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Microsoft d’ora in poi, in 10 punti

Posted by franco carlini su 22 giugno, 2006

di Franco Carlini

2008: Bill Gates lascia la sua azienda per occuparsi della malattie del mondo. È la fine anche simbolica di un’era. Un successo lungo 30 anni obbligato a reinventarsi
Cosa sarà la Microsoft tra due anni, quando il fondatore Bill Gates la lascerà definitivamente per occuparsi solo alla fondazione «Bill and Melinda Gates» dedicata alle malattie del mondo? L’addio di Bill si carica ovviamente di valori simbolici: dopo trent’anni è la fine di un ciclo, quello del personal computer – così hanno scritto in molti. Ma la si può chiamare, senza esagerazione, «l’era di Bill». E’ vero infatti che furono altri, prima alla Altair e poi alla Apple, a fare i primi microcomputer. E’ vero che fu la Ibm, nel 1981 a lanciare nel mondo il Pc per eccellenza. Ma fu Gates ad avere l’intuizione che il software, da accessorio dell’hardware, potesse diventare un prodotto da vendere, e da vendere in un mercato di massa. Vediamolo in dieci passi:
1. In parte casuale fu l’inizio: nel 1980 la Ibm cercava qualche piccola azienda che le fornisse il sistema operativo con cui far girare il suo imminente Pc e nell’occasione fu rapido di riflessi Gates nel trovarne uno da un subfornitore e nell’adattarlo alle esigenze del grande cliente.
2. Fondamentale l’intuizione di chiedere un tot per ogni copia installata nei computer, invece che cederne la licenza per sempre.
3. Giusta la scelta di usare quel grimaldello (che si chiamava Ms-Dos), come una piattaforma su cui altre case di software indipendenti potessero far girare i loro programmi applicativi. Ogni nuovo software pensato per il Dos ne accresceva l’appetibilità, e più questa cresceva, più altri sviluppatori inventavano nuove applicazioni.
4. Tempestiva anche la scelta di produrre in proprio i tre software fondamentali per l’uso di lavoro (Word per scrivere, Excel per le tabelle elettroniche, Access per gli archivi) e di «imballarli» in un pacchetto unico, chiamato Office, dove ogni pezzo è coerente e compatibile con gli altri. Software analoghi già c’erano (WordPerfect, Lotus, dBase4) ma Bill li imitò, migliorandoli e integrandoli tra di loro. Quei concorrenti oggi non esistono più, se non come ricordo da museo dell’informatica.
5. Ritardata ma vincente, la decisione di imitare l’interfaccia con mouse e icone che dal 1984 era tipica della Apple, un prodotto eccellente ma di nicchia. Un sistema Windows decente sarebbe arrivato sul mercato solo nel 1995, ovvero 11 anni dopo il Mcintosh della Apple, ma oggi anima un miliardo circa di computer in tutto il mondo.
8. Spregiudicata e decisamente ultramonopolista, la guerra condotta contro il software Netscape, che aveva aperto al mondo le possibilità di navigare sul web. Venne cacciato dal mercato grazie al fatto che l’Explorer di Microsoft era gratuito e preinstallato in ogni nuovo computer. Da quella guerra ebbero inizio i guai antitrust della Microsoft.
9. Inutilmente arrogante fu la condotta durante le due cause antitrust, in America e in Europa. Nel suo interrogatorio Gates preferì fare la figura dello smemorato di Collegno, ma alla lunga la resistenza legale ha dato i suoi frutti: nessuna delle due vicende ha prodotto modifiche significative nel mercato. I danni semmai sono andati all’immagine di Gates e della stessa Microsoft, danni che potrebbero rivelarsi permanenti.
10. La casa di Redmond, lassù nello stato di Washington, ha peraltro una certa capacità di adattarsi al contesto mutato: all’apparire del sistema operativo concorrente Linux, esso venne bollato come un cancro pericoloso per l’industria e comunque come non influente. Negli anni il punto di vista è cambiato: oggi con l’Open Source la Microsoft si confronta in termini di prestazioni e ammette che è un concorrente vero. Ha fatto persino sue alcune pratiche di apertura.
Oggi i numeri di Microsoft fanno impressione: 226 miliardi di dollari il capitale, 40 miliardi il fatturato annuo, più di 12 miliardi gli utili (un miliardo al mese), 6 miliardi investiti in ricerca e sviluppo, 60 mila i dipendenti in 102 paesi del mondo. Questa poderosa cash cow, mucca da soldi, è la forza di Microsoft ma paradossalmente un problema per gli investitori che guardano più al valore delle azioni da rivendere con profitto, che ai dividendi distribuiti anno su anno. La sentono come un’azienda solida e insieme matura, un libretto di risparmio più che un investimento che promette meraviglie. E’ la stessa sorte che toccò alla Ibm: azioni da mettere nel cassetto per risparmiare, blue chips mature e garantite, ma solo quello. In questa finanza dalla visione corta, succede dunque che quando il capo operativo della Microsoft, Steve Ballmer, annuncia investimenti aggiuntivi per 2 miliardi di dollari – per praticare i nuovi terreni dell’innovazione – il titolo perda altri colpi.
Oggi Microsoft, ulteriormente ristrutturata, ruota attorno a tre linee: il sistema operativo (Windows, prossimamente Vista), i software applicativi (Office) e le nuove avventure. I primi due settori assicurano ancora (ma fino a quando?) abbondante cassa corrente per alimentare il terzo, che guarda all’intrattenimento domestico, al mondo dei cellulari, ai videogiochi e soprattutto ai servizi web e alle comunità di rete. La visione del futuro c’è, ma il futuro non è garantito per nessuno, quando i terremoti digitali continuano.


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