Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

Archivio per Luglio 5th, 2007

Aprite quella mela

Pubblicato da franco carlini su 5 Luglio, 2007

editoriale

Aprite quella mela (una buona volta)

F. C.

Alcuni amici, appassionati della Apple, ci hanno chiesto ragione dell’atteggiamento critico nei confronti della casa della mela. I più maligni aggiungono «siete forse amici di Microsoft»? Ovviamente non siamo nemi né amici di nessuno, solo dei «critici tecnologici». Il motivo delle critiche è presto detto: i Mac come gli iPod, e ora il supertelefonino iPhone, sono oggetti al limite della perfezione, ma dove il progettista Steve decide lui, una volta per tutte, che cosa è buono e utile per noi. E’ un vantaggio per gli utenti che si trovano in mano «cose» coerenti e a prova d’errore. Ma sono scatole nere che non si possono aprire, né modificare, automobili dal cofano sigillato dove non si può alzare il minimo né cambiare le candele con quelle di un’altra marca. Questo è vero fin dalla metà degli anni ‘80, mentre Microsoft percorreva un’altra strada e un altro modello di business: piattaforme software dove chiunque potesse almeno un po’ mettere mano e dove altri produttori di software potessero infilare le proprie soluzioni. La vittoria storica dei Pc rispetto ai Mac venne da lì: i primi crearono un intero comparto industriale con una molteplicità di proposte, i secondi offrivano eccellenza in cambio di incatenamento a un fornitore unico. La differenza s’è fatta più stridente con l’emergere come movimento di massa e come robusto fenomeno economico dell’Open Source che non riguarda semplicemente la scelta di un Windows Vista versus un Linux Ubuntu, giusto per fare due nomi. Più in generale l’idea che ognuno possa piegare apparati e software ai suoi desideri e bisogni si è imposta come obbligatoria, sinonimo di quella libertà dai fornitori che il leggendario spot «1984» del Macintosh esaltava. Oggi l’auspicio è che tale filosofia investa anche il settore in maggiore crescita, quello della telefonia, via via che i cellulari si fanno più computer, e soprattutto computer in rete. Non solo con i telefonini si ha bisogno di andare in qualsivoglia sito, ma anche di infilarci quello che più serve o aggrada, siano software, suoni o immagini. In questo senso l’iPhone di Apple-At&t è forse l’ultimo ottimo esponente di una concezione del cellulare da superare.

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Veltroni impari da Al Gore

Pubblicato da franco carlini su 5 Luglio, 2007

 

L’ambientalismo del futuro leader del Pd: l’illusione che la tecnologia sia una cura
Nessuna critica al meccanismo energivoro proprio della crescita capitalistica, ma solo al «modo di procacciarsi» le risorse necessarie. Con sullo sfondo la devastante rincorsa ai terreni da destinare ai biocarburanti

