Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archivio per la categoria ‘web’

Modestamente web

Pubblicato da franco carlini su 24 agosto, 2007

nuove tendenze

 

E’ l’ora della modestia, ragazze. Anche sul web, anche nell’abbigliamento. Otto anni dopo il suo primo libro assai fortunato e assai discusso, Wendy Shalit torna alla carica. Allora pubblicò «Un ritorno alla modestia: la riscoperta della virtù perduta», mentre ora è la volta, sullo stesso tono e nello stesso stile tra il mormone e il vittoriano, di «Girls Gone Mild» ovvero come «le giovani donne reclamano il rispetto di sé e scoprono come non sia poi così male essere buone». Se ne sentiva il bisogno, dopo tanto abbigliamento aggressivo, ombelichi al vento, bevute esagerate e soprattutto sesso troppo libero. Per quanto piccolo si tratta di un vero movimento, che nel web trova di che nutrirsi di sentimenti virtuosi. Il punto di partenza, obbligato, è il sito della stessa Wendy, http://www.modestyzone.net, che a sua volta rilancia verso un blog di gruppo, «modestamente vostre», http://www.modestlyyours.net, redatto da venti donne venti, unite dal fatto che nella loro vita, pubblica e privata, praticano e pubblicizzano la modestia femminile. La tendenza alla modestia peraltro si fa anche commercio. Ecco dunque http://www.dressmodestly.com che dallo stato mormone dello Utah propone delle magliette e persino dei toppini, rigorosamente lunghi, dai colori tenui e delicati. Pochi prodotti e scadenti: molto meglio, allora, http://www.purefashion.com, il cui scopo morale è di guidare le giovani donne tra i 14 e i 18 anni a «diventare delle leader confidenti e competenti che vivono la virtù della modestia e della purezza». L’organizzazione vende abiti che sono «eleganti ma non provocatori, alla moda ma di buon gusto». Soprattutto organizza corsi e seminari, anche per le future modelle ispirate alla modestia.

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Tutto il web su tutti i cellulari

Pubblicato da franco carlini su 26 luglio, 2007

FRANCO CARLINI

In Europa pochi se ne accorgeranno, perché pochi la usano, ma la notizia è comunque interessante: sia O2, operatore inglese di telefonia mobile, che l’australiana Telstra hanno deciso di abbandonare la tecnologia i-mode, di origine giapponese, che rende possibile navigare sul web con i telefonini. Quel sistema ha avuto un grande successo solo in Giappone, dove è nato, raccogliendo molti milioni di utenti, ma la sua esportazione ad altri contesti (in Italia lo adottò Wind) è stata un quasi fallimento. Il suo guaio è che si tratta di un ambiente chiuso, dove gli utenti possono navigare quasi esclusivamente verso i siti certificati e scelti dall’operatore telefonico. E’ il sistema del giardino chiuso e ben recintato (walled garden) che con qualche ingenuità anche altri operatori telefonici hanno proposto nei primi anni del web mobile. A ciò si aggiunga che lo standard giapponese era assai poco standard, richiedendo software specifici e telefonini fatti su misura. Dunque addio senza rimpianti: è uno di quei casi in cui il mercato (ovvero i consumatori) ha votato, bocciando ciò che non piace, o che serve poco, o che è troppo complicato.

Sempre nei giorni scorsi Vodafone Italia ha delineato le sue promesse per l’autunno. In una lunga conversazione con Affari e Finanza di Repubblica, il direttore generale Paolo Bertoluzzo ha detto che l’era dell’internet mobile è infine cominciata: i clienti lo vogliono e le tecnologie infine sono mature e robuste.

Sul fronte dei consumatori, in effetti, tutti gli operatori cellulari vedono crescere nelle loro statistiche la percentuale di «traffico dati», e cioè dei bit che portano informazioni, rispetto a quelli delle telefonate vocali. Il fenomeno dunque è già in atto – per Vodafone rappresenta ormai il 18 per cento del fatturato. Il futuro immediato è lì, ma questo non significa ancora una vera esplosione, perché ci sono diversi i tasselli che devono andare a posto.

