Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

Archivio per il 'computer' Categoria


Quei sociologi con le stellette

Pubblicato da franco carlini su 24 Maggio, 2007

PATRIZIA CORTELLESSA

Si può riuscire a interpretare il comportamento degli individui fino ad anticiparne le reazioni?  Osservando gli esseri umani da ogni punto di vista, antropologico, culturale, sociale, economico, politico, raccogliendo dati, informazioni, si può predire il futuro di quel popolo, di quella città, di quel governo? E ancora: come può essere usato lo studio delle scienze umane e sociali , applicato alle nuove tecnologie, nel campo militare? E che importanza rivestirebbero – alla luce di tutto ciò - le reti sociali? Che la social network analysis (analisi delle reti sociali) non sia un argomento nuovo - almeno per i sociologi - è un dato di fatto, ma non avrebbe preso così piede se negli ultimi anni non si fossero sviluppati dei software che rappresentano i gruppi e le comunità che agiscono in rete. 

Così la sociologia, l’antropologia, la psicologia, l’economia, sono state applicate allo studio dei fenomeni più vari, come quello delle istituzioni, del commercio internazionale, l’andamento dei mercati. 

L’ultima applicazione è legata alla guerra e agli scenari che essa delinea. E’ solo una questione di matematica, dice lo scienziato di origine polacche Benoit Manderlbrot che nel 1975, «inventando» i frattali, rivoluzionò la geometria. Sono più di cinquant’anni che i presidenti Usa si affidano a un team che si esercita con sistemi matematici per elaborare nuove strategie di battaglia. Già durante la guerra fredda il Dipartimento della difesa statunitense assunse dozzine di antropologi per preparare un dossier sulla società sovietica. E lo stesso fece per il Vietnam.

Anche gli studiosi del Massachusetts Institute of Techonology se ne occupano da tempo, e Kathleen Carley, della Carnegie Mellon University, già qualche anno fa mise a punto un sistema di variabili che per due volte la portò ad indovinare chi sarebbe salito ai vertici di Hamas dopo l’uccisione del leader precedente. La stessa Carley, riferendosi alla rete tessuta da Osama Bin Laden diceva: «sarà pure confinata nelle caverne, ma ‘questa gente’ ha adottato architetture e dinamiche tipiche del più evoluto mondo aziendale, sovrapponendo un impianto organizzativo orizzontale, tipico del network, alla classica scala gerarchica verticale». Ulteriori previsioni in merito non si troveranno mai su internet, visto il veto posto alla ricercatrice dal governo Usa.

Un interessante articolo di Yudhijit Bhattacharjee, pubblicato di recente sul settimanale Science («Pentagon Asks Academics for Help in Understanding Its Enemies», Science 27 April 2007, Vol. 316,  pp. 534 - 535), ci rivela che il Dipartimento della Difesa Usa sta mettendo a punto un nuovo programma di ricerca, chiamato Human Social culture Behavior  Modeling, per studiare l’agire quotidiano delle popolazioni locali nelle zone di guerra, in particolare in Iraq.  Chiedendo ancora una volta aiuto alle Accademie e università  per «capire».  

La motivazione e le aspettative della ricerca vengono spiegate da John Young jr, direttore di ricerca della difesa: «Non solo l’uso della forza (..)  abbiamo bisogno di strumenti per capire la società, le forze all’interno di quel governo, le influenze sociali e culturali e religiose di quella popolazione e di come quella stessa popolazione reagisce agli stimoli (..) Uno studio tradotto in dati che serve per elaborare altri dati,  a sviluppare software, a prospettare “modelli attendibili». Il risultato delle diverse opzioni può essere utilizzato dai «capi militari» prima di prendere questa o quella decisione in battaglia. Per l’attuazione di questo programma Young ha chiesto al Congresso degli Stati Uniti circa 7 milioni di dollari per il 2008, e ulteriori 54 da dirottare verso le scienze sociali .

«I sistemi umani sono complessi e difficili da racchiudere in modello», afferma invece Paul Van Riper, generale di brigata in pensione. E se lo studio non è nuovo, in effetti, perché ora questi  programmi dovrebbero avere più successo di quelli di ieri? Perché oggi ci sono più strumenti e una migliore capacità di radunare i dati e analizzare le informazioni, è la risposta degli ideatori (e la speranza dei committenti)   

Lo sviluppo di «modelli realistici» che rappresentino le società richiederà comunque ulteriore studio, costante ricerca oltre ad un infinita accumulazione di dati. Chissà cosa ci riserverà il futuro, alla luce della parole dell’economista Scott Page, dell’università del Michigan, che afferma: «malgrado le tonnellate e tonnellate di dati ricavati dalle elezioni negli Stati Uniti non siamo ancora in grado di predire come voteranno gli elettori».

