Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for the ‘scienza’ Category

Le aree della rimozione

Posted by franco carlini su 19 luglio, 2007

emanuela di pasqua

La memoria è sovente paragonata a un enorme archivio cui gli esseri umani possono accedere, ma è anche un sofisticato meccanismo capace di nascondere, bloccare, eliminare. Dimenticare è possibile e utile, e del resto ne parlava già Freud al tempo, alludendo al meccanismo della rimozione del ricordo, come difesa emotiva rispetto a un trauma. Ora i ricercatori dell’Università del Colorado hanno osservato, grazie alla risonanza magnetica (Fmri), le aree cerebrali coinvolte nella rimozione dei ricordi sgradevoli. Hanno infatti potuto osservare l’attività del cervello in tempo reale quando alle persone cui viene chiesto di abbandonare un ricordo. L’esperimento ha coinvolto 18 volontari adulti cui è stato domandato di associare le foto di alcuni volti con quelle di incidenti d’auto o altre immagini traumatiche. Ciascun viso è stato mostrato una dozzina di volte ai volontari, cui successivamente veniva chiesto di provare a ricordare o rimuovere l’immagine negativa a questi associata. Osservando l’intenso lavorio in cui era coinvolta la loro mente, gli esperti hanno identificato le zone interessate. In particolare i due territori cerebrali identificati sono l’ippocampo (struttura indispensabile alla fissazione della traccia di memoria) e l’amigdala. Dalla ricerca, pubblicata sulla rivista Science, emerge che le aree cerebrali attivate dalla soppressione del ricordo sarebbero più numerose di quelle utilizzate per richiamare un dato alla memoria.
Già nel 2004 un team di studiosi guidati da Michael Anderson (a capo del Memory Control Lab del dipartimento di psicologia dell’Università dell’Oregon) mostrò per la prima volta i meccanismi legati alla soppressione del ricordo. Il valore aggiunto del recente studio sta nell’aver confrontato le zone del ricordo a quelle della rimozione, individuando un terreno comune.

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Alla ricerca del dio dei batteri

Posted by franco carlini su 5 luglio, 2007

Venter, lo scienziato imprenditore alla ricerca del dio sintetico dei batteri

Il discusso protagonista di questi anni ruggenti della biologia, è tornato alla carica con suoi inseparabili compagni di viaggio ai confini della vita. In gioco non più i sistemi operativi, ma la «creazione»

Marco Motta
Luca Tancredi Barone

A sentir lui, è stato un po’ come trasformare un Mac in un pc. Ma al posto dei sistemi operativi, in gioco qui c’era un intero genoma, il patrimonio genetico di un organismo. Craig Venter, il discusso protagonista di questi anni ruggenti della biologia, è tornato alla carica con suoi inseparabili compagni di viaggio ai confini della vita: i batteri. L’ultima del gruppo dello scienziato imprenditore più famoso del mondo è la pubblicazione qualche giorno fa su Science dei risultati di un esperimento che per la prima volta ha trasformato una specie di batterio in un’altra. Non cadete dalla sedia? Allora forse non sapete nulla di «biologia sintetica».
