Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for 21 settembre 2006

editoriale / Il service deviato

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

di  Franco Carlini

Malgrado la sua arroganza debole (non c’è nulla di peggio che esibire i muscoli e poi non reggere) Romano Prodi, dopo gli arresti di ieri, ha qualche elemento in più per ricordare ai deputati che le reti di telecomunicazione sono un assetto pubblico troppo importante perché un governo (un qualsiasi governo) se ne possa disinteressare. Non  solo di posti di lavoro si parla (importantissimi), né soltanto di debiti e fatturati e nemmeno solo di discutibile italianità, ma di quegli strumenti, essenziali come l’acqua e persino più delle ferrovie, attraverso i quali circolano sia gli affettuosi messaggini che le transazioni miliardarie, le soap opera come le notizie di Google.

Gli arresti decisi a Milano concludono (per ora) delle indagini di cui, grosso modo e per fortuna, sapevamo già molto, specialmente grazie ai giornalisti dell’Espresso e della Repubblica, verso i cui computer la procura di Brescia ha emesso prima un sequestro e poi un ordine di copiatura file per file, in spregio di deontologia e diritto all’informazione. In spregio anche del codice, sembrerebbe. Non si sono raccolte finora vigorose proteste e solidarietà da parte degli avvocati Ghedini e Pecorella.

Dunque ci viene ricordato che personale dirigente e non diligente di Telecom Italia, usando le attrezzature dell’azienda, copiava tabulati alti un palmo, o direttamente intercettava. Lo faceva, sembra di capire, lasciando il lavoro sporco a un service privato, un’agenzia di investigazioni fiorentina dal nome ridicolo, la quale lavorava per clienti diversi, nei campi più disparati, dal campionato di calcio ai pneumatici, dai politici ai giornalisti.  Il massimo dirigente della sicurezza, mister Tavaroli, venne lasciato al suo posto per troppo tempo da Telecom Italia, anche quando i dubbi sulla sua correttezza erano più che noti. In seguito la stessa società prese le distanze dai “dipendenti infedeli”, dicendosi vittima di un attacco mediatico immeritato, ma in un’audizione in parlamento i suoi dirigenti hanno lasciato intendere che lo tennero in organico perché qualcuno glie lo aveva chiesto insistentemente. Dovrebbe essere agli atti, ancorché secretati.

Insomma, un groviglio che forse nemmeno i magistrati riusciranno mai a chiarire, ma la cui lettura sociale è evidente: nel bene come nel male, le reti sono un’utilità pubblica. Nel bene, per far girare la comunicazione, nel male per controllarci (l’ultima trovata è quella delle telecamere di strada per vigilare sulle prostitute e i loro clienti).  Ingenue propagande a parte, il quasi default di Telecom, pone a tutti il problema di una rete fissa e mobile che sia al nostro servizio, con robusti azionisti privati e pubblici. Non ha da essere la nuova Iri, possono essere le molte utilities locali, assai dotate di cavi, condotte e cavidotti, le fondazioni bamncarie già si avanzano, Mediaset accenna: con tutti si parli liberamente all’interno di una cornice fatta di obbiettivi chiari, che tocca a un governo lungimirante proporre e un parlamento un po’ meno politicante eventualmente approvi. Non usiamo l’espressione “obbiettivi strategici” e meno che mai “politica industriale” per non irritare i professori Zingales e Giavazzi, gli ultimi rimasti a sostenere un liberismo che nemmeno a Chicago. Ma soprattutto perché non si tratta solo di industria, ma di vita civile.


Pubblicità

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editoriale / La media company non alletta le Borse

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

 

di Franco Carlini

Il grande portale internet Yahoo! martedì ha perso in borsa l’11,21 per cento perché il suo direttore della finanza aveva dichiarato che si registrava un rallentamento delle inserzioni pubblicitarie online. Wall Street come noto ha i nervi tesi, e l’annuncio, per wquanto sotto tono e tranqueillo, ha trascinato all’ingiù anche altri titoli tecnologici. Yahoo!, come e più di Google, è stata presentata come la media company del futuro, dato che offre testi, ricerche, posta elettronica, notizie, filmati, , ma l’episodio conferma quanto difficile sia quella strada che il buon Tronchetti Provera ha delineato epr la sua Telecom Italia.

Ancora a proposito di telecomunicazioni: il Financial Times fa notare al presidente Guido Rossi e a tutti noi, che “Telecom Italia deve trovare miliardi di euro per investire nella prossima generazione di reti a larga banda” (è quanto viene raccontato nel servizio in questa stessa pagina). Ma osserva anche la stessa Telecom “non ha ancora comunicato pienamente agli investitori perché la settimana scorsa ha deciso di dividersi in tre”.

Nel frattempo chi transiti per l’aeroporto di Fiumicino e per molti altri non luoghi d’Italia, si troverà sommerso da grandiose pubblicità dove Elisabetta Canalis sorride allo slogan “All you need is One”, ovvero “tutto in uno, ne avete bisgno”. Al di sotto compaiono tre marchi: Tim, Alice e Telecom. E’ il modello che Tronchetti ha appena deciso in fretta e furia di spaccare, senza dirlo non solo a Prodi, ma nemmeno alla sua agenzia pubblicitaria. Il danno di confusione verso i consumatori è enorme.

Da non perdere anche le iniziative di Wendy Deng. La giovane moglie di Rupert Murdoch (37 anni), è stata mandata dal marito nel suo paese natale, la Cina, per vedere se sia possibile sviluppare anche lì il social network MySpace. Questo sito è tra i più frequentati nell’internet occidentale, dove raccoglie 106 milioni di utenti registrati, secondo i dati resi noti l’8 settembre scorso. Ogni utente ha un profilo dove descrive i suoi interessi e si lega ai suoi amici in sottocomunità. Nasce per i giovani e la musica, ma ormai contiene di tutto. Murdoch l’ha acquistato l’anno scorso per 580 milioni di dollari. Il business sta tutto nella pubblicità online, che viene diretta e mirata agli interessi dei membri della rete. E’ proprio sul “possesso” degli abbonati che si è rotta la trattativa trea Murdoch e Telecom Italia.

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Invidiando l’Inghilterra

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

La rete convergente del 21esimo secolo la sta costruendo l’ex monopolista britannico, cominciando ad accenderla nel Galles. Sono 15 miliardi di euro in fibre e computer, capaci di trasportare in casa e ufficio tutto l’economico e il sociale che serve a un paese

Franco Carlini

Tra poco più di un mese gli abitanti di Cardiff, nel Galles, cominceranno una migrazione storica, non fisica, ma virtuale. Succederà dunque che i loro collegamenti telefonici precedenti verranno per così dire staccati dalla vecchia rete (PSTN, Public Switched Telephone Network) e passati a una rete tutta nuova che con una qualche enfasi Bt Group (ex British Telecomunications)  ha chiamato 21CN, ovvero rete (network) del 21esimo secolo. Il Galles del sud è la prima zona a staccare e riagganciare e a godere delle nuove prestazioni, ma la migrazione di massa durerà fino al 2009.

L’investimento è di quelli pesanti: 10 miliardi di sterline (grosso modo 15 miliardi di euro) in 5 anni, ma Bt sostiene che a regime risparmierà un miliardo di sterline all’anno grazie all’efficienza della tecnologia dispiegata. Il progetto venne delineato nel 2005 e l’anno seguente vennero stipulati i contratti con i fornitori di tecnologia.

In che cosa consiste il nuovo? Per i cultori della tecnica molte spiegazioni sono disponibili sul sito del progetto (http://www.btplc.com/21CN/), ma sostanzialmente di questo si tratta: tutta la rete fissa di Bt diventa «a commutazione di pacchetto», il che significa che voce, dati, suoni, immagini, non solo sono digitali, bit, ma vengono spediti e smistati (commutati) con la stessa tecnica già oggi usata nell’internet: un unico documento o filmato viene spezzato in blocchi e questi viaggiano indipendenti sulla rete, ricomponendosi solo a destinazione. Questo consente un’eccezionale efficienza.

La situazione attuale della rete Bt, ma anche degli altri operatori di telefonia fissa è figlia di una storia secolare che ha portato all’accumulo di diversi segmenti e tecniche, sia nei mezzi di trasmissione (cavi di rame, fibra ottica, ponti radio) che di centrali di smistamento, con regole di scambio e commutazione diverse. Questo ha creato complicazioni tecniche enormi e costi elevati, vista la complessità del sistema.

