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articoli e appunti da franco carlini

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Tutto quel che volevate sapere sul caso Telecom

Posted by franco carlini su 17 settembre, 2006

di  Franco Carlini  (versione estesa rispetto a quella stampata)

Qual è l’interesse di Tronchetti Provera, oggi?
Deve assolutamente tamponare i debiti accumulati (41 miliardi di euro) che derivano dalla scalata iniziale e i Telecom Italia e che si sono accresciuti nel 2005 quando ha incorportato Tim.  Nello stesso tempo deve difendere il suo prestigio di manager. I due obbiettivi sono in parziale contraddizione: vendendo altri pezzi del suo sistema industriale può sanare i debiti, ma questo comporta un ridimensionamento industriale. Sono i mercati finanziari prima che le ostilità politiche ad avere stoppato il piano di riassetto votato lunedì scorso.

Quale è il controllo azionario di Tronchetti Provera su Telecom Italia?
Questa la catena di controllo: Marco Tronchetti Provera spa (61%) – Gpi (50,1%) – Camfin (25%) Pirelli & C. (57%) Olimpia (18%) Telecom Italia. In partica  Tronchetti Provera comanda in Telecom Italia con un capitale attorno all’uno per cento.

 Qual è l’interesse della banche?
In questo come in altri casi devono recuperare, prima o poi, i soldi prestati, sui quali finora hanno solo riscosso gli interessi.  Nello stesso tempo non possono correre il rischio che il debitore fallisca, perché in tal caso non recupererebbero quasi nulla. Anche per questo l’amministratore delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, nei giorni scorsi si è affrettato a tranquillizzare azionisti e opinione pubblica, dicendo che non ha alcuna preoccupazione sulla solvibilità di Telecom e Pirelli. In ogni caso le due maggiori banche creditrici … hanno deciso nei mesi scorsi di esercitare il loro diritto di avere indietro alla scadenza autunnale concordata, i prestiti fatti a suo tempo a Tronchetti per scalare Telecom Italia. Il patto dice che le azioni devono essere riprese al prezzo di allora (4 euro) e non a quello attuale (2 euro).

Come pensa di salvarsi Telecom Italia?
Nell’estate Tronchetti Provera ha giocato quattro carte contemporaneamente, il che non è un segno di strategia chiara, ma semmai di estrema urgenza:(1) ha tentato un accordo con Rupert Murdoch per un suo ingresso azionario in Telecom, verosimilmente in Olimpia, tentativo non riuscito o rinviato che per ora ha portato soltanto a un accordo per la cessione di diritti televisivi di Fox. (2) Ha esplorato le condizioni per far crescere La7 tv, che potrebbe vedere l’ingresso del gruppo RCS, se cadesse il divieto agli editori di giornali di possedere Tv (Berlusconi non possiede Il Giornale, che è tuttavia del fratello Paolo, mentre nel capitale del Foglio c’è la moglie Veronica Lario). Perché cada quel divieto occorre una riforma del governo, che di per sé è interessato a un terzo polo televisivo. (3) Ha proposto e ottenuto dal consiglio di amministrazione di ri-separare Tim da Telecom Italia, per poterla in seguito valorizzare a parte (ossia venderla in tutto o in parte). (4) Ha proposto e ottenuto dal consiglio di amministrazione di destinare a una società separata la rete di telefonia fissa; anche in questo caso lo scopo è di valorizzare tale asset, peraltro strategico.

Perché nel dicembre del 2004 era stato deciso di accorpare Tim dentro Telecom?
Per due motivi: (a) per realizzare delle sinergie nella confluenza tra telefonia fissa e mobile (la famosa convergenza); (b) per poter drenare il ragguardevole flusso di cassa di Tim a copertura dei debiti a monte. L’acquisizione di Tim che era una società separata ha tuttavia prodotto nuovi debiti per 15 miliardi.

Perché scorporare la rete fissa in una società separata?
Di questo progetto in Telecom si discute da mesi, esattamente secondo le due ipotesi delineate nel memorandum Rovati che sta facendo tanto inutile scandalo. «Se ci danno una trentina di miliardi» la vendiamo subito ci disse un manager che sapeva far di conto. Lo scorporo, con cessione parziale o totale ad altri soci, pubblici privati, permetterebbe di tagliare via ogni obiezione sul monopolio delle infrastrutture da parte delle Autorità di regolazione e lascerebbe grande libertà commerciale a Telecom stessa. Che poi venga passata in tutto o in parte allo stato è questione relativamente secondaria e solo ideologica. Ma ci sono alcuni problemi: una volta scorporata, la nuova società affitterebbe i suoi servizi a tutti, e anche a Telecom, che si troverebbe a pagare un canone laddove oggi viaggia gratis sui cavi suoi: una sorta di cartolarizzione che potrebbe rivelarsi onerosa. Secondo: la società di rete potrebbe non avere i capitali o non essere abbastanza incentivata (in quanto monopolista) a potenziare la rete stessa. BT per un’operazione del genere prevede di spendere 8-9 miliardi. Il rischio è che, come successo nella rete ferroviaria, le prestazioni rapidamente peggiorino, anziché migliorare verso la banda larga e larghissima.

