Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archivio per la categoria ‘altruismo’

Ecco il Development 2.0

Pubblicato da franco carlini su 19 luglio, 2007

Oltre la Banca mondiale ecco il Development 2.0

Fare tesoro delle tecnologie emergenti nell’internet sociale e tradurle in campo no-profit. Gli indizi di una svolta per chi prova a cambiare il mondo

Nicola Bruno

Il web 2.0 può portare a un cambiamento di paradigma nelle politiche di cooperazione? E cioè, forzando la metafora numerica dei programmatori informatici, stiamo assistendo al superamento dello Sviluppo 1.0, quello rappresentato da Onu, Banca Mondiale e gran parte delle organizzazioni non governative? A osservare il fermento che si respira in rete, verrebbe da rispondere sì, è in atto una transizione verso un nuovo modello di sviluppo, la versione 2.0.
Gli indizi di una svolta arrivano ormai da più fronti, e soprattutto da piccole, coraggiose start-up come Kiva, GlobalGiving, Change: che hanno fatto tesoro delle tecnologie emergenti nell’Internet sociale e stanno provando a tradurle nel campo no-profit. Il risultato è un’alterazione radicale dei rapporti comunicativi e dei processi organizzativi, su più livelli: raccolta di fondi (fund rising), servizi per i membri, arruolamento di volontari, sostenibilità economica, capacità di coinvolgimento. Tutto ciò mentre gran parte degli attori tradizionali – a cominciare dalla criticatissima Banca Mondiale, ma il discorso vale anche per molte Ong – stanno vivendo una fase di declino e sfiducia generalizzata per efficacia d’intervento e capacità di mobilitazione.
«Forse è troppo presto per dire se stiamo realmente assistendo al nascere di un nuovo paradigma di sviluppo» – spiegano Giulio Quaggiotto e Pierre Wielezynski in un saggio pubblicato di recente (http://www.freepint.com/issues/240507.htm#feature ). «Piuttosto, ci troviamo in una fase di transizione in cui le Ong e le istituzioni tradizionali iniziano a provare le acque del web 2.0, mentre, su un fronte più innovativo, emergono start-up il cui modello di business è basato interamente sulle opportunità del web 2.0». E proprio dalle avanguardie più creative della rete, aggiungono i due autori, arrivano alcune indicazioni preziose su un altro sviluppo possibile: la coda lunga delle donazioni, come modello di business; mash-up e database aperti, per la condivisione di dati e buone pratiche; software sociali per movimentare l’attivismo politico.
La coda lunga delle donazioni
Dimenticate pure le lettere (spesso per niente spontanee) ricevute dal bambino adottato a distanza o i bollettini postali dalla causale quanto mai generica («Un pozzo in Sudan»). Dal web 2.0 può arrivare una lezione di trasparenza e fiducia senza precedenti, in quanto a informazioni sull’utilizzo dei fondi. I nuovi servizi di finanziamenti online permettono un monitoraggio puntuale dei progetti sostenuti, con l’accesso a informazioni aggiornate sullo stato di avanzamento, documentazione fotografica, possibilità di interazione diretta. La disintermediazione si sta poi spostando anche a monte del processo, con strumenti che consentono di personalizzare le donazioni, finanziando la causa più aderente ai propri interessi, anche se di nicchia. Ma c’è di più: il vero punto di rottura con le pratiche tradizionali è ormai rappresentato dai sistemi di micro-prestiti. A fare scuola è stata Kiva.org, presto seguita a ruota da tutta una schiera di servizi-cloni. Il meccanismo si sta rivelando efficace al di là di ogni più rosea previsione: pensate ad una eBay solidale, dove invece di acquistare beni di consumo, si prestano piccole quote di denaro a un contadino vietnamita che ha bisogno di nuovi attrezzi o a una donna del Senegal che vuole avviare una panetteria. Anche qui, la rete permette massima trasparenza sull’utilizzo dei fondi e il consolidamento di legami più umani tra i contraenti. E, per chi proprio non si fida, basti il dato che il 99% dei prestiti vengono sempre restituiti (vedi il precedente articolo http://chipsandsalsa.wordpress.com/2006/10/14/il-microcredito-e-on-line/)
Per condividere le conoscenze
Una delle definizioni più calzanti di web 2.0 è sicuramente quella di «Internet come piattaforma di servizi e contenuti condivisi». Più che descrivere un fenomeno ancora lontano dall’essere realtà, questa spiegazione coglie bene una programma di sviluppo della rete in cui: a) i database sono in grado di incorporare e dare valore alle informazioni inserite dagli utenti; b) i servizi vengono aperti ai mash-up (termine con cui si intende un’applicazione web ibrida, che include dinamicamente risorse provenienti da altre fonti). La condivisione aperta di dati, statistiche, know-how, risultati, è un’altra delle occasioni che la rete può offrire a chi si occupa di cooperazione. Si pensi alla mancanza cronica di informazioni per le organizzazioni impegnate nella salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio culturale. Non si tratta semplicemente di pubblicare i propri dati online, ma di renderli facilmente accessibili e ulteriormente implementabili da parte di utenti terzi. Il che può rivelarsi strategico anche per coordinare tante azioni e sforzi che spesso vanno a sovrapporsi per reciproca «ignoranza».
Qui i servizi di riferimento sono i wiki, la georeferenzializzazione, l’organizzazione degli archivi per etichette (tag), i servizi di condivisione per presentazioni e ricerche, i tool per la realizzazione di grafici animati. Ovviamente, tutto si gioca sull’apertura dei sistemi e la loro effettiva interoperabilità, come ci indicano diversi esempi di successo.
Software agonistici
Negli ultimi mesi su queste pagine sono state presentate diverse posizioni eterodosse rispetto a tanta euforia che circonda la nuova ondata di Internet: contenuti generati dal basso utilizzati dalle corporation per generare profitti a insaputa degli autori; social network chiusi come giardini murati; software addestrati per tenere «a guinzaglio» gli utenti; la «grande conversazione» che diventa vezzo autoreferenziale; e via dicendo. Ad essere additati sono in primo luogo i servizi commerciali, quelli cioè posizionati sulla ‘testa corta’ della rete, ultimamente tutti in ansia da profitto, anche a costo di rinnegare le promesse utopiche della rete. Blog, wiki, tagging collettivo e tool partecipativi vari sopravviveranno mai a tutto ciò? «I nuovi strumenti collaborativi – sottolineano Don Tapscott e Anthony Williams in Wikinomics – non saranno utili solo per interessi commerciali, ma aiuteranno anche la gente a compiere azioni di pubblico interesse, come curare le malattie genetiche, fare predizioni sui cambiamenti climatici, trovare nuovi pianeti e stelle». O dare una voce a chi non ce l’ha: come fa l’ottimo aggregatore di blog Global Voices. In effetti, se c’è un ambito in cui molti dei presupposti della prima e seconda Internet dovrebbero trovare terreno fertile, questo è proprio quello della cooperazione allo sviluppo. Anche perché non c’è bisogno di impiantare nessuna utopia in modo artificiale: è un settore già predisposto all’economia del dono, al coinvolgimento disinteressato, alla condivisione di esperienze.
Se è vero, come dice Clay Shirky, che «il social software è l’ala sperimentale della filosofia politica», dalla transizione allo Sviluppo 2.0 vedremo consolidarsi un nuovo modello di agonismo politico, in cui manifestazioni virtuali, gesti di micro-solidarietà, condivisione di beni e pratiche comuni, auto-organizzazione dal basso, saranno le strategie messe in campo da chi vuole provare a cambiare il mondo.

