Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

  • fc

Voce del verbo Google

Posted by franco carlini su 13 luglio, 2006

di  Sarah Tobias

Dopo cinque anni di osservazione i grandi dizionari promuovono google al ruolo di verbo. Merito del suo successo e delle pratiche concrete, di ricerca e di parola, di milioni di navigatori del web. Un altro esempio di trasformazione dei brand in termini generici
 
Chiuditi la zip. Mi presti la biro? Fammi una xerocopia. Sigillato con lo scotch . Queste espressioni del linguaggio parlato hanno qualcosa in comune: contengono un nome proprio, che esso stesso è un brand, il quale, grazie alla sua popolarità si è dilatato a indicare un’intera categoria di prodotti. Vediamo: la prima chiusura a zip, senza bottoni, venne brevettata addirittura nel lontano 1851 da Elias Howe, in America, ma è solo nel 1923 che emerge la parola Zipper, da allora dilagante come Zip. La penna biro, a sua volta, deriva dall’invenzione di Ladislao «László» Josef Bíró, ungherese, che brevettò la penna a sfera nel 1938; solo nel 1945 sarebbe arrivato il francese Marcel Bich a lanciare l’omonima marca, ma facendo cadere a lettera acca del suo cognome di modo che anche gli angolosassoni la pronunciassero correttamente con la ‘c’ dura. Le xerocopie ovviamente discendono dalla Xerox americana che brevettò il suo sistema nel 1942, poi diventando leader del mercato a partire dagli anni ’60. Quanto al marchio Scotch, esso appartiene fin dagli anni ’30 del secolo scorso alla 3M e venne così chiamato perché il primo prototipo di nastro adesivo non teneva bene e nella 3M, scherzando, si disse che un manager scozzese aveva voluto risparmiare con la colla.
La «genericizzazione dei marchi» è fenomeno diffuso. Il nome proprio di un prodotto diventa generico, un brand diventa così noto da diluire il proprio valore identificativo e persino verrà scritto con l’iniziale minuscola. Gli esempi sono tantissimi: Aspirina, Bancomat, Borotalco Cellophane, Eroina (era un marchio registrato della Bayer), Chiclets, Frigidaire, Pampers, Pirex, Vaselina, Velcro, Walkman, Technicolor. Alcune aziende titolari del marchio si sono rassegnate, altre, come la Xerox, hanno continuato pervicacemente a condurre la loro battaglia linguistica, peraltro persa in partenza perché la lingua difficilmente riesce a sottostare a regole impositive. In parte ci riescono i francesi, grazie alle proprie istituzioni culturali e alla loro idea di stato con la S maiuscola. In particolare i francesi possono vantare a loro successo la parola informatique e telematique. Gli anglosassoni usavano il termine computer science. E in casa propria sono riusciti a chiamare octet il byte, ordinateur il computer e fichier il file.
La Xerox dunque negli anni ha dedicato inutili energie al compito di scrivere alle pubblicazioni e giornali che usavano xerox come un verbo. Acquistò anche delle inserzioni pubblicitarie per affermare che «non potete xerografare un documento, ma potete copiarlo con una fotocopiatrice, specialmente con una macchina copiatrice Xerox. Ma niente da fare: molti dizionari, e tra questi l’Oxford English Dictionary (OED), considerato il testo di riferimento per l’inglese, riporta il verbo «to xerox». Lo stesso fa il dizionario inglese-italiano Regazzini, della Zanichelli. E hanno ragione loro: un editore di lemmi può soltanto registrare l’uso che le persone fanno delle parole, senza dare giudizi. L’unico criterio sensato, che però è anche una scommessa, è di valutare se un termine nuovo sembra abbastanza diffuso e stabile da non deperire in tempi troppo brevi. Per questo l’inserimento delle parole nuove non è mai automatico (appena emergono): i curatori lasciano passare un po’ di tempo per verificare che quella parola si stia diffondendo e un altro tempo ancora per vedere che non stia già decadendo, risultando moda effimera.
E’ con criteri del genere che la settimana scorsa due dizionari di gran fama, il Merriam-Webster (familiarmente Webster, anch’esso vittima della genericizzazione dei brand) e il citato OED hanno promosso a ruolo di verbo «to google», che indica l’operazione di fare una ricerca sul web usando il motore di ricerca Google, di tutti il più noto e diffuso. Secondo Peter Sokolowski, editor del Merriam-Webster, l’uso di Google era sotto osservazione dal 2001 e l’averlo introdotto già nell’edizione del 2006 è un fatto raro, legato senza dubbio al suo dilagare prorompente.
Ma ci sono alcune piccole differenza: il Webster scrive «google» con la minuscola, a indicare che ormai è passato nei generici, mentre Oxford, più rispettoso, continua a scrivere Google maiscolo. Lo stesso OED contiene un’altra finezza, segnalando che il verbo può essere sia transitivo che intransitivo: infatti si può dire `«I googled him before our date» (Ho fatto una ricerca su di lui prima del nostro appuntamento), ma anche « I’m googling» (sto cercando su Google). Il verbo transitivo del resto corrisponde a un uso sempre più diffuso: ci chiama una persona per un primo contatto e noi, perennemente davanti al computer, all’istante battiamo il suo nome e cognome per sapere qualcosa di più di lui.
La migrazione diretta verso l’italiano non sembra tuttavia facile («sto gugglando» non funziona), ma viene usato tuttavia in frasi composte, tipo «faccio un Google», che è un po’ l’analogo del «faccio un bancomat». Quanto alle prossime nuove parole, è certo imminente l’arrivo di iPod e Podcasting, arrivederci al 2007.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: