Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for 19 luglio 2007

Romano Prodi leader reticente

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

 

F. C.

L’altra faccia della privacy è la trasparenza. La settimana scorsa Francesco Pizzetti, presidente del «Garante per la protezione dei dati personali», ha tenuto la sua relazione annuale, efficace nel segnalare il vero e proprio saccheggio del diritto alla riservatezza di cui ognuno di noi dovrebbe essere titolare. Il rapporto completo è leggibile sul sito web garanteprivacy.it, come ormai dovrebbe per ogni documento pubblico. Infatti alla non intrusione nella vita delle persone, dovrebbe corrispondere, viceversa, e in maniera persino esagerata e spasmodica, la massima pubblicità degli atti delle amministrazioni, perché i cittadini possano essere informati (quelli che lo vogliano), possano controllare e se è il caso contestare, e infine, al momento del voto, premiare o punire. Il nostro paese, con un certo ritardo, si è dotato nel 1990 di una legge detta della trasparenza. Essa si ispira alle norme analoghe da tempo esistenti in altri paesi anglosassoni, dove vengono indicate con la sigla «Foia», Freedom of Information Act. Ma nella sua applicazione pratica essa incontra ogni giorno enormi difficoltà perché è alta la capacità di resistenza delle amministrazioni nel dissuadere ritardando, negando e frapponendo ostacoli. Tra questi, in maniera assolutamente ipocrita e sospetta, le amministrazioni sovente accampano motivi di riservatezza, di privacy appunto. Questo atteggiamento è in parte, ma solo in parte, figlio di un antico riflesso burocratico che non considera i cittadini titolari di un diritto a sapere e che inventa procedure e sottoregole anche laddove non sono previste. Talora è atteggiamento omertoso, per coprire magagne o decisioni poco limpide. Ma è anche un atteggiamento politico e dirigistico il cui peggiore esponente in questi mesi è stato Romano Prodi. È sua la prassi disdicevole di andarsene all’estero, aspettare un po’ di giornalisti e poi dichiarare: «È deciso, si fa, per rispettare gli impegni che abbiamo preso». Lo ha fatto per la base Usa di Vicenza, lo ha ripetuto in questi giorni per la Tav della val di Susa. Quali impegni? Presi da chi, quando, dove, come, chiederà uno, memore delle cinque W d’oro del giornalismo. Nessuna risposta.

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Metti un widget nella casa base

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

 

Siti, profili, gadget dinamici. Dilaga nel web la mania di aprire un box che dalla propria pagina personale consenta di ricevere prestazioni esterne e di offrirne dall’interno. «Cose» software che non hanno un uso solo commerciale, ma possono alimentare il vecchio gioco della community