Qual è l’interesse dei consumatori?
La comunicazione vocale, la trasmissione digitale dei dati, la disponibilità di contenuti multimediali, sono elementi decisivo della vita moderna, socialmente ed economicamente. I singoli come le aziende clienti hanno due esigenze, in contraddizione tra di loro: prezzi bassi e buona qualità del servizio. I sistemi nazionalizzati del passato offrivano l’esatto contrario (prezzi elevati e qualità bassa). I sistemi concorrenziali hanno dato, volta per volta, esiti diversi: per esempio la qualità del servizio di telefonia cellulare è in Italia quasi buona, ma i prezzi restano ben superiori ai costi perché i concorrenti hanno sempre evitato di farsi la guerra sui prezzi. Nel settore delle Banda Larga l’ex monopolista Telecom è in Italia largamente dominante e questo le permette di tenere dei prezzi altri, mentre la stessa, quando opera in altri paesi europei, offre abbonamenti molto inferiori perché deve conquistare mercato.

Qual è l’interesse del paese, nel suo complesso?
Nelle teorie economiche prevalenti, un paese deve crescere quanto a prodotto interno lordo e farlo specialmente nei settori a maggior valore aggiunto: quelli dell’Information and Communication Technology sono da tutti considerati tali. Le reti infrastrutturali come energia, trasporti, comunicazioni, acqua, sono però importanti anche perché costituiscono il sistema nervoso di un paese, dal quale dipendono tutte le altre attività sociali ed economiche e in generale il
«benessere» di una nazione. Hanno le caratteristiche di un bene pubblico e per questo, in forme diverse, tutti i governi «mettono il naso» in tali questioni, cercando di ottenere un beneficio generale che il mercato di per sé non garantisce, specie quando oligopolista.

Come i governi possono intervenire?
La strada prevalente di regolazione del mercato imperfetto delle telecomunicazioni, adottata da quasi da tutti i paesi occidentali, è quella delle Authority indipendenti che devono monitorare gli andamenti, dettare regole di comportamento ai concorrenti e intervenire, eventualmente, per sanzionare i comportamenti fuori regola. Le Authority interpretano tecnicamente gli indirizzi generali dei governi le quali sono fissate nelle leggi, ma anche variabili nel tempo, al mutare delle condizioni.

E’ soddisfacente la liberalizzazione delle tlc?
La prima ondata di liberalizzazioni nella telefonia europea è stata giudicata abbastanza soddisfacente, anche quella italiana, realizzata dal primo governo Prodi. Nei mesi scorsi in sede di Commissione Europea è stato sostenuto da diversi operatori (Telecom Italia tra gli altri) che ciò era sufficiente, perché ormai la concorrenza c’era,  e che dunque si dovesse smetterla con le  regole a priori e intervenire solo di fronte agli eventuali abusi. Un altro punto di vista, quello della commissaria Viviane Reding, dice invece che l’evoluzione delle tecnologie (banda larga, televisione via Internet, convergenza fisso mobile) richiede ancora regole pro-concorrenziali.

Le reti sono monopoli naturali?
Quando un settore economico ha un’utilità generale per il paese e costi di investimento molto alti che rendono praticamente impossibile duplicare le strutture (per esempio una seconda rete ferroviaria) si parla in economia di monopolio naturale. Non necessariamente questo significa che debba essere di proprietà dello stato e/o direttamente gestito da esso, ma comporta sempre che debba essere ben regolato e sottoposto a controllo pubblico nella qualità del servizio e nelle tariffe.

In  quali altri modi i governi intervengono?
Per tutti i grandi affari le industrie premono sui governi attraverso i loro lobbisti e i governi discutono con loro dei provvedimeti di legge che riguardano i diversi settori. Nei casi peggiori, come avvenne per la legge Gasparri, la lobby vincente in pratica scrive la legge. In altri casi i governi (tutti) esercitano pressioni morali sulle imprese perché tengano conto di interessi più vasti. Per esempio dei riflessi occupazionali o di questioni di sicurezza. Nella primavera di quest’anno, per esempio, il parlamento americano ha messo il veto alle vendita
di 22 banchine dei porti americani alla Dubai Ports World (araba). L’affare poi è stato dirottato, con vero interventismo statalista,  sulla famosa Halliburton. L’anno scorso il tentativo di scalata alla banca Antonveneta da parte della Banca Popolare Italiana di Fiorani era non solo spalleggiato dall’allora governatore della Banca d’Italia, ma l’annuncio delle autorizzazioni veniva dato in tempo reale a Silvio Berlusconi, con istantanei brindisi telefonici.

Davvero Prodi ha sbagliato ?
Le opinioni divergono e non solo per campi politici. La teoria prevalente sostiene che il governo deve stare fuori dalle decisioni delle aziende private e non dare suggerimenti, tantomeno chiedere modifiche ai progetti. Questo lo sostengono solo i liberisti ideologici, ma nella pratica non lo fa nessuno perché in realtà le imprese hanno sempre bisogno dello stato e viceversa.
Prodi  ha incontrato due volte Tronchetti Provera ricevendo una descrizione parziale dei progetti e di suo chiedendo una certa
«italianità» delle operazioni previste. Quando l’annuncio è risultato molto diverso da quello dei colloqui, Prodi si è evidentemente sentito preso in giro e ha scelto una strada completamente nuova, rendendo pubblico il contenuto delle discussioni avute.
Per questo è stato criticato anche dalla stampa internazionale per eccesso di interventismo e turbativa dei mercati. Altri (e chi scrive tra questi) hanno invece apprezzato il metodo per due motivi: perché
rende conto all’opinione pubblica e perché indicare a Tronchetti, ma in generale a tutti gli  interlocutori, su qualsiasi questione, che di tutto un governo è pronto a discutere, purché con limpidezza e senza reticenze.  L’innovazione è stata così clamorosa che ha sconvolto persino gli alleati, abituati a trattative più soft e soprattutto ben più riservate.


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