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NEW NEW JOURNALISM?

Posted by franco carlini su 10 settembre, 2005

Franco Carlini

C’è voluta una dozzina d’anni, ma alla fine la comunicazione in rete e quella di carta stanno infine confluendo (o confliggendo?). Nelle redazioni tutti ne discutono, grazie al fatto che in aprile il potente re dei media, Rupert Murdoch, lo ha detto a chiare lettere, anche in termini autocritici: “I lettori vogliono controllare i media, invece di essere da loro controllati” ha detto, aggiungendo che l’internet ha cambiato il panorama dei giornali e delle news, e che gli editori devono prenderne atto.

 

 

Il passo successivo di Murdoch è stato l’acquisto, per la rispettabile cifra di 580 milioni di dollari di un’azienda di Social Networks americana, chiamata Myspace, il che va nella direzione dei contenuti creati dagli utenti, ma non esattamente in quella del giornalismo.

Una riflessione analoga è stata sviluppata anche dall’amministratore delegato di RCS Media Group, Vittorio Colao, in occasione del suo intervento alla università Bocconi del novembre 2004: nel passato “la stampa campava essenzialmente vendendo informazione e formazione” (fatti e opinioni; ndr), ora, per effetto delle tecnologie digitali e convergenti, “i detentori di contenuti e notizie possono essere sempre di più venditori delle stesse, … parte del valore aggiunto è migrata a monte”. I quotidiani insomma si trovano “depauperati di parte del valore del proprio prodotto una parte del quale diventa soggetto al ‘lo so già’”.

A sua volta Neil Postman, studioso americano della politica e del linguaggio recentemente scomparso, ha scritto provocatoriamente, ma saggiamente, che :

“i giornali dovrebbero disinteressarsi dell’informazione e interessarsi alla conoscenza”.

E aggiungeva:

“Definisco conoscenza un’informazione organizzata, ovvero un’informazione racchiusa in un contesto, che ha una finalità, che spinge a cercare altre informazioni per capire qualcosa del mondo. Senza un’informazione organizzata possiamo conoscere qualcosa che capita nel mondo, ma capiamo pochissimo del mondo”[1].

Cosa è avvenuto dunque nell’editoria in questi dodici anni di web? Ma prima ancora che cosa non è successo? Non è avvenuto che il nuovo mezzo di comunicazione soppiantasse quelli precedenti (giornali, radio, televisione); ci fu chi lo teorizzò, basandosi sulle supposte e superiori virtù dell’internet, ma le cose non sono andate in quel modo e per due motivi: perché i fruitori dei media hanno delle naturali inerzie, ma soprattutto perché ognuno, vecchio o nuovo che sia, ha i suoi pregi specifici, incardinati sia nella tecnologia che nella storia.

Nei primi dieci anni del web (1995-2005) il giornalismo ha visto svilupparsi queste tendenze:

1. Webzines affaticate: un vistoso sviluppo iniziale di molte nuove testate solo online, di solito chiamate webzine, alcune di settore (magari dedicate alle tecnologie) altre generaliste, per esempio di tipo politico e culturale. Molte di loro nella fase inziale della New Economy sono anche state in grado di raccogliere significativi investimenti, ma moltissime, si sono rapidamente trovate a corto di fondi e con un modello di business non sostenibile, basato su contenuti gratuiti coperti dalla sola pubblicità, la quale era comunque insufficiente. La gran parte di questi esperimenti editoriali sono falliti, anche quando i contenuti erano di valore e numerosi i lettori. Altre (poche) sopravvivono, ma in nicchia o tuttora in perdita, resistendo in attesa di tempi migliori: è il caso di Slate[2] e del glorioso ma sempre in bilico Salon magazine[3].

2. Testate tradizionali: queste hanno sviluppato una presenza online, talora controvoglia: sono andate in rete perché preoccupate dalla possibile concorrenza, perché anche le altre lo facevano, perché non se ne poteva fare a meno, per dimostrare di essere avanzati e innovativi. I risultati sono stati alterni: dal punto di vista economico continuano a essere esperienze in perdita, sussidiate dalle altre entrate dei giornali. Una parziale e quasi unica eccezione è il Wall Street Journal , ma modelli misti di discreta sostenibilità sono quelli dell’Economist e di Business Week, caratterizzati da contenuti in parte liberi e in parte premium.