Franco Carlini

C’era una volta. Fino a qualche tempo fa la piattaforma di base, da cui partire per fare delle cose digitali, era il monitor del personal computer, di solito gestito dal sistema operativo Windows di Microsoft. Leggendarie battaglie vennero condotte tra la Microsoft stessa, i costruttori di computer e le case di software, per conquistare uno spazio anche piccolo, un’icona da cliccare, in quel territorio chiamato desktop. Tuttora molti software che vengono scaricati dalla rete fanno tutto il possibile, sgomitando, per comparire sul monitor con il loro simbolo, di modo che l’utente, vedendoli sempre lì, si ricordi di loro e li usi.
Ma chi accenda il computer per andare subito nell’internet, a quella scrivania virtuale getterà solo un fuggevole sguardo, affrettandosi a lanciare il suo programma di navigazione, il browser, il quale si aprirà con una pagina di partenza personale scelta da lui, cliente-sovrano. C’è chi comincia a navigare con un motore di ricerca come Google, chi da un portale come Yahoo!, chi da un sito di notizie fresche. Già qui c’è competizione: i browser cercano di essere la base di partenza di ogni navigazione, ma anche i portali e i motori ambiscono a quel ruolo. I primi, per mantenere la loro centralità, offrono ormai molti accessori (detti plug-in) che si installano nella barra di navigazione in alto, di modo che le funzionalità più utili possano essere raggiunte con un clic, ma sempre a partire dal browser stesso che svolge il ruolo di cruscotto multifunzione. I secondi offrono link verso il resto del mondo.
Il motivo di tanti sforzi per essere il perno del mondo dell’utente, è ben evidente: che si tratti di servizi gratuiti o a pagamento, o finanziati dalla pubblicità, l’importante è avere tanti clic, e essere percepiti come «casa base» dai propri clienti. Questa battaglia si sposta ora a un altro livello, quello dei widget, un fenomeno che negli ultimi mesi sta diventando una vera corsa, rincorsa e persino mania. In realtà queste «cose» software esistono almeno dagli anni ’90 e il loro nome viene dalla fusione dei sistemi a finestra di Unix X-Windows (diversi dal sistema operativo di Microsoft) e da «gadget». Indicavano dei programmi autonomi, degli oggetti, che era possibile inserire nelle interfacce grafiche dei computer per attivare alcune attività. Anche i bottoni che si vedono nei normali programmi software possono essere intesi come widget e i software per realizzare altri software ne fanno ampio uso, semplificando la vita ai programmatori.
Ma anche nel web, ora, i widget vanno dilagando: si tratta di scaricarli da uno dei molti siti che li offrono indicando in quale sito andranno installati. Da quel punto in poi, per esempio, la vostra pagina personale conterrà un box che offre certe prestazioni esterne, pescando le informazioni al di fuori del vostro sito. Per esempio si potrebbe arricchire la propria pagina con un box di previsioni del tempo, o l’andamento di borsa, o molte altre cose. La caratteristica dei web widget, infatti, è che essi vivono autonomamente dal contesto in cui sono piazzati e che si aggiornano dinamicamente.
Ma possono fare anche di più: non si limitano a «spingere» (Push) delle informazioni verso di noi, ma da noi ne possono anche ricevere. Metto sul mio sito un widget collegato a una libreria online dove compaiono le ultime novità, ma dove è anche possibile cercare nel catalogo e ordinare libri. In altre parole quello che poteva essere un banner o informazione pubblicitaria, diventa anche la filiale decentrata di un negozio. Per ogni cliente che passa quella porticina aperta sul mio sito l’inserzionista mi riconoscerà una certa somma. La differenza non è da poco: un conto è avere un link pubblicitario, cliccato il quale si salta verso il sito dell’inserzionista e altro è restare nel mio sito ma da quel box fare acquisti.
L’uso di widget del genere non è solo commerciale, però, ma anche di gruppo e comunità. Essi infatti cominciano a essere installati nei «profili» personali dei singoli membri dei social network. In quei luoghi come Myspace, Facebook, Dada e cento altri, ognuno può descrivere se stesso, mettere la propria foto, hobby, preferenze, gusti. Ma ora può mettere anche dei widget dinamici, per esempio per segnalare al suo gruppo di amici i libri che sta leggendo o i film che ha noleggiato. Ogni informazione lì inserita viene segnalata automaticamente anche agli amici dotati di analogo widget e viceversa. È sempre il gioco della community, quattro amici in rete come al bar.

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Il manager anonimo in rete

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

 

serena patierno

Il fake blogger è l’autore disonesto che denigra aziende altrui a favore della propria, o che parla con toni troppo entusiastici di un dato prodotto facendo finta di essere un semplice consumatore. E’ una sorta di Far West della comunicazione d’impresa quello che emerge dalle prestazioni di John P. Mackey, ovvero il cofondatore di Whole Foods Market, la catena americana leader nei prodotti bio. Nei giorni scorsi si è scoperto che per sette anni, con il nickname Rahodeb, ovvero un anagramma del nome della moglie Deborah, pubblicava commenti – lo ha fatto circa 1.100 volte – nelle bacheche virtuali di Yahoo! Finanza. I suoi scritti erano diretti a sostenere le azioni della propria azienda e a svalutare la rivale Wild Oats Markets, non a caso rilevata proprio dalla Whole Foods a febbraio. Mackey ha ammesso la sua intensa attività scrittoria, aggiungendo però di aver usato uno pseudonimo solo per divertimento. Ma restano le implicazioni legali: l’accusa è quella di turbativa di mercato e la Ftc (Federal trade commission) lo ha denunciato per aver sferrato un attacco scorretto al rivale proprio prima di fare un’offerta d’acquisto. Ora si è attivata anche la Commissione di controllo sulla borsa. La comunicazione online ancora una volta dimostra di essere una faccenda molto seria e delicata da gestire. La rete amplifica ogni messaggio, ma continua anche a permettere di verificare immediatamente una voce. E gli esperti del settore così come i grandi manager stanno iniziando solo ora a imparare l’arte di gestire il proprio brand e la propria reputazione in rete, collezionando buoni successi ma anche una serie di passi falsi come questo.

