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La nicchia quotidiana

Posted by franco carlini su 14 settembre, 2006

 

di Franco Carlini

Solo i giornali di qualità possono reggere a Tv, Internet e free press. E lo possono fare se vivono contemporaneamente di carta e di web, di giornalismo d’autore e di migliaia di lettori-autori. Questa sfera pubblica non è solo questione di soldi, ma di democrazia e vita civile.

«Who killed the newspaper?», ovvero «Chi ha ucciso il quotidiano?» si è chiesto The Economist, ricevendo, ovviamente, la preoccupata attenzione di tutti i quotidiani. La diagnosi del settimanale britannico è secca e impietosa, ma non drammatica. Sostiene infatti che il declino è certo, fino all’irrilevanza o alla scomparsa, almeno per la gran parte delle testate, ma che questo, tuttavia, non comporta un serio rischio per la democrazia: non è che per questo i governi saranno più liberi dal controllo dell’opinione pubblica, perché altri strumenti, specialmente quelli di rete, sono ormai attivi, globali e efficaci nel monitorare e denunciare le attività dei poteri politici ed economici.

Se la democrazia non è troppo minacciata (e speriamo che sia vero), certamente è a rischio un intero settore industriale, con i suoi lavoratori, i suoi fatturati e i valori di borsa, perché non solo le copie vendute diminuiscono, ma una quota crescente di investimenti pubblicitari si va spostando dalla carta alla rete. Questo è il secondo aspetto dell’analisi che si sforza di individuare dei modelli economici eventualmente sostenibili nel prossimo futuro. Tuttavia quelli proposti sono tutto sommato deludenti perché vanno nella direzione di un’andata online dei giornali che li trasformi in qual cosa di molto diverso, essenzialmente in gallerie di negozi digitali al servizio degli inserzionisti, dove le notizie sono solo un’esca e dove il valore offerto ai lettori verrebbe specialmente da una serie di servizi utili: dalle previsioni del tempo agli annunci locali, dai consigli di benessere e stili di vita a quelli di investimento.Questi modelli che si vanno variamente sperimentando sono ancora incerti, ma dal punto di vista economico (degli azionisti) potrebbero funzionare, anche se non si vede perché attività del genere debbano essere svolte da dei gruppi editoriali e non invece, come già avviene, da dei portali online, che si tratti di Msn di Microsoft, di Yahoo! o di Amazon o di altri che nasceranno.Ma un problema rimane: sempre l’Economist cita una frase famosa del commediografo Arthur Miller: «Un buon quotidiano, credo, è una nazione che parla a se stessa». Questo ruolo civico è (stato) vero non solo per le nazioni, ma anche per le comunità locali ed è (stato) un elemento costitutivo della sfera pubblica, intesa come quell’insieme di pratiche comunicative attivate dai membri di una società su materie che sono di pubblico interesse e che richiedono di essere riconosciute come tali e di essere sottoposte a deliberazione collettiva.

In questo spazio i giornali, i pamphlet, i libri, insomma il pensiero scritto e stampato hanno avuto un ruolo fondamentale, specialmente in rapporto all’emergere di nuovi protagonisti sociali: la borghesia, la classe operaia, le donne. Ma questo ruolo appare oggi largamente rinsecchito e probabilmente non è più rivitalizzabile. Al di là delle volontà dei singoli direttori, testate come il Corriere della Sera o Repubblica sono state forzate dal modello industriale dei media a giocare la loro influenza quasi esclusivamente verso il ceto politico ed economico, mentre insieme, quasi schizofrenicamente, offrivano alla massa dei lettori altri contenuti che oscillano tra il frivolo e il populista, un terreno quest’ultimo sempre più eroso dalla stampa gratuita.

Sempre sull’Economist, Pelle Törnberg, chief executive del gruppo Metro, dall’alto del successo delle sue testate di free press, consiglia agli editori dei giornali a pagamento di farsi più specializzati e di alzare il loro prezzo in rapporto al maggiore valore dei propri contenuti; li sollecita, in sostanza a farsi più nicchia. Il che corrisponde alla riscoperta della profittabilità delle nicchie di cui parla Raffaele Mastrolonardo in queste stesse pagine, a proposito del libro The Long Tail. Questo tra l’altro è il modello che da 35 anni il manifesto percorre, con un successo assai relativo, anche perché la qualità dell’informazione è insieme molto più difficile di prima e anche assai costosa; non c’è nulla di più impegnativo, infatti, di ricerche e inchieste ben fatte, ammesso di sapere che cosa cercare e dove cercarlo. Ma quel modello forse acquista una sostenibilità realistica se connesso a quella vivace sfera pubblica ormai rappresentata dalle migliori espressioni politiche e civili dell’informazione di rete. C’è roba di grande valore, è tutta prodotta fuori mercato, per desiderio di presa di parola e di condivisione e richiama chi fa il mestiere di giornalista a una doverosa modestia: ci sono più notizie e idee fuori di noi, e i lettori e i loro hard disk non sono destinatari ma fonti, reporter essi stessi, saggisti.

Ps: proprio mentre stavamo scrivendo queste righe ci interrompe l’e-mail di una professionista colta e cosmopolita, grande lettrice di libri, ma non di giornali; a una nostra mail precedente risponde dicendo che non legge più i giornali perché ansiogeni e insieme poco utili. Le notizie e le conoscenze che servono alla sua vita le ricava tutte dall’internet.

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