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Bassa tecnologia per lo sviluppo

Posted by franco carlini su 20 luglio, 2006

 

di Patrizia Cortellessa

Lontani gli obiettivi del Millennio, ma Jeffrey Sachs prova a realizzarli dal basso in un nucleo di villaggi africani

Un progetto ambizioso, con tanto di scadenza: il 2015. Entro quell’anno, secondo quanto sottoscritto nel settembre 2000 da 191 capi di stato e di governo in occasione del Vertice del Millennio presso le Nazioni unite, bisognerà conseguire otto obiettivi fondamentali: dimezzare la povertà e la fame nel mondo, assicurare l’istruzione primaria, promuovere l’eguaglianza fra uomini e donne, ridurre la mortalità infantile, combattere le malattie che oggi devastano intere regioni del pianeta, assicurare la sostenibilità ambientale e creare un’alleanza globale per lo sviluppo sostenibile. All’interno di questo programma nasce il progetto dei Villaggi del Millennio (Millennium Villages projects), sviluppato da esperti dell’Earth Institute alla Columbia University ma soprattutto diretto dai membri delle comunità locali.
Qual è l’idea-forza dei Millenium Villages? Si può mettere fine alla povertà, dicono gli esperti, oltre che con piccoli finanziamenti immediati e mirati (sanità, istruzione, trasporti, agricoltura e altri servizi fondamentali), dotando i villaggi prescelti di infrastrutture e tecnologie – valide e a basso costo – che vanno dalle reti antizanzare per combattere la malaria all’insegnamento di metodi agricoli avanzati, da una maggiore varietà di semi e fertilizzanti a modeste tecnologie per la gestione dell’acqua. Alle comunità, mobilitate in prima persona, viene garantita la piena autonomia. Il costo medio annuo è di soli 140 dollari a persona, di cui 50 provenienti dal budget del progetto, 20 dai partner e 70 da aiuti esterni.
Per ora sono 12 i villaggi investiti dal progetto in 10 paesi africani (Etiopia, Ghana, Kenya, Malawi, Mali, Nigeria, Ruanda, Senegal, Tanzania e Uganda), ma gli amministratori sperano di estendere il programma in altri 78 entro il prossimo anno.
Trecento famiglie prese a campione in ogni villaggio, i loro progressi seguiti e monitorati nella speranza di avere risposte e dati certi sull’efficacia degli interventi, per arrivare alla conclusione del percorso cercando di capire se la comunità abbia migliorato o meno le proprie condizioni di vita. E’ proprio l’informazione puntuale e l’acquisizione di dati lo strumento indispensabile – ribadiscono gli studiosi – per avere un’idea precisa dell’avanzamento dei progetti. In mancanza di analisi, dati e soprattutto senza un lavoro di coordinamento fra nazioni erogatrici, paesi ospiti e «professionisti dello sviluppo», come afferma Jeffrey Sachs, è difficile l’attuazione di qualsiasi progetto.
Se la realizzazione degli interventi dipende principalmente dalle offerte dei donatori, cioè dai Paesi industrializzati, pur coadiuvati dalle comunità locali, tanti ostacoli potrebbero impedirne la realizzazione. Non è mero pessimismo. Da più parti ci si chiede quali siano, ad esempio, i criteri di scelta dei villaggi e dei paesi coinvolti nel progetto, e se tale decisione non sia dettata invece da motivi politici o economici. C’è poi da considerare la realtà africana fatta, oltre che di miseria nera, di instabilità politica e sociale, di corruzione, di conflitti. La gestione dei finanziamenti preoccupa, e non è problema da poco.
Ma per ora lasciamo da parte i dubbi e facciamo parlare alcuni esperimenti riusciti, come quello realizzato nel villaggio keniota di Sauri, dove dal giugno 2004 al luglio 2005, grazie all’uso di fertilizzanti, «il raccolto è più che raddoppiato, l’incidenza della malaria si è ridotta del 50 per cento grazie all’uso di zanzariere dotate di insetticida ed esiste una clinica cui la comunità può accedere per i principali farmaci salva-vita», secondo quanto dichiarato all’IPS da Schmidt-Traub, direttore associato del Progetto del Millennio. Ancora a Koraro, in Etiopia, sarebbero cresciuti per la prima volta alberi da frutto proprio accanto a piantagioni di mais.
L’economista Sara Tomlin, sul n. 442 di Nature, parla delle prospettive future. Lei ne è convinta: in cinque anni, grazie gli aiuti erogati e alla partecipazione delle comunità dei villaggi si sono gettate le basi per sconfiggere la povertà. Il villaggio della speranza questa volta è Kagenge, in Ruanda, una comunità in cui la metà delle famiglie vive in alloggi che il governo ha costruito per i superstiti al genocidio del 1994. La clinica, che oltre Kagenge serve altre quattro comunità, ora ha un medico e il personale infermieristico è raddoppiato. Ha un bacino di utenza di 35 persone al giorno, in un paese dove il 70 per cento dei pazienti è affetto da malaria e si registra la maggiore concentrazione di malati di Hiv (circa 13 per cento).
Ci sono molte aspettative a Kagenge per i Millennium Villages. I risultati sono positivi, ma sembrano solo una piccola goccia nel grande mare della povertà estrema perché per la generalità dei paesi del sud del mondo gli obiettivi di sviluppo per il Millennio sembrano già ora irraggiungibili. Il modello delle piccole comunità di villaggio e delle tecnologia di base è probabilmente l’unico sensato, a differenza degli aiuti a pioggia e dall’alto, ma il tempo è drammaticamente scarso.

Risultati
Pochi, e non per l’Africa
«Segnali incoraggianti» rispetto al raggiuntimento degli otto Obiettivi di sviluppo del Millennio fissati nel 2000 dall’Onu. Lo ha affermato il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali, José Antonio Ocampo, nell’introduzione annuale sui «Millenium development goals» (Mdg), presentato a Ginevra in occasione dell’avvio della sessione annuale del Consiglio economico e sociale dell’Onu (Ecosoc), in programma fino al 28 luglio. Progressi si sarebbero registrati soprattutto in Asia, con un incremento del tasso di istruzione, riduzione della mortalità infantile, promozione dei diritti femminili e delle istanze politiche. Ma quando si parla dell’Africa subsahariana, stando sempre alle dichiarazioni di Ocampo, si cambia registro. E cambiano le i dati: solo marginali i segni di miglioramento. Nonostante qualche progresso, infatti, dal 1990 ad oggi il numero delle persone che vivono in condizioni di miseria è aumentato (140 milioni di persone in più), e restano ancora allarmanti i dati sul fronte della mortalità infantile, come quelli sulla scolarizzazione. La strada da percorrere, nonostante le piccole gocce di speranza dei Millennium Village, sembra essere ancora lunga e tortuosa.


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