Franco Carlini

Molti complimenti ha ricevuto Walter Veltroni per aver messo al primo posto, tra i quattro capitoli della «nuova Italia» che egli immagina, l’ambiente - gli altri essendo un nuovo patto fra le generazioni, la formazione e la sicurezza. La formulazione del problema è netta, ma le conclusioni politiche lasciano invece assai dubbiosi. Vediamo.
Il punto di partenza sono i «mutamenti climatici», ormai «un drammatico dato di fatto» che riguarda non solo il futuro, ma l’oggi. Si noti che Veltroni non usa la dizione «riscaldamento globale», ma preferisce il termine più dolce «mutamenti». Riconosce che la causa siamo noi umani, ma la confina al «modo tradizionale di produrre e consumare energia». Se togliesse quell’ultima parola, energia, potremmo essere d’accordo: sono infatti il consumismo e la crescita ininterrotta che spingono a sprecare energia. Invece nella visione del nuovo leader non è in discussione cosa e come produciamo, mangiamo, consumiamo, ma solo come ci approvvigioniamo dell’energia necessaria. Sembra una finezza, ma è invece un discrimine pesante.
Un’altra affermazione importante è questa: «l’ambientalismo è l’unico campo in cui l’obiettivo più radicale è conservare». Ben detto, finalmente un politico che sa distinguere tra conservazione (di valori e di beni comuni) e conservatorismo. Ma qui cominciano i guai. Si tratterebbe infatti di «conservare un equilibrio naturale», la qual cosa non è mai esistita. Basti ricordare che solo il 17 per cento delle terre sono disabitate, per rendersi conto che la natura che conosciamo è comunque il frutto di un processo di alta manipolazione umana. La novità semmai è che non solo nel clima, ma nelle foreste, come nei fiumi e nei mari, questa nostra umanità votata ha portato al collasso la sua Terra Madre. Purtroppo non ci sono equilibri preesistenti da conservare, dato che quelli che c’erano, ancora un secolo fa, sono saltati tutti con un’accelerazione pazzesca. Crescita economica e sviluppo umano sono ormai due cose divergenti e il nuovo sviluppo sostenibile chiede inevitabilmente di rallentare, di prendersi tempo e vita.
Qui emerge il secondo difetto della proposta di Veltroni. Egli suggerisce che dalla crisi del pianeta si possa uscire con più tecnologia: «sono le conquiste scientifiche e tecnologiche a consentire, oggi, di difendere l’aria, l’acqua, la Terra». Questo è esattamente il pensiero di tutti i conservatori: a fronte dei danni prodotti dalla crescita ininterrotta, guidata solo dal profitto a breve, essi immaginano di rimediare fidando nel fatto che nuove tecnologie potranno sanare o addirittura migliorare. Ah, il progresso… E’ un percorso che gli storici hanno ben descritto: prima si scatena qualsivoglia tecnica senza valutarne l’impatto, e poi, quando i danni risultano evidenti, si fa appello a nuove tecniche sperando di superare il problema. Vanno a esaurimento le risorse petrolifere e comunque le auto a benzina inquinano? Si passi allora ai biocarburanti, magari deforestando a raffica e destinando vaste estensioni agricole non già a produrre cibo per un’umanità in crescita, ma ad assicurare carburante all’umanità attuale, in attesa del prossimo disastro.
Il ragionamento del futuro segretario del Pd, in realtà aveva un fine politico: contrapporre alla «logica del no a tutto» (ovvero alla famigerata sinistra radicale) un sano e moderno «ambientalismo dei sì». In questo caso il travisamento è totale, ingiusto e infondato. Fino ad oggi la logica del No è stata praticata con convinzione e tenacia da governi e industria. Viceversa i Sì, e cioè le proposte innovatrici per l’ambiente e per la qualità della vita sono stati avanzati dai movimenti dell’ambiente e rigettati con violenza da chi comanda. A Vicenza chiedevano un parco verde al Dal Molin e gli hanno dato una base militare allargata. Nei trasporti si chiedono da decenni mezzi pubblici (specialmente a Roma!) e tante ferrovie e si risponde riducendo i fondi e costruendo carreggiate. Si domandano politiche e incentivi per l’energia solare domestica, ma le aziende di stato vanno a far danni petroliferi in Nigeria ed Ecuador. Si domanda che l’acqua sia un diritto naturale e un bene comune e fino all’ultimo ci provano a privatizzarla.
Di Veltroni è stato detto che è meraviglioso perché capace di conciliare gli inconciliabili, ma anche questo è un mito: la cura da lui impiegata nel discorso del Lingotto nel non indicare alcun «colpevole» dei danni ambientali e nel colpevolizzare invece gli unici innovatori, ci dice che ha scelto da che parte stare. Noi filoamericani cerchiamo il nostro Al Gore disperatamente.

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Il brand conta più dei risultati

Pubblicato da franco carlini su 5 Luglio, 2007

motori di ricerca

 

e. d. p.