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Tutti i luoghi del nuovo attivismo da network

Pubblicato da franco carlini su 19 luglio, 2007

 

Ovvero come si stanno trasformando i modelli di business per lo sviluppo. Dalla mediazione ridotta all’osso alla cooperazione ambientale, al «proprio» pc che cambia il mondo. Fino alla necessaria divulgazione del no-profit

N. B.

Il servizio più radicale e promettente è senza dubbio Kiva, network di micro-credito ispirato alla Grameen Bank di Muhammad Yunus.
Donare
Mediazione ridotta all’osso, sponsorship per favorire l’impegno in prima persona, feedback sui risultati, ampio ricorso a tool virali. Ottimo anche GlobalGiving: il meccanismo è lo stesso di Kiva, ma il focus è su progetti a più ampio raggio. Apertura alle partnership con organizzazioni governative e non.
Tra i tanti cloni (Changing The Present, Reality Charity, Network for Good), segnaliamo Modest Needs, servizio «preventivo» per la povertà della porta accanto: ospita le richieste di denaro di persone sull’orlo dell’indigenza. First Giving ed Entango possono tornare utile ad associazioni e Ong intenzionate a raccogliere fondi secondo le logiche della rete. Molte strade della coda lunga restano ancora da esplorare: si vedano le donazioni indirette attraverso i motori di ricerca solidali (GoodSearch, Ripper) e i guadagni pubblicitari devoluti (Socially Given, la campagna di Msn Messenger «I’m making a difference»).
Raccogliere e condividere
Qui le cose migliori vengono dalla cooperazione ambientale. Conservation Commons è un esempio illuminante: aggrega dati e informazioni sulla biodiversità globale allo scopo di diventare il più grande archivio di esperienze condivise sul tema, all’insegna dell’open, l’interoperabilità e il riuso. Altrettanto aperto l’approccio di Open Architecture Network, community per la condivisione di progetti abitativi innovativi e a basso costo. Tutti i materiali sono protetti da licenza Creative Commons e possono essere ulteriormente implementati e riutilizzati. Sul fronte statistico, interessante Swivel (una sorta di Flickr per grafici e dati), ma la palma del migliore va a GapMinder, lo spettacolare tool di Hans Rosling, pensato per visualizzare in maniera più efficace i dati sullo sviluppo. E quindi sensibilizzare meglio anche chi non ha dimestichezza con percentuali e diagrammi. Altro ambito da tenere sott’occhio è la georeferenzializzazione e soprattutto l’encomiabile Google Earth Outreach per la mappatura dal basso dei fenomeni più vari: dai genocidi in Darfur ai progetti del Wwf in corso. Segnaliamo infine Wepoco e il suo mash-up sperimentale per aggregare informazioni meteorologiche e redistribuirle via cellulare ai contadini dell’Etiopia.
Attivarsi
Ovvero come provare a cambiare il mondo dal proprio pc. A fare scuola è Change.org, servizio pensato per mettere in rete Ong, politici, attivisti e chiunque voglia portare avanti una battaglia come web 2.0 comanda. Quindi uso estensivo di tag, forum, risorse multimediali. Lo scopo è fare massa critica di utenti con interessi simili, mettendoli in contatto diretto con associazioni e politici (da notare la massiccia presenza dei candidati alle primarie Usa). Simile, ma dedicato ai temi della sostenibilità è Make Me Sustainable: permette di calcolare il proprio impatto ambientale quotidiano, suggerisce diete correttive, spinge alla mobilitazione e alla creazione di gruppi attivi su cause specifiche. Mobile Active prova invece a far passare la rivoluzione per i telefoni cellulari: elabora progetti per rafforzare l’impegno civico, supporta strumenti per campagne in qualsiasi parte del mondo. Singolare, poi, la forma di attivismo di PledgeBank, presente anche in Italia con una versione locale. Marco, ad esempio, si è impegnato a “realizzare una petizione on line da presentare alla RAI perchè ci parli degli abusi delle Compagnie Petrolifere in Nigeria ma solamente se 100 altre persone si impegneranno firmarla”. Il traguardo è stato raggiunto.
Informarsi
Tech Soup è una buona risorsa online per le ong intenzionate a migliorare le proprie capacità comunicative e tecnologiche. Ancora meglio Net Squared, progetto di divulgazione del web sociale per chi opera nel no-profit. All’indirizzo http://nptechbestpractices.pbwiki.com/ si trova un wiki per condividere strumenti e pratiche 2.0 di successo. Infine, NetAction.org ha pubblicato un’utile guida dal titolo «The virtual activist 2.0».