Si noti, nei casi qui citati, il grande peso e prestigio del brand di partenza. I due settimanali poi, gallarazie presenza online, hanno potuto colmare almeno in parte il loro svantaggio rispetto ai quotidiani: sul web danno le notizie di stretta attualità, che sulla carta verranno poi approfondite. I quotidiani al contrario hanno avuto, e hanno tuttora, la preoccupazione di non cannibalizzare le proprie notizie del giorno dopo e di non aiutare la concorrenza dandole in tempo reale. Di conseguenza (si guardi l’esperienza italiana di Corriere.it e di Repubblica.it) cercano ogni giorno un difficile equilibrio tra notiziari secchi e propri servizi. Si è dunque trattato finora di un modello ibrido, con redazioni online spesso separate da quelle tradizionali (il che è fonte anche di sprechi e ridondanze). Non sono mancate le difficoltà sindacali, ma soprattutto si è rivelato difficile e non ancora risolto il rapporto tra due modelli organizzativi, quello del quotidiano di carta e quello dell’online 24×7.

Qualche segnale interessante anche dal punto di vista economico è venuto di recente dal New York Times Digital (che comprende anche il sito Boston.com, oltre al NYTimes.com): nella prima metà del 2004 ha riportato utili per 17,3 milioni di dollari su di un fatturato di 53,1. I visitatori unici sono statiI 18 milioni ogni mese. Il modello adottato fin dal 1996 prevede l’accesso gratuito al giornale e al suo archivio storico, ma il pagamento dei singoli articoli arretrati. Gli incassi derivano in larga misura dalla pubblicità che per questa come le altre testate appare in netta ripresa.

Al caso del New York Times e di altre testate online uno studioso americano, Pablo Boczkowski, ha dedicato mesi di ricerca, ora disponibili in un ottimo libro (“Digitizing the News”, Mit press) e tra gli elementi più interessanti c’è la tendenziale caduta delle barriere tra redazione di carta e redazione online: sempre meno “noi e loro” e sempre di più una identità comune e miscelata, pur nella specificità dei differenti media. I siti dei newspaper restano fortemente ispirato al giornalismo testuale, su questo non c’è dubbio, malgrado l’inserimento di materiali audio e video, ma non è detto che questo sia un difetto, dato che specialmente alle parole scritte la nostra cultura ha l’abitudine di con segnare non solo le informazioni, ma anche i ragionamenti e le pubbliche conversazioni.

3. Reti televisive: dal punto di vista organizzativo, di linguaggi e di formati, l’esperienza online di alcune grandi reti televisive è forse la più significativo. I casi più noti ma non unici sono quelli della CNN e soprattutto della BBC il cui sito di news non per caso è stato ripetutamente premiato dalle giurie internazionali. Per le reti “all news” si può anzi affermare che il sito web è risultato migliore dei loro notiziari televisivi: questi ultimi sono infatti inevitabilmente “a rullo” e sequenziali, mentre i loro siti web assicurano alcune delle migliori caratteristiche del web: ipertestualità, multimedialità, aggiornamenti in tempo reale, nessun limite di spazio (potendosi passare dalle breaking news ai relativi commenti, dalle schede ai materiali originali, fino agli archivi più profondi. Inutile dire che nel caso della BBC ciò è stato reso possibile dalla consolidata cultura di servizio pubblico dell’emittente, dal canone che copre le spese e dalla alta professionalità dei redattori.

I molti contenuti creati dai

non professionisti

Nel frattempo è successa tuttavia un’altra cosa, e cioè che una “tecnologia abilitante” come l’internet ha messo a disposizione di tutto il mondo, in modo relativamente facile e soprattutto economico (quando non addirittura gratuito), una quantità di informazioni e conoscenze che non ha pari con nessuna epoca del passato. Secondo la più completa ricerca in proposito, condotta nel 2002 dall’università di Berkeley in California ogni anno vengono prodotti e depositati su un supporto digitale 5 exabytes di nuova informazione ogni anno. Un exabyte vuol dire 10 alla 18-esima potenza e cioè 1.000.000.000.000.000.000.