I ricercatori del Penn State College hanno cercato di capire il peso dei brand nei motori di ricerca. Hanno fatto quattro search e ne hanno sottoposto i risultati a 32 soggetti, facendo credere che provenissero da diversi motori di ricerca: Google, Yahoo, MSN e AI2RS (quest’ultimo creato appositamente) Nonostante i contenuti identici, i volontari hanno giudicato migliori quelle griffate Yahoo e Google. Lo scopo della ricerca era capire perché il popolo della Rete, che ha a disposizione più di 4000 motori con tecnologie e interfacce simili, si indirizzi principalmente sui più famosi. Per determinare la performance di ogni motore i volontari hanno classificato i risultati della ricerca attraverso tre gradi di giudizio. Al momento del computo finale, il 36 per cento dei dati è stato ritenuto in qualche modo rilevante. A questo punto i ricercatori hanno analizzato la prestazione effettiva di ogni search engine: Yahoo si è piazzato al primo posto, benché molti dei partecipanti avessero dichiarato di usare normalmente Google, con un 15 per cento sopra la media, mentre la grande G ha ottenuto solo un magro 0,7 in più. AI2RS, privo di un brand riconoscibile, è stato quello con i risultati peggiori nonostante avesse ottenuto i migliori punteggi sull’uso del laser nella chirurgia estetica. E’ la conferma di quanto rivelato lo scorso anno da un team di ricercatori tedeschi su come i brand siano in grado di sollecitare determinate aree dei cervello. Lo studio utilizzò la risonanza magnetica per verificare le reazioni del cervello di fronte a un marchio. Le immagini dell’attività cerebrale dimostrarono che la comparsa del più famoso generava un’intensa eccitazione delle aree deputate all’elaborazione delle emozioni positive. In tutti i casi i ricercatori tedeschi riscontrarono una scarsa risposta della regione cerebrale deputata alle decisioni.

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Via i palazzi da wikipedia.it

Pubblicato da franco carlini su 5 Luglio, 2007

Un’interpretazione demenziale delle leggi sul diritto d’autore, ha fatto sì che l’enciclopedia online Wikipedia, versione italiana, abbia deciso di togliere dalle sue pagine le foto che riproducono monumenti italiani come grattacieli, palazzi, chiese. I gestori di Wikipedia sono arrivati a questa non desiderata conclusione avendo ricevuto nel gennaio di quest’anno una lettera di diffida da parte del Polo Museale fiorentino. Dunque non solo i quadri, ma anche gli edifici risultano «protetti», cioè inibiti alla riproduzione pubblica, almeno finché non siano passati 70 anni dalla morte dell’autore, come detta la legge sul copyright relativamente a testi, musiche eccetera. Ma anche i palazzi? Secondo alcuni legulei, le foto degli stessi dovrebbero essere considerati opere «derivate» e quindi anch’essi inchiavardati nel diritto d’autore classico. E’ l’ultimo episodio, indecente, di una concezione dei diritti di proprietà intellettuale che si va facendo sempre più larga ed esagerata. Che poi le diffide vengano da un organo del Ministero dei Beni Culturali che per sua natura dovrebbe diffondere nel mondo la conoscenza del patrimonio artistico italiano risulta quantomeno contradditorio. Prendersela con Wikipedia, che opera senza fini di lucro, in modo benemerito, è ancor più penoso. Sulle sue pagine web ognuno trova informazioni e idee ben più ricche e meno costose di quelle raccolte nel sito italiano del turismo www.italia.it, oggetto nei mesi scorsi di polemiche ferocissime (per quanto è al di sotto dei bisogni). Un ministero della cultura al contrario dovrebbe stimolare e regalare immagini e testi a chiunque voglia raccontare l’Italia.

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Il governo tedesco aiuta Wikipedia

Pubblicato da franco carlini su 5 Luglio, 2007

wikipedia.de

L’aiuto diretto del governo tedesco

patrizia cortellessa

Metti che una ricerca commissionata dal Ministero per l’Economia e la tecnologia tedesco abbia restituito come dato finale che il 62% dei tedeschi apprezzi il web e che il loro numero sia in costante aumento. Metti anche che per un utente medio di internet, per quanto riguarda la ricerca e l’informazione, sia Wikipedia l’enciclopedia on line più popolare. Consideriamo ora che il governo di questo paese ne comprenda le grandi potenzialità e decida di finanziare, nei prossimi tre anni, proprio Wikipedia Germania (www.wikipedia.de) per arricchire e completare le aree tematiche riguardanti le fonti rinnovabili. Perché se è vero che «su wikipedia Germania ci sono già un gran numero di voci ben realizzate sulle energie rinnovabili» è pur vero che «altre mancano totalmente, o le descrizioni sono piuttosto scarne o non sono aggiornate», come dichiara Andreas Scutte, direttore esecutivo dellAgenzia delle Risorse rinnovabili (FnR), che su mandato e finanziamento del Ministero federale per l’Alimentazione, l’Agricoltura e la Protezione dei consumatori è incaricato di occuparsi delle ricerche sulle fonti rinnovabili. Nei prossimi anni dunque molti nuovi articoli (voci) saranno scritti da specialisti della materia, sotto la direzione del Nova Institute. All’inizio verrà creato un team di esperti per redigere le varie voci. In secondo luogo si procederà con la formazione tecnica per agevolare il lavoro di inserimento su Wikipedia. Fino ad ora la comunità wikipediana si è sostenuta grazie al lavoro volontario dei singoli e soprattutto degli «admin» disseminati nei vari paesi; in questo caso invece il contributo arriva da un governo, sia pure in forma indiretta. Da parte del governo tedesco è un riconoscimento importante e una scommessa: là dove i cittadini leggono, è utile che ci sia informazione corretta e completa.