L’impresa di Venter e compagni fa sembrare poca cosa il taglia e incolla dell’ingegneria genetica. Il punto di partenza è stato prelevare l’intero Dna (contenuto in un singolo cromosoma) di un batterio, il Mycoplasma mycoides, e trapiantarlo di peso in una colonia di Mycoplasma capricolum, un altro batterio, privato del suo genoma e stretto parente del primo. Risultato: il genoma trapiantato ha dato prova di saper «girare» anche su un altro supporto, dando vita a una progenie e trasformando, così sostengono gli scienziati, il batterio ricevente in quello originario. Va detto che questi microrganismi, che infettano le capre, sono privi, diversamente da molti altri tipi di batteri, di pareti cellulari, il che rende molto più semplice il trasferimento genetico. E tuttavia, per ammissione degli stessi ricercatori, come sia avvenuto esattamente il processo è tutt’altro che chiaro.
Si tratta comunque di un bel successo per chi, come Venter, sta dedicando da anni tutte i suoi sforzi alle ricerche sugli organismi più semplici, nella speranza di carpire tutti i segreti della vita. Il fatto è, come notava un editoriale sull’ultimo numero di Nature, che siamo ancora prigionieri di una visione antiquata della vita: una sorta di scintilla divina che scocca improvvisamente e fa compiere un balzo dalla materia inerte all’organico. Come se centocinquant’anni di darwinismo in fondo non avessero scalfito l’idea di vitalismo che imperava nell’Ottocento, quella secondo cui la vita è speciale e non è riconducibile alle ordinarie leggi di natura che regolano la materia. La biologia sintetica, è l’augurio di Nature, forse potrà liberarci dalla schiavitù di questa idea metafisica.
In realtà, dietro la metafora informatica di Venter si nasconde una visione riduzionista della vita. Un concetto delicato, quello di vita, per il quale ancora oggi nessuno è in grado di fornire una solida definizione scientifica. Lo hanno ricordato anche un gruppo di scienziati riuniti in Groenlandia a parlare di nanoscienze e biologia sintetica: le cellule non sono monadi isolate, ma sono raggruppate in colonie, e generalmente fanno parte di ecosistemi. Quindi anche la definizione tanto cara alla cricca di Venter di «genoma minimo» (il contenuto di informazioni genetiche necessario e sufficiente a mantenere in vita il più semplice degli organismi) non esaurisce il problema di capire cos’è davvero la vita: una manifestazione complessa, multiforme, che dipende dall’ambiente in cui nasce e si sviluppa.
Ma forse alla speculazione filosofica il nostro eroe preferisce quella finanziaria. Circa un mese fa l’ufficio brevetti statunitense ha reso pubblica una richiesta, da lui presentata nell’ottobre scorso, di brevettazione di un genoma minimo, una lista di 381 geni selezionata dal patrimonio genetico di un altro batterio, Mycoplasma genitalium. A scovare la richiesta tra le tante che affollano l’ufficio brevetti è stato l’Etc group, una ong canadese che da anni invita alla riflessione sulle ricadute etiche, sociali e ambientali delle nuove tecnologie, e sulla convergenza tra ingegneria genetica, informatica e nanoscienze.
Se davvero l’ufficio brevetti dovesse accettare la richiesta (come temono gli ambientalisti dell’Etc), Venter riuscirebbe dove aveva fallito 16 anni fa: brevettare più di un gene alla volta, oggi come allora muovendosi disinvoltamente su confini ancora inesplorati. Il brevetto sul genoma minimo, ammesso che il genoma esista, costituirebbe una pietra miliare della storia della manipolazione genetica, assieme alla storica sentenza delle corte suprema Usa del 1980 che dichiarò brevettabile il primo batterio ogm di Ananda Chakrabarty. Il batterio di Chakrabarty era in grado di degradare il petrolio e Venter spera di usare il proprio brevetto per costruire organismi per produrre biocarburanti. Per dirla con le parole dell’ong ambientalista canadese, «adesso c’è davvero qualcuno che fa concorrenza a dio».