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Il bene comune della cooperazione

Pubblicato da franco carlini su 3 maggio, 2007

 

Il volto nuovo del capitalismo. «La ricchezza della rete», l’ambizioso saggio dello studioso statunitense Yochai Benkler

Benedetto Vecchi

Il libro di Yochai Benkler La ricchezza della rete (Università Bocconi Editore, pp. 624, euro 34,50) è decisamente ambizioso e bene hanno fatto queste pagine a dedicargli attenzione (il manifesto del 26/04/07). In oltre seicento pagine vuol mettere a fuoco il come e il perché Internet ha cambiamo i rapporti sociali di produzione, la costruzione dell’opinione pubblica e l’attività di governo nelle società capitalistiche. Da questo punto di vista è un saggio che si colloca nel solco tracciato da Manuel Castells nella trilogia The age of information (tradotta sempre dall’Università Bocconi con il titolo L’età dell’informazione), ma con la convinzione che, mentre lo studioso catalano fissava le coordinate di una transizione dalla società industriale a quella «informazionale», ora quella fase si è definitivamente conclusa lasciando in eredità un’ «attività cooperativa non proprietaria» che è diventata, attraverso Internet e l’uso diffuso delle tecnologie digitali, l’elemento propulsivo delle economie capitalistiche contemporanee. Da questo punto di vista, l’analisi di Benkler è però più radicale nella critica di un certo determinismo tecnologico di quanto non lo sia quella di Castells, perché considera dirimente elaborare la portata di quella cooperazione sociale e produttiva che ha la sue esemplificazioni nella produzione di software open source, nel giornalismo «amatoriale», in wikipedia, nell’esperienza di siti come YouTube, MySpace, ma anche in quei peer review che vedono il coinvolgimento attivo dei consumatori nell’attivare processi innovativi tanto di prodotto che del processo lavorativo.

Una contraddizione all’opera
Il punto di partenza de La ricchezza della rete sono quelle attitudini collettive e modi di essere che considerano l’informazione e la conoscenza un «bene comune» che non può essere privatizzato e che è usato come materia prima per la produzione di merci (qui la distinzione tra produzione materiale e immateriale è a ragione lasciata alle ortiche). Da qui la contraddizione che Benkler prova a risolvere, quella che concerne una materia prima che non è di proprietà di nessuno e che tale deve rimanere, ma che viene usata per sviluppare attività economiche che rispondono a una logica capitalistica.
In passato, agli albori dello sviluppo capitalistico, c’erano altre materie prime che venivano considerate «beni comuni», ma con la stagione delle enclosures sono divenute, è cosa nota, proprietà privata di qualcuno. Non che questo non avvenga nel «capitalismo informazionale», ma chi resiste alla privatizzazione dell’informazione e della conoscenza persegue, secondo Benkler, l’obiettivo di sviluppare un’attività economica che consegue profitti e al tempo stesso preserva il carattere comune dell’informazione e della conoscenza.
La contraddizione che Benkler segnala è dunque quella tra un’attività cooperativa non proprietaria e un’economia capitalistica che vede nella proprietà privata un suo architrave. Il case study a portata di mano è ovviamente il software open source o quello del free-software. Lo studioso americano ricorda il successo del sistema operativo Gnu-Linux e di come minacci da vicino l’egemonia di Microsoft, dopo averne demolito il monopolio nei sistemi operativi. Le ragioni del successo di Linux sta, sostiene Benkler, in quella dimensione cooperativa che vede il coinvolgimento di centinaia di migliaia di programmatori, analisti di sistema e «softwaristi per hobby» che sono riusciti a creare un modello organizzativo basato sulla condivisione, l’assenza di gerarchie e, qui l’elemento non previsto, i cui risultati possono essere usati da chiunque rispetti la «logica non proprietaria» che hanno portato a produrre il software.
Ma è questa la logica che muove la produzione di informazione nel web. Da questo punto di vista, la rete consente di sviluppare siti informativi che vedono il coinvolgimento di chiunque acceda, tramite un semplice click del mouse, al sito, perché sono pagine Internet gestite con un software, quasi sempre non proprietario, che prevede l’interattività tra tutte le persone che vi scrivono o depositano materiali video. Per Benkler, i blog, come i siti informativi, non stanno distruggendo i media tradizionali, ma ne stanno minando il monopolio. Che poi diventino siti che attraggono inserzioni pubblicitarie, portando dollari nelle tasche di chi li gestisce – i casi, ad esempio, dei blog slashdot o boing boing, solo per citare i più noti, non significa che perdono la loro vocazione originaria: essere cioè «attività ccoperative non proprietarie». Lo stesso si può dire per la produzione e circolazione di conoscenza, se si pensa al successo di wikipedia.
Il giornalismo on line modifica inoltre la formazione dell’opinione pubblica e dunque il rapporto tra governo e governati, perché, sostiene sempre Benkler, la circolazione delle informazione permette un controllo diffuso sull’operato tanto dei governi che delle imprese. Per lo studioso americano, Internet è quanto più si avvicina all’agorà di aristotelica memoria, un regno cioè della democrazia assoluta in cui è possibile esercitare un potere di interdizione sull’operato del sovrano usando una tastiera e un mouse.

La cooperazione vincente
Siamo dunque in una realtà profondamente differente dalle società industriali, anche se La ricchezza della rete paga un pedaggio troppo alto a una visione acritica dei fenomeni in atto. Ma il libro di Benkler non si propone però come una critica del capitalismo informazionale. La sua importanza risiede nel definire appunto quella contraddizione tra «attività cooperativa non proprietaria» e economia capitalistica. Così, le leggi draconiane sulla proprietà intellettuale non riescono a bloccare la condivisione di sapere e conoscenze in quanto tratto distintivo di Internet (lo studioso finlandese Pekka Himanen ha parlato di una inedita riedizione di quel «comunismo dei ricercatori» che animava in passato la comunità scientifica). Allo stesso tempo, l’open source è la rappresentazione del conflitto tra l’«attività cooperativa non proprietaria» e la produzione capitalistica en general. E altrettanto condivisibile è la sottolineatura che l’autore fa su come le strategie imprenditoriali stiano facendo proprie le tecniche del «networking sociale». In altri termini, ciò che mette a fuoco Benkler è il conflitto tra una cooperazione sociale produttiva e le regole della società capitalistica. È su questo crinale, oltre alla mole di dati che il libro presenta, che emerge la rilevanza delle analisi presenti ne La ricchezza della rete. Non è tanto quindi la compatibilità tra il «networking sociale» e il capitalismo, ma nel considerare centrale il conflitto tra questa «attività cooperativa non proprietaria» e il capitalismo.

