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Microsoft alla sfida dell’Open

Pubblicato da franco carlini su 28 giugno, 2007

 

Stupore e sospetti sulla strategia di avvicinamento di Bill Gates con l’universo open source, nemico storico del monopolista del software

Raffaele Mastrolonardo

A letto con il nemico. O le verità nascoste. Sono questi i due titoli di film che descrivono uno stato di cose impensabile solo fino a un anno fa: le sempre più strette relazioni tra Microsoft, la quasi monopolista mondiale del software, e l’universo open source. Da una parte, un modello di business proprietario fondato su costose licenze, dall’altra programmi il cui codice deve restare aperto, a disposizione di chiunque lo voglia vedere, modificare e redistribuire. L’avvicinamento tra due entità così diverse e apparentemente nate per farsi la guerra, suscita comprensibile stupore ma anche sospetti e accuse.
Dopo tutto, solo cinque anni fa Steve Ballmer, amministratore delegato di Microsoft, definiva Linux, il più popolare sistema operativo a sorgente aperto, un «cancro». Mentre oggi l’azienda di Bill Gates è tutta impegnata nell’allacciare rapporti con società che fondano il proprio business su Linux. La prima e più importante tra queste è stata, lo scorso anno, Novell, distributore di una versione del sistema operativo molto diffusa. Poche settimane fa è stata la volta della canadese Xandros e, ancora più recentemente, dell’americana Linspire. Altre sono previste nei prossimi mesi.
Evidentemente, dal 2002 a oggi qualcosa è cambiato. «Quella prima reazione negativa è figlia di un momento in cui non avevamo adeguata conoscenza della cultura open source e dei suoi modelli di business», spiega al manifesto Pierpaolo Boccadamo, Direttore della strategia di piattaforma di Microsoft Italia. «Prevaleva l’idea che fosse un modo per dare software gratis. Ora abbiamo capito meglio quel mondo e ci troviamo in un momento in cui alcune barriere vanno superate perché lo chiede il cliente».
Insomma, i nemici di ieri vanno, se non proprio a letto, almeno a cena assieme. O meglio ci provano, perché sotto il tavolo la verità è più complicata e suscita diffidenza. «L’accordo con Novell – ha detto qualche settimana fa a Roma Richard Stallman, fondatore della Free software foundation (Fsf), associazione che promuove il software libero – è il tentativo di Microsoft di farsi pagare per il permesso di utilizzare GNU/Linux». Parole forti, come è nello stile di Stallman, che trovano però echi, seppur più sfumati, in altri angoli dell’ambiente di rete. Mark Shuttleworth, boss di Canonical, un altro big del settore, per esempio, ha recentemente dichiarato di non credere che «questi accordi siano in favore del software libero».
Ma cosa dicono queste intese? Innanzitutto, stabiliscono un programma di collaborazione volto a migliorare l’interoperabilità, vale a dire la capacità delle applicazioni di «girare» su diversi sistemi hardware e software. Un processo di reciproca comprensione tra i due mondi a supervisionare il quale, da parte sua, Microsoft pochi giorni fa ha assunto Tom Hanrahan, ex Linux Foundation. In secondo luogo, mettono in piedi partnership per un marketing congiunto: le aziende firmatarie decidono di promuovere, in varie forme, i prodotti dell’ex avversario presso i propri clienti. Infine, aspetto più spinoso e centrale, i contraenti si impegnano a non fare causa ai rispettivi clienti per infrazione della proprietà intellettuale. Il che significa, per esempio, che Microsoft rinuncia a rivalersi sui brevetti che, a detta dell’azienda, Linux violerebbe. In virtù di quest’ultimo aspetto, Novell, Xandros e Linspire si ritrovano in mano un potenziale vantaggio competitivo rispetto agli altri concorrenti open source. Possono andare dai clienti e offrire loro, oltre ai consueti servizi, la garanzia che, se scelgono le loro distribuzioni Linux, non avranno noie legali da Microsoft.
Proprio su questa forma di protezione si concentrano i dubbi degli alfieri del software libero e aperto. Per molti di loro l’interoperabilità è solo fumo negli occhi. Il vero volto di Microsoft è quello del bullo di quartiere che esige la merenda in cambio dell’incolumità. «Il punto – racconta al manifesto Stefano Maffulli, presidente dalla sezione europea della Fsf – è che Microsoft non dice quali sono questi suoi brevetti, nemmeno gli accordi sottoscritti. Si limita a minacciare senza prove cercando di spaventare il mercato. Se ci fossero vere violazioni, non avrebbero remore a essere più precisi e a passare alle vie legali. Gioca al gatto col topo». Dietro all’apparente disponibilità verso il mondo open, ci sarebbe dunque la volontà di usare la propria forza per rallentarne l’avanzata.
A placare gli animi, poi, non hanno certo contribuito le dichiarazioni Brad Smith, uno dei più importanti rappresentanti legali di Microsoft, che a metà maggio ha minacciosamente ricordato che l’open source violerebbe ben 235 brevetti dell’azienda fondata da Gates.
Dalle parti di Redmond, quartier generale di Micorsoft, lassù vicino a Seattle, non sono ovviamente d’accordo con simili interpretazioni e buttano acqua sul fuoco. Gli accordi, è la linea scelta e pubblicamente dichiarata, si inseriscono in una strada già intrapresa da tempo che è, oltretutto, richiesta dal mercato. «Il cliente utilizza ormai sistemi misti, proprietari e open source, e chiede che si parlino tra loro. L’interoperabilità lavora in questo senso», spiega Boccadamo. «Dall’altra, lo stesso cliente non vuole correre rischi e pretende garanzie sul piano della proprietà intellettuale. Gli accordi in questione soddisfano questa esigenza, che gli americani chiamano ‘peace of mind’, la tranquillità di non pensare al problema legale».
Giochi di forza o reale desiderio di collaborazione in nome dell’orientamento al cliente? Il dubbio resta. Anche se c’è chi prova a scioglierlo cercando una via di mezzo tra le due posizioni. Come Roberto Galoppini, esperto di open source commerciale ed «evangelizzatore» di lungo corso sulle potenzialità di business del software aperto. «La parte tecnica degli accordi ha un suo valore, e risponde davvero a una richiesta del mercato che Microsoft vuole soddisfare. L’altra, quella sui brevetti, riguarda invece le esigenze degli investitori dell’azienda a cui i diritti di esclusiva su un software fanno piacere. E’ come se ci fossero due Microsoft».
Già, e alle aziende open source piacerebbe tanto andare a letto solo con una. Ma non è detto che sia possibile.
raffaele@totem.to

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Una Risposta a “Microsoft alla sfida dell’Open”

  1. Le strategie che MS applica in questi accordi discriminano le aziende che lavorano in opensource e quindi “inquinano” il mercato attraverso una sorta di minaccia che nulla a che vedere con competizione e produttività. Ma possibile che i sostenitori del libero mercato si facciano avanti solo quando si tratta di non pagare tasse e licenziare o sfruttare persone?

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