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Software libero, un diritto da estendere

Pubblicato da franco carlini su 5 Luglio, 2007

 

Parla Philippe Aigrain, esperto di politiche in difesa dei «beni informazionali»: le istituzioni devono impedirne l’appropriazione privata

Alessandro Delfanti

In bilico tra bene comune e oggetto di appropriazione privata, l’informazione è al centro dell’interesse di Philippe Aigrain, un ricercatore che ha lavorato alla Commissione europea nel campo delle politiche a sostegno del software libero e open source. Oggi Aigrain dirige Sopinspace, un’azienda che progetta software per gestire spazi pubblici di dibattito (vedi www.debatpublic.net). Nel suo libro Causa Comune (Stampa alternativa, 200 pp, 16 euro, scaricabile gratuitamente dal sito della casa editrice) Aigrain chiede che le istituzioni diano a quelli che definisce «beni comuni informazionali» - non solo software ma anche sequenze genetiche, contenuti web, risorse educative libere e accessibili - garanzie di legittimità e autonomia, per impedire l’appropriazione privata e allargarne l’uso a tutti. Si tratta di un problema politico ma anche economico, se è vero che l’informazione è diventata uno dei principali motori dello sviluppo anche grazie alla produzione cooperativa, come insegnano Wikipedia e altri mille esempi di condivisione aperta.
Perché la scelta di difendere i beni comuni informazionali?
Questi beni, come il software libero, i contenuti Creative Commons o l’editoria scientifica open access, sono importanti perché sono a disposizione di tutti, ma anche per il metodo collaborativo che prevedono. Yochai Benkler (autore di La ricchezza della Rete, ndr) ha dimostrato che questo tipo di collaborazione non commerciale è più efficiente rispetto ai classici approcci proprietà/contratto/transazione monetaria.
Ciò ha conseguenze estremamente importanti. Politiche, per le possibilità di esprimersi, agire in modo collettivo e arricchire il dibattito pubblico che ne derivano. Sociali, perché oggi lo sviluppo tecnologico può essere orientato da individui o da piccoli gruppi. Infine economiche, con due modelli che ora stanno venendo a collisione: il primo è quello della centralizzazione, del monopolio, degli alti margini di profitto e dell’innovazione difensiva; l’altro, basato sui beni comuni, è più distribuito, mette l’economia in stretta relazione con il lavoro umano e supporta un’innovazione basata su utilità e creatività. Il software, per esempio, è la base universale di tutte le attività legate all’informazione. Chi lo controlla gestisce le leve dello sviluppo e dell’innovazione: alcuni pensatori lungimiranti lo avevano capito già negli anni settanta.
Ci sono effetti anche sulla scienza?
La questione ha due facce. La prima è la disseminazione della conoscenza scientifica: in questo campo credo che l’open access diventerà lo standard di pubblicazione. La seconda è il modo in cui gli incentivi all’innovazione e le scelte politiche guidano gli obiettivi della scienza, almeno nei settori più intrecciati con lo sviluppo tecnologico. Qui è in atto una vera crisi. La pratica scientifica è schizofrenica: per avere il denaro che serve a generare conoscenza bisogna promettere