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finanza creativa / Le buone azioni Apple

Pubblicato da franco carlini su 12 Ottobre, 2006

Per la prima volta nella sua carriera, Steve Jobs, il fondatore della Apple, ha chiesto scusa. Ha pubblicamente ammesso di essere stato a conoscenza del trucco delle stock options messo in atto 15 volte dalla sua azienda tra il 1997 e il 2002. «Mi scuso con gli azionisti e i dipendenti della Apple per questi problemi che sono avvenuti sotto il mio sguardo (…) lavoriamo per assicurare non succederà più». La mossa è coraggiosa, perché di solito i capi azienda giurano sempre che è colpa di qualche funzionario infedele e che loro non ne sapevano niente. Il trucco consisteva in questo: a dirigenti e azionisti viene data la possibilità di acquistare azioni della società, al valore che esse hanno a una certa data. Se le azioni in seguito salgono, essi potranno rivenderle con un buon guadagno. Alla Apple, e in un altro centinaio di aziende americane ora sotto inchiesta, a un certo punto cominciarono a spostare le date di emissione delle azioni in giorni opportuni, di modo che i titolari potessero guadagnare di più. Questa pratica è illecita (e infatti veniva fatta di nascosto) e sottrae soldi agli altri azionisti. Da qui le cause legali e le proteste, a seguito delle quali il direttore finanziario si è dimesso. Si vedrà ora se ci sarà un qualche risarcimento agli azionisti, ma in ogni caso il danno di reputazione è vistoso, appena mitigato dalla dichiarazione autocritica di Jobs. Apple nei mesi scorsi era stata criticata anche per gli insufficienti controlli sulle condizioni di lavoro nelle aziende che in Asia fabbricano il suo leggendario iPod. E’ un danno paragonabile a quello che sta subendo l’altra grande leggenda californiana, la Hewlett-Packard, ora Hp, per via degli investigatori spioni assoldati dalla presidente per controllare chi tra i consiglieri passava notizie ai giornalisti. Hp era famosa per il suo stile della casa, fatto di sapere tecnologico e di relazioni umane avanzate.

S. T.

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editoriale Chips / Mai più soli

Pubblicato da franco carlini su 10 Agosto, 2006

di Franco Carlini

Ci stanno ripetendo alla noia che è finita l’era del personal computer, che questo oggetto, dopo 25 anni è già vecchio e bell’andato. Nulla di più falso, così come sarebbe falso sostenere che è finita l’era delle ferrovie, dell’auto o dell’elettricità. Ma un’altra cosa è vera: che questa «fine» supposta  coincide semmai con la sua piena affermazione, che ha reso insieme ovvia e universale quella tecnologia e che ha posto le premesse per il suo superamento – o meglio migrazione – in altri oggetti. Del resto il dato commerciale ci conferma che non si tratta di una «fine», essendo più di 200 milioni i Pc venduti ogni anno, con tassi di crescita elevati sia nei paesi ricchi (un mercato di sostituzione) che in quelli emergenti

Il Pc dunque c’è per restare, fa parte del panorama di lavoro e di vita di miliardi di persone e, oltre a tutto, continua a migliorare in velocità di elaborazione, grazie a quella «Legge di Moore» che fin dal 1965 segnala empiricamente un raddoppio della potenza di calcolo ogni 18 mesi. Per di più a prezzi calanti.

L’ubiquità dei chip programmabili, che ormai stanno nelle lavatrici come nelle auto, nei cellulari come nei bancomat, ha comunque reso il Pc meno centrale. Anche perché, a differenza di 25 anni fa, nessuno di questi processori è oramai immaginabile solitario: essi prendono senso e vita, solo se collegati in una qualche rete, ad altri cugini e fratelli lontani. Si va dunque realizzando la profezia, allora propagandistica, lanciata dieci anni fa dalla californiana Sun Microsystems: “il computer è la rete”. Questo significa che alcune prestazioni fondamentali dei computer, come il deposito di file in memoria possono essere delegate a dei server lontani: i documenti sono sempre i miei, ma li metto in un altro magazzino, che non so nemmeno dove sia né m’importa, dato che la rete ne garantisce l’accessibilità sempre, con qualsiasi apparato terminale. E non è tutto qui: anche delle attività di elaborazione (ovvero dei programmi di scrittura, di lavorazione delle tabelle e delle immagini) sono offerte da servizi web remoti: spesso ancora rudimentali, ma assolutamente dilaganti. Una volta che diventino robusti ciò significherà poter fare a meno di computer costosi e rigonfi di potenza. Qualcuno sdegnato sostiene che è un ritorno ai terminali stupidi, ma si tratterà semmai di punti di accesso alle conoscenze e alle risorse globali di rete. Insomma, sta cominciando tutta un’altra storia.

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Psychedelic Computing

Pubblicato da franco carlini su 10 Agosto, 2006

 

di Franco Carlini

Il personal computer diventò famoso 25 anni fa, grazie alla Ibm, ma le sue radici culturali e tecniche sono nelle culture alternative e libertarie degli anni ’60. In California ovviamente, luogo di viaggi, di movimenti e di generosi tecnohippies

A ben pensarci è davvero curioso: il computer e la rete Internet si svilupparono negli stessi anni e negli stessi luoghi. Gli anni sono la fine dei mitici ’60, il luogo è la California, anzi la Bay Area di San Francisco dove esplodono felicemente le culture alternative, pacifiste e libertarie. Uno dei più noti giornalisti dell’epoca digitale, John Markoff, del New York Times, ha ricostruito quegli anni e qui personaggi in un libro pubblicato l’anno scorso: «What the Dormouse Said: How the 60s Counterculture Shaped the Personal Computer». La tesi è che sia sbagliato narrare le origini del personal computare cominciando solo dagli anni ’70, e cioè dal garage della Apple, oppure dalle ricerche del laboratori della Xerox a Palo Alto. Le idee che generarono il personal computer e l’internet sono invece il prodotto del decennio precedente e in particolare della cultura alternativa di quei giovani. Altri testi hanno già raccontato questa storia e tra tutti, vecchio ma attualissimo, quello di Steven Levy, «Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica» (edizioni Shake).