Intanto gli apparati utente, in pratica i telefonini: quelli davvero adatti alla navigazione mobile sono numerosi, ma non tantissimi. Hanno dei limiti tecnici (spesso anche dei veri e propri bachi) e costano molto, attorno ai 500-600 euro. Si può fidare che nel giro di qualche anno costeranno la metà e saranno migliori, ma per ora chiedono una spesa elevata. L’arrivo dell’iPhone della Apple (che pure di limitazioni tecniche ne ha assai) certo sta accelerando lo sviluppo di altri prodotti concorrenti e di qualità. Si tengano d’occhio le Samsung e le Nokia, ma anche alcuni marchi meno noti come iPaq e Htc. Lo stesso iPhone, abbinato alla rete cellulare americana di At&t va mostrando le sue debolezze quanto a connettività.

Secondo tassello, i piani tariffari. Molti ancora propongono delle tariffe a consumo e cioè proporzionali al tempo di collegamento o ai byte scaricati, ma non può essere questa la strada definitiva in un mondo dove i navigatori web sono abituati, in casa e in ufficio, ad abbonamenti piatti (flat), con cui sono sempre in rete, senza limiti di tempo né di volumi. Ovvio che anche dai cellulari si aspettino la stessa modalità, magari essendo disposti a pagare un «premio» per il servizio in mobilità, ma certo non eccessivo. Gli uomini e le donne del marketing sono lì al computer, con le loro tabelle elettroniche segretissime, a cercare il punto di equilibrio tra domanda e offerta e la sua dinamica nel tempo. La tendenza inevitabile, vista la concorrenza, è che scendano i costi dell’aDSL su linea fissa e che, in parallelo diminuiscano anche quelli delle connessioni mobili. Quando e quanto è tutto da vedere.

Terzo, la banda disponibile, che comincia (ma appena comincia) a essere adeguata, via via che le tlc potenziano le loro reti cellulari: è un percorso in crescita continua da Gps a Gprs, Umts, Hspa eccetera, e gli operatori italiani promettono per natale una larga copertura del territorio con i più veloci protocolli di trasmissione e ricezione. Ma molti dei nuovi supercellulari già offrono altre connessioni, in particolare quelle tipo Wi-Fi che in Europa e in Italia non sono sviluppatissime, ma che anche qui crescono: antenne sul territorio che fanno da «punti caldi» (hot spot) da cui entrare in rete a pagamento, ma in molti casi anche gratis, grazie a scelte sociali di comuni e enti locali. Il fenomeno è particolarmente esteso negli Stati Uniti, anche in rapporto alla relativa arretratezza e caoticità delle reti Usa di telefonia mobile. In ogni caso reti cellulari e reti Wi-Fi, in competizione tra di loro, permetteranno agli utenti di decidere come collegarsi all’internet. Software opportuni potranno farlo automaticamente, scegliendo in ogni luogo coperto da due o più reti, quella che offre il migliore rapporto prezzo-prestazioni. Questo è un terreno di conflitto nuovo tra gli operatori di telecomunicazione. La mossa più «a rischio» la sta facendo in America T-Mobile che offre la possibilità di saltare dalle reti cellulari a quelle WiFi, anche dentro casa, così mescolando a beneficio degli utenti le due tecnologie.

I contenuti e i servizi: l’idea della televisione sul cellulare sta rapidamente perdendo appeal. Non è andata bene con i Mondiali di calcio e tuttora il consumo di formati da televisione classica sul minischermo langue. Sarà una fetta del mercato, non necessariamente la più usata e redditizia, e dunque le Rai e le Mediaset non si facciano troppe illusioni di riciclare wireless i loro magazzini, magari un po’ riformattandoli e reimpacchettandoli. Non hanno e non avranno successo perché diverso è l’atteggiamento mentale e cognitivo quando ci si trovi sul divano o alla fermata d’autobus. Servono altri format, altre modalità di interazione e sono tutte da inventare per «prove ed errori».