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Al mercato delle virtù

Pubblicato da franco carlini su 25 gennaio, 2007


Il governo norvegese non guarda in faccia a nessuno e con i suoi petrodollari boccia le aziende scorrette. Cominciando con Wal-Mart

Patrizia Feletig
E’ possibile applicare l’etica in un mercato dominato dal dio denaro? Sul dilemma si sono arrovellati filosofi, moralisti ed economisti sin dai tempi di Aristotele. Il tema è attuale, viste le recenti ombre allungatesi sulla Fondazione Bill e Melinda Gates che da un lato aiuta poveri, malati e bambini del mondo donando, nel 2005, 1,4 miliardi di dollari. Dall’altro, i manager incaricati di gestire i 66 miliardi di dollari del patrimonio della fondazione investono in completa autonomia: sicché la fondazione compare anche tra gli azionisti dei peggiori inquinatori del pianeta.
Profitto e morale sono dunque inconciliabili?
Un esempio morale iportante ci viene dalla Norvegia dove nel 1990 venne costituito il Governement Petroleum Fund (GpF). Per scongiurare la «maledizione dell’oro nero» che facilmente genera corruzione, guerre civili, paralisi politica e instabilità economica, lo Storting, il parlamento del terzo paese esportatore di greggio al mondo, ha deciso di incamerare i guadagni derivanti dal petrolio e gas in un apposito fondo.
Il petrolio scoperto nel Mare del Nord negli anni ’70 dovrebbe durare per almeno altri 50 anni al ritmo di 3milioni di barili al giorno, ma intanto il regno nordico ha optato per trasformarlo in una sorta di assicurazione per la prosperità futura dei suoi 4,6 milioni di abitanti. Mosca bianca tra le nazioni petrolifere, il governo di Oslo ha optato per una via norvegese anche nella redistribuzione del capitale del fondo pari a 2,5 volte il budget statale.
Invece di pompare denaro nell’economia interna, esponendola a spinte inflazionistiche oppure elargire un dividendo annuale ai cittadini, il governo ha deciso di fissare al 4% del rendimento medio annuo il massimo dei fondi destinati alla spesa pubblica. E l’anno scorso ha trasformato la «p» di petrolio in «p» di pensioni per sostenere il sistema previdenziale quando il forziere sarà prosciugato.
La cassaforte fa capo al governo del Re Harald ed è gestita dalla Banca Centrale. Con un patrimonio di 300miliardi di dollari, investito in azioni e obbligazioni di aziende europee e straniere, il Gpf rappresenta uno degli investitori globali di maggior peso sui mercati finanziari internazionali.
Ma qui arriva la vera novità: la Norvegia ha deciso di far leva sull’investimento socialmente responsabile per esportare nel mondo del business il suo tradizionale attivismo nelle battaglie umanitarie e ambientali. Così l’istituto di credito centrale che, per legge non può possedere più del 5% del capitale, ha partecipato nel 2005 a 2.705 assemblee votando contro il 9% delle proposte dei board aziendali e a favore del 41% delle mozioni degli azionisti.
Già prima del 2004, anno di costituzione di un comitato etico interno (Advisory Council on Ethics), le scelte d’investimento del Gpf escludevano imprese di armi, alcool, quelle che impiegano lavoro minorile o sono specializzate in gioco d’azzardo. A capo della task force di 4 censori siede un filosofo, Henrik Syse. Due lauree in tasca, Università di Oslo e Boston, una carica presso il prestigioso Peace Research Institute e autore di un saggio sull’etica applicata alla vita quotidiana, ma assolutamente incapace di distinguere un’azione da un’obbligazione: quello di Syse è un curriculum inconsueto alla City.
Dal suo insediamento 18 multinazionali, di cui 12 statunitensi, sono state radiate dal portafoglio del fondo e una, la petrolifera Kerr-McGee Corp è stata reintegrata. Periodicamente il comitato presenta le sue raccomandazioni al ministro delle Finanze che, consultata l’azienda chiamata in causa, decide se dare disposizione alla banca centrale di liquidare l’investimento. Questa fase avviene in forma non pubblica per evitare tracolli del corso del titolo: anche l’etica ha il suo prezzo. Subito dopo però le motivazioni documentate sono consultabili sul sito.
«Possiamo usare la nostra posizione come azionisti per sollevare domande che riteniamo doverose. Le società che agiscono illegalmente o in modo immorale possono mettere a repentaglio la redditività degli investimenti e la solidità stessa del fondo», spiega Syse, aggiungendo che «stilare delle linee guida anche etiche per gli investimenti non ha nulla a che fare con il moralismo, attiene al buon senso». I parametri? «Da una parte ci sono i principi secondo i quali non si dovrebbe investire in alcuni tipi dì società per non diventare complici negli abusi dei diritti umani, danni ambientali o azioni palesemente non etiche. Le decisioni di questo tipo non spettano al comitato, bensì al ministero delle Finanze, e riguardano solo i casi peggiori». Sotto le critiche del comitato etico è finito anche Wal-Mart: avendo lasciato cadere nel vuoto le accuse di «sistematiche violazioni di diritti umani e del lavoro» contro minori, donne e dipendenti, a volte «puniti e rinchiusi senza motivo» la Norvegia la liquidato ogni investimento nel colosso americano. Immediata la protesta dell’ambasciata Usa.
Per saperne di più: http://www.dep.no/fin/english/topics/pension_fund/bn.html

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Patty l’ipocrita

Pubblicato da franco carlini su 18 gennaio, 2007

Il web è pieno di foto di Patty Stonesifer: una signora americana sotto i 50, ritratta dal palco di convegni sulla responsabilità sociale o meglio ancora circondata da bambini del Botswana sorridenti. È  Chief Executive Officer della fondazione Bill e Melinda Gates, la quale  dispensa aiuti miliardari nel mondo per combattere (con più soldi e efficienza delle Nazioni Unite) le malattie dei paesi più poveri come Aids e malaria. La signora però non manca di una certa dose di ipocrisia, come ben s’intende dalla sua letterina di 162 parole pubblicata domenica 14 dal Los Angeles Times. Il quotidiano aveva indagato pazientemente sulle attività della fondazione, scoprendo che essa investiva il suo patrimonio in aziende assai poco responsabili, quanto a tutela dell’ambiente e dei diritti. Nei giorni successivi un’altra Ceo, Cheryl Scott, aveva dichiarato al Seattle Times che la Fondazione, rimanendo fedele ai suoi valori, avrebbe rivisto le sue politiche di investimento: «esamineremo altre strategie che possano realizzare un ruolo responsabile e formalizzeremo il processo con cui analizziamo e controlliamo questi problemi».   

Era una generica ma saggia risposta alle critiche, ma Patty ha rimesso le cose a posto: «le storie da voi raccontate di persone che soffrono ci toccano tutti. Ma sarebbe ingenuo suggerire che un azionista possa fermare tali sofferenze. Delle modifiche nelle nostre pratiche di investimento avrebbero un impatto nullo o piccolo su tali questioni. L’attivismo degli azionisti ha fini meritevoli, ma noi pensiamo che un modo più diretto di aiutare la gente sia attraverso il finanziamento dei progetti … Il Times suggerisce che facciamo degli investimenti segreti (ma) Bill e Melinda Gates hanno sempre esaminato gli investimenti e continueranno a farlo». 