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Un Di Pietro sprecato

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

 

L’ultimo incontro del ministro Di Pietro con i giornalisti si è svolto la settimana scorsa. In rete, anzi in quel mondo virtuale che è Second Life, dove ormai ognuno si sente in dovere di esserci. Persino D’Alema c’è andato, sia pure con un semplice video. Di pupazzetti radunati per dialogare con quello del ministro ce n’erano un centinaio, ma l’evento è stato una delusione (per un resoconto vedi http://www.visionpost.it/index.asp?C=8&I=2078). Infatti Di Pietro è di persona assai efficace, tanto nel linguaggio, che nelle espressioni fisiche; basti vedere i suoi filmati depositati su YouTube dove è ben vero che parla da solo, ma a ognuno sembra che parli a e per lui. Nell’isoletta di Second Life invece c’era il suo alias tipo cartoon che agitava le mani e di lui si sentiva la voce. Nel luogo deputato dell’interattività digitale, andava avanti da solo, mentre in chat i presenti gli dicevano: «ci leggi?». Il suo ufficio stampa ci ha segnalato che in effetti rispondeva alle domande inviate in anticipo dai giornalisti pre-registrati. Tutto normale e lecito, ma allora perché farlo in Second Life? Solo per dimostrare che si è di frontiera e per avere un provvisorio titolo sui giornali? Ai fini della comunicazione politica una conferenza stampa «fisica» con spazio a domande e risposte non confezionate resta senza dubbio lo strumento migliore. In rete le chat, e anche i blog, pur se fatti di solo testo, assicurano comunque immediatezza e accesso anche da lontano I filmati unidirezionali, come si è detto, possono avere la loro efficacia. Ma in Second Life, che vantaggio c’è? Molti, politici e aziende, cominciano a chiederselo. La risposta più sensata è che ne vale la pena se si è capaci di inventare forme di presenza e di dialogo specifiche di quel medium, a metà tra videogame e forum. E per farlo bisogno viverci, frequentare, «vedere gente».

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Le aree della rimozione

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

emanuela di pasqua

La memoria è sovente paragonata a un enorme archivio cui gli esseri umani possono accedere, ma è anche un sofisticato meccanismo capace di nascondere, bloccare, eliminare. Dimenticare è possibile e utile, e del resto ne parlava già Freud al tempo, alludendo al meccanismo della rimozione del ricordo, come difesa emotiva rispetto a un trauma. Ora i ricercatori dell’Università del Colorado hanno osservato, grazie alla risonanza magnetica (Fmri), le aree cerebrali coinvolte nella rimozione dei ricordi sgradevoli. Hanno infatti potuto osservare l’attività del cervello in tempo reale quando alle persone cui viene chiesto di abbandonare un ricordo. L’esperimento ha coinvolto 18 volontari adulti cui è stato domandato di associare le foto di alcuni volti con quelle di incidenti d’auto o altre immagini traumatiche. Ciascun viso è stato mostrato una dozzina di volte ai volontari, cui successivamente veniva chiesto di provare a ricordare o rimuovere l’immagine negativa a questi associata. Osservando l’intenso lavorio in cui era coinvolta la loro mente, gli esperti hanno identificato le zone interessate. In particolare i due territori cerebrali identificati sono l’ippocampo (struttura indispensabile alla fissazione della traccia di memoria) e l’amigdala. Dalla ricerca, pubblicata sulla rivista Science, emerge che le aree cerebrali attivate dalla soppressione del ricordo sarebbero più numerose di quelle utilizzate per richiamare un dato alla memoria.
Già nel 2004 un team di studiosi guidati da Michael Anderson (a capo del Memory Control Lab del dipartimento di psicologia dell’Università dell’Oregon) mostrò per la prima volta i meccanismi legati alla soppressione del ricordo. Il valore aggiunto del recente studio sta nell’aver confrontato le zone del ricordo a quelle della rimozione, individuando un terreno comune.