Sul tema si sono tenuti qualche centinaio di convegni mediamente inutili, e ci torneremo. Per ora accontentiamoci di una formulazione sintetica: il cellulare web deve offrire – senza barriere né ostacoli – tutte le cose che già ora la rete contiene (una sconvolgente abbondanza di informazioni e servizi), ma anche, e in più, nuovi servizi adeguati alla vita erratica. Soprattutto deve esaltare quelli che finora (con la voce e gli Sms) sono stati i grandi fattore di successo dei cellulari, ossia la assoluta facilità d’uso, a prova di vecchietti e di bambinetti, e la totale abilitazione a relazioni da persona a persona. Si spera insomma in una convergenza tecnologica che a sua volta riunifichi i pregi migliori dell’internet e delle reti cellulari: abbondanza di informazioni e di idee, senza confini, relazioni da molti a molti, ma anche personalizzazione delle relazioni stesse, all’istante. Non per caso insieme agli sms dilagano anche tra i meno giovani, i messaggi istantanei. Si pensi dunque a un ambiente unico dove posta elettronica, Instant Messaging, telefonate digitali e navigazioni per il mondo siano tutte possibili da un’interfaccia unica e gradevole. In rete cose del genere le offre già Google, con pagine scarne ed essenziali che diventano un valore aggiunto. Presto le avremo in tasca.

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Il Bazar dieci anni dopo

Pubblicato da franco carlini su 7 giugno, 2007

Sono già trascorsi dieci anni, e sembra ieri, da quando Eric Raymond, allora un giovane programmatore della Pennsylvania , portò a un convegno una relazione dal titolo «La cattedrale e il bazar», che presto sarebbe divenuto un libro-manifesto (è disponibile anche in italiano). Raymond prendeva lo spunto dal sistema operativo per computer chiamato Linux teorizzando che era nato un nuovo modi di produzione, almeno del software, dove un gran numero di programmatori, ma connessi dalla rete internet avevano fatto il miracolo di realizzare un software valido e robusto, in spirito di cooperazione decentrata. Dunque quello che sembrava un caotico bazar si rivelava più efficiente dei modelli tradizionali di tipo ingegneristico. Le cattedrali, come noto, chiedono anche centinaia di anni a essere ultimate (e così molti megasoftware, come il recente Vista di Microsoft), i bazar invece possono fare di meglio. In sostanza la metafora alludeva a due modi di produzione, quello gerarchico e quello cooperativo (eventualmente altruista), lo stesso tema, ridiscusso e approfondito, un decennio dopo da Yohai Benkler («La ricchezza della rete», Bocconi). La questione non riguarda solo le produzione digitali, perché la crescita del movimento Open, ha esteso la riflessione anche ad altri campi dell’attività umana, talora concretamente, talaltra in maniera un po’ ideologica o volontaristica. Non c’è dubbio tuttavia che queste riflessioni teoriche, accompagnate da pratiche concrete market e non-market, sono state la vera novità anche politica degli ultimi anni. Il tutto si accompagna a due altre parole chiave: l’una è Commons (o beni comuni), espressione che sembrava totalmente desueta; l’altra è diversità, perché da essa dipende il successo dei modelli di cooperazione decentrata: se tutti la pensassero allo stesso modo, non ci sarebbe creatività alcuna. (sarah tobias)

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Abbasso gli improvvisatori.

Pubblicato da franco carlini su 7 giugno, 2007

Un imprenditore Usa contro la rete “amatoriale” troppo democratica

 NICOLA BRUNO

Se è vero che ogni grande movimento ha bisogno del suo bastian contrario, quello del web 2.0 è Andrew Keen, imprenditore della Silicon Valley e autore di un pamphlet polemico, «Cult of the Amateur», da ieri nelle librerie americane. Il libro vuole essere un grido d’allarme sui pericoli  cui è esposto il sistema di competenze e professionalità dell’industria dei media tradizionali, sempre più assediati dalle «scimmie» (il riferimento è alla metafora delle «scimmie dattilografe») di Wikipedia, YouTube e MySpace. Attraverso un’analisi al tempo stesso corrosiva e bigotta, distopica e faziosa, Keen offre non pochi spunti di riflessione sulle conseguenze di una rivoluzione ormai irreversibile. Si può dissentire su gran parte delle sue affermazioni, ma su un punto l’autore ha ragione: Internet non è la soluzione miracolosa per i problemi della società e della politica; pone nuove sfide, e anche più complesse.

