvenuto con il web, la disponibilità di tanta banda passante renderà possibili altri usi commerciali e sociali. Lo stanno già facendo, del resto, gli studenti privilegiati delle università connesse a questo super-network: nell’aprile di due anni fa l’industria americana dei film denunciò che un certo numero di utenti di un servizio p2p chiamato i2hub, scaricavano e scambiavano film e musiche ad altissima velocità.

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software umanitario

Pubblicato da franco carlini su 21 giugno, 2007

 

P2P per gestire i soccorsi

Serena Patierno

Due studenti americani stanno mettendo a punto un sistema peer to peer di coordinamento delle risorse e degli aiuti umanitari destinati alle vittime dei disastri naturali. L’idea è nata dopo aver assistito alle vicende legate ai soccorsi per l’uragano Katrina . Il sistema, battezzato iCare («a me importa») dovrebbe facilitare la distribuzione intelligente delle risorse, per evitare l’imbarazzante consegna di prodotti sbagliati a persone sbagliate. Il sistema consente ai sopravvissuti di specificare facilmente le proprie richieste – non solo via computer ma anche via sms – dando ai soccorritori l’opportunità di individuare con precisione di che cosa hanno più bisogno. iCare riceve le richieste e le smista all’organizzazione umanitaria più appropriata, così accorciando drasticamente i tempi. Il software, inoltre, permette di pianificare meglio la distribuzione fisica e la logistica, e quindi lo spazio nei camion che trasferiscono le merci. Infine, c’è un terzo fattore da non trascurare: le persone, a quanto pare, sono sempre ben disposte alla solidarietà ma preferiscono farsi carico di elargire oggetti più che denaro; iCare offre a ogni singolo cittadino una concreta opportunità di soddisfare questa preferenza. L’idea è venuta a Ephrat Bitton e Anand Kulkarni, due dottorandi all’università di Berkeley, vedendo come, durante Katrina, nell’agosto del 2005, il mancato coordinamento delle forze fece danni evidenti. I due sperano adesso che iCare abbia successo in quanto il suo corretto funzionamento dipende in larga misura dal numero di persone disposte a frequentarlo. Ma l’ottimismo regna: è lo stesso Kulkarni a dichiarare alla Bbc che «il desiderio di aiutare le vittime dei disastri naturali è sempre grande nelle persone. Hanno solo bisogno di un buon metodo per trasformare il desiderio i qualcosa di tangibile».

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Blair re degli spin doctor

Pubblicato da franco carlini su 21 giugno, 2007

Abile retorica di Blair, re degli spin doctor

Il premier britannico prima di andarsene attacca i media e, soprattutto, l’Independent che non gli ha perdonato la guerra all’Iraq