Il principale effetto di questa crescita vertiginosa non è stato la scomparsa dei giornalisti e dei giornali, ma semmai un loro ruolo ancora più importante come intermediari di fiducia dei lettori. Nei primordi dell’umanità eravamo tutti “cacciatori-raccoglitori” (hunter gatherer) ma con la rivoluzione agricola si crea del surplus, un’abbondanza, e nasce la divisione del lavoro: c’è chi coltiva, chi gestisce i depositi, chi alleva, chi cucina. Gli intermediari dell’informazione e dei saperi non fanno altro, in ultima analisi, che “leggere per conto terzi”, raccogliendo, scegliendo, contestualizzando, e dunque mettendo i lettori in grado di farsi una loro idea. Questo era già vero prima dell’internet, ma con la rete il fenomeno ha preso una tale accelerazione da mutare totalmente il panorama.

La quale rete ha prodotto però anche un’altra modifica strutturale, qualitativa e non solo quantitativa: non solo c’è molta informazione in più, non solo aumenta il ruolo degli intermediari, non solo la disseminazione delle informazioni è largamente facilitata, ma cambia anche la modalità di produzione delle idee. In un circuito P2P (“da pari a pari”, senza passare per degli snodi centralizzati), vengono messi in contatto diretto gli hard disk di computer lontani e con essi i contenuti che i loro proprietari vi hanno depositato. E’ il modello esattamente opposto a quello delle Teche Rai (per citare un ottimo esempio di magazzino centralizzato di contenuti multimediali): una rete P2P può essere vista invece come un unico e più vasto archivio mondiale, anche se fisicamente sparpagliato. Anche se “ucciso” dalle cause legali, il primo modello di Napster per la condivisione dei file musicali rappresentava un eccezionale modello di jukebox universale di tutta la musica composta ed eseguita al mondo, anche quella fuori catalogo.

GIORNALI AUTOMATICI

Nel 2002 è nato il primo quotidiano completamente privo di giornalisti, tipografi ed edicole. Si chiama Google News[4] ed è figlio del più diffuso e famoso tra i motori di ricerca della rete internet, Google appunto. Il nuovo servizio è disponibile a tutti, gratuitamente, e nelle varie versioni nazionali si presenta come un vero giornale online, con un’ampia prima pagina, occasionalmente anche corredata di immagini e, nel caso italiano, strutturato in sette aree: mondo, Italia, economia, scienze, spettacolo, salute.

La cosa sconvolgente è che sia la selezione che la messa in pagina delle notizie sono completamente realizzate dagli algoritmi del computer, senza alcun intervento umano. Google non utilizza direttori o giornalisti, ma è il software che fa tutto da solo.

Come è possibile? Schematicamente i tasselli di cui è composto il sistema sono due: intanto vengono messi freneticamente al lavoro i classici “ragni” (spider) che tutti i motori di ricerca utilizzano regolarmente; sono questi dei programmi software che saltano da un sito all’altro della rete e ne leggono le pagine.

I ragni di Google cercano e schedano non solo le pagine classiche, ma anche le notizie, le fonti giornalistiche, dalle agenzie ai giornali ai più importanti siti informativi del web. A questo punto viene il difficile, ovvero quel lavoro che in tutte le redazioni quotidianamente si fa: scegliere, ordinare per argomenti, e mettere in gerarchia. Vedendo una qualsiasi pagina creata da Google News sembra impossibile credere che dietro non ci sia alcun giornalista: a parte alcuni errori, le notizie appaiono ragionevolmente disposte, sia per ordine di importanza che per categoria.

Forse questo sistema realizza infine un vecchio sogno degli editori, ovvero quello di fare dei veri giornali senza lavoro umano? Sarebbe l’analogo della fabbrica senza operai vagheggiata dai cantori della robotica. In questo caso i robot sono dei software, ottimi perché non si ammalano, non vanno al gabinetto né in maternità, non scioperano, non chiedono aumenti e non pretendono di mettere bocca sui conflitti di interesse.

In realtà questo Google News non è un giornale, né forse vuole esserlo. E’ un’edicola appunto, ovvero un luogo dove si possono trovare raccolte e in bella vista una moltitudine di testate. Come le edicole di strada mettono da un lato le riviste di caccia e pesca, dall’altro quelle di musica, vicino a quelle di elettronica, e altrove quelle di cucito e uncinetto, così anche Google News raggruppa i generi e gli argomenti e lascia che sia il lettore a decidere cosa sfogliare.