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Ecco il Development 2.0

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

Oltre la Banca mondiale ecco il Development 2.0

Fare tesoro delle tecnologie emergenti nell’internet sociale e tradurle in campo no-profit. Gli indizi di una svolta per chi prova a cambiare il mondo

Nicola Bruno

Il web 2.0 può portare a un cambiamento di paradigma nelle politiche di cooperazione? E cioè, forzando la metafora numerica dei programmatori informatici, stiamo assistendo al superamento dello Sviluppo 1.0, quello rappresentato da Onu, Banca Mondiale e gran parte delle organizzazioni non governative? A osservare il fermento che si respira in rete, verrebbe da rispondere sì, è in atto una transizione verso un nuovo modello di sviluppo, la versione 2.0.
Gli indizi di una svolta arrivano ormai da più fronti, e soprattutto da piccole, coraggiose start-up come Kiva, GlobalGiving, Change: che hanno fatto tesoro delle tecnologie emergenti nell’Internet sociale e stanno provando a tradurle nel campo no-profit. Il risultato è un’alterazione radicale dei rapporti comunicativi e dei processi organizzativi, su più livelli: raccolta di fondi (fund rising), servizi per i membri, arruolamento di volontari, sostenibilità economica, capacità di coinvolgimento. Tutto ciò mentre gran parte degli attori tradizionali – a cominciare dalla criticatissima Banca Mondiale, ma il discorso vale anche per molte Ong – stanno vivendo una fase di declino e sfiducia generalizzata per efficacia d’intervento e capacità di mobilitazione.
«Forse è troppo presto per dire se stiamo realmente assistendo al nascere di un nuovo paradigma di sviluppo» – spiegano Giulio Quaggiotto e Pierre Wielezynski in un saggio pubblicato di recente (http://www.freepint.com/issues/240507.htm#feature ). «Piuttosto, ci troviamo in una fase di transizione in cui le Ong e le istituzioni tradizionali iniziano a provare le acque del web 2.0, mentre, su un fronte più innovativo, emergono start-up il cui modello di business è basato interamente sulle opportunità del web 2.0». E proprio dalle avanguardie più creative della rete, aggiungono i due autori, arrivano alcune indicazioni preziose su un altro sviluppo possibile: la coda lunga delle donazioni, come modello di business; mash-up e database aperti, per la condivisione di dati e buone pratiche; software sociali per movimentare l’attivismo politico.
La coda lunga delle donazioni
Dimenticate pure le lettere (spesso per niente spontanee) ricevute dal bambino adottato a distanza o i bollettini postali dalla causale quanto mai generica («Un pozzo in Sudan»). Dal web 2.0 può arrivare una lezione di trasparenza e fiducia senza precedenti, in quanto a informazioni sull’utilizzo dei fondi. I nuovi servizi di finanziamenti online permettono un monitoraggio puntuale dei progetti sostenuti, con l’accesso a informazioni aggiornate sullo stato di avanzamento, documentazione fotografica, possibilità di interazione diretta. La disintermediazione si sta poi spostando anche a monte del processo, con strumenti che consentono di personalizzare le donazioni, finanziando la causa più aderente ai propri interessi, anche se di nicchia. Ma c’è di più: il vero punto di rottura con le pratiche tradizionali è ormai rappresentato dai sistemi di micro-prestiti. A fare scuola è stata Kiva.org, presto seguita a ruota da tutta una schiera di servizi-cloni. Il meccanismo si sta rivelando efficace al di là di ogni più rosea previsione: pensate ad una eBay solidale, dove invece di acquistare beni di consumo, si prestano piccole quote di denaro a un contadino vietnamita che ha bisogno di nuovi attrezzi o a una donna del Senegal che vuole avviare una panetteria. Anche qui, la rete permette massima trasparenza sull’utilizzo dei fondi e il consolidamento di legami più umani tra i contraenti. E, per chi proprio non si fida, basti il dato che il 99% dei prestiti vengono sempre restituiti (vedi il precedente articolo http://chipsandsalsa.wordpress.com/2006/10/14/il-microcredito-e-on-line/)
Per condividere le conoscenze
Una delle definizioni più calzanti di web 2.0 è sicuramente quella di «Internet come piattaforma di servizi e contenuti condivisi». Più che descrivere un fenomeno ancora lontano dall’essere realtà, questa spiegazione coglie bene una programma di sviluppo della rete in cui: a) i database sono in grado di incorporare e dare valore alle informazioni inserite dagli utenti; b) i servizi vengono aperti ai mash-up (termine con cui si intende un’applicazione web ibrida, che include dinamicamente risorse provenienti da altre fonti). La condivisione aperta di dati, statistiche, know-how, risultati, è un’altra delle occasioni che la rete può offrire a chi si occupa di cooperazione. Si pensi alla mancanza cronica di informazioni per le organizzazioni impegnate nella salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio culturale. Non si tratta semplicemente di pubblicare i propri dati online, ma di renderli facilmente accessibili e ulteriormente implementabili da parte di utenti terzi. Il che può rivelarsi strategico anche per coordinare tante azioni e sforzi che spesso vanno a sovrapporsi per reciproca «ignoranza».
Qui i servizi di riferimento sono i wiki, la georeferenzializzazione, l’organizzazione degli archivi per etichette (tag), i servizi di condivisione per presentazioni e ricerche, i tool per la realizzazione di grafici animati. Ovviamente, tutto si gioca sull’apertura dei sistemi e la loro effettiva interoperabilità, come ci indicano diversi esempi di successo.
Software agonistici
Negli ultimi mesi su queste pagine sono state presentate diverse posizioni eterodosse rispetto a tanta euforia che circonda la nuova ondata di Internet: contenuti generati dal basso utilizzati dalle corporation per generare profitti a insaputa degli autori; social network chiusi come giardini murati; software addestrati per tenere «a guinzaglio» gli utenti; la «grande conversazione» che diventa vezzo autoreferenziale; e via dicendo. Ad essere additati sono in primo luogo i servizi commerciali, quelli cioè posizionati sulla ‘testa corta’ della rete, ultimamente tutti in ansia da profitto, anche a costo di rinnegare le promesse utopiche della rete. Blog, wiki, tagging collettivo e tool partecipativi vari sopravviveranno mai a tutto ciò? «I nuovi strumenti collaborativi – sottolineano Don Tapscott e Anthony Williams in Wikinomics – non saranno utili solo per interessi commerciali, ma aiuteranno anche la gente a compiere azioni di pubblico interesse, come curare le malattie genetiche, fare predizioni sui cambiamenti climatici, trovare nuovi pianeti e stelle». O dare una voce a chi non ce l’ha: come fa l’ottimo aggregatore di blog Global Voices. In effetti, se c’è un ambito in cui molti dei presupposti della prima e seconda Internet dovrebbero trovare terreno fertile, questo è proprio quello della cooperazione allo sviluppo. Anche perché non c’è bisogno di impiantare nessuna utopia in modo artificiale: è un settore già predisposto all’economia del dono, al coinvolgimento disinteressato, alla condivisione di esperienze.
Se è vero, come dice Clay Shirky, che «il social software è l’ala sperimentale della filosofia politica», dalla transizione allo Sviluppo 2.0 vedremo consolidarsi un nuovo modello di agonismo politico, in cui manifestazioni virtuali, gesti di micro-solidarietà, condivisione di beni e pratiche comuni, auto-organizzazione dal basso, saranno le strategie messe in campo da chi vuole provare a cambiare il mondo.

