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La forza armata del pensiero

Posted by franco carlini su 21 giugno, 2007

 

Chip multiuso Implicazioni belliche, sociali, etiche e legali dei recenti sviluppi nel campo delle neuroscienze

Alessandro Delfanti

Chip impiantati nel cervello, grazie ai quali dei futuribili supersoldati potranno comandare gli armamenti con il pensiero. Ma che possono anche essere usati per curare la cecità e il morbo di Parkinson. Sono i possibili percorsi applicativi delle neuroscienze, quel ramo della ricerca che studia il cervello e che negli ultimi anni sta facendo passi da gigante, ricevendo fondi sempre maggiori. Certo, ci sono molti problemi aperti, teorici e pratici, a causa della complessità del cervello, la struttura più intricata che l’evoluzione abbia prodotto. Ma ci sono anche dilemmi di tipo etico, e per discuterli negli ultimi anni è sorta un’intera disciplina: la neuroetica, che si occupa delle ricadute di questa disciplina sulle nostre esistenze e sul nostro stile di vita. Per esempio quando viene prodotto un nuovo farmaco per potenziare l’intelligenza, quando si propone di sottoporre i sospetti criminali a macchine della verità, o si studiano i meccanismi neurali dell’orientamento sessuale o dei comportamenti violenti.
Anche per affrontare questi problemi la Fondazione europea della scienza ha inaugurato, e finanziato con più di 500 mila euro, una nuova rete per discutere delle conseguenze dei recenti sviluppi nelle neuroscienze. Il «Network europeo neuroscienze e società» (Ensn) per cinque anni metterà al lavoro scienziati e sociologi europei, spingendoli a riflettere sulle implicazioni etiche, sociali e legali degli sviluppi più recenti. Per esempio mettendoli a confronto con approcci diversi al problema, da quello psichiatrico, a quello antropologico, a quello giuridico.
Di tutt’altro tipo sono le novità provenienti dagli Usa, dove anche l’agenzia di ricerca del Pentagono, Darpa (Defense advanced research projects agency), sta finanziando ricerche nel settore. Come sempre nel caso di Darpa – fondata durante la guerra fredda per rispondere alla supremazia tecnologica sovietica – si tratta di ricerca di frontiera, che non ha soltanto applicazioni militari ma anche ricadute sulla medicina e sulla vita di tutti i giorni.
Nel recente libro Mind Wars: Brain Research and National Defense, l’esperto di neuroetica Jonathan Moreno elenca alcune delle ricerche in corso: interfacce uomo-macchina che permettano ai piloti e ai soldati di controllare le armi con il pensiero; «robot viventi» controllati da impianti cerebrali, una tecnologia già in sperimentazione nei ratti; «elmetti cognitivi» che permettano di monitorare in remoto lo stato mentale dei soldati; «neuroweapons», armi che usano agenti biologici in grado di stimolare il rilascio di neurotossine; nuovi farmaci che permettano di non dormire per giorni, di cancellare i ricordi traumatici e reprimere le inibizioni psicologiche che impediscono di uccidere.
Nel suo ultimo libro, Il cervello del Ventunesimo secolo (Codice Edizioni), il biologo Steven Rose, scrive, a proposito dei possibili usi militari delle tecnologie che agiscono sul cervello, che è necessario «mettere nelle mani dei cittadini il cammino della scienza e lo sviluppo delle nuove tecnologie: un percorso che comincia con il dialogo e l’informazione». Sono le stesse conclusioni cui giunge il Bulletin of the Atomic Scientists (www.thebulletin.org), rivista nata nel 1945 per volontà di alcuni degli scienziati che avevano partecipato al Progetto Manhattan e chiedevano il controllo degli armamenti nucleari. Anche con le neuroscienze, come sempre nella sua storia, il Bulletin insiste infatti sulla necessità di aumentare il dialogo tra scienza e società.
Secondo un editoriale di Hugh Gusterson, infatti, oggi c’è bisogno come non mai di discutere delle implicazioni sociali delle neuroscienze e della direzione che prenderanno. «Stavolta ne abbiamo la possibilità. La scienza in questione non è la fisica ma le neuroscienze, ma il problema resta quello di capire se possiamo controllarne la militarizzazione». Come? Secondo Gusterson, «nonostante la difficoltà di controllare un campo che, rispetto alla ricerca sulle armi nucleari, ha bisogno di molto meno capitale ed è molto meno assoggettabile a verifiche internazionali, è possibile che un dibattito di lunga durata tra neuroscienziati, eticisti e specialisti in sicurezza possa allontanare il futuro distopico» prospettato dalle ricerche di Darpa.

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