Un esempio di attivismo degli azionisti è quello di Greenpeace che come Gates ha comprato azioni di BP ma che le usa per chiedere all’azienda petrolifera di non cercare petrolio in Alaska. Le fondazioni Ford e Rockfeller hanno anch’esse politiche attive, lo conferma uno studio del sito-giornale http://www.philanthropy.com.

Il quotidiano a sua volta fa notare di avere chiesto chiarimenti alla Fondazione, di non avere avuto risposta prima della pubblicazione dell’inchiesta e che nei prospetti ufficiali (che Patty dichiara aperti) non c’è alcuna informazione su 4,3 miliardi di dollari genericamente classificati come prestiti.

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Le inchieste, quelle serie

Pubblicato da franco carlini su 11 gennaio, 2007

L’inchiesta del Los Angeles Times sugli investimenti della Fondazione Bill e Melinda Gates è in pieno svolgimento. Sono sei puntate e stanno dimostrando che mentre con una mano la Fondazione dona miliardi per combattere le malattie nei paesi poveri, come Aids e malaria, l’altra mano investe il 95 per cento del capitale in una moltitudine di imprese, molte delle quali non sono socialmente responsabili né verso l’ambiente, né verso i diritti dei lavoratori.

La schizofrenica divisione dei compiti è teorizzata dai coniugi Gates: un conto sono le azioni benefiche, altro è la valorizzazione del capitale che altrimenti si deprezzerebbe. L’inchiesta si presta a due riflessioni.

Intanto che per farla il quotidiano ha usato tre inviati (in Nigeria, Sud Africa e San Francisco) e 4 reporter-analisti di staff. Hanno lavorato probabilmente per mesi, tra interviste e reperimento di documenti spesso quasi inaccessibili. Hanno sentito tutte le fonti, compresa la Fondazione che su diverse questioni non ha voluto rispondere. E’ un ottimo esempio di ottimo giornalismo; di giornali che sanno ancora fare il loro mestiere senza farsi condizionare da nessun potere. Per farlo il giornale ha senza dubbio speso molti dollari, perché le inchieste serie costano e gli editori seri (non quelli italici) lo sanno.

La seconda osservazione riguarda la filantropia. La scelta dei Gates infatti non è l’unica possibile: altre fondazioni industriali esercitano il loro diritto di voto per influenzare le politiche delle aziende di cui hanno azioni, spingendole verso politiche responsabili e non predatorie. Questo probabilmente è un modo meno appariscente di «fare del bene», ma senza dubbio contribuisce a rendere il mondo delle corporation un po’ più decente. Che i Gates non lo capiscano e non lo vogliano fare non è drammatico e indica quanto pesante sia il ruolo dell’ideologia finanziaria.

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Il microcredito è on line

Pubblicato da franco carlini su 14 ottobre, 2006

di Franco Carlini, il manifesto, pag. 3

Catherine Sialo ha 36 anni; è sposata con due figli e vive a Kiserian nel Kenya. Il 5 ottobre ha chiesto un prestito di 300 dollari che si impegna a rimborsare in 12-18 mesi e con cui acquistare parrucche, shampoo e altri prodotti per rifornire il suo negozio di parrucchiera. Iniziò quasi per caso, facendo treccine nei capelli alle ragazzine di scuola. Ebbe un primo prestito di 117 dollari nel 2004, che ha restituito agevolmente; quello successivo, di 200 dollari, venne usato per acquistare un asciugacapelli e altri prodotti cosmetici. Ora vuole migliorare le sue forniture e per questo si è rivolta al sito Internet Kiva.org, aperto due anni fa dai coniugi americani, Matthew e Jessica Flannery. Lo fecero di ritorno dall’Africa dove erano rimasti colpiti dalla quantità e qualità di alcuni progetti di imprenditoria di villaggio. Erano esempi di microfinanza, dove delle banche locali prestavano qualche centinaio di dollari a piccole imprese, quasi sempre gestiti donne, per aprire una qualche attività, per lo più di commercio. Il caso più noto, internazionalmente è quello della Grameen Bank che iniziò le sue attività nell’ormai lontano 1979, in Bangladesh. Ma il denaro costa comunque, specie quando chiesto alle banche, e allora come trovarlo senza oneri eccessivi? La parola Kiva in Swahili significa «accordo» o «unità». Usa un meccanismo simile a quello di eBay, dove si svolgono le aste online sugli oggetti più disparati, ma in questo caso tutto è rigorosamente non profit: il sito perciò raccoglie, vaglia e segnala in rete  le richieste di prestito che arrivano dai paesi più diversi come Honduras, Uganda, Samoa, e sollecita noi singoli finanziatori volontari a contribuire alla raccolta, da un minimo di 25 dollari in su. In questo modo il rischio viene ripartito e risulta minimo. Il prestito avviene attraverso un’istituzione di microcredito che agisce come partner locale. Nel caso di Catherine si tratta per esempio del Women`s Economic Empowerment Consort. Le Ong dunque non fanno ricorso alle banche esose, ma al volontariato di rete. Periodicamente coloro che hanno prestato dei soldi vengono aggiornati, sia sul sito che via e-mail, riguardo allo sviluppo del progetto che hanno finanziato. L’interesse caricato al creditore viene usato solo per le spese di gestione e chi presta non riscuote alcun interesse; semplicemente gli vengono restituiti i soldi, di solito nel giro di un anno. Ognuno di questi business è anche una storia umana  e per ogni progetto c’è una scheda personale, con foto, del destinatario/a del prestito.  

Siti analoghi, ma anche assai diversi, sono Prosper.com, cui ricorrono specialmente cittadini americani per pagare i debiti contratti col le carte di credito, e Zopa.com. In entrambi i crediti vengono remunerati con un certo interesse. Prosper in particolare usa un meccanismo di fiducia: i singoli aderenti possono associarsi in gruppi e più un gruppo è puntuale nella restituzione, più facilmente riceverà altri prestiti. In tutti questi casi vale lo slogan che un prestito può cambiarti la vita.