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Tutti i luoghi del nuovo attivismo da network

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

 

Ovvero come si stanno trasformando i modelli di business per lo sviluppo. Dalla mediazione ridotta all’osso alla cooperazione ambientale, al «proprio» pc che cambia il mondo. Fino alla necessaria divulgazione del no-profit

N. B.

Il servizio più radicale e promettente è senza dubbio Kiva, network di micro-credito ispirato alla Grameen Bank di Muhammad Yunus.
Donare
Mediazione ridotta all’osso, sponsorship per favorire l’impegno in prima persona, feedback sui risultati, ampio ricorso a tool virali. Ottimo anche GlobalGiving: il meccanismo è lo stesso di Kiva, ma il focus è su progetti a più ampio raggio. Apertura alle partnership con organizzazioni governative e non.
Tra i tanti cloni (Changing The Present, Reality Charity, Network for Good), segnaliamo Modest Needs, servizio «preventivo» per la povertà della porta accanto: ospita le richieste di denaro di persone sull’orlo dell’indigenza. First Giving ed Entango possono tornare utile ad associazioni e Ong intenzionate a raccogliere fondi secondo le logiche della rete. Molte strade della coda lunga restano ancora da esplorare: si vedano le donazioni indirette attraverso i motori di ricerca solidali (GoodSearch, Ripper) e i guadagni pubblicitari devoluti (Socially Given, la campagna di Msn Messenger «I’m making a difference»).
Raccogliere e condividere
Qui le cose migliori vengono dalla cooperazione ambientale. Conservation Commons è un esempio illuminante: aggrega dati e informazioni sulla biodiversità globale allo scopo di diventare il più grande archivio di esperienze condivise sul tema, all’insegna dell’open, l’interoperabilità e il riuso. Altrettanto aperto l’approccio di Open Architecture Network, community per la condivisione di progetti abitativi innovativi e a basso costo. Tutti i materiali sono protetti da licenza Creative Commons e possono essere ulteriormente implementati e riutilizzati. Sul fronte statistico, interessante Swivel (una sorta di Flickr per grafici e dati), ma la palma del migliore va a GapMinder, lo spettacolare tool di Hans Rosling, pensato per visualizzare in maniera più efficace i dati sullo sviluppo. E quindi sensibilizzare meglio anche chi non ha dimestichezza con percentuali e diagrammi. Altro ambito da tenere sott’occhio è la georeferenzializzazione e soprattutto l’encomiabile Google Earth Outreach per la mappatura dal basso dei fenomeni più vari: dai genocidi in Darfur ai progetti del Wwf in corso. Segnaliamo infine Wepoco e il suo mash-up sperimentale per aggregare informazioni meteorologiche e redistribuirle via cellulare ai contadini dell’Etiopia.
Attivarsi
Ovvero come provare a cambiare il mondo dal proprio pc. A fare scuola è Change.org, servizio pensato per mettere in rete Ong, politici, attivisti e chiunque voglia portare avanti una battaglia come web 2.0 comanda. Quindi uso estensivo di tag, forum, risorse multimediali. Lo scopo è fare massa critica di utenti con interessi simili, mettendoli in contatto diretto con associazioni e politici (da notare la massiccia presenza dei candidati alle primarie Usa). Simile, ma dedicato ai temi della sostenibilità è Make Me Sustainable: permette di calcolare il proprio impatto ambientale quotidiano, suggerisce diete correttive, spinge alla mobilitazione e alla creazione di gruppi attivi su cause specifiche. Mobile Active prova invece a far passare la rivoluzione per i telefoni cellulari: elabora progetti per rafforzare l’impegno civico, supporta strumenti per campagne in qualsiasi parte del mondo. Singolare, poi, la forma di attivismo di PledgeBank, presente anche in Italia con una versione locale. Marco, ad esempio, si è impegnato a “realizzare una petizione on line da presentare alla RAI perchè ci parli degli abusi delle Compagnie Petrolifere in Nigeria ma solamente se 100 altre persone si impegneranno firmarla”. Il traguardo è stato raggiunto.
Informarsi
Tech Soup è una buona risorsa online per le ong intenzionate a migliorare le proprie capacità comunicative e tecnologiche. Ancora meglio Net Squared, progetto di divulgazione del web sociale per chi opera nel no-profit. All’indirizzo http://nptechbestpractices.pbwiki.com/ si trova un wiki per condividere strumenti e pratiche 2.0 di successo. Infine, NetAction.org ha pubblicato un’utile guida dal titolo «The virtual activist 2.0».

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Un football finanziato e diretto dai tifosi

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

 