La prima cosa singolare è il passaggio della frontiera digitale dalla Costa dell’Est a quella dell’Ovest, ovvero dal Mit di Boston a quella che oggi è chiamata Silicon Valley. All’Est c’erano le grandi corporation dell’informatica, Ibm prima di tutte, e le nuove imprese dei mini computer, nella Route 128, un mondo ingegneristico e ordinato, serio e metodico. Ma all’Ovest zampillavano idee nuove e persino stravaganti.

Ce lo ricorda un articolo pubblicato nel 1995 da Time. «We Owe It All To The Hippies» ossia «Dobbiamo tutto agli Hippies» (http://technohippie.com/archives/stewartbrand.html). L’autore, Stewart Brand, è uno dei protagonisti e diceva: «Dimenticate le proteste contro la guerra, Woodstock e i capelli lunghi. La vera eredità della generazione degli anni ’60 è la rivoluzione del computer». Brand fu il fondatore nel 1968 di una generosa pubblicazione, una sorta di annuario del mondo, il Whole Earth Catalog. Lo scopo era di fornire strumenti di accesso, sì che il lettore «possa trovare la sua ispirazione, forgiare il suo ambiente e condividere le sue avventure con chiunque altro sia interessato». Un catalogo appunto, una zibaldone cartaceo, molto curato ma molto selettivo, una sorta di motore di ricerca cartaceo. Più tardi, nel 1985, avrebbe aperto a Sausalito, lì di fronte a San Francisco, la prima e tuttora esistente comunità virtuale online, The Well. Il web con le sue pagine ipertestuali e colorate non c’era ancora ma l’internet sì.

E come dimenticare il laboratorio per la crescita dell’intelligenza umana (Augmentation Research Center) creato da Doug Engelbart a metà degli anni ’60 presso lo Sri, Stanford Research Institute? L’idea era già quella di un personal computer e di una rete globale di ipertesti, navigabile agevolmente con delle interfacce grafiche a alta risoluzione. Da ex radarista della seconda guerra mondiale, Doug era abituato ad apprezzare le informazioni sul monitor e la possibilità di interagire con esse. E infatti fu lui, già nel 1968, a realizzare il primo oggetto di puntamento di immagini sullo schermo: uno scatolino di legno di pino con quattro rotelle; ognuna collegata a una resistenza variabile, trasformavano il movimento sul tavolo in azione del cursore sullo schermo. Era il mouse.

Ma un ricordo speciale va obbligatoriamente a un personaggio tra i meno noti (per lui non c’è nemmeno una voce dedicata sull’enciclopedia Wikipedia). Si chiamava Fred Moore e a lui, militante pacifista, si devono le prime proteste contro il reclutamento obbligatorio nelle università. Stiamo parlando del 1959, a Berkeley, dove condusse un solitario e clamoroso sciopero della fame davanti alla Sproul Hall, l’edificio centrale dell’università. Lì, quattro anni dopo, sarebbe scoppiato il Free Speech Movement guidato dallo studente Mario Savio e con la giovanissima Joan Baez che cantava con loro. Nel 1969 ci sarebbero stati i sit in contro la guerra del Vietnam e nel 2003 le grandi proteste contro la guerra in Iraq. Ma cosa c’entra Fred Moore con i computer?

Moore tornerà a San Francisco una quindicina di anni dopo, quando l’eccitazione per i primi microcomputer è all’apice. Sarà allora uno dei fondatori dell’Homebrew Computer Club, gruppo di appassionati e di libertari che erano insieme amanti dei bit e un po’ anarchici e populisti, nel senso che pensavano che democrazia e pace si sarebbero sviluppati diffondendo la cultura digitale e i computer tra il popolo. Condivisione delle idee e delle passioni, per questo Moore lavorava, anticipando lo sharing oggi così diffuso nell’internet. Il successo anche economico avrebbe premiato molti di loro, come Wozniach e Jobs della Apple il quale peraltro, anche di recente, nulla ha rinnegato del suo viaggio in India e nemmeno dell’esperienza psichedelica a base di Lsd, sua e di una generazione. Moore comunque non era uomo del business: Inquieto riprese a girare per il mondo, realizzò anche un modello di stufa ecologica destinata all’Africa. Se ne andò troppo giovane nel 1977 in un incidente stradale.

 

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c’era una volta / I mini di Boston

Pubblicato da franco carlini su 10 Agosto, 2006

 

Pdp è una sigla famosa e si riferisce agli storici minicomputer che, negli anni ‘60, ben prima dei personal, diedero una robusta scossa all’informatica. Mini anche se si trattava di macchine da calcolo di tutto rispetto e di costi abbastanza elevati, dell’ordine delle decine o centinaia di milioni.