L’artefice di questa svolta è l’olandese Bernardus J. Verwaayen, alla guida del gruppo dal 2002. Allora Bt aveva debiti per 19,5 miliardi di dollari, in larga misura dovuta alla pazzesca gara inglese per le licenze di telefonia mobile di terza generazione; per i primi due anni Verwaayen si dedicò a tagli drastici, ma subito dopo ha lanciato il suo progetto per il futuro che senza dubbio è il più ambizioso tra tutte le aziende al mondo.

Il ragionamento in fondo è semplice: se i profitti derivanti dalla telefonia tradizionale stanno scendendo e continueranno a farlo, allora il vero patrimonio di un gruppo come BT sono i suoi 29 milioni di clienti, nelle cui case e uffici i fili arrivano. Ognuno di loro parla per telefono, scambia dati e naviga sull’internet e, almeno in casa, vede un sacco di televisione. Per chi ami le sigle dunque, si telefonerà alla VoIP (Voce su protocollo Internet) e analogamente si vedrà la televisione con tecnologia IpTV. Ma, soprattutto, agli abbonati si offra una rete unica, con solo bocchettone in casa, che si possa diramare ai diversi apparati, (anche a quelli senza fili come i telefoni cellulari) e un’unica bolletta, meglio se a tariffa piatta, tutto compreso. Chi se lo può permettere, infatti, è disposto anche a pagare di  più, pur di avere una gestione semplificata, tecnica e commerciale. E’ lo stesso modello dell’italiana Fastweb, ma con l’ambizione di estenderlo in soli 5 anni a tutta l’isola britannica.

Un’operazione del genere, al di là dell’Atlantico, la sta facendo una delle grandi telco d’America, Verizon, la quale va stendendo fibra ottica a più non posso, specialmente nei grandi centri urbani: una famiglia con telefono, televisione, internet a banda larga e due cellulari spende 220 dollari al mese, che sono tantissimi, ma meno di quanto costerebbero gli stessi servizi se acquistati separatamente da operatori diversi. L’offerta di Verizon si chiama FiOS, ovvero Servizio di Fibra Ottica. Proprio la scelta della fibra rende l’investimento molto oneroso: costa tantissimo infatti stendere i cavi sottoterra o anche semplicemente da un palo all’altro. Il costo per far «cadere» la fibra dentro un appartamento è di circa mille dollari, cui ne vanno aggiunti altri 700 circa di lavoro umano e di apparati per sistemare in casa tutti i collegamenti. Anche questa, come quella di Bt, è dunque una scommessa ardita sul futuro del business della comunicazione: chi ha visione e finanziatori sposta decisamente in avanti il livello delle prestazioni e dei servizi disponibili, pur sapendo che i ritorni dell’investimento saranno di là negli anni. Il che si può fare a due condizioni: che gli azionisti non pretendano un recupero immediato e che ci sia una mucca da mungere in continuazione, la quale produca denaro contante giorno dopo giorno, per coprire gli investimenti. Verizon Wireless, la società cellulare di Verizon serve anche a questo scopo, come sarebbe stato anche il caso di Tim, se non fosse che la sua «cassa» è stata usata per pagare gli interessi sul debito della scalata, piuttosto che per preparare la rete fissa del futuro.

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copyright / La comunità del tubo

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

di Sarah Tobias

YouTube è il più popolare e ricco sito di filmati in rete. Si valuta che ogni giorno 100 milioni (sì, milioni) di clip siano scaricate da chi lo visita e che, sempre ogni giorno, ne vengano aggiunte 65 mila nuove. Questi filmati sono immessi dal popolo della rete: la gran parte  sono autoprodotti, ma ci sono anche registrazioni di programmi tv. Alcuni sono reportage televisivi, altre sono scenette casalinghe. Un successo più che sconvolgente per un’iniziativa nata poco più di un anno fa, nel maggio 2005. Ma anche preoccupante per i custodi dei diritti di proprietà intellettuale: molti dei filmati lì visibili, infatti, sono frutto di operazioni di copia, modifica  e incolla di programmi tv, di telegiornali o film, magari intelligentemente remixati. E’ un classico caso di contenuti generati dagli utenti (User Generated Contents) dove film e musiche diventano la materia prima, i semilavorati, di altre creazioni, che eventualmente ne stravolgono il senso. Per questo le solite case di musica hanno cominciato a lanciare l’allarme e minacciare cause a difesa dei loro copyright. Se queste minacce divenissero concrete potrebbe significare il tracollo dell’intera comunità del tubo, come avvenne a suo tempo per il sito di musica Napster. Per fortuna tra le mayor ce n’è qualcuna più lungimirante, in questo caso la Warner Music che nei giorni scorsi ha siglato un accordo con YouTube: i suoi videoclip e le sue musiche continueranno a essere liberamente caricabili sul sito, ma la Warner incasserà una parte della pubblicità che YouTube raccoglie in rapporto a quelle clip. Contemporaneamente il sito offre alle case di film e musica la possibilità di farsi propaganda, immettendo i loro materiali. Il primo è stato un video di Paris Hilton che è stato visto 900 mila volte, un mezzo flop se si pensa alla fama della star e al numero di visitatori di YouTube.

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Wiki addio, arriva l’esperto

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

Fork è una parolaccia, o meglio una disgrazia, nel mondo del software aperto: vuol dire biforcazione, ma anche rottura, scissione, separazione da una strada comune. Capita infatti che gli sviluppatori che lavorano volontariamente (e spesso gratuitamente) a un progetto, a un certo punto si trovino in disaccordo profondo. Così profondo da decidere di andare ognuno per la sua strada. Questo evento è stato sempre scongiurato, per esempio, nella comunità di Linux, grazie al prestigio autorevole del benevolo dittatore Linus Torvalds. Non così nell’enciclopedia online Wikipedia, dalla cui costola sta nascendo un progetto simile, ma in realtà sostanzialmente divergente. Si chiama Citizendium, ovvero un Compendium dei Cittadini (www.citizendium.org). Nasce dal fatto che molte voci della madre Wiki sono poco accurate, non complete, o addirittura (si è visto in qualche caso) volutamente errate. I critici dicono che è colpa dell’eccessiva apertura del progetto che lascia(va) a ognuno, anche anonimo, scrivere e correggere le voci.  Citizendium allora, partirà dalle voci esistenti di Wikipedia e le affiderà a esperti di ogni singolo settore perché le puliscano, correggano e rendano solide. Dopo di che, e solo allora, verranno ripubblicate. L’animatore del progetto è Lawrence Mark  Ranger, detto Larry, che nel 2000 lavorava al progetto Nupedia, che appunto doveva essere una vera enciclopedia  web, scritta da esperti. Il progetto non decollò mai e lo stesso Larry passò a tempo pieno a Wikipedia, di cui era il solo editor retribuito. Ora ha deciso di riproporre un’enciclopedia seria, ma questo porta inevitabilmente allo snaturamento del progetto originario di conoscenza diffusa e popolare. I due prodotti certamente potranno convivere e integrarsi, ma sono comunque due cose diverse: masse sapienti oppure élites esperte?

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wiki: Il «buon» sapere non è mai anonimo

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

 

di Francesco Piccioni

Ogni serio sforzo enciclopedico possiede un solo punto di forza: la credibilità scientifica. E un solo target: l’umanità intera. Lo sforzo di Wikipedia cercava di rovesciare l’ordine dei fattori, facendo dell’umanità intera sia il target che l’autore. Sullo sfondo ideologico stanno sia la «democratizzazione del sapere» che il perverso «un solo sapere per tutti». Ma qui si scontrano inevitabilmente la doxa e l’episteme, ovvero l’opinione (che ognuno può avere e proporre) e la conoscenza scientifica («conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti»). La differenza sta nella verità, ossia nella corrispondenza dell’enunciato verbale alla cosa di cui si parla. Verità, beninteso, come fine cui si tende e che viene sempre rimessa in discussione da altri. Un’enciclopedia scritta da chiunque e da chiunque correggibile può fornire una marea di informazione – e Wikipedia svolge il compito magistralmente – che però vive sotto la spada di Damocle dell’incertezza: chi dice che le cose stanno veramente così? Su una quantità astronomica di fatti non ci interessa neppure esser certi della «verità» (chessò: la vita sentimentale di Britney Spears), ma su altri (le buone pratiche della democrazia, per dirne uno) si pretende di trovare un parere «attendibile», quanto meno. Nessuno si cura di scrivere una voce fasulla sulla meccanica quantistica o sul teorema di indecidibilità; la scienza «dura» scoraggia i falsificatori fai-da-te. Ma già sul confine metafisico della scienza (la genesi dell’universo, per esempio), ecco che il paraletterato creazionista comincia ad allungare le mani e a «sorvegliare» quotidianamente perché quella voce sia «integra» nel rispetto della sua fede. E proprio sui lemmi più «politici» (che investono storia, filosofia, sociologia, ideologie) Wikipedia ha dovuto dichiararsi inattendibile, terreno di scorribande per la propaganda delle fedi più diverse. E’ perciò un bene che lo sforzo enciclopedico sia riconducibile a nomi e facce. Ogni voce di Citizendium potrà essere criticata da chiunque, ma l’autore non sarà anonimo. E’ un bene per la democrazia, intendo. Perché non sta scritto proprio da nessuna parte che «alle masse» debba andare sempre la merce peggiore. Specie se si tratta dell’informazione su temi «critici».

