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Progetti multipli, tutti in Comune

Posted by franco carlini su 18 maggio, 2006

di  Agostino Giustiniani

Il caso di Roma, dove il Comune ha scelto di fare da «perno» per l’attivazione di energie sociali che non trovano spazio o modo di esprimersi. L’esempio dell’«Incubatore» di via Scorticabove, nel vecchio quartiere di San Basilio, votato all’open source

Via Tomacelli 146, terzo piano. E’ l’indirizzo storico della redazione del manifesto, ma questa volta siamo andati al secondo, dove c’è il Dipartimento XVII del Comune di Roma, che si occupa di Tempi della Città, Diritti dei Cittadini, Pari Opportunità, Comunicazione e Semplificazione, Statistica e Censimento. Lo scopo era vedere dal di dentro (se fossimo nella moda lo chiameremmo il back stage) come si intrecciano tecnologie e progetti sociali. L’assessore è Mariella Gramaglia, che fu del manifesto anni fa. Abbiamo cercato tuttavia di non avere alcun pregiudizio favorevole, prescindendo da amicizia e da consonanze culturali vecchie e nuove.
E’ da questi uffici che negli ultimi cinque anni sono sgorgati alcuni progetti vistosi, di cui tutti hanno parlato, e molti altri solo apparentemente minori, ma di elevato valore simbolico. Tra i primi il più noto è il Call center del comune di Roma, il numero telefonico 060606 che offre per telefono ai cittadini tutte le informazioni che servono per semplificare il loro rapporto con l’amministrazione. Così come il servizio di Sms, che permette di ricevere informazioni aggiornate sul proprio telefonino, relativamente a traffico, eventi, attualità, servizi al cittadino. E poi, giusto per restare nel campo della tecnologia, c’è Roma Wireless, ovvero una prima disseminazione di punti di accesso all’internet: basta avere un computer dotato di scheda Wi-Fi (molti portatili ormai ce l’hanno per default) e girando per le ville di Roma, entrare in rete e passeggiare anche per il mondo. L’acceso è gratuito per un’ora e il tutto è stato realizzato praticamente senza spesa, grazie alla collaborazione delle aziende partecipanti al progetto. Il vero ostacolo è stata la folle circolare del ministro Pisanu che impone l’identificazione personale, con tanto di carta di identità, per tutti coloro che vanno in rete da un posto pubblico. La norma rientra nelle politiche antiterrorismo e mentre è del tutto inutile a quei fini è riuscita soltanto a complicare la vita a cittadini e turisti.
C’è meno tecnologia, ovviamente, ma molta progettazione sociale e costruzione di relazioni, sul terreno delle Pari Opportunità e dei Diritti dove il Dipartimento ha fatto politiche attive sul territorio a favore dei soggetti svantaggiati, le donne in primo luogo. Ma anche qui il modo di operare è stato «a rete»; se vogliamo continuare a usare le metafore dell’information technology, l’assessorato ha operato come un hub, un perno, piuttosto che come un grande computer (mainframe) autosufficiente. Scelta sensata perché il comune di Roma, come tutte le amministrazioni locali, aveva due problemi: risorse limitate, ma anche conoscenze limitate. Infatti anche quando, per sua cultura e sensibilità, individua dei temi emergenti e importanti, inevitabilmente non può avere in casa il capitale sociale necessario per affrontarle al meglio. L’attività del Dipartimento dunque è stata largamente caratterizzata da un ruolo insieme di perno centrale e di motore delle iniziative: si è trattato più di scatenare e coordinare gli impegni della società in una cornice definita che di operare in proprio. Dunque riconoscimento del valore di una tematica, sua validazione istituzionale e operatività concreta e di supporto, sia finanziario che organizzativo.
La conferma di questo metodo l’abbiamo trovata in diversi dei molti progetti avviati, dove il Dipartimento, anche forte del «logo» del Comune, ha potuto reperire risorse e soprattutto destare interessi diretti da parte di imprese socialmente responsabili. Il che, sia detto per inciso, è cosa differente dalla semplice e banale sponsorizzazione benefica. Il Consorzio Gioventù Digitale è uno di questi casi, non il solo.
Le molte cose fatte i lettori le troveranno sul sito web del comune, ma qui è utile citarne una piuttosto recente, l’incubatore Open Source di via di Scorticabove. Siamo nel quartiere Tiburtino, zona San Basilio. «Incubatore» era una parola molto di moda negli anni della New Economy, indicando una struttura fisica e organizzativa che aiuta le nuove imprese a camminare sulle proprie gambe. Anche l’ex ministro Letizia Brichetto Moratti ne aveva creato uno a Milano, prima di darsi decisamente alla politica. Si tratta di offrire consigli ai giovani per mettere a punto un progetto, costruire un business plan ragionevole, metterli in contatto con gli investitori, offrire una sede fisica con infrastrutture di base (computer, rete, segreterie) dove cominciare a operare. Insomma abbattere le barriere all’ingresso per i giovani che vogliano provarci in proprio. Quello di Roma però ha una caratteristica speciale, nel senso che non aiuta genericamente le nascenti imprese hitech, ma quelle che vogliono operare nel campo dei software a sorgente aperta. Questa classe di prodotti oltre a tutto è sempre più usata anche dalla pubblica amministrazione e dunque l’ente pubblico potrebbe anche diventare un cliente delle piccole imprese che nell’incubatore si svilupperanno. Le domande di partecipazione sono ancora aperte e il bando è consultabile in rete, come ovvio.


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