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saperi e idee / Una software house diffusa

Posted by franco carlini su 20 luglio, 2006

 

di Carola Frediani

Sembra proprio che l’era della partecipazione (Participation Age) – il nuovo mantra dell’internet – sia destinata a esplorare nuovi territori ancora. Dopo l’ascesa al potere dei blog nel discorso mediatico, dopo l’idea di far votare le notizie dagli utenti (Digg), ora è il turno delle software house che si aprono e si danno in pasto al popolo della Rete. Lo fa Cambrian House, neonata società canadese che mette in pratica il principio, fresco di teorizzazione, del crowdsourcing. Il quale sta a metà tra il deprecato ed efficace outsourcing e l’idealizzata e rivoluzionaria sapienza delle folle (wisdom of crowds). L’idea – spiegata in un sito eccellente (www.cambrianhouse.com) – è la seguente: perché non sfruttare il potenziale creativo e tecnico degli utenti internet affidando loro l’intero processo produttivo di un software o di un’idea di business legata al web? Dalla ideazione alla selezione fino alla programmazione. Un po’ come funzionano le comunità di sviluppatori open source, ma con una novità significativa: il singolo contributo, per parziale che sia, viene pagato attraverso delle royalties. Ognuno può fare la sua parte: del resto, quanti utenti internet hanno buone idee ma pochi capitali? E allora basta sottoporre il proprio progetto al sito di Cambrian House, e vedere come verrà accolto dal giudizio delle masse. Sono infatti gli stessi navigatori a vagliare e votare le idee più interessanti, che verranno successivamente messe in piedi e programmate attraverso il lavoro distribuito degli utenti. E a seconda del proprio contributo (idea iniziale, pezzo di programmazione, di grafica, di copywriting dei contenuti), e dopo che Cambrian House avrà pensato a vendere il prodotto finito, si riceverà una certa percentuale di royalties, ben definite in una tabellina di punteggi. Sembra la scoperta dell’acqua calda, né manca alla filosofia di questa società un certo ottimismo spensierato stile Silicon Valley fine anni ’90: la torta è grande, ce n’è per tutti – sostengono – tanto da poter coniugare gli affari (e i profitti) con gli ideali della Participation Age. E’ presto per dire se l’impresa avrà successo, i dubbi in proposito non sono pochi. Coordinare e motivare il lavoro di tutti, ad esempio, non sarà facile. Ma questo non sembra preoccuparli: «non possiamo gestire un’attività basandoci sulla paura». Meglio sicuramente l’entusiasmo.


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