IL MITO DEL GIORNALE PERSONALE

Nicholas Negroponte, e altri profeti della tecnologia, hanno più volte annunciato che il futuro dei giornali è il giornale personale e personalizzato. Tecnicamente la cosa è possibile e potrebbe essere realizzata da qualsiasi buon informatico, usando esattamente le stesse tecniche impiegate da Google News: si definiscono una serie di parole chiave che interessano il singolo lettore, le quali corrispondono a vari argomenti, come per esempio sport, teatro, gossip; sulla base di queste, degli agenti software partono in caccia per la rete, esplorando un universo di siti e testate anch’essi definiti a priori, e tornano indietro con i materiali trovati che vengono presentati in bell’ordine in una pagina web creata dagli stessi software, aggiornata in continuazione.

La filosofia generale di un simile giornale personale, talora chiamato MyJournal, è che in questo modo il lettore risparmia tempo e trova immediatamente evidenziate le notizie che gli servono. In fondo è lo stesso criterio con cui molte organizzazioni realizzano le proprie rassegne stampa interne, selezionando tutti quegli articoli che contengano per esempio il loro nome.

Più in generale la proposta del MyJournal corrisponde all’idea che i consumi di massa sono ormai cosa del passato e che il futuro è quello dei prodotti personalizzati, che si tratti della miscela del caffé come dell’automobile.

Il MyJournal dunque è tecnicamente possibile e non particolarmente costoso a realizzarsi, ma

in generale l’idea non ha riscosso un particolare successo e di questo scacco c’è da rallegrarsi. I quotidiani generalisti infatti svolgono un’importante funzione civile, anche quando mossi da interessi economici e di parte. Hanno un ruolo di rilievo nella formazione della pubblica opinione e dell’agenda dei problemi, erano e restano uno degli strumenti con cui una comunità di persone si riconosce come tale.

Malgrado siano pieni di difetti, i quotidiani offrono un terreno comune di argomenti che contribuisce a creare e alimentare una comunità civica. Basti pensare al ruolo sovente disprezzato delle cronache locali, fatte di nascite e di morti, di piccoli fatti, incidenti ed eventi: questa messa in comune offre argomenti di conversazione, di commenti e di arrabbiature, ma anche un tessuto condiviso.

Il secondo motivo per cui si può brindare all’insuccesso del MyJournal è questo: anche un lettore maniacale, per esempio interessato esclusivamente all’import-export di macchine utensili, se compra un quotidiano generalista è in qualche modo costretto a sfogliarlo prima di arrivare alle pagine economiche e così si trova sollecitato a lasciar cadere l’occhio su altri titoli e magari a dedicare loro un po’ di attenzione. Così, per quanto disprezzi tutti i politici, magari sarà punto da curiosità nel leggere che un partito propone una certa riforma, e in un’altra pagina magari finirà per leggere una frivola analisi sui costumi delle ragazzine inglesi, che potrebbe risultare un argomento di conversazione con la figlia che egli trascura così tanto.

Insomma con tutti i loro limiti, che sono tanti, e con tutti i loro difetti, che non mancano, i quotidiani tradizionali tanto disprezzati e da taluni giudicato obsoleti[5], continuano a svolgere questa funzione di proposta e di sintesi delle cose più importanti e i loro lettori vengono quotidianamente esposti ad altri temi da quelli strettamente utili ed “egoistici”.

Sviluppi recenti, una nuova ondata di giornalismo online?

“Ogni uomo è un reporter” dichiarò enfaticamente Matt Drudge, l’ex fattorino di una rete televisiva americana animatore del sito di news pettegole Drudge Report. Lo scrisse facendosi forza del suo scoop del 19 gennaio 1998 quando per primo rivelò al mondo quanto circolava senza conferma nella redazione di Newsweek: che c’era una strana storia tra una stagista della casa Bianca, Monica Lewinsky, e il presidente Bill Clinton.

Allora quella presuntuosa affermazione venne giustamente stroncata in nome degli alti standard professionali che il migliore giornalismo dovrebbe richiedere. La critica era giusta, ma aveva due punti deboli: intanto che il giornalismo, per molti altri motivi, stava già perdendo credibilità; difficile quindi difenderlo in toto, erigendo barriere. Il secondo elemento è che comunque le porte della comunicazione internet da parte dei non autorizzati erano già più che spalancate e il fenomeno inarrestabile.