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media al test della provetta

Posted by franco carlini su 28 giugno, 2007

Per il quindicesimo anno, si è svolta una sessione dell’Hands-on Laboratory. In Italia, una cosa del genere per i lavoratori dell’informazione, la organizza il Laboratorio di biologia dello sviluppo di Pavia

Luca Tancredi Barone

Se un giorno, affacciandovi alla porta di un laboratorio del Max Planck Institut di Göttingen (una cittadina collocata esattamente nel centro geografico della Germania), doveste scorgere un gruppetto di pasticcioni, con guanti di lattice, sguardo perplesso e la destrezza di un elefante nel maneggiare pipette e provette, non pensate subito male degli scienziati. Potreste esservi imbattuti in uno dei gruppi di giornalisti scientifici che partecipano al programma Eicos (European initiative for communicators of science). All’inizio del mese si è svolta per il quindicesimo anno una sessione dell’Hands-on Laboratory, un «laboratorio metteteci le mani». Una cosa del genere in Italia la organizza il Laboratorio di biologia dello sviluppo di Pavia. Lo scopo è aiutare i giornalisti scientifici a narrare con cognizione di fatto, non solo per sentito dire.
Di che si tratta? Si prendono – nel caso di Eicos – quattordici giornalisti e comunicatori scientifici da tutta Europa, li si divide in quattro gruppi e li si consegna nelle mani di altrettanti gruppi di ricerca. Una specie di Isola dei famosi, dove per una intera settimana si lavora, si vive, si mangia tutti insieme in un centro di ricerca isolato dal mondo, solo che anziché indossare un costume, mostrare i muscoli e cimentarsi in imprese improbabili, qui si indossano guanti (e giacche pesanti quando si passano lunghi periodi nella cella frigorifera), si ascoltano seminari e si seguono rigorose procedure scientifiche sotto gli occhi pazienti di un generoso gruppo di brillanti dottorandi, guidati ciascuno da uno dei capi del laboratorio. L’obiettivo era quello di realizzare, dall’inizio alla fine, un esperimento vero nell’ambito delle ricerche di punta del laboratorio assegnato.
Il primo tema era di competenza del laboratorio di neurobiologia: il gruppo aveva il compito di lavorare con una cellula neurale, analizzando alcune delle proteine coinvolte nella trasmissione del segnale nervoso e il processo di fusione delle vescicole, sacche presenti all’interno della cellula che rilasciano alcune sostanze chimiche le quali a loro volta «accendono» o inattivano i neuroni. Un secondo gruppo ha lavorato con il dipartimento di biofisica teorica e computazionale: lo scopo era quello di simulare, grazie ad appositi programmi al computer, forma, comportamento e movimenti di alcune proteine chiave per certi processi biologici. Un altro gruppo ha lavorato al dipartimento di biologia molecolare dello sviluppo sulla Drosophila, il moscerino della frutta, l’insetto superstar della genetica fin dai suoi esordi, per studiare l’espressione di alcuni suoi geni legati alla differenziazione sessuale. Il gruppo in cui ha lavorato chi scrive era ospitato dal dipartimento di biochimica cellulare e si è occupato di Rna, la molecola protagonista di quello che il settimanale Economist ha definito il nuovo «Big Bang della biologia». L’attenzione del gruppo era concentrata su una fase del meccanismo di trascrizione dell’informazione genetica dal Dna alle proteine, gli ingredienti fondamentali per consentire a un organismo di svolgere tutte le sue funzioni vitali (vedi sotto).
Solo che la maggior parte di questo tipo di esperimenti va fatto in maniera indiretta: ad esempio, né l’Rna, né le proteine si vedono a occhio. I risultati e gli errori vanno interpretati all’interno di un modello teorico di riferimento. Tutti i pezzi del puzzle che formano la teoria vengono conquistati a fatica immaginando ogni volta esperimenti da modificare mille volte prima di poter fornire un risultato utile. Che magari è un gel appiccicoso e rettangolare con tante colonne marroncine (contenenti preziose proteine o Rna altrettanto importante).
La biologia, insomma, è maledettamente più complicata e subdola di quanto non possa sembrare. E non soltanto perché i giornalisti sono meno pazienti e precisi di chi in laboratorio passa intere giornate.
Ma è anche una scienza in un certo senso modesta: non pretende di trovare la Tteoria del Tutto». E, dato che si scontra tutti i giorni con la complessità del vivente, ha imparato, più della fisica, quanto tutte le conoscenze e i dogmi siano relativi. È anche la scienza da tenere sott’occhio: gli interessi che le girano attorno non sono solo scientifici (e di aspetti da chiarire su come funzioniamo ce ne sono ancora un mucchio), ma, come è ovvio, anche economici. E mano a mano che il potenziale della biologia si dispiegherà, come prevede anche l’Economist, le tentazioni riduzioniste e semplicistiche di spiegare tutto aumenteranno. Non perdetevi le prossime puntate.

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Max Plank miracolo tedesco

Posted by franco carlini su 28 giugno, 2007

 

La Max Planck Gesellaschaft (Mpg), che gestisce i 78 istituti del Max Planck, è il principale ente di ricerca tedesco. Non è un ente governativo, ma una società di diritto privato, anche se finanziata principalmente dallo stato. Ricordiamo che la Germania spende più di due volte e mezzo l’Italia in ricerca scientifica in proporzione al Prodotto interno lordo. L’Mpg riceve ogni anno 1,3 miliardi di euro (il Cnr italiano non arriva neppure a mezzo miliardo). Il motto dell’Mpg viene attribuito al fisico Max Planck stesso: «la conoscenza deve precedere l’applicazione». Scopo del Mpg è dunque la ricerca cosiddetta curiosity driven, cioè la ricerca di base, guidata dalla curiosità intellettuale, dalla voglia di conoscere, che solo in parte può essere sviluppata nelle università. È diviso in tre sezioni indipendenti: chimica, fisica e tecnologia; biologia e medicina; scienze umane.
Ci sono 265 dipartimenti (ciascuno con a capo un direttore, di questi 72 sono stranieri), e vi lavorano circa 12mila persone (di cui 4500 scienziati), più circa diecimila dottorandi (la metà sono stranieri) e postdoc (l’80% sono stranieri). Ciascun istituto è autonomo, sceglie i propri temi e le proprie strutture di ricerca, assume il proprio personale e gestisce il proprio bilancio. I gruppi di ricerca sono diretti da un responsabile che gestisce i fondi. Naturalmente si viene valutati regolarmente sui risultati scientifici: se non si passano gli esami, o le persone scelte non si rivelano all’altezza, non si ricevono più fondi e non ci saranno progressioni di carriera.
Interessante è che l’opinione pubblica tedesca ne ha una grande stima: secondo un sondaggio del 2005 il 71% dei cittadini intervistati ritiene che i soldi investiti nel Mpg siano un ottimo investimento dei soldi pubblici. Chissà che cosa pensano gli italiani dei (pochi) soldi che diamo al Cnr. (l.t.b.)

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Neanderthal messo in sequenza

Posted by franco carlini su 28 giugno, 2007

 

Dal Max Planck Institute di Lipsia arriva una speranza: potrebbe essere vicina la «sequenziazione», completa ovvero la ricostruzione «lettera per lettera» del Dna dell’uomo di Neanderthal. Lo sostiene Svante Paabo, in un articolo appena pubblicato sulla rivista Pnas. In realtà frammenti di genoma del nostro cugino, scomparso circa 30 mila anni fa, sono da tempo disponibili e sono anche stati analizzati per confrontarli con quelli di H. sapiens.
Il grande interrogativo, finora non risolto in maniera definitiva, è se le due specie, che vissero sugli stessi territori di larga parte dell’Europa e in Nord Africa, si siano mai incrociate, eventualmente riproducendosi, e comunque quale sia il motivo della scomparsa relativamente rapida di Neanderthal: genetica debolezza, minore capacità di adattamento all’ambiente, o che cosa d’altro? Gli studi più recenti sembrano indicare che tra i due non ci sia stata combinazione genetica: vissero in contemporanea, ma non si accoppiarono né generarono prole. Tuttavia queste analisi dei frammenti estratti dalle ossa di scheletri di Neanderthal sono state finora molto ambigue perché si è presto scoperto che in quel Dna ce n’era anche di estraneo, per esempio quello dei batteri e dei microorganismi che si erano installati nel cadavere dopo la morte dell’individuo. Particolari precauzioni poi devono essere seguite nel maneggiare i reperti, per non contaminarli con il Dna attuale degli sperimentatori. E poiché i Dna di tutti gli organismi si assomigliano assai, non era affatto facile discriminare tra i diversi contributi. Oltre a tutto il Dna tende a decadere: non si conserva facilmente per migliaia di anni (è questo il motivo per cui era del tutto fantasiosa la rinascita dei dinosauri in Jurassik Park). Ora il laboratorio di Lipsia sembra avere fatto un nuovo passo in avanti.

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Da oggi comanda l’Rna

Posted by franco carlini su 21 giugno, 2007

 

 

Le dita della creazione, da Michelangelo ai laboratori. Rivoluzioni genetiche in vista

Sarah Tobias

L’indice di Adamo viene sfiorato da quello di Dio, e scocca la vita intelligente . E’ il famoso dettaglio della creazione, nella volta della Cappella Sistina. Quel gesto è stato ripreso e «copiato» infinite volte – e per fortuna che non c’è alcun copyright al riguardo, essendo Michelangelo morto nel 1564. Venne usata, quella immagine, nella copertina del settimanale economico Business Week, il 4 ottobre 1999, in piena bolla della New Economy per indicare la nascita di una nuova era. Il titolo era «The Internet Age» e le dita erano luminose di elettricità e disegnate a frame, come nelle immagini digitali. Con lo stesso significato le stesse dita dipinte dal Buonarroti sono ora apparse nella copertina dell’altro grande settimanale globale, The Economist. Questa volta il titolo è «Il Big Bang della biologia» e nello spazio tra i due polpastrelli compare un piccolo filamento colorato, lo scheletro di una molecola. Quella molecola è l’Rna, acido ribonucleico, e la copertina è del tutto meritata perché sta succedendo qualcosa di importante nella biologia e nella genetica.
Forse non sarà un cambiamento di paradigma, ma, secondo i commentatori, è qualcosa di simile a quanto avvenne agli inizi del secolo scorso con la struttura dell’atomo: se ne conosceva l’esistenza, si sapeva che era fatto di nucleo ed elettroni, ma era solo l’inizio della scoperta dell’infinitamente piccolo e del meravigliosamente complesso mondo delle particelle elementari.
L’occasione della riflessione è una serie di articoli pubblicati nelle settimane scorse, frutto del lavoro di un consorzio internazionale chiamato ENCODE. L’acronimo vuol dire «Encyclopaedia of Dna Elements» e in questo caso 80 diversi laboratori hanno scavato su una porzione minima ma significativa del Dna umano, l’un per cento, ricavandone una sorpresa: la grande percentuale del genoma umano che fino a ieri si riteneva «spazzatura» (junk dna), è invece attiva e svolge un ruolo. In particolare sembra agire come un sistema di controllo, rispetto all’attività dei geni, e in questa attivitù un ruolo cruciale è svolto dall’Rna, in una delle sue molte varianti.
Negli ultimi cinquant’anni si era imposta un’idea efficace, semplice e funzionale della genetica che suonava così: nella doppia elica del Dna stanno scritte le istruzioni (il software) con cui fabbricare le proteine del corpo umano, proprio come un programma di computer. Il dogma era «un gene – una proteina», dove l’umile Rna svolgeva essenzialmente la funzione di «messaggero», trasportando l’informazione dal Dna alle cellule dove le proteine in un certo momento devono essere costruite. La funzione di messaggero avviene molto semplicemente, e cioè creando uno stampo delle istruzioni e trasportandolo altrove per l’esecuzione.
Troppo bello per essere vero. Le cose invece si sono da tempo rivelate più complicate, proprio come il nucleo atomico a suo tempo risultò ben più complesso d’un semplice assemblaggio di neutroni e protoni.
Senza entrare in dettagli eccessivi, le ricerche recenti hanno mostrato che il Rna èben più che un postino, rivelando invece di avere diverse facce e ruoli, al punto che ce ne sono molti tipi, dei quali si va costruendo faticosamente una sorta di catalogo – un’ontologia. Per restare ancora nelle metafore, sembra che specialmente i cosiddetti microRna abbiano un po’ il ruolo che nei computer svolge il sistema operativo, ossia di supervisore e controllore. Se così stanno le cose, potrebbe andare a soluzione un altro problema. Nel modello classico il Dna contiene le istruzioni con cui fabbricare gli organismi e dunque ci si dovrebbe aspettare che gli animali complessi abbiano più geni (istruzioni) di quelli semplici. E invece tanti organismi tra di loro assai diversi, come esseri umani, piccoli vermi o moscerini hanno tutti, grosso modo, lo stesso numero di geni, circa 20 mila. Come mai? Da dove viene la diversità?
L’ipotesi che ora emerge e che suscita tra i ricercatori grande entusiasmo – come sempre avviene di fronte al nuovo – è che la differenza tra gli organismi dipenda più dai diversi Rna e dalle loro attività di gestione che dai geni. Infatti sono loro che comandano l’attivazione o la disattivazione di un gene, in certi momenti dello sviluppo o della vita dell’organismo. Per esempio c’è un Rna che interviene prestissimo, nei primi tempi di vita, per disattivare uno dei due cromosomi X che fanno il patrimonio genetico delle donne (una doppia produzione di proteine sarebbe dannosa), ece ne sono più di 20 che nella fase embrionale, con il compito di dire a ogni cellula che cosa dovrà diventare, se occhio o fegato.

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La forza armata del pensiero

Posted by franco carlini su 21 giugno, 2007

 

Chip multiuso Implicazioni belliche, sociali, etiche e legali dei recenti sviluppi nel campo delle neuroscienze

Alessandro Delfanti

Chip impiantati nel cervello, grazie ai quali dei futuribili supersoldati potranno comandare gli armamenti con il pensiero. Ma che possono anche essere usati per curare la cecità e il morbo di Parkinson. Sono i possibili percorsi applicativi delle neuroscienze, quel ramo della ricerca che studia il cervello e che negli ultimi anni sta facendo passi da gigante, ricevendo fondi sempre maggiori. Certo, ci sono molti problemi aperti, teorici e pratici, a causa della complessità del cervello, la struttura più intricata che l’evoluzione abbia prodotto. Ma ci sono anche dilemmi di tipo etico, e per discuterli negli ultimi anni è sorta un’intera disciplina: la neuroetica, che si occupa delle ricadute di questa disciplina sulle nostre esistenze e sul nostro stile di vita. Per esempio quando viene prodotto un nuovo farmaco per potenziare l’intelligenza, quando si propone di sottoporre i sospetti criminali a macchine della verità, o si studiano i meccanismi neurali dell’orientamento sessuale o dei comportamenti violenti.
Anche per affrontare questi problemi la Fondazione europea della scienza ha inaugurato, e finanziato con più di 500 mila euro, una nuova rete per discutere delle conseguenze dei recenti sviluppi nelle neuroscienze. Il «Network europeo neuroscienze e società» (Ensn) per cinque anni metterà al lavoro scienziati e sociologi europei, spingendoli a riflettere sulle implicazioni etiche, sociali e legali degli sviluppi più recenti. Per esempio mettendoli a confronto con approcci diversi al problema, da quello psichiatrico, a quello antropologico, a quello giuridico.
Di tutt’altro tipo sono le novità provenienti dagli Usa, dove anche l’agenzia di ricerca del Pentagono, Darpa (Defense advanced research projects agency), sta finanziando ricerche nel settore. Come sempre nel caso di Darpa – fondata durante la guerra fredda per rispondere alla supremazia tecnologica sovietica – si tratta di ricerca di frontiera, che non ha soltanto applicazioni militari ma anche ricadute sulla medicina e sulla vita di tutti i giorni.
Nel recente libro Mind Wars: Brain Research and National Defense, l’esperto di neuroetica Jonathan Moreno elenca alcune delle ricerche in corso: interfacce uomo-macchina che permettano ai piloti e ai soldati di controllare le armi con il pensiero; «robot viventi» controllati da impianti cerebrali, una tecnologia già in sperimentazione nei ratti; «elmetti cognitivi» che permettano di monitorare in remoto lo stato mentale dei soldati; «neuroweapons», armi che usano agenti biologici in grado di stimolare il rilascio di neurotossine; nuovi farmaci che permettano di non dormire per giorni, di cancellare i ricordi traumatici e reprimere le inibizioni psicologiche che impediscono di uccidere.
Nel suo ultimo libro, Il cervello del Ventunesimo secolo (Codice Edizioni), il biologo Steven Rose, scrive, a proposito dei possibili usi militari delle tecnologie che agiscono sul cervello, che è necessario «mettere nelle mani dei cittadini il cammino della scienza e lo sviluppo delle nuove tecnologie: un percorso che comincia con il dialogo e l’informazione». Sono le stesse conclusioni cui giunge il Bulletin of the Atomic Scientists (www.thebulletin.org), rivista nata nel 1945 per volontà di alcuni degli scienziati che avevano partecipato al Progetto Manhattan e chiedevano il controllo degli armamenti nucleari. Anche con le neuroscienze, come sempre nella sua storia, il Bulletin insiste infatti sulla necessità di aumentare il dialogo tra scienza e società.
Secondo un editoriale di Hugh Gusterson, infatti, oggi c’è bisogno come non mai di discutere delle implicazioni sociali delle neuroscienze e della direzione che prenderanno. «Stavolta ne abbiamo la possibilità. La scienza in questione non è la fisica ma le neuroscienze, ma il problema resta quello di capire se possiamo controllarne la militarizzazione». Come? Secondo Gusterson, «nonostante la difficoltà di controllare un campo che, rispetto alla ricerca sulle armi nucleari, ha bisogno di molto meno capitale ed è molto meno assoggettabile a verifiche internazionali, è possibile che un dibattito di lunga durata tra neuroscienziati, eticisti e specialisti in sicurezza possa allontanare il futuro distopico» prospettato dalle ricerche di Darpa.