Se i personal videro la luce in California, i mini, invece, nacquero nella costa dell’Est, con una fuoriuscita di tecnici e ricercatori dal Massachusetts Institute of Technology, capitanata da Ken Olsen, ingegnere sognatore, appassionato della tecnica e della sua perfezione. Giusto il tempo di andare pochi chilometri più in là, per acquistare una vecchia filanda sulla Route 128, la strada che fa un bel cerchio attorno a Boston. Nasceva così la Digital Equipment Corporation, familiarmente Dec.

Come più tardi avverrà per i personal computer, anche per i mini il salto fu prima concettuale che tecnico. L’idea di Olsen era che oramai si potesse «tirare fuori» i computer dai centri di calcolo (off limits per i non addetti) e portarli vicino a chi li usa: nelle fabbriche, nei laboratori, negli uffici.

Per farlo occorreva che la macchina potesse essere accessibile senza la mediazione di un operatore specializzato. Niente più schede perforate come canale  di ingresso e di uscita, ma un monitor e una tastiera. E componenti elettronici più robusti, non bisognosi di aria condizionata, tolleranti delle polveri. I mini furono un enorme successo, sia quelli della Digital che quelli dei suoi imitatori. Dilagarono specialmente nei laboratori, dove esisteva comunque un personale scientifico in grado di maneggiarli e di gestirli in autonomia. Divennero anzi lo strumento di ricerca per eccellenza. Altrettanto bene furono accolti nelle fabbriche e nelle officine anche perché Olsen, con la sua maniacale ricerca della perfezione tecnica, aveva realizzato macchine davvero robuste e versatili. Furono  il cuore informatico della gran parte dei sistemi di automazione di fabbrica. Olsen venne rimpiazzato come Ceo nel 1992 e nel 1998 la sua azienda venne ceduta alla Compaq, specializzata in personal computer di fascia alta. Questa, a sua volta, venne assorbita dalla Hewlett Packard nel 2002. Un ciclo glorioso era definitivamente chiuso e delle aziende di allora resta solo la californiana Sun Microsystems, oggi proiettata specialmente sul software, in versione Open Source (l’architettura Java).

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ieri e oggi / da Kilo a Giga

Pubblicato da franco carlini su 10 Agosto, 2006

Come è cambiata la microelettronica negli ultimi 25 anni? Basta confrontare le caratteristiche tecniche del Pc Ibm originale (chiamato Ibm 5150) con un modello analogo di oggi, per esempio un  Lenovo. Questa è l’azienda cinese cui la Ibm ha ceduto la sua produzione di personal computer nel dicembre 2004. I modelli di punta sono i portatili chiamati Thinkpad, ma il confronto è stato fatto con un più economico Pc da scrivania (desktop), modello 300J.

Processore centrale: si è passati da un Intel 8088, con  una velocità di 9 MegaHertz a un Amd da 1,8 GigaHertz. Il guadagno in prestazioni è di 200 volte. La potenza di un computer non dipende solo da questo valore, ma esso è comunque un buon indicatore. Gli hertz indicano quante operazioni  elementari il processore svolge in un secondo. Il prefisso mega sta per milioni, e giga per miliardi.

La memoria di lavoro (Ram) era di 512 kilobyte nel 1981  e ora è di 256 megabyte; il guadagno dunque è di 500 volte, necessario perché i programmi di oggi sono molto più voraci di Ram.

La memoria di massa del Pc Ibm era fornita inizialmente da uno o due floppy disk da 5 pollici e un quarto, per una capacità totale di 320 kilobyte, e senza hard disk. La dotazione di un Lenovo di oggi è di 80 gigabyte. Il  guadagno in questo caso è mostruoso: 25 mila volte.

Naturalmente i personal computer di oggi hanno molte altre raffinatezze: porte per le connessioni con varie periferiche, modem per internet, lettore di Cd/Dvd eccetera.

Il monitor dei primi Ibm era a caratteri e non  grafico; ospitava dunque 25 righe da 80 caratteri alfanumerici, colorati in verde. I monitor di oggi si misurano in pixel, punti elementari di immagine) e nelle configurazioni più frequenti offrono 1280 x 1024 pixel, sufficienti per una buona grafica.

Prezzo: il Pc del 1981 venne venduto a 1500 dollari, che aggiustati per l’inflazione sarebbero 3500 dollari di oggi. Il Lenovo 300 di oggi costa 350 dollari, cui ne vanno aggiunti altri 250 circa per un buon monitor a cristalli liquidi. Il questo caso il risparmio è di quasi sei volte. Ovviamente i prezzi dei portatili sono più elevati, dato che comportano un maggiore sforzo di ingegnerizzazione, ma sono proprio essi, i laptop, i modelli oggi più venduti, anche quando li si usi soltanto in casa, senza mai muoverli. Sempre nel caso dei Lenovo (ma i prezzi delle altre marche come Toshiba o Acer sono analoghi), si oscilla tra un minimo di 600 dollari e un massimo di 1500.

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sogni di libertà / Mac SuperBowl 1984

Pubblicato da franco carlini su 10 Agosto, 2006

Nacque nel 1984 il secondo e più famoso computer della Apple: il MacIntosh. Esattamente il 22 gennaio, con un spot leggendario proiettato durante il terzo quarto del SuperBowl XVIII. L’agenzia creativa era la Chiat/Day e Ridley Scott il regista che vi portò con se molto del suo  Blade Runner. Esplicito fu il richiamo al romanzo «1984» di Gorge Orwell. Il computer sarebbe divenuto una megamacchina capace di controllare tutta la società? Quell’incubo autoritario che lo scrittore americano aveva narrato in anticipo si stava avverando? Proprio per niente, diceva lo spot della Apple. Certo il rischio del Grande Fratello c’era, ed era rappresentato dal mainframe, dalla cultura e dal modello Ibm. Ma l’orrore si poteva battere grazie alla Apple, nell’occasione impersonata da una splendida bionda in short che, sfuggendo ai poliziotti, infrangeva il monitor di Big Brother.  Sogno di libertà individuale e di autonomia. Così chiudeva lo spot: «Il 24 gennaio, Apple Computer introdurrà il Macintosh. E vedrete perché il 1984 non sarà come il 1984».  Un commercial da culto, premiato e citato infinite volte e per fortuna che c’è la rete, dove ognuno di noi lo può rivedere e apprezzare:

http://www.apple-history.com/movies/1984.mov

Il Macintosh, il cui nome derivava da una varietà di mele californiane, si ispirava a idee e ricerche fatte altrove, sempre in California. Era dalla metà degli anni ‘70 che i più intelligenti tra i giovani progettisti del Parc, il centro di ricerche della Xerox a Palo Alto, avevano elaborato una nuova idea di interfaccia tra uomo e macchina: si chiamava programmazione per oggetti,  Small Talk  era il linguaggio. Su una macchina della Xerox, lo Star, c’era già tutto quello che in seguito  la Apple avrebbe proposto: il monitor, organizzato e pensato come una scrivania elettronica su cui disporre dei fascicoli altrettanto elettronici, da aprire e chiudere e su cui scrivere o leggere; c’erano anche dei graziosi simboli grafici (icone) per indicare gli strumenti di lavoro (i programmi) a disposizione dell’utente e c’era un puntatore luminoso mosso da una scatolina con sferetta (il mouse), in modo da rendere superfluo, per molte operazioni, l’uso della tastiera. Tutto ciò oggi sembra ovvio, ma tale non era, dato che fino ad allora per interagire con i computer si dovevano immettere dei comandi a caratteri, su schermi a bassa definizione e senza grafica.

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Business personali

Pubblicato da franco carlini su 10 Agosto, 2006

Agosto 1981: Ibm, monopolista dell’informatica, recluta Charlot per lanciare il suo Personal Computer, destinato a destabilizzare il suo stesso business fatto di grandi computer proprietari. Da quel ‘giocattolo’ macque un mercato completamente nuovo, di cui avrebbe beneficiato soprattutto la Microsoft di Bill Gates.

Il personal computer targato Ibm venne presentato al mondo nel 1981 e, con mossa ardita, per la pubblicità venne utilizzata l’immagine di Charlot con bombetta e bastoncino, quasi a voler segnalare che si trattava di cosa allegra e sbarazzina. Divenne subito il PC per definizione, anche se i personal, spesso chiamati anche microcomputer, esistevano già da un certo numero di anni. All’improvviso risultò chiaro a tutti che non più di un gadget elettronico si trattava, buono per gli amatori e gli hobbisti, ma di un oggetto rispettabile e potenzialmente assai lucroso. Doveva essere per forza così se un gigante un po’ sonnolento come Big Blue (il soprannome americano della Ibm) aveva deciso di scendere in campo con un suo prodotto.

Probabilmente nemmeno la International Business Machines era del tutto consapevole di che cosa stava mettendo in moto: forse si trattò soltanto della consueta mossa del monopolista che mal sopporta di non essere presente in tutti i segmenti del mercato. O forse era intuizione lungimirante. La Ibm, infatti, era per tradizione un gigante a ciclo completo: produceva tutto, dai chips di silicio ai più grandi computer, senza trascurare i monitor, i dischi di memoria, le stampanti e quant’altro compone il «portafoglio prodotti» dell’informatica.

A sua volta l’industria dei computer era ben affermata: nata dallo sforzo bellico americano, già passata attraverso tre generazioni di tecnologie (le valvole , i transistor e i circuiti a stato solido), aveva generato fatturati enormi e prodotto giganti a scala multinazionale come l’Ibm, appunto, ma anche Burroughs, Unilever, Ncr, Cdc, Honeywell. Dall’insieme delle loro iniziali, queste cinque corporations venivano chiamate BUNCH, ed erano le storiche rivali di Big Blue, di cui contrastavano sempre più a fatica il quasi monopolio. Alla fine degli anni ‘80, di tutti quei nomi non uno rimaneva nel mercato dei computer.