 

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Quando serve il castigo

Pubblicato da franco carlini su 12 ottobre, 2006

Gli altruisti saranno sempre sconfitti dai predatori egoisti, più cinici e spregiudicati. Ma recenti modelli al computer e le ricerche antropologiche propongono un rimedio: reagire, anche con un castigo sociale, ai comportamenti ingiusti, ristabilendo un equilibrio all’interno della comunità e incoraggiando l’agire solidale e cooperativo

di Franco Carlini

Cooperazione e condivisione (sharing) di questi tempi sono le parola d’ordine del web, grazie al movimento Open Source, a tal punto robusto da presentarsi come seria alternativa, anche commerciale, ai software proprietari. E’ anche per questa tendenza praticata socialmente che gli studiosi del comportamento umano e della sua evoluzione, hanno accelerato le loro ricerche, nel tentativo di spiegare il «mistero dell’altruismo». Tra gli psicologi e i sociologi il termine «altruismo» non ha alcun particolare valore morale, ma viene usato per indicare quei comportamenti degli umani, ma anche degli animali, in cui qualcuno compie delle azioni a favore di altri, azioni che a lui costano un prezzo (di denaro, di tempo, di fatica e, nei casi estremi, di sacrificio della vita). L’altruismo è relativamente facile da spiegare verso i parenti: più stretti sono i rapporti di consanguineità, più ci si dona senza calcolo alcuno. In altri casi, all’interno di un gruppo o di una organizzazione, prenderà la forma di «reciprocità», venata da un sottinteso utilitarismo: si dona agli altri scommettendo, magari inconsciamente, che quel dono o favore ci verrà restituito. La difficoltà vera, in una cultura come la nostra, dominata dalla supposta razionalità utilitaristica, viene da quei comportamenti in cui si agisce altruisticamente verso degli sconosciuti, che magari non si incontreranno più.

E allora perché lo facciamo? Una delle spiegazioni avanzate dice così: la specie umana, e anche diverse specie animali, trae vantaggio dal vivere in comunità, dove fatiche e benefici possano essere suddivisi; perciò i gruppi sociali in grado di agire in maniera cooperante e solidale al proprio interno hanno un vantaggio sugli altri gruppi che non ne sono capaci. Dunque nella competizione per le risorse tra diversi gruppi, i più coesi vinceranno. Come si vede questa teoria non fa ricorso a nessuna ipotesi sulla bontà d’animo degli umani e non si addentra nella discussione filosofica sulla natura dell’uomo, se si sia di per sé buono o invece selvaggiamente proteso a sopravanzare gli altri, costi quel che costi. Laicamente, e senza addentrarsi in giudizi di valore, registra, anche storicamente, la forza dei popoli coesi, per esempio capaci di andare in guerra, anche se la guerra costerà la vita di molti appartenenti al gruppo. Cooperazione e altruismo interno diventano armi competitive per difendere un territorio o un mercato. Anche i tentativi delle aziende di ottenere spirito di squadra e creatività dai dipendenti rientrano in questa descrizione.

Ma come si forma la solidarietà interna alle popolazioni e la propensione a collaborare (almeno un po’) altruisticamente? Sia i modelli matematici che gli esperimenti sul campo ci dicono che gli altruisti all’interno di un gruppo, anche quando siano abbastanza numerosi, possono venire sconfitti e mutarsi in menefreghisti a causa dalla presenza di un numero pur piccolo di «predatori» che approfittano della bontà altrui, raccogliendone in frutti sotto forma di aiuti diretti o di beni comuni di cui disporre senza cooperare al sistema sociale. Per restare nell’attualità politica di questi giorni, è ben evidente che chi paga tutte le tasse, per senso civico o per obbligo, sarà fortemente spinto invece a evaderle se altri non lo fanno e tuttavia godono come lui dei beni che lo stato mette a disposizione grazie alle entrate fiscali. Si genera un ciclo di retroazione negativo: i comportamenti predatori spingono anche i virtuosi a lasciar perdere e l’esito può essere la disgregazione sociale.

Gli studiosi della politica ci spiegano da tempo che la disgregazione sociale individualistica prodotta da pochi predatori può essere evitata se esiste un sistema di sanzioni. E fin qua niente di nuovo, dato che tutti gli stati, a seconda dei loro valori, puniscono con multe o carcere i comportamenti antisociali. Tuttavia spesso ciò non basta perché non è sempre facile far rispettare le leggi (c’è un costo in apparati polizieschi e giudiziari) e perché certi comportamenti egoistici non sono catalogati come reati e tuttavia, nel loro piccolo, ma moltiplicato per milioni di volte, nuocciono al gruppo sociale: dalle cartacce buttate per terra, al posteggio in seconda fila, allo scavalcare la coda facendo i furbi. In questi casi diventa importante che i singoli, in presenza di tali egoismi, reagiscano. Nei nostri paesi civilizzati non si tratta di farsi giustizia da soli, ma di esprimere pubblica riprovazione, la quale comporta una sanzione sociale, un discredito. In molti villaggi o piccole comunità, la riprovazione sociale, arrivando fino alla emarginazione di chi non si adegua ai valori comuni, può essere più efficace di un sistema formale di norme e punizioni codificate.

Ovviamente è facile reagire agli atteggiamenti predatori quando se ne è vittime, per esempio quando uno ci passa davanti in coda, procurandoci un danno diretto. Ma più interessante è il comportamento di quelli che gli studiosi chiamano «punitori altruistici». Sono quelle persone che, pur non essendo coinvolte, intervengono attribuendo una punizione ai predatori e magari lo fanno pagando esse stesso un prezzo. Un esempio banale: di fronte a una macchina posteggiata in doppia fila che blocca il traffico un punitore altruista potrebbe aspettare l’arrivo del conducente e fargli una ramanzina davanti a tutti; così facendo dovrà usare del proprio tempo e caricarsi del rischio di essere mandato a quel paese con male parole.

Esistono diversi modelli matematici che descrivono il comportamento di popolazioni costituite da un mix di agenti egoisti e altruisti e che studiano la loro evoluzione nel tempo; per esempio è stato verificato che la presenza nella popolazione di un certo numero di punitori altruisti frena la disgregazione e impedisce che l’egoismo diventi il comportamento dominante. Infatti gli altruisti, vedendo che qualcuno interviene disinteressatamente per punire gli atteggiamenti predatori, si sentono incoraggiati e non passano nella schiera dei delusi. I predatori, stupiti di incontrare una reazione sociale al loro agire, adatteranno le proprie scelte future quantomeno limitando il proprio egoismo. Tutto questo viene simulato con matrici di vincita (punteggi) e facendo girare i programmi al computer molte volte finché la situazione non si stabilizza. Ma come vanno le cose con gli umani in carne e ossa? Quei modelli matematici hanno qualche rapporto con i comportamenti reali nelle nostre civiltà d’oggi?