Il mio club 35 sterline di quota per proporne l’acquisto. Con 50 soci si compra

Gabriele De Palma

William Brooks è un inglese di 36 anni che lavora in una agenzia pubblicitaria, ma soprattutto è un grande tifoso del Fulham, squadra della Premier League acquistata dieci anni fa dal miliardario Mohamed Al Fayed (il padre di Dodi) in cui ha militato anche l’italiano Vincenzo Montella lo scorso anno. Prima che la società passasse nelle mani del facoltoso Al Fayed, il Fulham era una squadra minore, che quasi mai se la giocava con le migliori, sempre a faticare tra la Premier League e le serie inferiori. Brooks era in quel periodo uno dei tanti tifosi delusi e come tanti altri non condivideva le scelte dell’allenatore, né della società. «Quando vedevo i tifosi allo stadio pensavo: se solo ognuno mettesse mille sterline la nostra squadra sarebbe migliore». Altrove, e anche in Italia, i fan delusi si sfogano con il Fantacalcio, ma Brooks, appassionato di tecnologie digitali, ha battuto un’altra strada. Nell’aprile scorso ha deciso di dare seguito alle sue fantasie infantili e ha aperto un sito collaborativo: MyFootballClub (www.myfootballclub.co.uk/).
Il progetto funziona così: ci si registra per 35 sterline che sono una somma significativa, ma ben più ragionevole dalle mille ipotizzate dal Brooks adolescente, e si diventa soci per un anno. La quota dà diritto a proporre un club di calcio esistente da acquistare. Una volta raggiunta la registrazione del socio numero 50 mila, con i soldi raccolti si cercherà di acquistare un club. Attualmente sul sito sono registrati 45 mila soci, non solo inglesi ma anche argentini, spagnoli e statunitensi e quindi l’obbiettivo numerico è vicino. «Probabilmente riusciremo a permetterci un club delle categorie minori, di quinta o sesta divisione (l’equivalente della nostra serie D, ndr) – ha dichiara il fondatore in una lunga intervista rilasciata al sito Assigment Zero – ma vedremo cosa deciderà la maggioranza».
Il club calcistico comprato dalle masse e da loro gestito, difficilmente si realizzerà, almeno nella sua forma più ambiziosa, ma certo è in linea con le tendenze più recenti del Web. Comunità provvisorie che si formano volontariamente attorno a un obbiettivo comune, eventualmente transitorio, e in cui sia le risorse che la gestione sono affidate ai finanziamenti e alla presa di parola dei partecipanti, dal basso. In altri termini è la filosofia della saggezza delle masse, come suona il titolo dell’ottimo libro di James Surowiecki, «The Wisdom of Crowds», la cui idea di fondo suona così: «perché i molti sono più intelligenti dei pochi». La tesi del giornalista del New Yorker è che in moltissimi casi gli esperti del ramo sbagliano giudizi e previsioni, mentre le masse, per un puro effetto statistico, ci azzeccano molto meglio.
Secondo William Brooks, dunque, una volta comprata una squadra, saranno i soci, in base a un principio di democrazie diretta, a scegliere la formazione: tattica e uomini. E la gestione collettiva del club riguarderà tutti gli aspetti del caso, dalla campagna acquisti, alla scelta dell’allenatore, dai lavori di miglioramento dello stadio alle iniziative per i tifosi. Un unico vincolo: le spese non potranno mai eccedere le entrate.
L’allenatore quindi cosa farà? «L’allenatore allena la squadra, e i video degli allenamenti saranno pubblicati sul sito, ogni socio potrà visionarli e valutare chi è più in forma, dopodiché vota la sua formazione tipo e l’allenatore si adegua alla scelta della maggioranza». Ovviamente l’allenatore ha potere propositivo e Brooks si aspetta che la maggioranza dei soci rispetti le sue decisioni, «ma quante volte mi è capitato di andare allo stadio e sentire tutti i tifosi chiedere una sostituzione che poi si è rivelata giusta?», si interroga retoricamente l’ideatore di MyFootballClub. “Il calcio è una delle principali dimostrazione che l’intelligenza delle masse funziona”, sentenzia Brooks.
Le molte staffette e alternative che hanno accompagnato la storia del calcio troverebbero finalmente una soluzione inappellabile. Mazzola o Rivera, Del Piero o Baggio, Totti rotto sì, Totti rotto no? «L’allenatore avrebbe il grande vantaggio di non inimicarsi la piazza» e in effetti nessuno potrebbe prendersela con lui per le scelte fatte. All’amministrazione ordinaria del club, la gestione quotidiana, penserebbero 8 dipendenti sempre stipendiati dai soci. Inoltre un quarto della quota associativa sarà utilizzata per mantenere e potenziare il sito. E se il progetto non avesse buon esito? In quel caso la quota associativa verrà restituita e gli eventuali guadagni versati in beneficenza. Forza ragazzi.

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