La tesi centrale di «Cult of the Amateur» è che la democratizzazione dei media sta minacciando la nostra cultura. E la colpa è tutta degli strumenti amatoriali del cosiddetto web 2.0. Non pensa che questo approccio sia troppo deterministico? La tecnologia non è mai solo abilitante, il suo sviluppo rispecchia anche bisogni sociali e personali.
Giusta obiezione. Il mio saggio vuole essere una critica a una cultura capitalista sempre più individualista, in cui l’estetica, la conoscenza e la verità si muovono al di là della comunità e verso l’Io. L’assenza di intermediari è il sogno dei libertari sia di sinistra (contro-culturalisti) sia di destra (utopisti del mercato libero) che respingono ogni forma di autorità: dello stato, del testo, dell’autore, dei media. La sola autorità ammessa è l’Io, a sua volta mandata in frantumi dalla cultura dell’anonimato online. In questo senso la mia analisi vuole essere un nuovo capitolo della polemica culturale portata avanti da teorici americani come Neil Postman, Daniel Bell, Alan Bloom e Cristopher Lasch.

Perchè un professionista è migliore di un produttore amatoriale?
Buona domanda, mi spiego con un esempio. Prendiamo i primi minuti del Gattopardo di Visconti: siamo sopraffatti dalla sua eleganza, dal modo in cui la telecamera ci riporta nel passato. Poi guardiamo qualche short movie su YouTube, magari uno sulle bottiglie esplosive di Coca-Cola. O una donna col cappello da baseball che guarda in camera e fa dei risolini stupidi. O uno studente che scoreggia in faccia a qualcuno. O uno striptease volgare. O non guardiamo proprio niente… Visconti era un artista professionista, sostenuto dal complesso sistema economico dei media tradizionali. Quanto si trova su Internet è invece solo non-sense autoreferenziale, quello che io chiamo «narcisismo digitale».

Un altro motivo ricorrente del libro è l’elogio acritico (e, temo, nostalgico) dei media tradizionali. In diversi passaggi afferma che solo l’attuale sistema può garantire il confronto democratico, tralasciando del tutto i suoi potenziali usi e abusi. Si veda Judith Miller e i falsi scoop sull’Iraq.
Eh, Judith Miller… è il vecchio trucco antisocialista di ricorrere ai genocidi del regime di Stalin per dimostrare che nessun tipo di politica progressista potrà mai essere buona. Proviamo invece a ribaltare le cose. Judy Miller ha finito col rafforzare i media tradizionali. Certo, parliamo di una giornalista indegna, che ha non poche responsabilità per la guerra in Iraq. Ma ha anche procurato uno shock positivo al New York Times, spingendolo a ripensare i propri processi editoriali. E ora la testata sta facendo un lavoro decisamente migliore sulla guerra. Si legga John Burns, Dexter Filkins o Kirk Semple. Lo stesso Thomas Friedman ultimamente sta diventando più affidabile. La qualità, l’autorevolezza e la credibilità di questi giornalisti non ha niente a che vedere con la blogosfera. Non si diventa Burns o il grande reporter dai paesi arabi Robert Fisk sedendosi di fronte a un computer e pubblicando gratis il proprio lavoro.

E quindi dovremmo legittimare anche il ruolo consensuale dei media mainstream in paesi come la Cina, dove l’unica informazione credibile è quella indipendente?
Su questo hai ragione. Sono completamente a favore del web 2.0 in Cina e in altri stati non democratici. Il problema del web 2.0 sono le sue conseguenze nei paesi democratici. La sfida dei progressisti in Occidente non è l’azzeramento, ma la ricostruzione dell’autorità morale, politica e intellettuale. Altrimenti non avremo più alcun mezzo istituzionale per migliorare la società.

Altra obiezione: il problema non è tanto se le nuove tecnologie siano morali o meno, ma come guidare questo processo verso la qualità. E cioè come sviluppare piattaforme migliori, in grado di gestire la fiducia e favorire l’accuratezza, no?
Spero che il web 2.0 possa prima o poi dar vita a media di qualità. E’ ridicolo, però, che improvvisamente tutti si pongano la stessa domanda: con centinaia di milioni di video, blog e siti a disposizione, come dovremmo trovare le risorse di qualità? Il web 2.0 potrà funzionare solo reintroducendo elementi dell’ecosistema tradizionale e quindi gli intermediari. Bisognerà trovare un compromesso tra i media mainstream e quelli partecipativi. Nell’ultimo capitolo del libro indico alcune soluzioni possibili (Joost per i video, Citizendium per le enciclopedie, ndr).

