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La “neutralità” da difendere

Posted by franco carlini su 29 maggio, 2006

di Franco Carlini, il manifesto

Dall’America si registra un piccolo gesto a difesa della rete così com’è stata finora, e cioè aperta, egualitaria, senza discriminazioni. E’ successo la settimana scorsa in una commissione della casa dei rappresentanti del congresso americano dove 14 democratici e 6 repubblicani hanno approvato una proposta di legge che obbliga i gestori di connettività a banda larga a rispettare i principi di una rigorosa «neutralità della rete», garantendo che i loro network operino secondo regole «non discriminatorie». La legge, votata dall’opposizione e da parte della maggioranza, contrasta con la tendenza che sembrava emergere nel parlamento americano di consentire maggiori margini di discrezionalità (e di discriminazione) ai grandi operatori della telefonia e della televisione via cavo. La battaglia è lungi dall’essere finita perché gli interessi in gioco sono altissimi e altrettanto robuste le lobby in azione.

«Net neutrality» fino a poco tempo fa era un’espressione che pochi conoscevano, strettamente legata alla struttura tecnologica dell’internet. Significa che tutti i pacchetti di dati che viaggiano in rete vengono smistati e convogliati secondo il banale ma semplice principio detto «Fifo», e cioè «first in, first out»: i dati che arrivano per primi a uno snodo della rete vengono serviti per primi, senza stare a guardare se uno è più importante dell’altro.

I primi costruttori dell’internet fecero questa scelta perché era la più semplice ed economica, quella che garantiva un risultato magari non perfetto al 100 per cento, ma comunque abbastanza soddisfacente. E finora ha funzionato: capita che una pagina non venga complicata e si debba fare un «reload», può succedere che un messaggio di posta arrivi un’ora dopo anziché in pochi secondi, ma mediamente le cose vanno bene. Ed è comunque stata eccezionale la capacità di questa rete mondiale di computer di crescere fino agli attuali 800 milioni di utenti senza mai collassare. 

E allora dov’è il problema? Perché tanti chiedono di cambiare? I motivi sono due ed entrambi hanno a che fare con l’evoluzione dell’internet verso nuovi servizi.

Problema numero uno: grazie alla banda larga, sull’internet è ormai possibile distribuire contenuti di tipo visuale-televisivo. Già oggi uno può scaricare, lecitamente o illecitamente, degli interi film, ma il sogno delle tv commerciali è di fare il loro broadcasting classico: uno accende il computer collegato alla televisione, e vede in diretta i programmi della televisione. Perché ciò sia possibile (ammesso che sia augurabile), occorre che la banda trasmissiva sia davvero bella larga e garantita (almeno 2 megabit al secondo) e senza blocchi né interruzioni. Questo comporta che i pacchetti della tv in diretta non debbano subire alcun intralcio attraversando i vari nodi della rete dal posto di emissione (una partita di calcio dei mondiali) alla stazione di arrivo (la casa dello spettatore). Per esserne sicuri i televisivi chiedono che ogni pacchetto di bit che viaggia in rete abbia un «colore» diverso, ovvero un livello di priorità: chi paga di più avrà diritto al semaforo verde sempre, chi paga di meno, per esempio la nostra posta amorosa, dovrà invece pazientare un po’. Si propone in sostanza  che i computer instradatori della rete, i cosiddetti router, ispezionino i pacchetti controllandone l’importanza e gestiscano il traffico di conseguenza. Il principio di funzionamento tecnico dunque non dovrà più essere tipo Fifo, ma del tipo «chi paga di più passa prima».

C’è anche un secondo motivo per questa (contro)riforma: le compagnie telefoniche e televisive non hanno dato alcun contributo alla crescita della rete che non fosse quello di far passare i bit, e però sono assai invidiose – non c’è altro termine – nei confronti delle aziende che invece in rete offrono servizi avanzati e magari persino gratuiti. Ce l’hanno con Google, Yahoo!, Msn, eBay, Amazon, che garantiscono posta, motori di ricerca, cataloghi di libri, aste online e in futuro molti altri servizi interattivi, guadagnando molto grazie alla pubblicità ad essi associata. Dicono: questi fanno business usando le nostre reti, sulle quali noi dobbiamo investire mentre loro incassano. Detta così può sembrare un po’ volgare, ma la filosofia aggressiva è proprio questa.

La discussione, vivacissima in America, ma con propaggini anche europee, per esempio in Germania è dunque sia tecnica che economica e politica. I padri fondatori della rete come Tim Berners-Lee e Vinton Cerf si sono detti molto contrari alla riduzione della neutralità. Altrettanto le aziende internet. Nessuno di loro si scandalizza perché la rete è anche un business, ma fanno notare che lo è diventato proprio grazie al fatto di essere aperta e non discriminatoria. Quanto poi all’idea di usarla per trasmettere i talk show e le soap di sempre, non c’è nulla di più sciocco: le persone vanno in rete soprattutto per stare in contatto e dire la loro, non già per gustare gli spot televisivi che interrompono i migliori sorpassi di Valentino Rossi.

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