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A cosa serve il Corriere? Camera di compensazione di 15 agonisti

Posted by franco carlini su 27 luglio, 2006

di Franco Carlini

Troppo semplice spiegare le dimissioni di Vittorio Colao con l’irruenza del manager e i relativi contrasti con i giornalisti. E’ tra i soci azionisti, tra di loro assai litigiosi, che vanno cercate le spiegazioni del fallimento di una missione impossibile che l’ex amministratore delegato si era assegnato.

Ma davvero, come ha suggerito il manifesto, Vittorio Colao è stato sfiduciato dal patto di sindacato di Rcs perché aveva commesso troppe gaffe con i giornalisti del Corriere della Sera e perché non correva buon sangue tra lui e il direttore Paolo Mieli? La spiegazione è decisamente troppo semplice. Errori di irruenza senza dubbio Colao ne ha commessi, come quell’intervista a Panorama in cui sostenne che quando un giornalista guadagna più di 50 mila euro netti all’anno dovrebbe essere licenziabile, affermazione certo impopolare. Si ricorda anche il recente seminario in cui un po’ di capi servizio del giornale vennero convocati per ricevere lezioni di management, il che provocò uno sciopero repentino, dato che in questa maniera veniva rotta la barriera tra funzioni giornalistiche e ruoli imprenditoriali.
Episodi a parte, furono in molti a giudicare fin dall’inizio una missione impossibile quella che Colao si era assegnato, ovvero di portare a razionalità economica quel gruppo editoriale. L’idea era di agire sui punti di forza, Corriere e soprattutto Gazzetta dello Sport, nonché sui libri (Rizzoli, Bompiani, Fabbri, Marsilio, Sonzogno), di spingere verso una maggiore internazionalizzazione e di cominciare a presidiare più convintamene il settore crossmediale, fatto di internet, radio e internet-tv. Il tutto, nelle dichiarazioni ufficiali, riducendo i costi, ma senza toccare gli organici, almeno quelli dei giornalisti, con i quali per esempio venne confermata la pianta organica di 400 al Corriere.
Più in generale l’aspirazione era di trasformare una galassia di società abbastanza scoordinate in un vero gruppo industriale. Al riguardo vennero anche commissionate delle ricerche sul brand: era meglio tornare a chiamarsi Rizzoli, marchio più noto, o restare Rcs? Rimase Rcs anche per un fatto casuale: l’estate scorsa il tentativo di scalata di Ricucci rese popolare quel nome presso il grande pubblico.
Perché «impossibile» quella missione? Perché la frammentata proprietà del grande quotidiano, dove compare tutto il supposto salotto buono, tra banche e industrie, non edita quel giornale per fare profitti, ma per contare nell’arena pubblica e verso i governi in carica. Il conto economico la preoccupa solo in ultima battuta, e questo è tipico del giornalismo italiano, un po’ a tutti i livelli, ed è un male antico, la famosa assenza di «editori puri». Vale anche per il grande rivale, il gruppo espresso, che edita la corazzata Repubblica, nel quale l’esigenza di far politica è anche più evidente e dichiarata, ma con l’importante differenza che l’editore è unico, Carlo De Benedetti, e che essendo soldi suoi, guarda con grande attenzione ai risultati, avendo un amministratore delegato ben agguerrito, al limite del mastino.
In altre parole, un dirigente industriale come Colao, che proveniva da Omnitel-Vodafone, con una cultura orientata ai risultati, era fin dall’inizio anomalo in quella situazione, come lo sarebbe se disgraziatamente lo chiamassero in Alitalia, un’altra posizione in cui il punto di riferimento non è il mercato ma gli stakeholder politici.
Il sindacato di controllo di Rcs è una vera galassia di 15 conflitti interni, dalla quota Mediobanca, ora in diswmissione, a Pirelli, da Della Valle a Capitalia (con i relativi conflitti interni tra Geronzi e Arpe), da Ligresti a Fiat, passando per Banca Intesa, Edison, Gemina. Tutti questi protagonisti si sono trovati d’accordo, per l’anno precedente, nel favorire il ricambio di governo, dato che Berlusconi non serviva più, e nel difendere il Corriere dalla scalata. L’esplicita dichiarazione di voto per il centro sinistra non fu certamente una mattata del direttore, e certamente venne data per scontata una perdita di copie, che in effetti è avvenuta.Oggi però i loro interessi di nuovo divergono e nel patto ogni parte gioca la sua partita, anche conflittuale.
Per il Corriere questo significa avere possibilmente una dirigenza più dolce e dunque una governance, come oggi si dice, capace di mediare di più. L’investimento è tutto e solo in politica.

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