Franco Carlini

La reazione della gran parte dei media inglesi al discorso di Tony Blair sul rapporto tra politica e informazione è stata di rigetto. Egli del resto l’aveva previsto e aveva terminato il suo ragionare con questa frase a effetto, destinata a rafforzare l’immagine di uno che parla chiaro: «Dunque questi sono i miei pensieri. Ho esitato prima di tenere questo discorso. So che molti lo getteranno nel cestino. Ma so anche che queste cose dovevano essere dette».
Il discorso è stato tenuto il 12 giugno al Reuters Institute e in rete lo si trova completo, insieme alla registrazione video. È stato ripreso (parzialmente e con qualche arbitrario riassunto) dalla Repubblica del giorno dopo, che al tema ha dedicato anche un «Diario» di approfondimento venerdì 15 giugnbo, un inserto che si apre curiosamente con un’appassionata difesa del primo ministro inglese, a firma del giornalista John Lloyd (http://www.repubblica.it/diario/2007/index.html?ref=hpsbsx).
Alle critiche di Blair giornali e giornalisti del suo paese hanno risposto soprattutto in un modo: da che pulpito viene la predica! Proprio lui che in cento occasioni ha cercato di manipolarci e sviarci, lui il principe degli spin doctor, pretende di darci lezioni. Lui, che ha mentito a noi e al suo paese, a proposito delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Invece Lloyd, l’ineffabile, sostiene che sono i suoi colleghi a mentire dando del mentitore a Blair perché i servizi di intelligence questo gli avevano raccontato. L’affermazione di Lloyd è un esempio di cattivo giornalismo: forse egli immagina che i lettori italiani siano distratti e che abbiano dimenticato le indagini giudiziarie e parlamentari che hanno definitivamente chiarito come l’intelligence britannica venne forzata dal primo ministro a plasmare le proprie relazioni, di modo che potessero giustificare l’intervento. Questa storia è tutta scritta e nota e non aveva bisogno di una ulteriore menzogna, per di più sul secondo quotidiano italiano.
Il testo di Blair è comunque interessante per la sua abile costruzione e per le retoriche che usa. Esso inizia con un doveroso ma rituale omaggio alla libertà di informazione: «dei media liberi sono una parte vitale di una società libera», precisando tuttavia che della libertà fa parte anche al critica ai media, che egli intende sviluppare, senza peli sulla lingua, per così dire. Qui si inserisce la prima mossa retorica: l’esibizione di modestia. Con un tono retrospettivo di sincerità e autocritica, Blair riconosce che nei primi tempi del suo potere cercò di avere con i media un rapporto complice, in sostanza cercando di persuadere e convincere. Un po’ di spin doctoring, insomma.
Aggiunge che il rapporto tra i due poteri è stato sempre stato difficile, ma che oggi è peggiorato e questo è un problema. Peggiorato perché è cambiato il contesto dei media. Qui l’analisi è ragionevole: i media sono più frammentati, perdono pubblico, l’informazione oramai avviene 7 giorni su 7, 24 ore su 24, le persone si alimentano dell’internet e dai blog.
Perciò i media (egli pensa soprattutto a quelli tradizionali) si trovano a seguire come unico criterio quello del massimo impatto, in un mercato che per loro si va restringendo.
Adesso si inserisce la frase ad effetto, quella destinata ad alimentare i titoli dei giornali, fatto del quale Blair (o chi gli ha scritto il discorso) è certamente consapevole; si tratta di un effetto voluto: la paura di perdere qualcosa di importante, fa sì che oggi i media vadano cacciando in branco. «In tali circostanze sono come una belva selvaggia, che fa a pezzi le persone e la loro reputazione».
Da qui gli scandalismi, il pregiudizio negativo che vede nell’azione dei politici sempre qualcosa di oscuro e di riprovevole, nonché il peso eccessivo dato ai commenti e alle opinioni, le quali diventano fatti anche quando sono solo battute. Ma fatt che i politici non possono trascurare e che sono obbligati a inseguire smentendo e correggendo. Una rincorsa continua, un processo continuo e ansiogeno di perenne «crisis management».
L’unico esempio citato esplicitamente è il quotidiano The Independent, che sarebbe sempre più un viewspaper (cioè portatore di punti di vista), anziché un newspaper, portatore di notizie. La polemica con l’ Independent e la citazione delle sue corrispondenze dal Medio Oriente sembra indicare che Blair abbia trovato particolarmente fuori posto i servizi del famoso (e non allineato) giornalista Robert Fisk.
A questo punto Blair, si dedica a un altro esercizio di retorica: «sto per dirvi qualcosa che pochi osano dire pubblicamente, ma che molti sanno essere assolutamente vero: oggi un importante aspetto del nostro lavoro (..) consiste nel far fronte ai media, al loro peso e alla loro continua iperattività. Talora ciò è letteralmente opprimente».
Non c’è da dubitarne, ma all’analisi manca un tassello e precisamente questo: in realtà i media tradizionali e i politici giocano esattamente la stessa partita e fanno parte della stessa casta. Quello che i giornali pubblicano in parte è destinato al grande pubblico (che si tratti di Kate Moss con la polvere bianca o dei reali d’Inghilterra), ma una parte rilevante viene giocata in complicità con i poteri e per fini di potere. Le dichiarazioni che i politici si affanno a diramare, e altri a smentire, , dovrebbero legittimamente essere da considerarsi dei fattoidi, e invece vengono promosse a rango di fatti.
Nella parte finale Blair confessa di avere creduto e sperato che i nuovi media potessero servire di correttivo ai difetti dei grandi giornali e network televisivi. Ma ora è giunto alla conclusione che «in realtà le nuove forme possano essere anche più pericolose, meno bilanciate, più interessate all’ultima teoria del complotto, moltiplicata per cinque».
In sostanza, letto e riletto l’ultimo Blair, si possono trarre queste seguenti provvisorie conclusioni:
1. Non c’è alcuna seria autocritica da parte del politico nel modo con cui dialoga (o confligge) con i media. Essi sono da un lato sopravvalutati e dall’altro guardati con pregiudizio negativo di chi anziché apprezzare il ruolo dei watchdog, li considera pregiudizialmente nemici e se ne sente perseguitato – il che per uno che ha avuto e forse contrattato l’appoggio dei media di Rupert Murdoch è quantomeno curioso.
2. La riproposizione dei fatti separati dai commenti non è mai stata vera, essendo pura ideologia: anche i fatti, per come sono scelti e impaginati, sono sempre dei punti di vista soggettivi di giornalisti e direttori.
3. Tutto l’approccio di Blair è all’insegna dell’antico. Egli vede i media, vecchi e nuovi come canali di una comunicazione dall’alto in basso. Glie lo ha dovuto ricordare un anziano signore come Tim Gardam, presidente del comitato direttivo del Reuters Institute Steering, già alla Bbc e a Channel 4: «L’internet ha distrutto queste vecchie certezze. La sua traiettoria della comunicazione non è verticale ma orizzontale – reti di conversazioni che trovano il loro percorso attraverso un argomentare non strettamente determinato e dove ognuno può unirsi e avere parola. Questo è un paradigma differente, dove l’efficacia della politica non dipende dal potere del messaggio o dal carisma dì chi lo emette ma da come si gestisce la conversazione che da esso fluisce».

