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Telecom fa i dispetti a Romano Prodi

Posted by franco carlini su 15 settembre, 2006

di Franco Carlini

Piccato per le critiche di Romano Prodi (non ci avevano detto niente dello scorporo di Tim), qualcuno in Telecom Italia ha azionato le fotocopie e passato a due giornali amici, Corriere della Sera  e Sole 24ore (del primo Tronchetti e azionista, il secondo è della Confindustria) un dossier ricevuto il 6 settembre da Angelo Rovati, consigliere economico (a titolo gratuito) di Prodi, fornendo persino il relativo biglietto di accompagnamento dello stesso Rovati con svolazzante firma. Il controsgarbo allo sgarbo di Prodi è tanto nervoso quanto poco significativo. Nelle intenzioni di Telecom Italia dovrebbe essere la prova provata che il governo sapeva delle idee di riorganizzazione in corso e che lo sapeva a tal punto da fornire la sua opinione e i suoi buoni consigli. Dunque, è l’implicita conclusione, che Prodi la smetta di cadere dalle nuvole. Rovati ha ieri assunto il peso dell’iniziativa, tutta personale, un’opinione tecnica fornita anch’essa a titolo gratuito. Che Prodi nulla sapesse appare tuttavia strano e dalla destra il tutto viene interpretato come intervento dirigista e statalista, in lesione delle libere scelte di un’impresa privata.  

Il dossier è assai interessante (perché il direttore De Bortoli non lo pubblica tutto sul sito del Sole 24ore? Perché non lo pubblica Rovati stesso? Se serve il sito ce lo mettiamo noi) è in realtà un parere   che esamina lo stato di salute di TI e sottolinea in particolare quello che tutti da mesi sapevano e che anche questo giornale, nel suo piccolo, scrive da tempo: buona conduzione industriale, minima presenza internazionale, debiti esorbitanti, basso valore delle azioni. Dal che discende, come da mesi ha scritto il pur rispettoso Corriere della Sera (di cui Tronchetti è azionista), che il rischio di una scalata di Telecom Italia, eventualmente da parte di investitori stranieri è alto.  

Proprio per questo gli analisti amici suggerivano due possibili mosse anti-scalata, basate entrambe su una qualche separazione della rete fissa, che è il vero patrimonio di Telecom Italia,  con i suoi 25 milioni di abbonati. Ne fornivano anche precise stime di valore, attorno ai 25-30 miliardi. Analizzavano dunque i pro e i contro delle due opzioni: la prima analoga, a quanto fatto da Bt in Inghilterra, con una separazione solo gestionale, ma ben netta, e la seconda un taglio strutturale, creando un’apposita società, ad altri aperta, anche a capitali pubblici. In ogni caso, con la rete fuori dal patrimonio, il rischio di takeover sarebbe stato ridotto, la qual cosa dovrebbe far piacere sia a Tronchetti che al paese. Come si legge nei conversari e nei papiri, non c’era alcun cenno alla telefonia mobile di Tim e alla sua separazione da Telecom Italia. Certamente l’industriale non era tenuto a farlo, ma altrettanto certamente, a colloqui in corso, il tacere non fu simpatico e suonò reticente.

Il prezioso documento ridimensiona, tra l’altro, uno dei motivi che Tronchetti Provera ha avanzato per lo scorporo della rete fissa.  Il messaggio lanciato nei giorni scorsi era questo: con la precedente Autorità per le Comunicazioni avevamo lavorato bene, ma quella nuova ci sta creando un sacco di problemi (nota bene: anche la nuova era stata comunque nominata ancora in epoca berlusconiana). In effetti Agcom ha frenato l’offerta a larga banda di Alice Telecom (20 megabit) e la proposta di abbonamento congiunto fisso-mobile («Unico») e per un motivo molto semplice, molto liberale e molto capitalista, la tutela della concorrenza. Quando uno domina il mercato e controlla la rete, allora le sue proposte commerciali devono essere «replicabili» dai concorrenti.

Ma dallo studio gentilmente fatto pervenire da Rovati a Tronchetti si capisce bene che la separazione della rete viene considerata specialmente per un altro motivo, prevalentemente finanziario: i debiti espongono alla scalata, che si vuole evitare. Andrà ricordato ai difensori del libero mercato che la famosa contendibilità delle imprese (possono essere scalate da chi abbia i soldi, meglio se veri) viene considerato un valore e una garanzia, perché spinge i manager a darsi da fare, sennò perdono il posto le stock options.


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