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(In)sostenibili felicità

Posted by franco carlini su 3 agosto, 2006

 

di Franco Carlini

Un nuovo indicatore del benessere dei paesi: Pil più la soddisfazione, diviso per le risorse

Si sta creando una grande confusione sulla questione della felicità: tre settimane fa la notizia che il miglior paese al mondo era Vanuatu, 80 isole nel Pacifico. Ma nei giorni scorsi ecco un’altra classifica, dove questa volta vince la Danimarca, con la Svizzera a ruota, mentre Vanuatu scende al 24simo posto. Quanto all’Italia era al numero 66 in un elenco e al 50 nel secondo.
Eppure la felicità, o se si preferisce la soddisfazione di vita, è cosa troppo seria per lasciarla ai titoli estivi dei quotidiani. Il tema è di quelli cruciali per la nostra civiltà ed è divenuto negli ultimi dieci anni argomento di studi importanti, all’intreccio tra filosofia, psicologia, scienze sociali ed economia. Con qualche fatica metodologica peraltro, tanto che nemmeno sulle parole ci si intende appieno: c’è chi parla di felicità (happiness), chi si soddisfazione di vita (satisfaction with life), chi di star bene (well being). In ogni caso è qualcosa che riguarda sia le condizioni materiali di una persona (o di in un paese) che la percezione soggettiva riguardo alla propria vita. Ovviamente non è un valore ben netto come l’altezza o il reddito. La si valuta, la felicità, semplicemente domandando alle persone: «Considerando la vostra vita nel suo complesso quanto vi considerate soddisfatti?». Un altro metodo consiste nel valutare lo stato d’animo corrente, per esempio: «Quale percentuale di tempo nella giornata di ieri siete stati di cattivo umore?». Una qualche verifica si può fare incrociando le dichiarazioni soggettive con le opinioni che gli altri hanno della felicità di una persona: «Quanto giudichi felice Giovanna?».
Tutto questo interesse dipende anche dalla giusta sfiducia che l’opinione pubblica, e anche gli studiosi, ormai hanno verso un trattamento solo economico, o peggio economicista, del benessere delle nazioni. Che il prodotto interno lordo (Pil o Gdp, in inglese) sia un indicatore grossolano e persino truffaldino sembra ormai certo. Per esempio se un paese risulta molto inquinato e dunque deve investire molto per ripulirsi, allora quelle spese aumentano il Pil, ma sembra difficile sostenere che ciò sia un’indice di benessere. Per questo vari tentativi di correzione sono stati proposti, per esempio sottraendo da quelle cifre le esternalità negative. Le cifre sul Pil, poi, non danno mai conto della distribuzione del reddito all’interno di un paese, affogando le disuguaglianze in una media statistica.
In ogni caso c’è una curva paradossale, ormai ben nota: reddito individuale (o nazionale) e felicità per un po’ vanno di pari passo, ma poi si disaccoppiano perché, una volta raggiunto un discreto benessere, un ulteriore aumento della ricchezza non produce un pari aumento di felicità, anzi talora succede persino il contrario. Vale per i singoli individui e anche per le società nel suo complesso. In molte culture, poi, il reddito individuale offre soddisfazione psicologica non tanto in valore assoluto quanto come misura della gerarchia sociale: la cosa importante è essere più ricchi di amici e conoscenti, ma se l’economia tira e tutti si arricchiscono, allora che gusto c’è?
Un altro indice usato di frequente è l’HDI, Human Development Index, usato dalle Nazioni unite per sfuggire alla trappola del solo fatturato. Venne creato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq, a partire dalle ricerche del premio Nobel Amartya Sen; tiene conto del reddito pro capite, dell’aspettativa di vita e delle opportunità di conoscenza e istruzione. In questo caso il Pil c’entra indirettamente (nel reddito individuale) ma viene associato ad altri valori che riguardano la qualità della vita di un paese. Un apposito Rapporto annuale viene depositato ogni anno e vede ai primi posti paesi occidentali ma intermedi, come Norvegia, Canada, Australia, Svezia: alto reddito e stato sociale.
L’indicatore più interessante, a opinione di chi scrive, è stato proposto di recente dalla New Economics Foundation, fondazione inglese per la nuova economia, che ha lanciato il suo Happy Planet Index, e insieme ad esso un vero «Manifesto Globale per un pianeta più felice», scritto con l’associazione Amici della Terra.
