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editoriale / Dalle Ande alle Alpi, basta una parola

Posted by franco carlini su 27 luglio, 2006

Quechua: chiedete a un ragazzino d’oggi di che cosa si tratti e facilmente vi risponderà che è una marca di abbigliamento sportivo. Molti racconteranno anche di aver visto uno spot televisivo in cui una tendina viene lanciata in aria e voilà, si apre completa in 2 secondi. La società in questione ha sede ai piedi del monte Bianco e produce scarpe, zaini, sacchi a pelo, di tutto un po’ per l’alpinismo, l’arrampicata e lo snowboard. Come altre aziende di sport, tipo Billabong, Patagonia, Napapijri, hanno scelto un nome evocativo e il brand, si sa, spesso è già la metà dell’opera.
Tutto bene? Ma Quechua non era forse, e prima, il nome storico di un linguaggio del Perù fin dal 2600 avanti Cristo? Non era il parlato ufficiale degli Inca di Cusco? Non è tuttora una lingua, parente della lingua Aymara, con cui condivide un terzo del vocabolario? Al Quechua siamo debitori di molte parole entrate nella lingua comune di tutto il mondo, come coca, condor, guano, llama, pampa. Tuttora è lingua ufficiale in Peru e Bolivia, malgrado la prevalenza dello spagnolo, ma è diffusa anche in Argentina, Brasile, Ecuador, Cile. Insomma un patrimonio culturale dell’umanità, che oltre a tutto non ha nulla a che fare con le Alpi né con lo snowboard. Semplicemente suonava bene e brand è diventato, debitamente registrato, sì che se un legittimo parlante Quechua volesse registrare il dominio Internet http://www.quechua.com gli sarebbe impedito essendo già registrato. Per fortuna invece esiste, e prospera, http://www.quechuanetwork.org, organizzazione non profit dedicata alla cultura andina, che offre anche un ottimo dizionario inglese-quechua-inglese. Altrettanto impossibile sarebbe per un’azienda artigiana peruviana vendere dei poncho da montagna con su la scritta Quechua, cadendo nella violazione di un brand internazionalmente registrato. Questa piccola storia ci fa notare l’asimmetria nella protezione dei beni intellettuali: se da un lato i paesi del nord del mondo sono molto severi nel pretendere da quelli in via di sviluppo una rigida protezione di marchi, brevetti e copyright, tuttavia nessuna tutela viene riconosciuta ai saperi e alle culture dei popoli meno ricchi. Un vestito di Armani può essere protetto come opera dell’ingegno, ma una bombetta peruviana o il nome di un linguaggio possono essere trasformati in propriet

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