di renderla segreta e restringerne l’uso. Si dice che ciò serva a migliorare lo sfruttamento economico dei risultati. Ma quali risultati? Secondo me esiste una scienza orfana, un segmento molto vasto della scienza possibile. Ed è orfana semplicemente perché i suoi risultati hanno potenziali economici imprevedibili o perché non sono adatti a diventare proprietà privata. Ho sempre parteggiato per un miglior rapporto tra ricerca (anche quella di base) e utilità o bellezza (che sono anche comunicabili al pubblico). I beni comuni della conoscenza sono un ottimo modo per raggiungere questi obiettivi. Molto più della brevettazione, della restrizione dell’accesso ai database e della privatizzazione del dna, per esempio.
Come supportare i beni comuni?
Bisogna congelare ogni estensione ulteriore dei diritti di proprietà su informazione e conoscenza. Abrogare le leggi che contengono i provvedimenti più dannosi per i beni comuni informazionali, come i brevetti sull’informazione (sulle sequenze genetiche o sugli organismi che le contengono, per esempio) e la criminalizzazione dello scambio non commerciale di informazione. Inoltre bisogna creare un ambiente che favorisca la creazione e l’innovazione collaborativa. Mettendo la cooperazione tra gli obiettivi educativi. Valorizzando il pensiero critico e tutto ciò che contribuisce alle attività dei prosumer (produttori-consumatori), più che a quelle dei consumatori passivi. Ribilanciando il sistema fiscale e gli incentivi economici in modo da non scoraggiare l’innovazione basata sui beni comuni nei confronti di quella orientata al profitto.
C’è un ruolo per l’Europa in questo processo?
L’Europa si trova in una situazione paradossale. È la regione che contribuisce di più ai beni comuni dell’informazione. E insieme a Brasile e India è la zona in cui il significato etico e politico della condivisione della conoscenza è più chiaro. Eppure sulle proposte per sostenere l’accesso alla conoscenza o i beni comuni l’Unione europea e i suoi membri sono molto conservatori, anche più degli Usa. Tutto dipenderà quindi da quanto la consapevolezza della posta in gioco penetrerà nei circoli politici, dato che nella società è già in crescita. L’idea precotta che dice che «i brevetti fanno bene all’innovazione» o che «estendere i diritti dei distributori di contenuti serve anche agli autori» è in circolazione da decenni. Ci vorrà del tempo prima di sedimentare un approccio più aperto.
Ma l’Unione europea sta mancando gli obiettivi che si è data a Lisbona: diventare leader della società della conoscenza.
La strategia di Lisbona, come molti altri slogan europei, è molto ambigua: cercare di diventare «l’economia più competitiva basata sulla conoscenza» non dice nulla riguardo al modo per farlo: lavoreremo su conoscenza e innovazione condivise liberamente, in modo che la gente diventi più creativa, innovativa e produttiva e che nasca un’economia al servizio di queste attività? O lasceremo che l’enfasi sulla competitività ci spinga a rendere le idee oggetto di proprietà e restrizioni? Temo che la strategia di Lisbona vada nella seconda direzione. Ma i nobili scopi che hanno convinto molti ad aderirvi potrebbero essere serviti meglio prendendo la prima strada.