L’HPI guarda le cose del mondo in una maniera assai diversa dai precedenti indici e si forma a partire da tre fattori: 1. la speranza di vita alla nascita degli abitanti; 2. la soddisfazione di vita soggettivamente valutata dagli stessi con dei sondaggi, in una scala da uno a dieci; 3. un parametro chiamato «orma ecologica» (ecological footprint) che misura quante risorse naturali un certo paese consuma e che di solito è espresso in ettari. I primi due numeri vengono moltiplicati tra di loro, il che dà un’idea di quanti anni felici un paese abbia, ma divisi per il terzo, per tener conto del prezzo ambientale. In fondo l’idea è semplice: si tratta di misurare quanto un certo input (le risorse naturali) si trasforma, producendo un certo output, dove il risultato che conta non è il fatturato globale, ma la vita delle persone, che sia lunga e felice. Lo diceva già Aristotele, ma il progresso moderno sembra essersene dimenticato.
In questo sistema a ingresso-uscita, tanti altri fattori che di solito vengono considerati come dei fini in sé sono invece soltanto dei mezzi al fine di una vita felice.
Dunque la crescita economica è solo un mezzo, e così il mercato. E lo stesso vale per educazione, sistema sanitario, livello di consumi, occupazione, forme di governo, famiglia, tecnologia. Sono strumenti da potenziare, in opportune miscele, rispetto a quello che dovrebbe essere lo scopo vero e sensato di ogni politica e di ogni governo.
Ma non a ogni costo perché mettendo a denominatore il consumo ambientale, i ricercatori introducono un requisito di sostenibilità: se per produrre una certa soddisfazione di vita si consuma troppa natura, allora quella ottenuta è una felicità effimera, di breve durata. Per esempio la Norvegia si trova al primo posto nell’indice di sviluppo umano (il citato HDI), ma ha un footprint molto elevato e perciò nell’indice planetario scende in posizione 115. Ben peggio della nostra Italia, dunque, perché se la durata della vita è circa uguale nei due paesi e la contentezza norvegese è appena un po’ superiore alla nostra (un valore di 7.4 contro i nostri 6.9), l’impatto ambientale italico è solo di 3.8 contro un 6.2 scandinavo.
Ovviamente nessuno degli indicatori rappresenta la verità, ma ognuna delle diverse metodologie incorpora più o meno esplicitamente dei valori diversi con cui guardare lo stato del mondo. Va notato che gli stessi autori dell’ Happy Placet Index, hanno voluto provocatoriamente aggiungere una correzione grafica a mano sul loro rapporto, reintitolandolo (un)Happy Placet Index, ovvero l’indice di un pianeta infelice. Infelice perché un «ideale ragionevole» (un obiettivo politico) di questo indicatore dovrebbe prevedere un livello di soddisfazione come quello della Danimarca (8,2, su un massimo di 10), un’aspettativa di vita di 82 anni, come nel Giappone, e un’impronta ecologica bassa, attorno a 1,5, mentre nei fatti nessun paese si avvicina per ora a tali risultati.
Quello dell’ Happy Placet Index è senza dubbio un punto di vista radicale, ma purtroppo assai sensato, perché ci ricorda impietosamente che i nostri paesi ricchi, per produrre un livello di soddisfazione decente nei loro cittadini, consumano tante risorse naturali che sarebbero necessari due o tre pianeti Terra.
Una diversa e meno sconvolgente classifica della felicità del mondo è stata proposta la settimana scorsa da un gruppo di ricerca dell’università inglese di Leicester. Adrian White, psicologo sociale, l’ha realizzata con una tecnica chiamata meta-analisi e cioè mettendo insieme, con opportune pesature, i dati raccolti da altri, con metodi diversi. Ha dunque utilizzato le cifre dell’Unesco, della Cia, della New Economics Foundation, dell’Organizzazione mondiale della salute eccetera. La sua tesi è che la felicità sia legata essenzialmente a salute, ricchezza e istruzione.
La tabella comparativa in questa pagina mostra quanto diverse possano risultare le classifiche a seconda delle diverse metodologie usate. Il Pil premia il reddito e il reddito pro-capite, l’Indice di sviluppo umano valorizza i paesi europei che hanno alto reddito e strutture sociali sviluppate (welfare e simili). L’Happy Placet Index, che mette a denominatore il consumo di risorse naturali ribalta provocatoriamente tutte le classifiche, penalizzando quei paesi ricchi che, per garantirsi felicità, sprecano molto, eventualmente a spese degli altri. Infine la Mappa della felicità dell’università di Leicester offre una possibile mediazione tra i diversi approcci. Fin troppo tranquillizzante, forse.

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Una Risposta to “(In)sostenibili felicità”

  1. Francesco Tortorella said

    Grazie per aver scritto e pubblicato questo articolo. C’è bisogno di parlare sempre più di sviluppo in termini di felicità. E, credo, anche di studiare i rapporti tra qualità delle relazioni sociali e felicità.
    Grazie ancora,
    francesco tortorella
    Associazione Vie di Sviluppo

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