La disintermediazione non è solo citizen journalism e YouTube. E’ anche collaborazione, economia del dono. Al riguardo lei scrive: «in ogni professione, quando non c’è un incentivo monetario o un premio, il lavoro creativo è in stallo». Ma il movimento open source sta dimostrando l’esatto contrario.
La collaborazione potrà funzionare per lo sviluppo del software, ma non è un modello applicabile a qualsiasi produzione creativa. Wikipedia è un buon esempio del fallimento del modello collaborativo in termini di produzione intellettuale: non c’è nessun giudizio editoriale o una definizione delle priorità. Così le voci sull’attrice soft-porn Pamela Anderson o sul Ceo della Apple Steve Jobs sono più approfondite di quelle su Hanna Arendt e Gramsci. E’ questo che vogliamo insegnare ai nostri figli, che la pornografia o un produttore di computer sono più importanti della filosofia politica?

Anche se distopica, è interessante la sua analisi sui rischi per la privacy. Perché parla di «democratizzazione dell’incubo orwelliano»?
Orwell temeva uno stato che controlla le strutture centrali dell’informazione. 1984 è il modello stalinista. Il web 2.0 azzera questa distopia. Ora tutti noi abbiamo videocamere e ci guardiamo a vicenda. La vera distopia profetica del XX secolo è «La finestra sul cortile» di Hitchcock. Se ogni telefonino ha una videocamera integrata, chiunque può assumere l’occhio investigativo di Jimmy Stewart e trasformarsi in un detective amatoriale che spia gli altri e butta tutto su Internet. Poi c’è Google, intenzionata a creare il database definitivo che conosce tutto quanto c’è da sapere su di noi. Google è il Grande Fratello del 21wsimo secolo. È la versione 2.0 di 1984.

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Intellettuali impauriti dal web

Pubblicato da franco carlini su 7 giugno, 2007

SARAH TOBIAS

 

È vivace e polemica la discussione, soprattutto americana, di cui da qualche mese queste pagine stanno dando eco. I suoi contorni sono: il web 2.0 e le forme di produzione di contenuti dal basso; di conseguenza la loro rilevanza per gli affari, ma anche per la democrazia; la quale democrazia non è solo quella dentro la rete, ma quella generale, nella sfera pubblica; la quale a sua volta è malata da tempo. Temi che si sono fatti anche più caldi perché il luogo storico della società civile, i quotidiani, sono in sofferenza, economica e di ruolo e incalzati da siti e blog che magari danno informazioni più precise e opinioni più libere. L’intervista qui sopra al saggista imprenditore Andrew Keen ne è un chiaro esempio. In Italia il riflesso per ora è minimo, a conferma di uno storico ritardo. Uno dei pochi è stato un polemico articolo di Carlo Formenti (sul Corriere Economia) contro il mito del giornalismo dal basso.  

Va anche detto che nell’intervista  Keen smorza di molto i toni molto più polemici e persino reazionari di altri suoi scritti, tutti un po’ all’insegna del ripristino delle autorità e non solo delle autorevolezze che sarebbero minate dal dilagare dei contenuti generati dagli utenti (User Generated Contents). A polemizzare con lui, prima ancora che il libro fosse sugli scaffali si sono mossi in molti. Tra di loro il giurista di Stanford lessig che nel suo sito lo ha «decostruito», smontando una per una le affermazioni che volevano essere le più provocatorie e alla fine definendolo una caricatura.

Nel dipanarsi delle posizioni come non notare due titoli? L’uno è il libro del  2004 di James Surowiecki, intitolato «The Wisdom of Crowds», ovvero «La saggezza delle masse». Con relativo sottotitolo: «Perché i molti sono più intelligenti dei pochi e come il punto di vista collettivo plasma  gli affari, le economie e le nazioni». Sull’onda della metafora di rete, Surowiecki documentava  come in molti casi di incertezza i giudizi degli esperti siano peggiori di quelli ottenibili da una grande quantità di persone che non sono cultori della materia, ma statisticamente, ottengono risultati migliori.  Il secondo titolo, volutamente speculare, è «The Ignorance of Crowds», un saggio pubblicato di recente da Nicholas Carr per la rivista Business+Strategy.  L’autore è famoso per un suo precedente articolo sulla Harvard Business Review in cui sostenne che l’Information Technology, essendo ormai così diffusa, non garantisce più un vantaggio competitivo alle aziende che la usano. La sua nuova tesi è che solo in pochi casi, e con molte limitazioni, la produzione «da pari a pari» si rivela efficiente e creativa.

Queste polemiche sono un sano antidoto all’eccesso di rappresentazione che ha gonfiato le aspettative dell’internet dal basso, ma spesso, come nel caso di Keen, lasciano intravedere una vecchia ostilità verso gli strumenti che abilitano le singole persone a prendere la parole in proprio. È già successo molte volte nella storia dei media dove i chierici ogni volta esibiscono diffidenza e animosità verso il gran caos comunicativo.   

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Meglio Wiki che Blog

Pubblicato da franco carlini su 31 maggio, 2007

 

F. C.

Blog, parola da abbandonare, perché ormai troppo generica e già logorata dal suo stesso lusinghiero successo Ma anche per il formato stretto e impoverente, dove i testi a-gerarchici, cioè tutti uguali nel loro apparire, sono forse all’insegna della democrazia (scelga il lettore e non l’editore cosa è importante), ma anche il massimo del piattume indifferenziato. Quanto agli autori poi, alcuni blogger sono spesso autoreferenziali e narcisi (non tutti, per carità), e la blogosfera che ne risulta è dunque una parte soltanto, e minore, della più vasta sfera pubblica che vive nell’internet globale. In molti blog, così come in tantissimi forum, scatta poi un meccanismo di autosegregazione e di conflittualità amico-nemico. La segregazione significa frequentarsi solo tra chi è già d’accordo, il che genera quel fenomeno psico-sociale chiamato groupthink che impedisce non si dice di capire, ma anche soltanto di vedere il punto di vista diverso. La dinamica amico-nemico è l’estremo opposto, specie nei forum: non si argomenta per convincere e ascoltare, ma si esibiscono certezze e tifoserie. E’ il guaio dell’eccesso di identità che mentre rafforza e compatta una comunità, al tempo stesso erige barriere contro chi non ne fa parte, che siano i tifosi della squadra avversaria o quelli con la pelle troppo scura o troppo chiara. Tutti questi meccanismi si erano già visti fin dai tempi dei primi Newsgroup Usenet e delle Comunità Virtuali, ma oggi appaiono accentuati grazie al fatto, positivo, che è cresciuta la popolazione della rete e che il web è finalmente «scrivibile» e non solo «leggibile». Per tutti questi motivi potrebbe essere sensato abbandonare la parola e cominciare a praticare qualcosa di più ricco e discorsivo dove non si parli per parlare, ma si parla, e se serve ci si accapiglia, per fare, ovvero per cambiare lo stato di cose presenti. Quello era il modo di interazione aperto con cui l’Internet è stata costruita. Ora per fortuna abbiamo i wiki e gli elaboratori di testi in rete (come http://docs.google.com/) che permettono modalità di lavoro in comune L’internet produce continue invenzioni tra le quali l’ambiente (cioè noi stessi) selezionerà le più adatte.

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L’origine di log o blog, diario di legno

Pubblicato da franco carlini su 31 maggio, 2007

 

Di questo termine ombrello pochi conoscono l’origine. «Log» in inglese è un pezzo di legno e un tale ciocco veniva legato a una fune, dotata di nodi equidistanti, per misurare la velocità delle navi: lo si buttava in mare contando i nodi che scorrono nell’unità di tempo: 7 nodi all’ora, 20 nodi, eccetera. Quelle rilevazioni venivano riportate sul libro di bordo il quale viene chiamato «journal», ma anche, per estensione, «logbook», o brevemente «log». Con un ulteriore passaggio, anche nei computer venne chiamato log quel file creato automaticamente che contiene, in ordine cronologico, la registrazione di tutte le operazioni effettuate, in particolare gli accessi; serve a controllare le prestazioni del sistema, ma anche, se del caso, a rilevare eventuali anomalie, per esempio degli imgressi abusivi. Non per caso l’operazione di accedere a un sistema si dice «log in». Un diario dunque, e cioè una sequenza di annotazioni in ordine cronologico. Venne abbastanza naturale perciò chiamare weblog, e in seguito Blog, i diari personali tenuti sul web.

