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Notizie dell’altro mondo

Posted by franco carlini su 29 giugno, 2006

di Raffaele Mastrolonardo

La rete sta disarticolando il modo di costruire l’informazione e il potere di giornali e giornalisti sulla determinazione di cosa è «notizia». C’è chi se ne accorge. E chi no

Dieci anni di Washington Post online. Per festeggiare il quotidiano americano chiede uno sguardo sul futuro a Jay Rosen di PressThink, popolare blog dedicato alla stampa ai tempi dell’Internet di massa. Il risultato sono alcune intuizioni su cui tutti gli esponenti dell’universo informativo tradizionale (giornali italiani e manifesto compresi) possono meditare. Soprattutto, se tra dieci anni sperano di essere ancora in giro a spegnere altre candeline.
L’equidistanza del lettore. 3.650 giorni dopo qualcosa abbiamo capito, ragiona Rosen. Prima di tutto, che il nuovo ambiente offre nuove opportunità, ma che per sfruttarle ci vogliono qualche accortezza in più e qualche ingenuità in meno. Dal punto di vista del lettore, per esempio, tutti i siti diventano equidistanti ed egualmente raggiungibili. Il che vuol dire che anche testate meno prestigiose o locali hanno una chance in più nel mondo virtuale. Se voglio, infatti, posso seguire la campagna per le regionali in Liguria attraverso il Secolo XIX anche se mi trovo a Roma per lavoro; salto il filtro dei grandi quotidiani nazionali e ottengo, di sicuro, notizie più dettagliate.
La reputazione del reporter. D’altra parte, però, la stessa Internet che regala al quotidiano genovese un’occasione rischia di mettere in crisi proprio il ruolo di aggregazione della testata. Nel mondo reale, infatti, chi desideri leggere i pezzi di Rossanda è obbligato a comprare il manifesto: in Rete può prendere solo quelli, scorporandoli dal contesto ed eventualmente rimontandoli altrove. Per i lettori che vanno in cerca di firme con reputazione è un vantaggio, per il quotidiano è un danno; esso però ha la possibilità di monetizzare i suoi talenti, per esempio con accesso a pagamento ai singoli articoli o con una politica di valorizzazione del reporter che aumenti i contatti del sito e quindi la pubblicità.
Questione di numeri. Con oltre 43 milioni di blog in circolazione l’universo mediatico attuale non è più quello del 1996. Nell’anno 2006 chiunque può aprire un diario online, scrivere e aspirare a entrare nella grande conversazione. Risultato: centinaia di migliaia di voci premono per inserire nell’agenda pubblica temi che i media più prestigiosi non si sognano nemmeno di affrontare. Il cosmo dell’informazione diventa così un giardino meno recintato. E i cerberi che ne custodiscono le entrate fanno più fatica a mantenere il dibattito entro i limiti prescritti dagli interessi di riferimento e dai preconcetti di una categoria (troppo) sicura di sapere che cosa è interessante e che cosa è o non è «giornalismo». Non a caso, molti di questi blog si dedicano a un’intensa attività di scrutinio dei «professionisti», cercando di impedire che il supposto cane da guardia del potere si trasformi in un cucciolo. «Di tutto quello che i blogger hanno cercato di fare – conclude Rosen – la loro critica dei media ha probabilmente avuto il più grosso impatto sul settore».
Meno indispensabili. Gli esperti la chiamano disintermediazione. In pratica vuole dire che le prerogative di alcune professioni vengono meno perché gli utenti possono procurarsi quello di cui hanno bisogno direttamente alla fonte. Accade, grazie alla Rete, anche ai giornalisti. Che un tempo erano lo snodo necessario per poter comunicare con il mondo, mentre oggi ciascuno può costruirsi un podio virtuale da cui parlare, senza intermediari, al proprio uditorio. Rosen cita il caso di Mark Cuban, padrone della squadra di basket americana dei Dallas Mavericks che in prima persona racconta ai fans le vicende dei loro beniamini sul suo blog. Dalle nostre parti il pensiero va all’amministratore delegato di Ducati (vedi Chips & Salsa della scorsa settimana) che si intrattiene online con la comunità dei ducatisti. Con buona pace dei professionisti dell’informazione.
Critica del puro giornalismo. Tra blog che non fanno sconti e fonti che diventano autonome, cambiano i rapporti di forza tra resto del mondo e giornalista. A sfavore di quest’ultimo. Anche perché grazie a Pc, portatili, cellulari e iPod, il lettore è libero di scegliere dove, come e quando fruire delle notizie. Per questo – fa notare Rosen – i giornali più avveduti hanno iniziato a fare buon viso a cattivo gioco. Smessi i panni dei puristi dell’informazione, indossano sempre più spesso indumenti meno aristocratici sperimentando nuove formule. Il quotidiano inglese The Guardian dà un colpo al diritto di primogenitura della carta e decide che pubblicherà subito in Rete, senza attendere l’edicola, gli articoli di alcuni suoi inviati. Allo stesso tempo, annuncia che permetterà ai lettori di costruirsi un giornale personalizzato in formato .pdf. Il Washington Post invece aprirà progressivamente ai commenti ai suoi articoli. Qualcosa si muove, insomma. Forse non basterà a compensare l’erosione di copie e di pubblicità provocata dalla Rete. Ma non provarci, di certo, sarebbe ancora peggio. 


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