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Un mostro di hardware

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

di  Luciano Lombardi

La «facilità» di Google si regge su una piattaforma hardware colossale e su una produttività degli ingegneri software che a volte doppia quella della concorrenza

Dietro a ogni una grande impresa… c’è sempre una grande infrastruttura informatica: il motto non è sempre vero, ma quando il soggetto in questione deve tutte le sue fortune alla produzione dei bit diventa quasi scontato. Eppure, delle migliaia di parole spese per l’Internet company più celebrata dell’ultimo decennio, solo una parte si è soffermata su questo aspetto. Troppo poco, perché basta avventurarsi anche solo nello strato meno superficiale del colossale Google-business per scoprire che questa incredibile multinazionale ha il suo vero fulcro nei suoi server, nei suoi cavi e nella quantità di calcoli che grazie agli uni e agli altri prende vita.

Statistiche alla mano, gli analisti sfidano a trovare un’altra impresa che nella prima metà dell’anno abbia fatto shopping informatico per i propri bisogni per un ammontare complessivo di 300 milioni di dollari. O che possa vantare di aver dirottato su questo tipo di risorse anche il 50 per cento di tutto il budget annuale destinato agli investimenti. Sono cifre importanti già di per sé, che tuttavia assumono un significato ancora più eclatante se si considera che tra i suoi grandi punti di forza, Google annovera una capacità fuori dal comune nel saper costruire sistemi cheap ad alte prestazioni e nel riuscire a spremere da loro tutto il possibile. Tempo fa, qualcuno provò a quantificare la produttività degli ingegneri software dei principali soggetti dell’Internet, dimostrando che i programmatori di Google riuscivano a essere il 50 (talvolta anche il 100) per cento più efficienti dei loro pari alle dipendenze dei vari Yahoo!, eBay, Microsoft o Amazon. “Qual è il segreto che si cela dietro la nostra leggendaria efficienza? Costruiamo hardware”, è solito rispondere Douglas Merril, che di fatto è il capo dei servizi informativi del colosso. Risposta volutamente impropria, visto che come tutti i suoi contendenti, Google compra – e non realizza in proprio – i suoi computer e tutto il restante nécessaire informatico. Che nasconde, però, con una piccola parte di verità: una volta acquistati e installati, server e frattaglie elettroniche correlate vengono sottoposti a una complessa fase di tuning, non diversamente da quanto avviene in quella celebre trasmissione di Mtv in cui un catorcio a quattro ruote viene consegnato nelle mani di preparatori esperti e ritorna a nuova vita, bello e fiammante. In realtà, periodicamente viene fuori che, da qualche parte in Google, qualcuno stia studiando la possibilità di spingere la personalizzazione fino al punto di poter costruire in casa anche il vero cuore informatico dei sistemi, cioè le Cpu che equipaggiano l’intero parco macchine, ma fino a quando la notizia rimarrà indimostrabile, vale la pena di concentrarsi sul resto. Sui software, per esempio. Programmi scritti e testati da cima a fondo in casa, da apposite équipe di sviluppatori che lavorano fianco a fianco con chi si occupa di calibrare le strategie di business e i nuovi servizi da introdurre. Si chiamano Sawzall, MapReduce, BigTable, Perf tanto per citarne qualcuno a caso e, tutti assieme, fanno da contorno a un Web server, sviluppato anch’esso in casa, che ha preso il posto di Apache, l’omologo open source che oggi gira dietro al 60 per cento dei siti online.

Si stima che nei 65 data center sparsi un po’ in tutto il mondo, vi siano tra i 200 mila e i 500 mila server “truccati” con su impresso il marchio dalle sei lettere colorate. Ma il contatore aumenta di giorno in giorno: alla fine di quest’anno potrebbero essere un milione. O forse più. Una mole comunque spropositata, tanto potente quanto ghiotta di energia e di sistemi adeguati a raffreddare il clima torrido che gli alimentatori generano nei centri che la ospitano. Non è un caso se l’ultimo centro di calcolo di cui si abbia notizia, Google lo stia costruendo sul Columbia River, in Oregon, per sfruttare l’energia propulsiva dell’acqua che vi scorre nell’alimentazione e nel raffreddamento dell’impianto da 12 ettari che prenderà forma a lavori ultimati.

In ciascuna di queste fabbriche di calcolo le macchine sono organizzate in “celle” che, per dirla in parole povere, sono capienti hard disk collegati tra loro in reti gestite dal sistema operativo Linux residente su computer economici: non importa, che la singola macchina sia in grado di offrire grandi prestazioni, la potenza, quella vera, è frutto della loro unione. Un mantra, quest’ultimo, che si respira un po’ dappertutto in un’azienda che da sempre organizza party per i dipendenti in cui si socializza e si discute del prossimo grande progetto, si sbevazza allegramente e si condividono le informazioni che riguardano le attività del gruppo. “Le decisioni le prendiamo in pubblico e ci aspettiamo che le persone interne all’azienda ne dibattano, favorevoli o meno che siano”, chiosa Merril. E a descrivere questa impostazione “open” del lavoro c’è anche un’espressione: “Live out loud” (dillo apertamente, ndr), meno conosciuta ma senz’altro più calzante del pilastro etico della sua identità, quel “Don’t be evil”, non essere malvagio, ritenuto ormai inapplicato e mai come ora oggetto di tanta ironia.

luciano.lombardi@totem.to

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L’innovazione è ipertecnologica? A volte può essere soltanto una stufa

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

di Patrizia Cortellessa

La rivista del Mit premia gli «under 35» che hanno lasciato il segno. Ma accanto all’ideatore di del.icio.us c’è una ragazza che vuol cambiare la vita delle donne del Darfur, vittime di violenza quando vanno a far legna