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Leggende infondate su Google

Pubblicato da franco carlini su 10 maggio, 2007

Secondo un autorevole quotidiano italiano (La Repubblica, 6 maggio), Google avrebbe realizzato «una maxischedatura dell’umanità», grazie alla quale se un qualsivoglia «Mariolino», appassionato di motociclette, usa quella search engine, essa gli somministra le relative pubblicità personalizzate (ovviamente pagate dagli inserzionisti), basandosi sul «profilo» di quella persona. Peccato che le cose non funzionino così, come chiunque può verificare, e il fatto che circoli tale leggenda è la conferma di quanto i media principali siano poco informati e poco informino. Poi si lamentano che perdono copie. In realtà Google propone agli utenti del suo motore di ricerca, così come del sistema di posta Gmail, delle pubblicità contestualizzate, ovvero pubblicità che tengono contro del contesto, e ci riescono tenendo conto delle parole chiave immesse per la ricerca oppure, nel caso della posta, dei termini contenuti nel messaggio ricevuto. Ma per motivi sia tecnici che politici, relativi alla privacy, non scheda le preferenze di alcun Mariolino, né Lucia. Essi infatti non hanno di solito un indirizzo internet fisso, grazie al quale essere riconosciuti, e anche i brandelli di informazione detti cookies che i siti depositano sui computer offrono poco aiuto, se non altro perché molti utenti li annullano. Sono dei piccoli file di testo che i siti scrivono nei Pc dei visitatori e che vengono  poi letti e aggiornati a ogni visita successiva. Peraltro chi lo voglia può chiedere a Google di conservare il diario delle sue ricerche, ma si tratta di un’opzione volontaria. Quello che Google e tanti altri siti web fanno, piuttosto, è di registrare le attività degli utenti, per ricavarne dei profili statistici delle diverse popolazioni, i quali a loro volta serviranno per raccogliere pubblicità di settore.  Il business che ha proiettato Google alle stelle è quello. (s. t.)

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Internet delle cose

Pubblicato da franco carlini su 26 aprile, 2007

 

Lo spazio degli indirizzi

«Internet delle cose» è un’espressione suggestiva che compare fin dal 2005 in un rapporto dell’Unione Internazionale delle Comunicazioni (Itu). Si intende con questa miliardi di oggetti, ognuno dotato di un suo processore e di una capacità di comunicare con gli altri: senza fili, di solito a corto o cortissimo raggio. E’ la comunicazione «da macchina a macchina» di cui nell’articolo di Feletig sopra. Molte le architetture tecniche possibili, ma la più ambiziosa suona così: ognuno di questi oggetti autonomi sia dotato di un suo indirizzo Internet e tutti i messaggi tra le cose usino il protocollo di trasmissione a pacchetti, tipico della rete; chiari i vantaggi di standardizzazione e di universalità. C’è un problema però: oggi gli indirizzi Internet disponibili sono in numero limitato, «soltanto» poco più di 4 miliardi, ovvero meno degli abitanti del mondo, figuriamoci delle cose. Questo perché sono fatti secondo un codice, chiamato IPv4 composto di un totale di 32 bit (4 numeri di 8 bit, ognuno dei quale vale al massimo 256). Ma da molti anni, ormai un altro standard esiste, chiamato IPv6, che usa 128 bit invece di 32; in questo modo si possono generare 2 alla 128esima potenza indirizzi diversi, una quantità sconvolgente, che corrisponderebbe a un migliaio di indirizzo per ogni metro quadrato del pianeta, con il che ogni problema di scarsità numerica sarebbe risolto. Se finora l’IPv6 non è stato adottato è per problemi di costi; si tratterebbe infatti di modificare e riprogrammare tutti i computer di rete. Prima o poi sarà obbligatorio farlo, ma per ora gli unici a darsi da fare sono soprattutto i militari Usa e si capisce perché: non solo hanno pingui bilanci, ma soprattutto lavorano da tempo alla totale informatizzazione del campo di battaglia, fatto di sensori ovunque, di macchine che si parlano (e uccidono).

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Wilfing, che c’è di male?