C’era stato, è vero, un altro scrollone in precedenza, la nascita dei minicomputer, ma i suoi effetti non erano stati così dirompenti. I mini dimostrarono che era possibile passare a macchine più piccole e compatte rispetto ai grandi mainframes, ma restavano tuttavia computer specialistici, che solo dei veri tecnici informatici potevano usare. Aprivano la strada verso l’informatica decentrata, rispetto a quella gerarchica e centralizzata, ma non la spalancavano del tutto.

Con il 1981, invece, fu tutt’altra storia: nasceva e si sviluppava  un nuovo settore industriale. Entravano nell’agone piccole aziende dai nomi nuovi e irriverenti, letteralmente esplose dal niente. E il fenomeno cessò ben presto di riguardare la mitica Silicon Valley, in California, o la Route 128 che, attorno a Boston, raccoglieva e trasformava in prodotti le migliori idee del Massachusetts Institute of Technology: l’industria dei personal computer diveniva rapidamente mondiale. Le barriere d’ingresso in quel settore industriale di colpo si erano abbassate e permettevano a chiunque avesse un po’ di capitale di rischio e un’idea sufficientemente buona, di provarci, sovente con successo.

Come era stato possibile? Tutta colpa (o merito) della violazione della tradizione da parte della Ibm. La quale, avendo deciso di avere un suo personal computer e di averlo presto, aveva affidato il compito a un gruppo di progetto distaccato in una sede decentrata, a Boca Raton, Florida. E qui si verificò la trasgressione: anziché fabbricarsi tutto in casa, il gruppo di progettisti decise che, questa volta, i due componenti di base di ogni microcomputer, cioè il processore centrale e il sistema operativo,  sarebbero stati comprati fuori, da chi già li aveva e li commercializzava. Il vantaggio della fabbricazione in casa sta nel fatto di poter contare su oggetti brevettati e «proprietari»: soltanto il progettista li detiene e chi vuole quelle prestazioni deve per forza acquistare da lui.

Era stato proprio grazie a quel sistema che Ibm aveva sconfitto i rivali, tenendo letteralmente inchiodati ai suoi prodotti i suoi clienti (grandi aziende, grandi banche, tutti quanti avessero bisogno di tanta potenza di calcolo). Si trattava di  un predominio conquistato duramente, dove alla eccellenza tecnica si accompagnavano tattiche commerciali assai spregiudicate come sconti violentissimi su ogni prodotto che fosse minacciato dai concorrenti, fino a portarli al fallimento, e invece prezzi gonfiatissimi, con lussuosi sovraprofitti, quando il cliente era infine incatenato e non poteva più fare a meno di Big Blue. Per quelle pratiche una lunghissima causa antitrust si protrasse inutilmente per 14 anni e alla fine venne chiusa con un «non luogo a procedere» dal presidente Ronald Reagan. Non era un venduto all’Ibm, ma semplicemente aveva deciso che ciò che era buono per lei era buono anche per l’America (un principio già inaugurato per la General Motors).

Nel caso dei personal computer, la strada proprietaria venne abbandonata, un po’ per fretta e un po’ perché non erano pronte le competenze in casa. Ma utilizzare dei componenti comprati sul mercato, vuol dire mettersi sulla strada dei «sistemi aperti», che altri possono legittimamente copiare. Così, per il microprocessore centrale, che è un po’ il cuore di un computer, c’era da scegliere tra Zilog, Motorola (fornitore di Apple computer) e Intel. Fu quest’ultima la preferita.

Quanto al sistema operativo, il software di base che tutto controlla, c’erano solo due piccole aziende in grado di metterne a punto uno in fretta e furia: la Digital Research e la Microsoft. Abbastanza casualmente l’accordo venne fatto con la Microsoft, che da allora avrebbe goduto di una posizione invidiabile.

In nessuno dei due casi la Ibm chiese l’esclusiva e questo significò che, da quel momento in poi, chiunque potè comprare lo stesso processore della Intel e lo stesso software di base della Microsoft e dedicarsi liberamente alla produzione di cloni cioè di computer essenzialmente uguali al Pc Ibm.

Nasceva qui un circolo insieme virtuoso e terribile: il marchio Ibm dava credibilità al personal computer e ciò stimolava altri produttori a realizzarne delle copie; la clonatura allargava il mercato e invitava tutti i produttori di schede, accessori e programmi, a inventarne sempre di nuovi e di più furbi; così il Pc diveniva un oggetto ancora migliore e più appetibile.

Soprattutto, la grande disponibilità di programmi software, per fare le cose più diverse, rese sempre più interessante l’industria dei personal. E la concorrenza accesissima contribuiva ad abbassare i prezzi, anno dopo anno, a tutto vantaggio dei clienti, ma anche erodendo il margine di guadagno dei costruttori.

Era iniziato il micidiale downsizing che, alla lettera, vuol dire «riduzione delle dimensioni». Per qualche anno il Pc venne ancora percepito, nelle grandi organizzazioni, in parte come un elemento di disturbo, in parte come un giocattolo: le cose serie si potevano fare solo sulle grandi macchine, i mainframes e i minicomputers. E in fondo, allora, era abbastanza vero. Ma chi ragionava così sottovalutava il fascino che il personal esercitava sui suoi utilizzatori: la possibilità di disporne pienamente e di farsi addirittura dei programmi in proprio, senza dipendere dagli uomini in camice bianco del centro di calcolo.