La  «Technology Review», rivista del Mit (Massachussets Institute of Technology), la più importante università high tech del mondo, hanno selezionato anche quest’anno (come avviene ormai dal ’99) i trentacinque migliori «innovatori» del 2006. I ricercatori statunitensi sono i più numerosi nella Tg35, questa lista di innovatori di successo under 35, ma troviamo giovani provenienti un po’ da tutte le parti del mondo, molti dei quali stanno sviluppando tecnologie che rifuggono da facili classificazioni, mettendo insieme i progressi nei campi informatico, della medicina, della nanotecnologia.
Il lavoro di questi giovani rappresenta il presente ma soprattutto il futuro della ricerca scientifica e tecnologica. Idee, genialità, intuizioni portate a compimento. In testa alla lista Joshua Shachter, 32 anni, padre fondatore di Del.icio.us, popolare sito web, capostipite dei servizi di social bookmarking su internet, che permette ai suoi utenti di scambiarsi links ai siti preferiti. E non solo. La particolarità di questo software è quella dell’estrema facilità con cui permette di aggiungere siti di specifico interesse nella personale collezione. Si possono così organizzare i link utilizzando parole chiave (tag) condividendo la collezione non solo tra l’utilizzatore e il proprio browser ma anche con altri utenti. E deve essere proprio una bella pensata quella del giovane Shachter se il software è entrato a far parte della scuderia Yahoo, che lo ha acquistato un anno fa infilando il secondo colpaccio, visto il precedente acquisto di Flichr, un sito web utilizzato per la condivisione on line di fotografie e basato sul principio della comunità in rete. E’ proprio il principio della condivisione, la creazione cioè di un sito di memoria-condivisa, l’idea-base su cui si è mosso il giovane «innovatore» per dar vita alla suo progetto, stando alle dichiarazioni di intenti dello stesso Shachter.
Ma chi pensa che sia solo il settore informatico (internet e consorelle) la punta di diamante della Top35 si sbaglia di grosso. Al secondo posto infatti, selezionata come «Humanitarian of the year 2006», troviamo Christina Galitsky, 33 anni. La sua ricerca mette a fuoco progetti sostenibili nei paesi in via di sviluppo partendo – ad esempio – dalla rimozione della quantità di arsenico presente nelle acque potabili del Bangladesh al problema del combustibile in Darfur, nel Sudan. Un’altra sua ricerca include invece la valutazioni delle occasioni per ridurre l’emissione di gas serra di molti settori industriali. Ma la Galitsky ha a cuore soprattutto il problema dei poveri del pianeta. E così, dopo essere venuta a contatto con Ashok Gadgil, uno scienziato che lavora al Lawrence Berkeley National Laboratory, in California, e aver scoperto di condividere gli stessi interessi, hanno iniziato a lavorare insieme. I loro sguardi si sono incentrati e incontrati soprattutto verso le difficili situazioni in Darfur e in Bangladesh. Per quanto riguarda il Darfur dire che la situazione è tremenda è sotto gli occhi di tutti. Circa 1.6 milioni di cittadini di questa regione sudanese, cacciati dalla guerra civile, vivono in accampamenti di rifugiati. Per fortuna sono presenti alcune ong, che assistono la popolazione locale. Ma i problemi di sopravvivenza sono tanti. Diviene un problema il mangiare, l’allontanarsi dal campo per raccogliere legna, quindi soprattutto il cucinare. Per cercare la legna da ardere le donne vagano per ore e ore ben fuori dagli accampamenti, d’emergenza ma «sicuri», e questo loro vagare le espone – come riferiscono gli osservatori internazionali che ne hanno certificato l’accentuazione dei casi – a violenze da parte dei gruppi nomadi. Tra le tante soluzioni possibili per la loro sicurezza, le ong hanno suggerito, ad esempio, strumenti di cottura che riducano l’esigenza di legna da ardere. Tante idee buttate sul piatto da esperti, dai forni d’argilla ai fornelli solari, ma nessun piano studiato nei particolari. E allora non resta che andare a verificare la situazione in loco. Christina e Gadgil si recano in Darfur a raccogliere dati e a parlare con i rifugiati sudanesi, soprattutto con le donne, circa le difficoltà incontrate nella loro vita quotidiana. Portando con loro più che l’idea del fatto la pratica della dimostrazione. Se il problema è quello del mangiare, cioè del cucinare consumando meno legna, cosa c’è di meglio di un tipo di stufa particolare, adattata alle loro esigenze (pali per assicurarne la stabilità, «parabrezza» per difendersi dalle forti folate di vento). E dopo il primo viaggio in Darfur del 2005, con le donne che rimanevano impressionate dalla velocità di cottura e dalla poca legna utilizzata, l’obiettivo era da realizzare in tempi brevi. Assicurandosi che queste stufe possano essere prodotte in tempi rapidi ma, soprattutto, in economia. E’ qualcosa di più di un progetto in corso. Magari una stufa sarà solo una goccia nell’oceano di problemi dei rifugiati sudanesi, ma sicuramente renderà la loro vita quotidiana un po’ più semplice. Per quanto riguarda i tempi, i ricercatori del Berkeley sperano di produrne 300.000 entro il prossimo anno.

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Polemiche / Premiare e punire gli statali

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

 

di F. C.

Se l’idea agostana di licenziare i «Nullafacenti» avanzata dal professor Ichino è crollata su se stessa, ciò non toglie che essi esistano. In parte per vocazione interiore (chi non ama lavorare poco, specie se il lavoro è poco gratificante?) e in parte perché sono le organizzazioni stesse, pubbliche come private che ne plasmano l’habitat adatto (vedi il manifesto del 14 settembre, «La fabbrica dei fannulloni».

