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La compagnia dei Venture Philantropist

Posted by franco carlini su 28 giugno, 2006

di Franco Carlini,. il manifesto, 28 giugno 2006

Applausi globali per Warren Buffet, il secondo più ricco al mondo, che ha svuotato quasi del tutto le sue casse per fonderle con i soldi del primo più ricco, Bill Gates, coalizzandosi nella lotta alle malattie del sud del mondo. Si rinnova così una lunga tradizione della filantropia americana, che vanta nomi illustri come Andrew Carnegie e John Rockfeller e che ancor oggi riversa nelle charities, l’1,85 per cento del prodotto nazionale lordo.

Ma con alcune varianti: questi nuovi filantropi non creano solo fondazioni per il progresso delle scienze. Il loro scopo non è nemmeno soltanto quello di lasciare una traccia illustre di sé (oggi Rockefeller è ricordato più per la sua beneficenza che per essere il petroliere della Standard Oil). In questi casi recenti c’è anche l’ambizione, conscia e dichiarata, di dimostrare al mondo che per farla davvero, la filantropia, essa deve essere organizzata e gestita come i migliori business: piani strategici, controllo diretto dei processi, revisioni periodiche e rigorose. E’ una tendenza che oggi Gates e Buffet praticano, ma che nacque nei giovani ricchi della Silicon Valley e dell’internet, troppo ricchi e troppo di colpo per spenderli solo in aerei e Bmw, e comunque animati da un qualche spirito sociale e persino utopico. Spesso viene chiamata Venture Philantropy.

Gates e Buffet sono anche la dimostrazione che per dare senso e gusto alla propria vita, i soldi, oltre un certo limite, sono un ostacolo. Glie ne restano moltissimi, peraltro, e non c’è dunque da commuoversi in eccesso. Comunque, e non per caso, entrambi sono stati apertamente contrari all’abolizione della tassa di successione. Ebbe a dire Buffet, con una metafora centrata: abolirla «sarebbe come scegliere per la squadra olimpica del 2020 i figli delle medaglie d’oro del 2000», una garanzia di sicuro insuccesso. Per se stessi praticano una vita non spendacciona rispetto agli standard di altri miliardari, americani e italici. Dai figli si aspettano la stessa voglia di competere duramente che animò le loro giovinezze.

Bisognerà ammetterlo: è uno schiaffo violento e salutare ai governi che non spendono o che spendono solo per aiuti pelosi (l’export delle proprie aziende nazionale verso i paesi poveri) ma anche schiaffo alle organizzazioni internazionali che dedicano il 70-80 per cento dei loro bilanci a gestire la propria macchina. E’ anche una lezione, magari arrogante, ma utile, a molte Ong (o super Ong globali, quelle chiamate Bingo, le Big International Non Governative Organisation) che fanno altrettanto e che mandano i loro volontari stipendiati in giro per l’Africa a bordo di lussuose Toyota ad aria condizionata. Sembra quasi che non ci siano vie di mezzo: o i missionari a piedi scalzi, (non sempre scalzi, peraltro), oppure l’efficienza dei business plan di Bill Gates.

Sembra convincente, ma c’è un punto molto debole in questo processo: per sua natura esso non prevede voce, né molta interlocuzione da parte dei destinatari. Certamente ogni africano consultato si dirà contento se il vaccino per la malaria infine ci sarà. Ma il risorgere di Tbc e polio in molti paesi conferma anche che senza una piena presa di possesso da parte dei popoli delle meraviglie della scienza occidentale, non c’è soluzione vera e definitiva. Malattie e povertà vanno sempre assieme, e non si risolve l’una senza l’altra e senza uno spostamento di poteri. Non sembri tutto ciò un’idea terzomondista ingenua, è semmai la lezione di tanti anni di aiuti allo sviluppo e di piani di lotta globale alla povertà globale.

Anche così, tuttavia, che ognuno faccia la sua parte: se non basta essere filantropi generosi per cambiare il mondo, tuttavia è consolante che alcuni di loro mettano a disposizione quello che hanno: dollari e qualche competenza di gestione. Altri (anche noi e anche i destinatari) sono chiamati a fare la propria parte, quella sociale e creativa, a metterci la politica insomma: una volta usciti dalla povertà estrema e dalle scandalose malattie endemiche(si rilegga Jeffrey Sachs, La fine della povertà), le genti abbiano un loro destino e un orizzonte di felicità che non consista nell’avere come unico modello il divenire da grandi dei benevoli miliardari.


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