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Elezioni YouTube

Pubblicato da franco carlini su 21 giugno, 2007

YouTube e Cnn annunciano al mondo l’era delle elezioni americane online

L’emittente americana e il popolare sito di condivisione video: il 23 luglio e il 17 settembre 8 candidati alle presidenziali parteciperanno a una tribuna politica che nulla ha a che fare con la tradizione

Alessandra Carboni

I dibattiti dei candidati alle presidenziali degli Stati uniti fanno parte della tradizione elettorale a stelle e strisce: uomini politici in abito scuro rispondono alle solite domande poste in modo formale e cortese da un’audience silenziosa, seria e rispettosa, composta da cittadini americani.
Difficilmente può accadere qualcosa di imprevedibile, tutto è sotto controllo, e gli aspiranti al ruolo di presidente si sentono al sicuro nell’atmosfera ovattata dell’auditorium in cui si svolge l’incontro. Così sono andate le cose fino a ieri, ovvero fino a prima che YouTube e Cnn comunicassero al mondo che nei giorni del 23 luglio e del 17 settembre 8 candidati alle presidenziali parteciperanno a una tribuna politica che nulla ha a che fare con la tradizione.
L’emittente americana e il popolare sito di condivisione video hanno infatti annunciato la nascita dell’era 2.0 dei dibattiti politici, che per la prima volta si svolgeranno anche online coinvolgendo attivamente gli internauti, nello specifico gli utenti di YouTube, i quali sono invitati a porre delle video-domande, ovvero dei video impersonati da loro stessi, magari arricchiti con immagini o musica che aiutino a comunicare in modo più efficace ciò che desiderano sapere e qual è il loro punto di vista.
Improvvisamente, l’immagine dei dibattiti cambia e la vecchia routine elettorale viene rivoluzionata: gli interlocutori seriosi lasciano il posto a ragazzi in abiti casual colorati, che gesticolano animatamente mentre pongono la propria questione al politico di turno.
Senza peli sulla lingua e senza curarsi di forma e formalità, potranno anche cantare il loro quesito, prendendosi anche la libertà di sottolineare le contraddizioni e gli errori che caratterizzano la carriera del politico cui si rivolgono.
Anche se qualche forma di filtro ci sarà: Cnn si occuperà della produzione dell’evento e della selezione delle video-domande che saranno trasmesse alla presenza dei candidati interessati (e in diretta sul canale dell’emittente), mentre YouTube selezionerà chi, tra i suoi utenti, potrà sedere tra il pubblico durante i confronti.
Nella prima data in programma si terrà il dibattito tra i democratici, nella seconda quello dei repubblicani, ma gli utenti di YouTube possono inviare le proprie creazioni già da oggi.
«YouTube offre a elettori e candidati uno strumento di comunicazione che sarebbe stato inimmaginabile durante le passate elezioni», ha dichiarato Chad Hurley, amministratore delegato e co-fondatore del sito di video, aggiungendo che «per la prima volta nella storia dei dibattiti presidenziali, i votanti di tutto il Paese avranno la possibilità di fare una domanda in formato video al futuro presidente degli Stati Uniti e ascoltare la sua risposta».
Come riferisce CNet, entrambi i promotori dell’iniziativa auspicano che le domande si dimostrino rilevanti quanto le risposte che i candidati forniranno. Gli utenti di YouTube sono incoraggiati a utilizzare audio e immagini a loro piacimento nella produzione dei 30 secondi di video loro concessi per la formulazione del proprio quesito.
«Speriamo di ricevere domande che si spingano oltre ciò cui siamo abituati. Tuttavia non tollereremo alcuna oscenità o contenuti non appropriati. Ma siamo certi che gli utenti saranno estremamente creativi», ha dichiarato David Bohrman, senior vice president di Cnn. «Il coinvolgimento della comunità online consentirà (come mai prima d’ora) a questi dibattiti di raggiungere un maggior numero di utenti e potenziali elettori», ha sottolineato il presidente di Cnn Worldwide, Jim Walton, confermando come l’internet stia assumendo un ruolo sempre più importante anche nel confronto politico.