Un gruppo di ricercatori, guidato da Joseph Henrich, del dipartimento di antropologia della Emory University di Atlanta, ha voluto verificarlo non già, come si fa di solito, usando gli studenti universitari, popolazione troppo culturalmente omogenea, ma andando a fare tre esperimenti di teoria dei giochi in mezzo a 15 popolazioni diverse, dagli Isanga della Tanzania agli Tsimane della Bolivia, dagli abitanti delle isole Yasawa nelle Fiji ai Gusii del Kenya. Una vera ricerca antropologica multiculturale. Il test centrale di questa ricerca viene sinteticamente spiegato in questa stessa pagina.

I risultati, pubblicati nel mese di giugno sulla rivista Science (vol. 312, pag. 1767- 1770) ci dicono tre cose: (1) Intanto che il comportamento punitivo ma disinteressato esiste in ogni cultura, indipendentemente dalla struttura sociale ed economica delle popolazioni; un po’ come se un certo senso della giustizia e dell’ingiustizia fosse patrimonio comune di tutti gli abitanti il pianeta. (2) Tuttavia l’intensità di questi comportamenti, ovvero la percentuale di individui che agisce da castigatori altruisti, varia da situazione a situazione; in certi casi, addirittura si è notato una certa tendenza a punire anche i comportamenti troppo generosi, e non solo quelli troppo egoistici, quasi che un eccesso di generosità fosse disdicevole perché segno di una esibizione di potere. (3) Infine, questa tendenza a punire per tutelare un senso di giustizia pubblico, va di pari passo, ovvero è matematicamente correlato, con i risultati del terzo test che misurava l’altruismo, in altre parole sono proprio quelli più pronti a donare che più facilmente sono anche pronti a sanzionare l’egoismo degli altri. Insomma comunità che si autoregolano, sia nel promuovere comportamenti cooperativi, sia nel criticare e disincentivare quelli predatori.

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scheda / Il costo delle punizioni

Pubblicato da franco carlini su 12 ottobre, 2006

Gli psicologi chiamano questo esperimento 3PPG, che vuol dire Gioco di Punizione della terza Parte (Third Party Punishment Game) e funziona così: al soggetto A, donatore, viene data una certa somma né troppo piccola né troppo grande, per esempio pari al valore di una giornata lavorativa. Egli deve allora darne una certa percentuale a un altro soggetto B, anonimo e sconosciuto. A è libero di non dare nulla a B oppure, all’estremo opposto, di donargli tutta la somma. Fin qua è un gioco simile al famoso Ultimatum Game, ma qui interviene un terzo soggetto, C, il quale assiste alla transazione e quando questa viene dichiarata (per esempio «regalo il 5 per cento del mio denaro») può intervenire a punire un comportamento troppo egoista, ma per farlo pagherà a sua volta un prezzo in denaro. Se C decreta la punizione, il giocatore A perderà un terzo della sua somma, ma C, nella parte del punitore altruista, a sua volta, perderà qualcosa, per esempio il 10 per cento del suo monte monetario. Se la decisione di punire non gli costasse nulla essa potrebbe essere soggetta al capriccio di C o al suo eccessivo moralismo.

Un comportamento astrattamente utilitaristico di C dovrebbe far sì che egli se ne stia inerte senza intervenire, anche in caso che A faccia delle offerte scandalosamente egoiste. Infatti a lui, C, non gli ne viene in tasca niente e anzi, se interviene per dare una lezione di altruismo ad A, a sua volta perderà qualcosa. L’esperimento viene condotto tra persone che non si conoscono, di modo che non ci sia alcuna influenza di simpatia-antipatia. In laboratorio addirittura viene fatto senza che nemmeno i soggetti in gioco si possano vedere. Si tratta, senza dubbio, di una situazione «irreale» perché non vanno così le cose nel mondo normale di relazioni tra le persone, ma un tale protocollo sperimentale ha il pregio di eliminare molte delle variabili in gioco, come la conoscenza tra le persone) e di far emergere in maniera numericamente misurabile un solo comportamento. Viene detto «gioco» anche se tale non è, ma il riferimento è alla Teoria dei Giochi che analizza matematicamente situazioni di conflitto e ne cerca soluzioni di equilibrio e strategie vincenti.

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(In)sostenibili felicità

Pubblicato da franco carlini su 3 agosto, 2006

 

di Franco Carlini

Un nuovo indicatore del benessere dei paesi: Pil più la soddisfazione, diviso per le risorse