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Meglio bonobo che liberisti

Posted by franco carlini su 14 giugno, 2007

SARAH  TOBIAS


La scena, osservata dal vivo da
Jonas Eriksson, studioso del comportamento dei primati, è questa: un gruppo di bonobo sta cibandosi, ma a un certo punto un maschio del gruppo comincia a comportarsi aggressivamente verso una femmina con il suo piccolino. Allora tutte le femmine del gruppo si coalizzano contro l’aggressore e lo picchiano per ben mezzora. Lui e gli altri maschi se la battono. La zona è il parco nazionale Salonga  nel bacino centrale del fiume Congo.

I bonobo (Pan paniscus) sono un po’ come gli scimpanzè (Pan troglodytes), ma sono anche molto diversi nei comportamenti. In particolare hanno una vita di gruppo molto pacifica e rilassata. Sono famosi, tra le altre cose, per la loro simpatica tendenza a risolvere le tensioni e i conflitti  interpersonali con pratiche erotiche omo ed eterosessuali: carezze, sbaciucchiamenti, stimolazioni reciproche, accoppiamenti (frontali). Il tutto in una struttura sociale largamente centrata sulle femmine, appunto.

Perché allora una tale esplosione di violenza contro il maschietto aggressivo? Gli studiosi del comportamento animale cercano di solito le spiegazioni «materiali» e deterministiche. Una possibilità dunque potrebbe essere questa: le femmine erano imparentate e dunque condividevano una parte del patrimonio genetico; perciò difendendo madre e piccolo, proteggevano istintivamente il loro stesso dna, assicurandone la propagazione. Questo altruismo tra parenti avrebbe un fondamento genetico. Le cose stavano davvero così? I ricercatori risolsero il dubbio seguendo pazientemente i bonobo, classificandoli uno per uno, raccogliendone le feci e spedendole in Europa per le analisi; da queste venne estratto e analizzato il dna per verificare il grado di parentela dei diversi individui. Certamente il dna si sarebbe potuto ricavare anche da peli, saliva o sangue, ma in tal caso sarebbe stato necessario catturare gli animali, creando agitazione e turbamenti e mettendo in atto pratiche invasive.

Il risultato delle analisi dimostrò che le femmine di bonobo erano pochissimo imparentate tra di loro, invece provenivano da gruppi diversi che ognuna di loro, aveva a un certo punto lasciato per costituirne uno nuovo, con forte solidarietà interna femminile. Anche nella vita quotidiana cooperano nella raccolta del cibo, prevalentemente frutti, e nella divisione egualitaria all’interno; i maschi pazientemente aspettano il loro turno di mangiare.

Tutto ciò è molto diverso da quanto succede tra gli scimpanzè sull’altra riva del fiume Congo: dove le società sono a dominanza maschile e molto più rissose.  Esistono due spiegazioni al riguardo: la prima ha a che fare con la relativa abbondanza di cibo facilmente reperibile nelle terre dei bonobo; se c’è abbondanza i gruppi e i singoli individui hanno meno motivi di conflitto per accaprasi tale risorsa scarsa. La seconda spiegazione ha anch’essa a che fare con il dilemma scarsità-abbondanza, in questo caso di rapporti sessuali. Le femmine di scimpanzè sono disponibili all’accoppiamento solo per pochi giorni al mese e lo segnalano ai maschi con una particolare colorazione dell’organo sessuale; in quei pochi giorni allora la gara tra i maschi per fecondarle è intensa e dura ed è in queste situazioni che si creano le gerarchia maschili. Le femmine di bonobo invece non hanno tale limitazione e i rapporti sessuali avvengono sempre, anche se ovviamente non sono sempre fecondi. Da questi due elementi deriva, secondo gli studiosi, il comportamento particolarmente pacifico e rilassato dei bonobo: non c’è motivo di litigare per il cibo né per il sesso. Chi sostiene che la competizione è la radice di ogni progresso laggiù non avrebbe molto seguito.