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Alla ricerca del dio dei batteri

Pubblicato da franco carlini su 5 Luglio, 2007

Venter, lo scienziato imprenditore alla ricerca del dio sintetico dei batteri

Il discusso protagonista di questi anni ruggenti della biologia, è tornato alla carica con suoi inseparabili compagni di viaggio ai confini della vita. In gioco non più i sistemi operativi, ma la «creazione»

Marco Motta
Luca Tancredi Barone

A sentir lui, è stato un po’ come trasformare un Mac in un pc. Ma al posto dei sistemi operativi, in gioco qui c’era un intero genoma, il patrimonio genetico di un organismo. Craig Venter, il discusso protagonista di questi anni ruggenti della biologia, è tornato alla carica con suoi inseparabili compagni di viaggio ai confini della vita: i batteri. L’ultima del gruppo dello scienziato imprenditore più famoso del mondo è la pubblicazione qualche giorno fa su Science dei risultati di un esperimento che per la prima volta ha trasformato una specie di batterio in un’altra. Non cadete dalla sedia? Allora forse non sapete nulla di «biologia sintetica».
L’impresa di Venter e compagni fa sembrare poca cosa il taglia e incolla dell’ingegneria genetica. Il punto di partenza è stato prelevare l’intero Dna (contenuto in un singolo cromosoma) di un batterio, il Mycoplasma mycoides, e trapiantarlo di peso in una colonia di Mycoplasma capricolum, un altro batterio, privato del suo genoma e stretto parente del primo. Risultato: il genoma trapiantato ha dato prova di saper «girare» anche su un altro supporto, dando vita a una progenie e trasformando, così sostengono gli scienziati, il batterio ricevente in quello originario. Va detto che questi microrganismi, che infettano le capre, sono privi, diversamente da molti altri tipi di batteri, di pareti cellulari, il che rende molto più semplice il trasferimento genetico. E tuttavia, per ammissione degli stessi ricercatori, come sia avvenuto esattamente il processo è tutt’altro che chiaro.
Si tratta comunque di un bel successo per chi, come Venter, sta dedicando da anni tutte i suoi sforzi alle ricerche sugli organismi più semplici, nella speranza di carpire tutti i segreti della vita. Il fatto è, come notava un editoriale sull’ultimo numero di Nature, che siamo ancora prigionieri di una visione antiquata della vita: una sorta di scintilla divina che scocca improvvisamente e fa compiere un balzo dalla materia inerte all’organico. Come se centocinquant’anni di darwinismo in fondo non avessero scalfito l’idea di vitalismo che imperava nell’Ottocento, quella secondo cui la vita è speciale e non è riconducibile alle ordinarie leggi di natura che regolano la materia. La biologia sintetica, è l’augurio di Nature, forse potrà liberarci dalla schiavitù di questa idea metafisica.
In realtà, dietro la metafora informatica di Venter si nasconde una visione riduzionista della vita. Un concetto delicato, quello di vita, per il quale ancora oggi nessuno è in grado di fornire una solida definizione scientifica. Lo hanno ricordato anche un gruppo di scienziati riuniti in Groenlandia a parlare di nanoscienze e biologia sintetica: le cellule non sono monadi isolate, ma sono raggruppate in colonie, e generalmente fanno parte di ecosistemi. Quindi anche la definizione tanto cara alla cricca di Venter di «genoma minimo» (il contenuto di informazioni genetiche necessario e sufficiente a mantenere in vita il più semplice degli organismi) non esaurisce il problema di capire cos’è davvero la vita: una manifestazione complessa, multiforme, che dipende dall’ambiente in cui nasce e si sviluppa.
Ma forse alla speculazione filosofica il nostro eroe preferisce quella finanziaria. Circa un mese fa l’ufficio brevetti statunitense ha reso pubblica una richiesta, da lui presentata nell’ottobre scorso, di brevettazione di un genoma minimo, una lista di 381 geni selezionata dal patrimonio genetico di un altro batterio, Mycoplasma genitalium. A scovare la richiesta tra le tante che affollano l’ufficio brevetti è stato l’Etc group, una ong canadese che da anni invita alla riflessione sulle ricadute etiche, sociali e ambientali delle nuove tecnologie, e sulla convergenza tra ingegneria genetica, informatica e nanoscienze.
Se davvero l’ufficio brevetti dovesse accettare la richiesta (come temono gli ambientalisti dell’Etc), Venter riuscirebbe dove aveva fallito 16 anni fa: brevettare più di un gene alla volta, oggi come allora muovendosi disinvoltamente su confini ancora inesplorati. Il brevetto sul genoma minimo, ammesso che il genoma esista, costituirebbe una pietra miliare della storia della manipolazione genetica, assieme alla storica sentenza delle corte suprema Usa del 1980 che dichiarò brevettabile il primo batterio ogm di Ananda Chakrabarty. Il batterio di Chakrabarty era in grado di degradare il petrolio e Venter spera di usare il proprio brevetto per costruire organismi per produrre biocarburanti. Per dirla con le parole dell’ong ambientalista canadese, «adesso c’è davvero qualcuno che fa concorrenza a dio».