I critici del Pc, infine, continuavano erroneamente a considerarlo una monade (un computer solitario, stand alone), destinato al lavoro personale (appunto) e basta. Non riuscivano a immaginare la possibilità di realizzare dei sistemi informativi aziendali comp’leti, ma decentrati e diffusi basati sui Pc. Il modello dominante era infatti quello di un grande computer al centro di tutto: molto potente, per carità, ma geloso della sua potenza. A esso venivano collegati decine di terminali (un monitor e una tastiera) che però non erano altro che estensioni lontane di quel cervello là al centro. Ma tutti i programmi, tutti i dati, tutte le memorie e tutta la capacità di calcolo restavano confinate nelle sale climatizzate del centro di calcolo aziendale.

Da un certo punto in poi risultò invece chiaro che molte delle attività svolte alla vecchia maniera potevano essere fatte anche con i Pc, e persino meglio. I quali Pc, oltre a tutto, potevano essere collegati in reti locali (Lan, Local area network) e quindi rompere il reciproco isolamento.

Intanto la loro potenza di calcolo aumentava a dismisura: i personal più cresciutelli presero il nome di workstation e vennero utilizzati per attività molto professionali: per esempio per disegnare e progettare con il computer (Cad,  computer aided design), o semplicemente, per produrre meglio e per collaudare rapidamente i nuovi software.

Infine, e proprio a proposito del software: non avendo alle spalle l’enorme patrimonio preesistente dei mainframes, i programmisti dei Pc poterono sbizzarrirsi nelle soluzioni più avanzate e, specialmente, più facili da usare. Così, da un certo punto in poi, mentre cadevano le differenze di potenza, i personal ebbero dalla loro parte un vantaggio in più: gradevolezza e facilità.

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Hardware, software e comunicazione

Pubblicato da franco carlini su 10 Agosto, 2006

La grande svolta del personal computer è consistita nel mettere a portata di tutti le virtù dei suoi fratelli maggiori, nel portare sul tavolo un oggetto facile da usare che incarnava i sogni di Alan Turing, di Norbert Wiener, di von Neumann: ovvero una macchina programmabile. Non una macchina meccanica per scopi specifici come fare buchi nelle strade o spianare, ma una macchina general purpouse, capace di fare di tutto  purché le si fornisca il programma adeguato.

Tale salto verso le masse avvenne alla fine degli anni ’70  perché solo allora furono disponibili dei dei chips di silicio che inglobavano in un’unica piastrina tutti i componenti centrali dei computer, in precedenza realizzati con valvole, e poi con transistor, resistenze e condensatori. Attorno a quel processore centrale (Cpu) bastava mettere attorno un po’ di memoria e delle unità periferiche di ingresso e uscita, essenzialmente una tastiera da macchina da scrivere e uno schermo tipo televisione.

Questa era la ferramenta, la materia dura, l’hardware. Ma per animarlo servono appunto dei programmi. Intanto un bel sistema operativo, e cioè un software di base capace di gestire tutte le operazioni elementari della macchina, senza che l’utente debba curarsi, per esempio, di dove scrivere sul disco di memoria (salvare) un suo documento. Operazioni di routine che tutti i sistemi operativi svolgono per conto nostro. Il primo sistema operativo del Pc Ibm fu il Dos della Microsoft, sostituito poi da Windows; quest’ultimo si ispirava a quello degli Apple Macintosh, usando finestre, mouse e un’interfaccia grafica. Dall’anno prossimo Windows verrà sostituito da un nuovo sistema, chiamato Vista, mentre cresce nel mondo l’uso di software di base alternativi, soprattutto di Linux.

E’ al di sopra del sistema operativo che «girano» i programmi applicativi: per scrivere, far di conto, archiviare, disegnare, ascoltare o produrre musica. Di tutto appunto. Sono programmi gratuiti o a pagamento. Alcuni di essi sono dei grandi produttori di software come Microsoft, altri sono stati ideati da piccole aziende o da singoli artigiani del software. Altri ancora un utente esperto può realizzarli in proprio, usando uno dei diversi linguaggi di programmazione esistenti. Se oggi è possibile trovare un programma già pronto praticamente per ogni bisogno, non era così negli anni ’80 e per questo molti si cimentarono direttamente nel realizzarli in Basic, Fortran, linguaggio C, eccetera. In questo senso sperimentarono dal vivo quella conquista di libertà che lo spot della Apple prometteva: farlo da soli, secondo i propri gusti. Non fu una rivoluzione da poco.

Si capisce dunque che se rivoluzione fu (il termine effettivamente è un po’ abusato), certo fu soprattutto sociale: resa possibile dalla tecnica, ma con effetti sconvolgenti su industrie consolidate e sui modi di operare delle persone. Sociale e comunicativa, a ben riflettere: nato come macchina da calcolo (calcolatore), il computer diventando personale si faceva anche soprattutto strumento linguistico e tale è sempre più divenuto.