Tra i primati gli scimpanzè e i bonobo sono i quelli più vicini agli umani, sia dal punto di vista genetico (il dna coincide al 98 per cento) che da quello evolutivo: i rami tra noi e loro si separarono circa sei milioni di anni fa. Le somiglianze sono così forti che alcuni studiosi eretici hanno persino proposto che anziché chiamarli Pan, anch’essi andrebbero classificati nel genere Homo, come avviene per H. neadertalensis o per H. erectus. Proposta rigettata sia per motivi storici, che per mantenere un fossato ben profondo tra noi, culmine della creazione, e gli altri, animaleschi. Ma forse è giusto così perché purtroppo abbiamo perso molte delle virtù dei cugini bonobo e raramente pratichiamo le loro civiche virtù solidali e pacifiche. In compenso li abbiamo portati sulla via dell’estinzione e così non ci saranno più imbarazzanti confronti.

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Certi rischi di nome biotech

Posted by franco carlini su 31 maggio, 2007

 

Il Roundup della Monsanto è arrivato a fine corsa. Agricoltura e sviluppo
Si tratta di sostituire il più famoso e diffuso erbicida, il glifosato, con nuove invenzioni della chimica, in particolare con un nuovo prodotto chiamato dicamba. Dopo un allarme che arriva dalla stessa industria

Sarah Tobias

I più pessimisti lo avevano predetto, al prezzo di essere immediatamente classificati come estremisti ambientali e di conseguenza nemici del progresso e della cultura industriale. Ora l’allarme arriva dalla stessa industria che corre ai ripari, tardivamente e con rimedi discutibili. Si tratta di sostituire il più famoso e diffuso erbicida, il glifosato, con nuove invenzioni della chimica, in particolare con un nuovo prodotto chiamato dicamba. L’intera storia è assai istruttiva: nel 1970 un chimico della Monsanto, John Franz, scoprì le magiche proprietà del glifosato, capace di rinsecchire e uccidere le piante. Ottimo dunque per eliminare le erbacce cattive, per di più senza accumularsi nelle acque come l’atrazina, e senza effetti troppo pericolosi sull’uomo (o almeno in misura minore di altri prodotti). Nel 1974 esso venne messo in commercio con il nome di Roundup, peccato però che esso uccidesse anche le piante da proteggere. Per fortuna della Monsanto alcuni ricercatori individuarono un gene, il CP4, che immunizzava le piante dall’azione del glifosato. Bastava dunque modificare geneticamente le piante da proteggere, per spalancare un mercato immenso al Roundup. La Monsanto e altre aziende biotech negli ultimi dieci anni hanno dunque venduto contemporaneamente ai coltivatori sia il pesticida a base di glifosato che le sementi Ogm ad esso resistente (di soia, cotone, grano, barbabietola da zucchero, alfalfa). Fu un successo sconvolgente, malgrado l’opposizione delle associazioni ambientaliste e di molti stati europei.
I dati più recenti, riportati dalla rivista Science (25 maggio 2007), dicono che l’anno scorso 10 milioni di coltivatori in 22 paesi hanno piantato più di 100 milioni di ettari Ogm. L’area delle coltivazioni biotech è cresciuta di 60 volte negli ultimi 11 anni. Tutto merito del glifosato, il quale, «per l’agricoltura è importante quanto lo fu la penicillina per la salute umana», commenta Stephen Powles, ricercatore australiano. Il successo è stato accentuato da due fattori di mercato: nel 2000 è scaduto il brevetto e perciò altre aziende si sono messe a vendere erbicidi basati su questo composto; la maggiore concorrenza ha fatto scendere i prezzi e favorito la diffusione. Ciò ha fatto quasi cessare la produzione di altri erbicidi: un unico prodotto per un decennio ha conquistato quasi tutto il piatto. Secondo Syngenta, una delle multinazionali dell’agrobusiness, il 56 per cento dei coltivatori di soia negli stati americani del nord usa il glifosato come unico erbicida.
Il risultato è che, inevitabilmente, come natura comanda, e per effetto di una tale pressione selettiva, sono cominciate ad apparire le prime varianti di erbacce resistenti all’erbicida principe.
Le prima già nel 1996 e oggi se ne contano una dozzina, sparpagliate in molti paesi come Stati Uniti, Argentina, Sud Africa, Israele, Australia. Tra parentesi il fenomeno conferma, checché ne pensino gli antidarwiniani, che l’evoluzione per selezione naturale è tuttora e continuamente all’opera, in modo molto efficiente – in questo caso per le erbacce.
In particolare le furbe piante, per annullare l’effetto dell’erbicida, hanno trovato il modo di sequestrarlo nelle foglie, senza lasciare che discenda nelle radici, dove avrebbe effetto letale. Geniale.
A questo punto le strade, almeno teoricamente, sono tre: a) tornare al biologico (la più sana ma più improbabile, dal punto di vista dell’agrobusiness); b) cercare di mantenere efficace il glifosato, riducendone un po’ l’uso e per esempio reintroducendo opportune rotazioni nelle colture; c) cercare nuovi erbicidi più potenti e insieme nuovi Ogm multiuso. La seconda strada è quella attualmente in corso per tamponare la situazione, mentre la terza, è quella favorita dell’industria del settore e il candidato principale come erbicida di ultima generazione si chiama appunti «dicamba». Questo è un erbicida abbastanza economico, in vendita da una quarantina d’anni, ma nel 2003 alcuni ricercatori sembra che abbiano trovato un modo di ingegnerizzare i cereali per immunizzarli dal dicamba. Così l’avventura potrebbe ricominciare e nell’occasione ripartirebbe anche il conteggio dei venti anni di monopolio assicurato dai brevetti. La Monsanto dovrebbe commercializzare il tutto nel giro di tre, quattro anni. Una sorta di continua corsa a inseguimento come già avvenuto con gli antibiotici che, troppo, o male usati, hanno generato sempre nuove linee di batteri resistenti: è il caso delle nuove forme di tubercolosi che vanno dilagando per il mondo.