Si sta creando una grande confusione sulla questione della felicità: tre settimane fa la notizia che il miglior paese al mondo era Vanuatu, 80 isole nel Pacifico. Ma nei giorni scorsi ecco un’altra classifica, dove questa volta vince la Danimarca, con la Svizzera a ruota, mentre Vanuatu scende al 24simo posto. Quanto all’Italia era al numero 66 in un elenco e al 50 nel secondo.
Eppure la felicità, o se si preferisce la soddisfazione di vita, è cosa troppo seria per lasciarla ai titoli estivi dei quotidiani. Il tema è di quelli cruciali per la nostra civiltà ed è divenuto negli ultimi dieci anni argomento di studi importanti, all’intreccio tra filosofia, psicologia, scienze sociali ed economia. Con qualche fatica metodologica peraltro, tanto che nemmeno sulle parole ci si intende appieno: c’è chi parla di felicità (happiness), chi si soddisfazione di vita (satisfaction with life), chi di star bene (well being). In ogni caso è qualcosa che riguarda sia le condizioni materiali di una persona (o di in un paese) che la percezione soggettiva riguardo alla propria vita. Ovviamente non è un valore ben netto come l’altezza o il reddito. La si valuta, la felicità, semplicemente domandando alle persone: «Considerando la vostra vita nel suo complesso quanto vi considerate soddisfatti?». Un altro metodo consiste nel valutare lo stato d’animo corrente, per esempio: «Quale percentuale di tempo nella giornata di ieri siete stati di cattivo umore?». Una qualche verifica si può fare incrociando le dichiarazioni soggettive con le opinioni che gli altri hanno della felicità di una persona: «Quanto giudichi felice Giovanna?».
Tutto questo interesse dipende anche dalla giusta sfiducia che l’opinione pubblica, e anche gli studiosi, ormai hanno verso un trattamento solo economico, o peggio economicista, del benessere delle nazioni. Che il prodotto interno lordo (Pil o Gdp, in inglese) sia un indicatore grossolano e persino truffaldino sembra ormai certo. Per esempio se un paese risulta molto inquinato e dunque deve investire molto per ripulirsi, allora quelle spese aumentano il Pil, ma sembra difficile sostenere che ciò sia un’indice di benessere. Per questo vari tentativi di correzione sono stati proposti, per esempio sottraendo da quelle cifre le esternalità negative. Le cifre sul Pil, poi, non danno mai conto della distribuzione del reddito all’interno di un paese, affogando le disuguaglianze in una media statistica.
In ogni caso c’è una curva paradossale, ormai ben nota: reddito individuale (o nazionale) e felicità per un po’ vanno di pari passo, ma poi si disaccoppiano perché, una volta raggiunto un discreto benessere, un ulteriore aumento della ricchezza non produce un pari aumento di felicità, anzi talora succede persino il contrario. Vale per i singoli individui e anche per le società nel suo complesso. In molte culture, poi, il reddito individuale offre soddisfazione psicologica non tanto in valore assoluto quanto come misura della gerarchia sociale: la cosa importante è essere più ricchi di amici e conoscenti, ma se l’economia tira e tutti si arricchiscono, allora che gusto c’è?
Un altro indice usato di frequente è l’HDI, Human Development Index, usato dalle Nazioni unite per sfuggire alla trappola del solo fatturato. Venne creato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq, a partire dalle ricerche del premio Nobel Amartya Sen; tiene conto del reddito pro capite, dell’aspettativa di vita e delle opportunità di conoscenza e istruzione. In questo caso il Pil c’entra indirettamente (nel reddito individuale) ma viene associato ad altri valori che riguardano la qualità della vita di un paese. Un apposito Rapporto annuale viene depositato ogni anno e vede ai primi posti paesi occidentali ma intermedi, come Norvegia, Canada, Australia, Svezia: alto reddito e stato sociale.
L’indicatore più interessante, a opinione di chi scrive, è stato proposto di recente dalla New Economics Foundation, fondazione inglese per la nuova economia, che ha lanciato il suo Happy Planet Index, e insieme ad esso un vero «Manifesto Globale per un pianeta più felice», scritto con l’associazione Amici della Terra.
L’HPI guarda le cose del mondo in una maniera assai diversa dai precedenti indici e si forma a partire da tre fattori: 1. la speranza di vita alla nascita degli abitanti; 2. la soddisfazione di vita soggettivamente valutata dagli stessi con dei sondaggi, in una scala da uno a dieci; 3. un parametro chiamato «orma ecologica» (ecological footprint) che misura quante risorse naturali un certo paese consuma e che di solito è espresso in ettari. I primi due numeri vengono moltiplicati tra di loro, il che dà un’idea di quanti anni felici un paese abbia, ma divisi per il terzo, per tener conto del prezzo ambientale. In fondo l’idea è semplice: si tratta di misurare quanto un certo input (le risorse naturali) si trasforma, producendo un certo output, dove il risultato che conta non è il fatturato globale, ma la vita delle persone, che sia lunga e felice. Lo diceva già Aristotele, ma il progresso moderno sembra essersene dimenticato.
In questo sistema a ingresso-uscita, tanti altri fattori che di solito vengono considerati come dei fini in sé sono invece soltanto dei mezzi al fine di una vita felice.
Dunque la crescita economica è solo un mezzo, e così il mercato. E lo stesso vale per educazione, sistema sanitario, livello di consumi, occupazione, forme di governo, famiglia, tecnologia. Sono strumenti da potenziare, in opportune miscele, rispetto a quello che dovrebbe essere lo scopo vero e sensato di ogni politica e di ogni governo.
Ma non a ogni costo perché mettendo a denominatore il consumo ambientale, i ricercatori introducono un requisito di sostenibilità: se per produrre una certa soddisfazione di vita si consuma troppa natura, allora quella ottenuta è una felicità effimera, di breve durata. Per esempio la Norvegia si trova al primo posto nell’indice di sviluppo umano (il citato HDI), ma ha un footprint molto elevato e perciò nell’indice planetario scende in posizione 115. Ben peggio della nostra Italia, dunque, perché se la durata della vita è circa uguale nei due paesi e la contentezza norvegese è appena un po’ superiore alla nostra (un valore di 7.4 contro i nostri 6.9), l’impatto ambientale italico è solo di 3.8 contro un 6.2 scandinavo.
Ovviamente nessuno degli indicatori rappresenta la verità, ma ognuna delle diverse metodologie incorpora più o meno esplicitamente dei valori diversi con cui guardare lo stato del mondo. Va notato che gli stessi autori dell’ Happy Placet Index, hanno voluto provocatoriamente aggiungere una correzione grafica a mano sul loro rapporto, reintitolandolo (un)Happy Placet Index, ovvero l’indice di un pianeta infelice. Infelice perché un «ideale ragionevole» (un obiettivo politico) di questo indicatore dovrebbe prevedere un livello di soddisfazione come quello della Danimarca (8,2, su un massimo di 10), un’aspettativa di vita di 82 anni, come nel Giappone, e un’impronta ecologica bassa, attorno a 1,5, mentre nei fatti nessun paese si avvicina per ora a tali risultati.
Quello dell’ Happy Placet Index è senza dubbio un punto di vista radicale, ma purtroppo assai sensato, perché ci ricorda impietosamente che i nostri paesi ricchi, per produrre un livello di soddisfazione decente nei loro cittadini, consumano tante risorse naturali che sarebbero necessari due o tre pianeti Terra.
Una diversa e meno sconvolgente classifica della felicità del mondo è stata proposta la settimana scorsa da un gruppo di ricerca dell’università inglese di Leicester. Adrian White, psicologo sociale, l’ha realizzata con una tecnica chiamata meta-analisi e cioè mettendo insieme, con opportune pesature, i dati raccolti da altri, con metodi diversi. Ha dunque utilizzato le cifre dell’Unesco, della Cia, della New Economics Foundation, dell’Organizzazione mondiale della salute eccetera. La sua tesi è che la felicità sia legata essenzialmente a salute, ricchezza e istruzione.
La tabella comparativa in questa pagina mostra quanto diverse possano risultare le classifiche a seconda delle diverse metodologie usate. Il Pil premia il reddito e il reddito pro-capite, l’Indice di sviluppo umano valorizza i paesi europei che hanno alto reddito e strutture sociali sviluppate (welfare e simili). L’Happy Placet Index, che mette a denominatore il consumo di risorse naturali ribalta provocatoriamente tutte le classifiche, penalizzando quei paesi ricchi che, per garantirsi felicità, sprecano molto, eventualmente a spese degli altri. Infine la Mappa della felicità dell’università di Leicester offre una possibile mediazione tra i diversi approcci. Fin troppo tranquillizzante, forse.

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