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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for 3 settembre 2006

Un panorama dei nuovi mercati tv

Posted by franco carlini su 3 settembre, 2006

di Andrea Rocco

Gli attacchi allo status quo dell’industria arrivano dai canali personalizzati della Rete
I diritti di trasmissione di cinema e sport diventano flessibili a favore di soggetti che operano su Internet.

È in grande movimento il panorama dell’industria televisiva nel mondo. Le minacce maggiori allo status quo e alle posizioni di potere consolidato arrivano ancora una volta dalla rete e dall’evoluzione di Internet con possibilità e flessibilità d’uso e di fruizione che diventano ora progetti concreti. Ecco un parzialissimo sguardo su alcuni dei maggiori mercati tv.
Francia
Il lancio del digitale terrestre ha poco più di un anno e sembra essere un buon successo: 3 milioni di famiglie con accesso al sistema, 4.7 milioni a fine anno, con una copertura territoriale del 58%. Il digitale terrestre (Dt) francese a regime dovrebbe dare accesso all’85% delle famiglie a 18 canali digitali gratuiti e a 11 a pagamento. La soddisfazione per l’avvio del Dt ha spinto il governo francese a presentare a luglio un disegno di legge sulla «televisione del futuro» che dovrebbe dare un’accelerazione sul piano tecnologico e al tempo stesso garantire l’accesso ai programmi gratuiti anche alle aree marginali del Paese. Ma si è anche scatenata una battaglia molto significativa sulla fusione dei due principali operatori della tv a pagamento, CanalSat e Tps, che hanno oltre 5 milioni di abbonati e gestiscono 590 canali. Sulla fusione, che solo giovedì scorso ha avuto l’ok del governo, hanno misurato i muscoli, forse per la prima volta, gli operatori tv e quelli delle Telecom e di Internet. Oggetto del contendere soprattutto i diritti di trasmissione di cinema e sport. Dopo 8 mesi di braccio di ferro le Telecoms e gli operatori Internet, alleati con i produttori di cinema, hanno ottenuto quasi tutto quello che chiedevano. In una parola, «diritti fluidi», non esclusivi e rinegoziabili di frequente. Ma soprattutto una vittoria «politica», nel riconoscimento del governo che «gli operatori della comunicazione elettronica sono i più adatti a sviluppare una concorrenza sul mercato». Come ha scritto Le Monde «è la ratifica ufficiale di France Telecom come grande rivale dei gruppi audiovisivi. La battaglia è appena cominciata».
Spagna
Anche qui il digitale terrestre ha circa un anno di vita e circa tre milioni di abbonati. Il digitale terrestre spagnolo ha una caratterizzazione fortemente decentrata legata alla valorizzazione dei territori. È in corso o prevista l’entrata in funzione di televisioni di provincia e di città. La Catalogna ad esempio ha creato un sistema con 96 canali di Dt, di cui circa un terzo pubblici. Nell’inverno prossimo entrerà in funzione la Tv di Madrid EsMADRID!tv, finanziata con raccolta pubblicitaria e con la vendita di contenuti ad altri canali, con un investimento di oltre 6 milioni di euro per produrre 2600 ore di trasmissione. Anche qui non sono mancate le polemiche. Di colore forse più «italiano». Il governo della Regione di Madrid (centro-destra) è stato accusato di scarso pluralismo nella concessione delle licenze alle Tv digitali terrestri: erano solo di editori vicini politicamente o di organizzazioni legate alla Curia cattolica. Un di queste è stata prontamente attaccata da hacker televisivi che inseriscono programmi di cartomanzia e film porno tra rosari e processioni.
Regno Unito
La più seria e «radicale» presa di coscienza da parte di un gigante della tv pubblica sulla fine di un’era è stata quella fatta da Bbc nella primavera scorsa. Vale la pena ricordarne i punti, esposti dal direttore generale Mark Thompson: «La seconda onda del digitale sarà più distruttiva e le fondamenta dei media tradizionali saranno spazzate via… I servizi on-demand cambiano tutto e noi dobbiamo cambiare il modo in cui produciamo, confezioniamo e distribuiamo i nostri contenuti… L’obiettivo è di distribuire contenuti di servizio pubblico su qualsiasi medium…. Possiamo creare molto più valore pubblico quando pensiamo i contenuti in modo trasversale alle piattaforme…». Da qui molte idee: rilancio del sito web, creazione di programmi musicali, ingresso nel mondo dei video-games, creazione di progetti interattivi.
Stati Uniti
Qui il sistema pubblico ha un ruolo apparentemente marginale, affondato in una realtà dominata da un mercato che tuttavia, nonostante la deregulation verificatasi negli anni ’80 e ’90, resta comunque sotto le regole anti-trust abbastanza dure dell’Authority Federale (la Fcc). Ma gli Usa ribollono di iniziative che utilizzano la democratizzazione produttiva e distributiva creata da Internet per ripensare al medium Tv. La lista è troppo lunga (un buon punto di partenza è http://beyondbroadcast.net). Basta citare Curent Tv creata dall’ex-vicepresidente Al Gore, il Center for Citizen Media di Dan Gillmor, The Media Center e University Channel.

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Piccolo schermo delle mie brame

Posted by franco carlini su 3 settembre, 2006

di Mariuccia Ciotta

La televisione italiana è di grande qualità, sia pubblica che privata, e sono in pochi a leggere libri e giornali perché la tv informa, comunica, intrattiene, diverte come un affilato Saturday Night Live. Rai e Mediaset concorrono, si battono per il primato dell’audience di qualità, e si dividono l’etere in un sistema a più voci, la tv satellitare di Murdoch, il digitale terrestre, La7 di Tronchetti Provera… Perché mai si pone la questione di ridisegnare un quadro d’insieme? Cos’è questa corsa alle nomine, spartizione di poltrone, conflitto di interessi, Authority, blind-trust?
In questi giorni, si parla di invadenza dei politici, lottizzazione, guerra al controllo delle reti, «minaccia a migliaia di posti di lavoro» come dichiara Fedele Confalonieri, presidente Mediaset. Da una parte le nomine della Rai, dall’altra una nuova legge di sistema, entrambi letti da alcuni come un assalto all’etere da parte della politica. Lo scenario è confuso. I «cespugli» in subbuglio di fronte al protagonismo Ds-Margherita, il consigliere «resistente» Angelo Maria Petroni, nominato dall’ex ministro del Tesoro, che non si tocca se no l’opposizione insorge, Fabrizio Del Noce che da Raiuno «rischia» di passare alla direzione della potente e pregiata Rai Fiction, Bondi che prefigura la scomparsa dal firmamento della stella Berlusconi… E la maggioranza che si muove con i piedi di piombo. Insomma, un minuetto per non mandare in frantumi la cristalleria. Perché invece non si prende atto che i due network generalisti, dominanti un sistema mediatico arretrato, sono più che un’«anomalia», una macchina produttiva del nulla? Un grande reality show dove «la gente è affascinata e atterrita dall’indifferenza del Niente-da-dire, dall’indifferenza della loro stessa esistenza» luogo dell’«esibizionismo delirante della propria nullità», come scrive Jean Baudrillard. Sarebbe il caso di ripartire da qui, prima di affrontare la legge di riforma. E scartare interlocutori come Fedele Confalonieri, che ieri ha ringhiato dalla pagine di Repubblica e che auspica un incontro con il ministro delle Comunicazione Paolo Gentiloni. Cos’ha da comunicare Confalonieri?
Lui che non si fa «infinocchiare dalle parole», teme un piazzale Loreto di Berlusconi, e altre catastrofi. Il governo Prodi, dice, vuole spartirsi le frequenze tra gli amici, ammazzare «un’azienda sana», rubare il «grano» a chi se l’è guadagnato. Il presidente Mediaset grida, come al solito, all’«esproprio» delle sue reti gonfie di pubblicità e sotto inchiesta per l’utilizzo di fondi neri, e si preoccupa anche per la sua poltrona «perché se fallisco mi buttano fuori». Il manager che paragona la guerra di mercato tra Pepsi e Cocacola ai soggetti concessionari del «servizio pubblico» televisivo dovrebbe tacere. E con lui chi fa traffico di protezioni e di appartenenze politiche, che rivendica il suo ruolo di gestore di questa televisione indifendibile, quando è in gioco un bene pubblico, qualcosa che determina lo stato di un intero paese, la sua sensibilità e la sua cultura.


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Mediaset – Frequenze inquinate

Posted by franco carlini su 3 settembre, 2006

Chi minaccia l’azienda
Giordano, Damiano, Ferrero, Bonaiuti, Rotondi, Giulietti, Franceschini, Capezzone, Rizzo, Schifani, Fassino. Sono gli 11 politici italiani che in pochi minuti il Tg1 delle 13.30 di sabato è riuscito a citare, a ognuno doverosamente(?) regalando qualche riga di parole prelevate dalle agenzie e dai giornali del giorno prima. È questo infelice modello di informazione che un dignitoso consiglio di amministrazione della Rai dovrebbe rovesciare come un guanto; diversamente non farà alcuna differenza se alla guida del primo tg d’Italia resterà Clemente Minum o andrà Gianni Riotta. Che di questa e altre cariche i partiti di governo grandi e piccoli discutano appassionatamente domani in Consiglio dei ministri è la misura della loro distanza non solo dagli interessi del paese, ma anche dallo stesso programma dell’Ulivo, così spesso citato a mo’ di Vangelo (quando conviene) e trascurato come il Deuteronomio (quando conviene). Sull’altro fronte va registrata con noia totale la più recente intervista di Fedele Confalonieri alla Repubblica. Questa volta raggiunto in macchina nei pressi di piazzale Loreto, evoca quell’evento per esorcizzarlo: «(Berlusconi) invece di appenderlo per i piedi vogliono togliergli le tv» dice. Nella foga, gli scappa persino l’ammissione che Craxi gli fece dei favori, ma per concludere che «questi qui vogliono dare tutto alle Coop, come hanno fatto con le farmacie». Confalonieri cita come esempi positivi di capitalismo concorrenziale la Pepsi che compete con Coca Cola e la Microsoft contro Ibm. Disinformato e disinformante com’è gli sfugge che proprio Pepsi e Coca sono sotto accusa in India grazie a un movimento dal basso che ne ha rivelato l’uso di acqua inquinata (l’acqua, bene comune, come le frequenze dell’etere) e che nella patria del capitalismo concorrenziale sia Ibm che Microsoft sono finite sotto accusa per abuso di posizione dominante e costrette a modificare i loro comportamenti. L’hanno fatto senza strilli né piazzali Loreto. Se questa è la statura industriale del presidente di Mediaset, allora c’è seriamente da preoccuparsi per i posti di lavoro di quell’azienda, avviata di suo a un serio declino senza bisogno delle supposte vendette dei pasdaran della sinistra. F. C.

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I nuovi media assaltano la tv

Posted by franco carlini su 3 settembre, 2006

di Franco Carlini

Televisione La guerra tecnologica e politica dell’etere
Il grande terremoto televisivo sta sconvolgendo i media. E se il pubblico tradizionale non dà ancora segni di cedimento, altri modi di consumo, segmentati e personalizzati invadono il mercato. Il futuro è già qui

Il titolo è un po’ troppo alla moda, ma i contenuti sono netti. «La fine della televisione come l’abbiamo finora conosciuta» è uno studio realizzato dalla Ibm e dall’Economist sul futuro della tv. Non quello lontano di metà secolo, che nessuno sa cosa sarà, ma quello imminente, da qui al 2012. Dunque l’Ibm Institute for Business Value ha intervistato, per un’ora ciascuno, 65 economisti dei media, mentre l’Economist Intelligence Unit ha sottoposto a sondaggio 108 dirigenti industriali della tv tradizionale, delle telecomunicazioni e dell’Internet, tutta gente che ne capisce, insomma. I risultati dovrebbero preoccupare Fedele Confalonieri (e Silvio, Pier Silvio e Marina Berlusconi, ma anche il presidente pro tempore della Rai Claudio Petruccioli e il ministro Gentiloni) ben più delle deboli proposte sul conflitto di interessi e delle nuove nomine Rai.
In sintesi si tratta di questo: nei prossimi anni, ma in realtà già adesso, il settore si presenta bimodale, caratterizzato cioè dalla coesistenza e dal conflitto tra diversi modelli di televisione e diversi pubblici. Questo genera confusione e scontri tra diversi soggetti che non sono più soltanto i network tradizionali, ma anche nuovi protagonisti, come le aziende della telefonia e quelle del web. La convergenza dei media produce conflitti e, almeno in questa fase, aumenta i costi del fare televisione. Alla fine emergeranno dei vincitori e dei vinti, ma chi saranno nessuno ancora lo può dire con ragionevole probabilità.
A proposito di sommovimenti: attenzione all’incontro londinese di giovedì prossimo tra Rupert Murdoch e Marco Tronchetti Provera. Ufficialmente avviene per discutere la cessione di diritti televisivi da Sky a Telecom Italia Media e a Tim, ma se si trattasse solo di «prezzare» un po’ di spezzoni di telefilm non si muoverebbero i grandi capi; più probabile che si discuta anche di una partecipazione di Murdoch a La7 o addirittura alle azioni di Telecom Italia. Magari non se ne farà niente, ma la questione, visti i debiti di Tronchetti e la crescente irritazione di Sky per il duopolio televisivo italiano, è oggettivamente sul piatto.
Ma restiamo al 2012: da oggi ad allora ci sono due assi lungo i quali si svilupperà il cambiamento. Il primo è quello del pubblico, secondo una direttrice che muove dal «passivo» al «coinvolto». Diversamente da quanto pensano i tifosi della rete, il pubblico di massa e passivo, quello tradizionale e di una certa età, non svanirà di colpo, ché anzi il consumo di televisione non sta dando segni di cedimento: in America si parla di 5 ore al giorno per famiglia e anche i giovani, pur così impegnati nel web e nei videogiochi ne succhiano tre ore almeno. Cambiano tuttavia le cose che vengono cercate e gli apparati con cui vengono usufruite. Per esempio l’aumento vistoso dei videoregistratori digitali (Dvr) minaccia seriamente il fatturato pubblicitario dato che con questi sistemi è facile (e piacevole) saltare gli spot. Per non dire di quell’altra minirivoluzione, chiamata TiVoToGo: grazie ad essa gli abbonati a quel servizio possono vedere i programmi registrati per loro da TiVo non soltanto a casa propria, ma da qualsiasi altra postazione e magari trasferirli su apparati mobili, come i cellulari o gli iPod della Apple.
È segmentazione insomma, che obbliga le reti a differenziare la propria offerta di contenuti, i formati e anche i modelli di pagamento: se oggi esistono solo il modello pubblicitario e quello in abbonamento, cresce ormai la domanda per prestazioni da pagarsi al volo, o per nicchie specialistiche, ma ad alta fedeltà. Il neologismo usato per l’occasione è «debundling» e indica lo spacchettamento dei palinsesti operato dalle scelte degli utenti. Ma un palinsesto spacchettato e fruito on demand significa che saltano le tradizionali quotazioni degli spot e delle fasce orarie, un altro bel problema per Mediaset. Il tutto all’interno di una transizione dall’analogico al digitale che coinvolge tutto l’occidente nei prossimi cinque anni e che insieme presenta rischi e opportunità (di liberazione di frequenze, almeno nei paesi civili diversi dall’Italia).
Il secondo asse di movimento (e di turbamento) è quello dei contenuti: da accesso limitato a accesso aperto. Fino ad oggi sono state le reti televisive a produrre (o acquistare) i contenuti e a distribuirli alla grande (broadcasting) in maniera indifferenziata e per loro protetta. Ma già ora i contenuti stanno trovando altri canali, per esempio quello dei Dvd e dei portali Internet tipo Yahoo!, Google, Msn. Sono gli stessi produttori che cercano queste strade per recuperare al meglio i costi di produzione. Per non dire dei contenuti visuali autoprodotti dagli utenti attivi e magari depositati su YouTube.
È il «prossimo grande terremoto», scrivono gli studiosi, ed è difficile dar loro torto.

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