Oggi, per altre strade e con diverse motivazioni la questione posta da Matt Drudge rispunta attraverso l’esperienza dei blog e del giornalismo partecipativo.

I milioni di blog possono apparire ai professionisti del giornalismo un ammasso di informazione inutile, sovente inaffidabile spazzatura, ma ci sono: alcuni di loro sono scritti da grandi firme, altri da autori sconosciuti ma competenti, tutti aggiungono sia informazione che rumore. A loro volta sistemi Wiki, dove i singoli testi possono venire corretti e modificati da una moltitudine di autori si stanno rivelando un modo efficace di accumulare non solo notizie ma saperi, grazie al fatto puramente statistico che una comunità di autori responsabili può risultare più informata e capace di validazione di un caporedattore esperto. A questo punto la discussione è aperta, anche se già ci sono fin troppi diversi nomi per queste forme di giornalismo. Tra le altre: giornalismo di base, di comunità, partecipato, civico, guidato dai lettori (grassroots, community, participatory, citizen, reader-driven journalism)[6].

Vale la pena di citare le elaborazioni ed esperienza più significative:

a. OhmyNews

Forse la più importante viene dalla Corea del sud dove è attivo dall’anno 2000 un vero giornale online chiamato OhmyNews: funziona attraverso il contributo dei lettori, che si trasformano anche in cronisti. Yeon-ho, il fondatore, dichiarò a suo tempo alla Bbc: «L’ho lanciato il 22 febbraio dell’anno 2000 ed è stato il mio addio al giornalismo del 20esimo secolo, dove la gente può avere le notizie solo attraverso gli occhi ufficiali dei media conservatori». OhmyNews pratica una forma originale: c’è uno staff di 40 persone e i pezzi vengono di solito retribuiti, 20 dollari come cifra massima. La platea dei collaboratori è oramai arrivata a 23 mila persone. Dunque non è un Forum libero, perché c’è una redazione che sceglie e seleziona, e si riconosce il valore dei contenuti forniti, su tutti i temi, dallo sport all’economia e alla politica ovviamente. I lettori sono due milioni al giorno e sembra proprio che il quotidiano online abbia avuto un certo ruolo nei cambiamenti di opinione pubblica che portarono alla elezione del presidente progressista Roh Moo-hyun. In ogni caso è riuscito a farsi accreditare come una vera testata dal sistema dei media e dai governi, anche grazie a una serie di scoop.Nell’autunno 2004 è stato lanciato anche OHMyNews International[7], un tentativo di globalizzare l’esperienza coreana.

b. Dan Gillmor

Questi è un famoso giornalista, specializzato in questioni tecnologiche e fino ad ora ha scritto soprattutto sul giornale quotidiano della Silicon Valley, il San José Mercury News. All’inizio del 2005 ha annunciato che lascia la carta stampata per un’impresa tutta nuova, solo di rete, una testata di blog journalism, In questo modo intende mettere egli stesso alla prova quanto ha teorizzato in un suo libro molto venduto “We the Media” (Noi, i media), liberamente scaricabile anche dalla rete[8].

c. «Foreign Policy» elogia i Bloggers

L’importante una rivista di politica internazionale come ha dedicato ai blog esteri un’analisi specifica[9]. E’ firmata da due studiosi, Daniel W. Drezner dell’università di Chicago, e Henry Farrell della Washington University. Il primo ha un blog quotidiano[10] e il secondo partecipa a un blog collettivo di molti studiosi[11]. La loro tesi è netta e forse fin troppo ottimista: “Ogni giorno – scrivono – milioni di diaristi online, o bloggers, condividono le loro opinioni con un’audience globale. Attingendo ai contenuti dei media internazionali e del World Wide Web, questi bloggers tessono un network elaborato, capace si fissare i contenuti in agenda su questioni che vanno dai diritti umani in Cina all’occupazione dell’Iraq. Quello che cominciò come un hobby sta evolvendo in un nuovo medium che cambia il panorama sia per i giornalisti che per i decisori politici”.

d. Giornalismo locale, di comunità

E’ quello del giornalismo dal basso un modello possibile? Tutti se lo chiedono. Lo scetticismo non manca ed è più che legittimo, ma qualcuno, specialmente in piccole comunità locali nord americane, lo sta sperimentando. Sono delle “prove sul campo” da seguire con attenzione. Per esempio c’è il caso di Yourhub[12], un giornale di comunità attivato dal giornale del Colorado Rocky Mountain News. La squadra è fatta da 12 persone, ma le notizie vengono dai lettori e con esse tutti gli eventi più minuti delle diverse contee dello stato, che avvengano a Boulder come a Columbine o a South Denver.