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Gpl3, versus Apple iPhone

Pubblicato da franco carlini su 5 Luglio, 2007

Nascite

Ecco la versione Gpl3, versus Apple iPhone

Marchingegno Il software prodotto e reso pubblico diventa merce e sistema chiuso. Non più con la licenza Gpl

Gabriele De Palma

Venerdì scorso è nata Gpl3, ovvero la terza versione della Gnu Public License per il software; è stata ufficializzata a Boston della Free Software Foundation (Fsf). Il termine non spaventi: si tratta di quell’astuto marchingegno legale escogitato nel 1989 dal padre del software libero, Richard Stallman, leggendario hacker del Mit dei tempi d’oro, e il principio funziona così: chi produce del software e voglia renderlo pubblico, a disposizione degli altri sviluppatori, rischia di vederselo rubare da altri senza scrupoli, che magari lo trasformeranno in un prodotto chiuso e a pagamento. Se invece lo pubblica con una licenza Gpl, si potrà cautelare perché tutti potranno leggerlo, usarlo, e modificarlo, ma nessuno potrà «proprietarizzarlo», meno che mai per fini di lucro. In altre parole si riceve conoscenza libera e si restituisce conoscenza arricchita e altrettanto libera di fluire.
Nel tempo la Gpl ha conosciuto diverse stesure, adattandosi ai tempi, com’è giusto. Sono trascorsi sedici mesi dalla presentazione della prima bozza della Gpl3, la quale ha avuto una gestazione sofferta e non priva di polemiche, peraltro sempre aperte e pubbliche. D’altra parte che di una revisione ci fosse bisogno lo ha chiarito con una battuta Bruce Perens, uno dei grandi del software aperto, notando che all’epoca delle prime due Gpl «ascoltavamo la musica dai giradischi, (mentre ora) la tecnologia è cambiata profondamente e una riscrittura della licenza che tenesse conto dei cambiamenti era necessaria». Proprio a Perens e all’altra personalità di spicco del mondo open, Linus Torvalds, il creatore di Linux, si devono probabilmente le limature degli ultimi mesi che hanno un po’ addolcito alcune clausole particolarmente perentorie.
Inizialmente infatti erano stati identificati due nemici del software libero: le tecniche dei Digital Rights Management (Drm), «lucchetti» che impediscono l’uso illegittimo delle opere protette da copyright, ma spesso anche molti usi legittimi, e i brevetti sul software, con le infinite cause legali che ne scaturiscono capaci di paralizzare l’innovazione. Torvalds, forse il più critico tra i critici della terza versione, si è detto più concorde con l’ultima bozza, anche se non ancora del tutto convinto che la Gpl3 sia ottimale. L’adesione di Linus e del sistema operativo Linux, è di importanza strategica per il successo immediato della Gpl3.
I Drm e la litigiosità legale sui brevetti sul software rimangono obiettivi contro cui si schiererà chiunque aderisca alla Gpl3, anche nella sua versione definitiva. E rimane anche la condanna della cosiddetta tivoization, ovvero l’hardware che inibisce l’accesso al software, anche quando questo è libero. Secondo Peter Brown, executive director della Fsf, Apple è una delle case che ricorre a questo trucco scorretto: «Steve Jobs e la Apple rilasciano sul mercato un prodotto (iPhone) menomato da software proprietario e restrizioni digitali: menomato perché un apparato che non sia sotto il controllo del suo possessore opera contro gli interessi del suo possessore. Sappiano che Apple ha costruito il suo sistema operative OS X e il suo browser Safari usando dei lavoro coperto da Gpl, sarà interessante vedere in che misura anche iPhone usi software Gpl».
Sul fronte dei brevetti i distributori di software non possono stipulare contratti esclusivi con i proprietari dei brevetti. Da alcuni partecipanti al processo di revisione, le ultime mediazioni sono state viste come un’apertura eccessiva concessa a Microsoft e al suo recente accordo con Novell.
Sul fronte Drm viene sancito il divieto di utilizzare software Gpl3 in dispositivi che non consentano agli utenti di avere libertà di scelta nell’uso del software e del dispositivo. Ad esempio un sistema di registrazione video che utilizzi software licenziato sotto Gpl, ma che si blocchi se un utente cerca di modificarne il codice per migliorare le prestazioni della macchina, non sarà ammesso. In sostanza in questa versione i Drm non sono vietati in quanto tali, ma è proibita invece la loro obbligatorietà: chiunque deve avere la possibilità legale di togliere i Drm che altri abbiano messi nel software libero. Restano immutati gli articoli fondamentali della Gpl2, e anche quella clausola «virale» che impone a tutti programmi free di estendere la loro licenza a tutte le versioni.

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