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La forza armata del pensiero

Pubblicato da franco carlini su 21 giugno, 2007

 

Chip multiuso Implicazioni belliche, sociali, etiche e legali dei recenti sviluppi nel campo delle neuroscienze

Alessandro Delfanti

Chip impiantati nel cervello, grazie ai quali dei futuribili supersoldati potranno comandare gli armamenti con il pensiero. Ma che possono anche essere usati per curare la cecità e il morbo di Parkinson. Sono i possibili percorsi applicativi delle neuroscienze, quel ramo della ricerca che studia il cervello e che negli ultimi anni sta facendo passi da gigante, ricevendo fondi sempre maggiori. Certo, ci sono molti problemi aperti, teorici e pratici, a causa della complessità del cervello, la struttura più intricata che l’evoluzione abbia prodotto. Ma ci sono anche dilemmi di tipo etico, e per discuterli negli ultimi anni è sorta un’intera disciplina: la neuroetica, che si occupa delle ricadute di questa disciplina sulle nostre esistenze e sul nostro stile di vita. Per esempio quando viene prodotto un nuovo farmaco per potenziare l’intelligenza, quando si propone di sottoporre i sospetti criminali a macchine della verità, o si studiano i meccanismi neurali dell’orientamento sessuale o dei comportamenti violenti.
Anche per affrontare questi problemi la Fondazione europea della scienza ha inaugurato, e finanziato con più di 500 mila euro, una nuova rete per discutere delle conseguenze dei recenti sviluppi nelle neuroscienze. Il «Network europeo neuroscienze e società» (Ensn) per cinque anni metterà al lavoro scienziati e sociologi europei, spingendoli a riflettere sulle implicazioni etiche, sociali e legali degli sviluppi più recenti. Per esempio mettendoli a confronto con approcci diversi al problema, da quello psichiatrico, a quello antropologico, a quello giuridico.
Di tutt’altro tipo sono le novità provenienti dagli Usa, dove anche l’agenzia di ricerca del Pentagono, Darpa (Defense advanced research projects agency), sta finanziando ricerche nel settore. Come sempre nel caso di Darpa – fondata durante la guerra fredda per rispondere alla supremazia tecnologica sovietica – si tratta di ricerca di frontiera, che non ha soltanto applicazioni militari ma anche ricadute sulla medicina e sulla vita di tutti i giorni.
Nel recente libro Mind Wars: Brain Research and National Defense, l’esperto di neuroetica Jonathan Moreno elenca alcune delle ricerche in corso: interfacce uomo-macchina che permettano ai piloti e ai soldati di controllare le armi con il pensiero; «robot viventi» controllati da impianti cerebrali, una tecnologia già in sperimentazione nei ratti; «elmetti cognitivi» che permettano di monitorare in remoto lo stato mentale dei soldati; «neuroweapons», armi che usano agenti biologici in grado di stimolare il rilascio di neurotossine; nuovi farmaci che permettano di non dormire per giorni, di cancellare i ricordi traumatici e reprimere le inibizioni psicologiche che impediscono di uccidere.
Nel suo ultimo libro, Il cervello del Ventunesimo secolo (Codice Edizioni), il biologo Steven Rose, scrive, a proposito dei possibili usi militari delle tecnologie che agiscono sul cervello, che è necessario «mettere nelle mani dei cittadini il cammino della scienza e lo sviluppo delle nuove tecnologie: un percorso che comincia con il dialogo e l’informazione». Sono le stesse conclusioni cui giunge il Bulletin of the Atomic Scientists (www.thebulletin.org), rivista nata nel 1945 per volontà di alcuni degli scienziati che avevano partecipato al Progetto Manhattan e chiedevano il controllo degli armamenti nucleari. Anche con le neuroscienze, come sempre nella sua storia, il Bulletin insiste infatti sulla necessità di aumentare il dialogo tra scienza e società.
Secondo un editoriale di Hugh Gusterson, infatti, oggi c’è bisogno come non mai di discutere delle implicazioni sociali delle neuroscienze e della direzione che prenderanno. «Stavolta ne abbiamo la possibilità. La scienza in questione non è la fisica ma le neuroscienze, ma il problema resta quello di capire se possiamo controllarne la militarizzazione». Come? Secondo Gusterson, «nonostante la difficoltà di controllare un campo che, rispetto alla ricerca sulle armi nucleari, ha bisogno di molto meno capitale ed è molto meno assoggettabile a verifiche internazionali, è possibile che un dibattito di lunga durata tra neuroscienziati, eticisti e specialisti in sicurezza possa allontanare il futuro distopico» prospettato dalle ricerche di Darpa.

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