Da sorvegliare con la dovuta attenzione è anche, tra gli altri, il Northwest Voice[13], attivo a Bakersfield in California, una città di 250 mila abitanti. Potrà fare sorridere che l’articolo più letto sia quella di un rodeo di paese, con la notizia che lo sceriffo e i suoi uomini hanno fatto un ottimo lavoro nel regolare il traffico e il resoconto della stupenda prestazione dei clown, ma anche così si crea e alimenta una comunità.

In conclusione …

Questi modelli minori delineano tendenze possibili: sono gratuiti come la “free press” ma la carta diventa solo uno dei supporti su cui le notizie scendono. Si potrebbe persino immaginare un modello rovesciato: se nei giornali attuali viene prima viene il quotidiano di carta e quindi, a supporto improduttivo, il sito web, nel modello inverso sarebbe la carta a divenire secondaria, trasformandosi in strumento importante e maneggevole di promozione del sito. La carta raccoglie e seleziona il meglio delle notizie web, ma è nella rete che avviene la produzione e il grosso del fatturato. Chissà.

Certamente continuerà all’infinito la discussione se queste modalità possano essere classificate come giornalistiche oppure come altra cosa, magari solo conversazioni, espressioni, interazioni, tutte cose interessanti ma diverse dal giornalismo appunto. Alcuni editori vedono con spavento tutto ciò e in genere i giornalisti esprimono disgusto per i molti rischi di deterioramento della serietà, completezza e obbiettività dell’informazione che un giornalismo dal basso comporta.

Altri editori, forse più lungimiranti, ne scorgono anche le opportunità: se sono i lettori stessi a creare i contenuti, allora i costi di produzione scendono. Se l’informazione è solo online, anche gli altri costi vanno verso il basso, eliminando carta, tipografie e furgoni. Se la pubblicità online davvero cresce (come sta crescendo) allora anche il bilancio potrebbe essere sostenibile. E’ una ricerca da sviluppare.


Franco Carlini – settembre 2005

e-mail: fc@totem.to

web: www.totem.to

Questo testo viene rilasciato con licenza (CC) Creative Commons: è lecito riprodurlo in tutto o in parte, purché senza fini di lucro e citando esplicitamente la fonte. “Franco Carlini. http://www.totem.to, settembre 2005”


[1] Postman, Neil. 2000. Building a bridge to the 18th Century. How the past can improve our future, Vintage Books, New York, trad. it. Come sopravvivere al futuro, Orme editori, Milano, 2003

[2] Nella primavera del 2005 Slate è stata infine venduta per 20 milioni di dollari a Washington Post Co., il gruppo editoriale che oltre all’omonimo quotidiano controlla anche il settimanale Newsweek.

[3] Salon attualmente impiega 30 dipendenti e registra circa 5-6 milioni di visitatori al mese. I suoi articoli sono leggibili solo agli abbonati ma è possibile ottenere un “day pass” accettando di vedere un servizio promozionale dello sponsor della giornata.

[4] http://news.google.com

[5] Per esempio Silvio Berlusconi, il 10 dicembre 2003: “I giornali, i periodici fanno parte di una stagione della comunicazione. Oggi, per esempio c’è Internet, che fornisce a domicilio tutte le notizie immaginabili (…) La carta stampata fa parte di un momento dello sviluppo della tecnologia e della comunicazione. Non so indicarvi io la soluzione, ma quando ci sono prodotti che diventano obsoleti bisogna prendere altre strade”.

[6] Informazioni e riflessioni aggiornate sull’argomento si possono leggere sul sito Online Journalism Review (www.ojr.org).

[7] http://english.ohmynews.com/

[8] http://wethemedia.oreilly.com/

[9] www.foreignpolicy.com/story/files/story2707.php

[10] www.danieldrezner.com/blog

[11] www.crookedtimber.org

[12] http://yourhub.com/

[13] www.northwestvoice.com

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