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La fabbrica dei fannulloni

Posted by franco carlini su 14 settembre, 2006

di Franco Carlini

La piccola discussione dell’estate, quella sui «Nullafacenti», è finita appunto nel nulla e ad affondarla definitivamente è stato lo stesso professor Pietro Ichino che l’aveva aperta sul Corriere della Sera il 24 agosto. La sepoltura è stata consegnata alle pagine del sito http://www.lavoce.info, luogo ormai ben accreditato di idee e di elaborazioni. Di sepoltura si tratta perché, sollecitato dai lettori ad articolare meglio gli strumenti della sua proposta, Ichino è stato costretto prendersi sul serio, trovandosi così a inventare nuove strutture amministrative, organi di valutazione, procedure di revisione delle decisioni; insomma un’intera machinery i cui effetti sicuri sarebbero certo di i) far aumentare gli organici dell’amministrazione pubblica; ii) innescare contenziosi infiniti. Con il che l’idea di far emergere i  «Nullafacenti» e di licenziarne un certo numero (l’uno per cento dei dipendenti pubblici, si valutava) può passare tranquillamente nell’elenco delle pubblicazioni accademiche – quelle cioè che non hanno altra utilità se non di far progredire in carriera gli autori. 

Nella sua demagogia la proposta era peraltro ben congegnata: mentre sollecitava e rafforzava il luogo comune sui dipendenti pubblici fannulloni, si offriva anche come buon consiglio al governo, per risparmiare davvero e con rigore, e insieme, sfidava i sindacati a uscire dalla loro storica cogestione del personale, per farsi invece promotori di equità e di interesse generale. Molte sono state le repliche e poche le adesioni (se non quelle luogocomuniste, appunto), ma anche così non è stata una discussione inutile. Michele Salvati, sempre sul Corriere della Sera del 3 settembre («Statali pigri e dirigenti prudenti») ha dato un po’ più di spessore analitico al tema, facendo notare che la pigrizia dei dipendenti dipende dal fatto che «le direzioni del personale nella pubblica amministrazione non fanno il loro mestiere con la stessa solerzia con cui lo fanno le loro omologhe nel settore privato».

Luigi Nicolais, ministro alle «Riforme e Innovazioni nella pubblica amministrazione» ha confermato che sull’efficacia e l’efficienza della Pa sta lavorando, che intende attivare premi e punizioni, ma che ben altra è la strada che vuole seguire, fatta di semplificazione amministrativa, formazione e uso spinto delle tecnologie informatiche. Anche un altro ministro, Tommaso Padoa-Schioppa ha detto cose sensate: «Una vera correzione delle tendenze della spesa pubblica non si può tuttavia ottenere, nella nostra situazione, senza interventi che vadano in profondità, cambiando l’organizzazione e il funzionamento dell’amministrazione pubblica centrale e territoriale» e aggiungendo ancora che «modificare il funzionamento della macchina pubblica è, in parte, materia di bilancio e, in gran parte, questione di micro-management, di funzionamento degli uffici» (intervista a Dario Di Vico, Corriere della Sera, 8 settembre).

Il fatto è che i «nullafacenti» si sviluppano solo nelle organizzazioni, pubbliche come private,  che lo rendono possibile. Gli ambienti favorevoli allo sviluppo di comportamenti fannulloni sono quelli che a) hanno una missione poco rilevante oppure, quando ce l’hanno, non sono capaci di costruire attorno ad essa identità e motivazione; b) sono organizzati in maniera assai gerarchica; c) segmentano il lavoro in procedure rigide, tayloristiche,  anche quando il taylorismo è finito da un pezzo, persino in molte fabbriche; d) valutano le prestazioni sulla base delle presenza (orario, cartellino) e non degli output (risultati); e) comunque non hanno adeguati sistemi di verifica perché non sono nemmeno capaci di definire quali sono i risultati attesi, nel breve e nel lungo periodo; f) infine non hanno politiche del personale capaci di far emergere la qualità delle persone. La ricetta Ichino prescinde da tutto ciò e indica una strada il cui esito sarebbe di chiudere ogni discorso sulla riforma della Pa. Probabilmente non ci crede e quindi preferisce scorciare, ma così facendo illude e si illude.

Economisti e sociologi dell’organizzazione hanno consumato foreste di libri analizzando i fattori che rendono dinamica un’organizzazione e quelli che invece la frenano. Le tecnologie ovviamente c’entrano, ma non solo nel senso banale di automatizzare le procedure e le burocrazie precedenti, quanto in quello, più ardito, di fornire una buona occasione, e spesso addirittura un obbligo, a ripensare se stessi e il proprio modo di operare. E’ vero per il pubblico come per il privato. Si pensi ai siti web di enti locali e centrali: sono molto migliorati rispetto a pochi anni fa, si sono fatti accessibili e ben navigabili, almeno i migliori, ma quasi sempre l’intoppo avviene dietro l’interfaccia dello schermo, in quello che i soliti anglofili chiamano il back office. E’ lì che sovente si bloccano  gli «sportelli unici» del cittadino o delle imprese, è lì, nei regolamenti e nel flusso delle pratiche, che si creano i ritardi e le inefficienze.

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