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I PARTITI ALFA

Posted by franco carlini su 22 maggio, 2007

FRANCO CARLINI – editoriale del manifesto, 22 maggio 2007

Ci sono dei bellissimi modelli matematici che dimostrano come una comunità possa collassare per il semplice fatto che un numero inizialmente piccolo di predatori si appropria dei beni comuni. In tal caso i membri di una eventuale maggioranza di altruisti si stufano di passare per gonzi e cessano di cooperare. Eventualmente si ritirano in comunità più piccole dove ancora la solidarietà può reggere, oppure defezionano (è l’Exit descritto da Hirschmann nel lontano 1970), o ancora prendono anch’essi a comportarsi da raider spregiudicati. Sembra la descrizione perfetta del fenomeno che, con dozzine di mesi di ritardo, i due maggiori quotidiani d’Italia hanno scoperto con finta ingenuità nell’ultimo fine settimana: disaffezione della «ggente» verso la politica, discredito totale dei partiti. Dunque antipolitica e antipartitica. Da anni i sondaggi europei confermano questa tendenza, peraltro riscontrabile empiricamente in qualsiasi treno di pendolari.

In Italia la questione sembra (ma sembra soltanto) particolarmente calda, ma più che calda è marcia. Oltre a tutto, pur se suggestivo, il titolo del volume di Rizzo e Stella, «La Casta», è equivoco: si tratta infatti di qualcosa di peggio. Le caste – si pensi all’India ma non solo – sono infatti gruppi sociali rigidamente divisi, cui si appartiene per nascita. Difficile entrarci come uscirne. La partitocrazia di cui da anni stiamo parlando ha invece un’altra caratteristica, quella di tendere per sua natura insieme a estendersi e a escludere. Di nuovo le scienze possono aiutarci per analogia: non solo ogni organismo vivente cerca di vivere a lungo, ma anche di perpetuarsi, diffondendo il più possibile il proprio patrimonio genetico. E’ il paradigma del «Gene Egoista», interessato soltanto a moltiplicare più copie possibili di sé, ed è per questo che in molte specie il maschio alfa (quello migliore perché ha sconfitto i rivali) ha il privilegio di fecondare molte femmine. E’ il suo Dna che si propaga di più, a scapito degli altri. 

Così le organizzazioni, e i partiti soprattutto, nella fase per loro più ricca, hanno bisogno non solo di permanere (per esempio con sistemi elettorali che li favoriscano, malgrado l’eventuale astensionismo), ma anche di moltiplicare  il loro modo di operare in molti nuovi adepti. La fidelizzazione non solo li rafforza, ma ne estende il potere. Questo funziona solo si instaurando un meccanismo antidemocratico di esclusione, perché quel potere è tale solo se c’è qualcuno su cui esercitarlo e che non ha la possibilità di metterlo in discussione. Dunque l’antipolitica serve a chi comanda e come tale viene ricercata; non è un difetto ma un valore per i partiti attuali, almeno finché non raggiunga una certa soglia che dia luogo a sommosse (difficili da immaginare da parte di un popolo deluso) o a dittature populiste. Non per caso gli autori della diagnosi preoccupata puntano a soluzioni che irrobustiscano l’esecutivo, sottraendolo al «ricatto delle minoranze delle minoranze» (Paolo Mieli).

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