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Software / Elogio del copia e incolla

Pubblicato da franco carlini su 10 Agosto, 2006

di Sarah Tobias

Nei primi mesi dell’anno 2007 con una campagna pubblicitaria tanto globale quanto miliardaria, ci sarà un’altra svolta nel mondo del personal computing. Debutterà infatti, dopo quasi sette anni di lavoro, il nuovo sistema operativo di Microsoft. Quando venne annunciato da Bill Gates nell’ormai lontano maggio del 2001, si chiamava LongHorn. Sarà Vista, invece, anche per segnalare che l’apparire delle informazioni sul monitor sarà molto più visuale, suggestiva. L’acronimo inventato parla di Windows Aero che starebbe per Authentic, Energetic, Reflective, Open. 

La faccia esterna così suggestiva ovviamente impegnerà molte risorse di calcolo e di memoria del computer e questo è uno dei paradossi dell’usabilità: per rendere facile agli umani l’interazione co la macchina occorre impegnare il processore in una grande attività di  resa (rendering); esso dunque passerà più tempo a presentare le informazioni che a elaborarle. Oggi che la microelettronica ha fatto tanti progressi (più potenza a minor prezzo) ce lo si può permettere, ma non era così 25 anni fa. Il Pc Ibm del 1981 offriva la possibilità di utilizzare un software di base a scelta: il Cp/M e il Dos della Microsoft (Ms Dos). Il primo era un po’ migliore, mentre il secondo era stato messo su in fretta e furia da Bill Gates, adattando un altro software, il Qdos, di cui aveva acquisito la licenza da una piccola software house di Seattle.

Grazie a una maggiore determinazione nel marketing avrebbe vinto il secondo e se oggi la Microsoft è quel gigante che è questo dipese anche dall’intuizione dell’allora ventiseienne Gates di non cedere in un colpo solo il Dos alla Ibm,  ma di chiedere il pagamento a copia installata. Così tuttora ogni Pc che va nei negozi con il sistema operativo di Microsoft produce cassa, qualcosa come una cinquantina di dollari a pezzo.

In ogni caso l’interazione con il computer avveniva allora solo attraverso dei comandi da battere alla tastiera. Non c’erano mouse né clic.  Una volta acceso il computer ci si trovava di fronte a uno schermo verde con su scritto: C:>, dove il C: rappresentava il disco rigido e il simbolo > indicava che la macchina era in attesa di un comando. Per esempio battendo C:>dir si otteneva l’elenco  (directory) dei file presenti. Battendo C:>WS si lanciava un programma di scrittura testi chiamato Word Star, che allora era uno dei primi disponibili.

Sembra antidiluviano, ma anche  così ai primi utilizzatori del Pc apparve una fantastica meraviglia. Fino ad allora per utilizzare i computer si dovevano inserire le istruzioni e i dati nella classiche schede di cartoncino dove ogni buco rappresentava un carattere; dopo di che, con il proprio pacchetto di schede, ci si recava al centro di calcolo dell’università o dell’azienda e si chiedeva ai tecnici in camice bianco di far girare quel calcolo. Avveniva a lotti (batch), mettendosi in coda come all’ufficio postale e i risultati magari erano disponibili solo il giorno dopo.

Nei sistemi più evoluti gli operatori avevano a disposizione un terminale, fatto di tastiera e monitor, ma questo era stupido, nel senso che la macchina sul tavolo non aveva sue capacità di calcolo né programmi in loco e invece si doveva collegare a un computer centrale, richiedendo le prestazioni.

Il Pc invece era autonomo, avendo il suo processore, il suo sistema operativo e i suoi programmi applicativi.

Era pensato per utilizzatori medio bassi e non per degli specialisti di informatica, e proprio per questo sarebbe nata la necessità di dotarlo di software standard per fare le attività più normali come scrivere, far di conto, archiviare i dati. Queste funzioni base da ufficio non per caso si sarebbero coagulate in un unico pacchetto integrato di Microsoft, quello che oggi si chiama Office.

Anche in questo caso la forza di Gates non è consistita tanto nell’inventare cose nuove, ma nel sapersi ispirare a prodotti concorrenti, migliorandoli e integrandoli in un unico ambiente di lavoro. Si prenda il caso delle tabelle elettroniche: l’antesignano di tutte si chiamava Visicalc e avrebbe prodotto un clone migliorato detto 1-2-3 della Lotus. Il famoso Excel di Microsoft, oggi diffuso in milioni di copie, sarebbe arrivato dopo, sbaragliando tutti gli altri grazie al fatto di essere ben integrato nel sistema operativo e di proporre alcune migliorie significative.

A voler essere semplicistici, ma la semplicità è spesso una virtù, la grande forza dell’ambiente di lavoro Microsoft si concentra in due parole soltanto: Cut and Paste, Taglia e Incolla. Con un semplice colpo di tastiera (Control-X) si taglia (o si copia) un pezzo di testo o un’immagine, o un  blocco di dati, e con un altro comando (Control-V) lo si incolla (o si sposta) in  un altro documento. E’ l’analogo digitale di quanto si faceva con forbici e colla sui documenti cartacei, ma più veloce e istantaneo. Oggi sembra  ovvio, ma dal punto di vista della programmazione non lo era affatto perché fu necessario predisporre formati e regole capaci di riconoscere in ogni ambiente anche oggetti nati in un altro software.

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