Di recente del resto un intero filone di ricerche e di esperienze empiriche si interroga sulla cosiddetta «impresa creativa» di cui c’è tanto bisogno quando il mondo esterno cambia rapidamente, si fa turbolento, obbliga a cambiare la propria ragione d’essere (la famosa mission) insieme a quello che si vuol fare da grandi (la altrettanto famosa vision). Per le organizzazioni, che si tratti di un giornale come questo così come di una fabbrica di t-shirt, il problema è di essere capaci di chiedere ai propri dipendenti il meglio di sé, e non il peggio, e di costruire un ambiente adeguato perché ciò avvenga, dove l’«ambiente» va dagli arredi e disposizioni fisiche dell’ufficio, alle regole del gioco, dalla capacità di socializzare la conoscenza presente nelle organizzazioni, alle politiche del personale in senso. Solo così il licenziamento degli scansafatiche incorreggibili diventa praticabile e produttivo, rappresentando anche un gesto di equità verso tutti gli altri. E non solo di equità: gli studiosi di teoria dei giochi e di economia comportamentale hanno verificato sia con esperimenti dal vivo che con modelli al computer che in una comunità di persone una maggioranza di altruisti e volonterosi può venire depressa e disgregata se un numero pur piccolo di predatori egoisti se ne approfittano (i collaborativi si sentono presi in giro e portati a dirsi «sono forse il più fesso di tutti»). Allora i correttivi (le punizioni così come la riprovazione sociale dei pari grado) diventano utili e persino inevitabili per far fronte alle patologie estreme. Ma appunto dovrebbero riguardare solo le code anomale nella curva delle prestazioni.

Quanto ai «premi», anche nella Pubblica Amministrazione a si è visto da tempo che una quota larga di dipendenti è pronta a erogare idee e tempo, e magari non chiedere nemmeno aumenti, ma «si accontenta» della soddisfazione morale di essere considerata persona e persona intelligente. Non di soli stipendi vive il ministeriale. Ovviamente se ci sono è meglio, e in questo caso il problema diventa soprattutto quello della misura dei risultati. Il concetto di produttività, così facile da applicare in fabbrica (per esempio pezzi prodotti per unità di tempo) va reso ben più flessibile e sensibile quando l’organizzazione eroga servizi, quando deve soddisfare un cliente e, ancora di più, se l’Amministrazione Pubblica non solo «eroga», ma svolge un ruolo cruciale sul territorio, in rapporto a obbiettivi sociali e politici. Niente è semplice nel mondo complesso e i professori universitari dovrebbero essere i primi a saperlo.

Un progetto di innovazione nella Pubblica Amministrazione, chiamato Cantieri, proprio questo ha dimostrato. Venne inventato da Bassanini e proseguito più o meno volentieri dagli altri ministri del governo Berlusconi. Ha raccolto migliaia di dipendenti pubblici che si aggregarono appunto in diversi cantieri di lavoro, dedicati ai temi più caldi, ma anche più nuovi, della riforma della pubblica amministrazione. I risultati sono leggibili sul sito www.cantieripa.it, dove sono disponibili anche le pubblicazioni prodotte nel tempo, relative per esempio a: benessere organizzativo, customer satisfaction, bilancio sociale, donne e leadership. Ma, a opinione di chi scrive, il bello del progetto non furono soltanto tanti i «manuali» prodotti, quanto i meccanismi di partecipazione attiva e di senso che i singoli cantieri hanno scatenato. Naturalmente è successo che qualcuno partecipasse ai lavori e poi, tornato nella sua amministrazione locale, non fosse messo in grado di applicare le idee nuove e di calarle in pratiche concrete, per via della resistenza ottusa e alla paura del nuovo che ogni burocrazia è sempre capace di esprimere, quando deresponsabilizzata. E anche, molto spesso, per la scarsa qualità dei superiori politici, magari ben interessati alla comunicazione pubblica, ma solo come «propaganda» verso gli elettori, anziché come instaurarsi di relazioni e (faticose) partecipazioni civiche. E’ successo e succederà, a conferma che il cambiamento organizzativo è un processo, chiede strategie, obbiettivi, ma anche tanta pazienza determinata. Oltre che umiltà: in tutte le organizzazioni infatti la realtà è che spesso gli unici a conoscerne davvero i meccanismi reali e profondi siano i famosi e disprezzati travet. E che di questa conoscenza diffusa e spesso informale non si possa fare a meno per riformare. Quasi sempre ne sanno molto più loro dei consulenti da mille euro al giorno, grandi produttori di centinaia di diapositive in Power Point. Oltre a tutto sono già in organico e costano meno.

(2. fine)

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