Pubblicato da franco carlini su 19 aprile, 2007

 

Patrizia Cortellessa

Che sia un fenomeno «sconosciuto» in quanto novità o sconosciuto perché finora nessuno aveva pensato a farne oggetto di ricerca non è importante. Il fatto è che non ce n’eravamo mai accorti. E il dato emerso è interessante: milioni di utenti del cyberspazio «vagabondano» o «sciabattano» in rete senza una meta precisa, saltando tra pagine web, forum, siti di news, viaggi e musica arrivando a perdere alla fine – oltre ad intere giornate di lavoro (due giorni al mese per la precisione) – anche il motivo iniziale che li aveva spinti a connettersi. Un esercito di cyber-smemorati, insomma, per quella che sembra delinearsi come una vera e propria sindrome moderna.
Per ora ad aver indagato le abitudini dei loro internauti sono stati gli inglesi, attraverso un sondaggio commissionato dal sito Money Supermarket e realizzato dall’istituto demoscopico YouGov. Dai risultati della ricerca, che ha interessato un campione di 2.412 utenti online adulti, emerge che in Gran Bretagna i due terzi dei 33 milioni di utenti, cioè circa 7 milioni di navigatori online, finiscono per perdersi tra le innumerevoli – e attraenti – maglie della rete. Per ora lo studio interessa solo i cibernauti del Regno unito (ma verosimilmente il fenomeno è generalizzato), dove a questa sindrome – classificata già come una patologia – è stato anche dato un nome: wilfing. Una parola nuova, un acronimo che sta per : «What was I looking for?» (Che cosa stavo cercando?).
«Il nostro studio – spiegano a YouGov – dimostra come molta gente che si collega a internet in cerca di informazioni e servizi di cui ha bisogno si perde poi per strada. Ci sono così tante scelte e distrazioni sulla Rete che parecchi finiscono per dimenticare perché si sono connessi e passano ore e ore a fare dello wilfing».
Appunto. E la strana abitudine sembra abbia causato un deterioramento della vita sentimentale di questo popolo errabondo. Che il wilfing possa far male alla vita di coppia lo sottolinea anche la ricerca: un terzo degli uomini intervistati ha infatti indicato che i rapporti con moglie, fidanzate e amanti sono stati danneggiati dalla tendenza a «wilfare» tra i siti a luce rosse usando il Pc di casa .
Ed è in prevalenza il sesso maschile a costituire l’armata dei cyber-smemorati – composta per la maggior parte da giovani sotto 25 anni che naviga soprattutto dal posto di lavoro. Gli over 55 sembrerebbero di gran lunga molto più diretti al fine mentre le donne … beh, sembra che le donne quando sono online vadano molto meno alla deriva dei maschietti.
Ancora percentuali: due terzi del campione intervistato ha ammesso di compiere lunghe sessioni di wilf catturato dal luccichio dei pop-up e dalle mille luci del web. Nonostante il fenomeno in crescita sembra che non ci sia comunque da preoccuparsi: l’abitudine al wilfing, che riguarda soprattutto i giovani, si perde col passare del tempo, quando raggiungendo l’età adulta e «ragionevole» si è meno disposti a farsi fuorviare dalle seduzioni del web. Col passare degli anni si va dritti al punto. Tutto sta nel ricordare quale sia stato quello di partenza. In realtà il fenomeno non è così nuovo ed esistono almeno due metafore per il muoversi in rete: surfing, scivolando via dal un’onda all’altra, da un sito all’altro, e diving, ovvero l’immergersi in profondità nel sito di interesse.
Jason Lloyd di Money Supermarket ci tiene a sottolineare che, proprio come nel mondo reale, le distrazioni arrivino anche dai siti di shopping. Perciò, aggiunge, «è importante che le persone si diano una sorta di codice di condotta per evitare inutili distrazioni che possono avere serie ripercussioni sul posto di lavoro e nella vita privata». D’altra parte Money Supermarket , che ha commissionato l’indagine, non è esattamente disinteressata: il suo infatti è un sito di confronto tra i prezzi e i prodotti di diverse case e aziende: cerchi un forno a microonde? Ecco le classifiche e i costi. Non c’è bisogno di wilfare a casaccio, se ti affidi a loro, trovi tutto in un colpo solo. Anche questo è marketing e i sondaggi, lungi dall’essere uno strumento asettico, spesso risentono dei desideri dei committenti.
La ricerca ripropone in verità la discussione sul Push e sul Pull. Sono Push i contenuti spinti verso gli utenti, e Pull quelli che essi tirano a sé. E’ Push la televisione generalista, è Pull andare sul sito del manifesto per leggere notizie che altri non hanno. Sull’Internet prevale la scelta di chi naviga, anche quando erratica, ma inserzionisti e siti cercano con ogni trucco visuale e percettivo di portarci verso la loro vetrina.

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