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Un mostro di hardware

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

di  Luciano Lombardi

La «facilità» di Google si regge su una piattaforma hardware colossale e su una produttività degli ingegneri software che a volte doppia quella della concorrenza

Dietro a ogni una grande impresa… c’è sempre una grande infrastruttura informatica: il motto non è sempre vero, ma quando il soggetto in questione deve tutte le sue fortune alla produzione dei bit diventa quasi scontato. Eppure, delle migliaia di parole spese per l’Internet company più celebrata dell’ultimo decennio, solo una parte si è soffermata su questo aspetto. Troppo poco, perché basta avventurarsi anche solo nello strato meno superficiale del colossale Google-business per scoprire che questa incredibile multinazionale ha il suo vero fulcro nei suoi server, nei suoi cavi e nella quantità di calcoli che grazie agli uni e agli altri prende vita.

Statistiche alla mano, gli analisti sfidano a trovare un’altra impresa che nella prima metà dell’anno abbia fatto shopping informatico per i propri bisogni per un ammontare complessivo di 300 milioni di dollari. O che possa vantare di aver dirottato su questo tipo di risorse anche il 50 per cento di tutto il budget annuale destinato agli investimenti. Sono cifre importanti già di per sé, che tuttavia assumono un significato ancora più eclatante se si considera che tra i suoi grandi punti di forza, Google annovera una capacità fuori dal comune nel saper costruire sistemi cheap ad alte prestazioni e nel riuscire a spremere da loro tutto il possibile. Tempo fa, qualcuno provò a quantificare la produttività degli ingegneri software dei principali soggetti dell’Internet, dimostrando che i programmatori di Google riuscivano a essere il 50 (talvolta anche il 100) per cento più efficienti dei loro pari alle dipendenze dei vari Yahoo!, eBay, Microsoft o Amazon. “Qual è il segreto che si cela dietro la nostra leggendaria efficienza? Costruiamo hardware”, è solito rispondere Douglas Merril, che di fatto è il capo dei servizi informativi del colosso. Risposta volutamente impropria, visto che come tutti i suoi contendenti, Google compra – e non realizza in proprio – i suoi computer e tutto il restante nécessaire informatico. Che nasconde, però, con una piccola parte di verità: una volta acquistati e installati, server e frattaglie elettroniche correlate vengono sottoposti a una complessa fase di tuning, non diversamente da quanto avviene in quella celebre trasmissione di Mtv in cui un catorcio a quattro ruote viene consegnato nelle mani di preparatori esperti e ritorna a nuova vita, bello e fiammante. In realtà, periodicamente viene fuori che, da qualche parte in Google, qualcuno stia studiando la possibilità di spingere la personalizzazione fino al punto di poter costruire in casa anche il vero cuore informatico dei sistemi, cioè le Cpu che equipaggiano l’intero parco macchine, ma fino a quando la notizia rimarrà indimostrabile, vale la pena di concentrarsi sul resto. Sui software, per esempio. Programmi scritti e testati da cima a fondo in casa, da apposite équipe di sviluppatori che lavorano fianco a fianco con chi si occupa di calibrare le strategie di business e i nuovi servizi da introdurre. Si chiamano Sawzall, MapReduce, BigTable, Perf tanto per citarne qualcuno a caso e, tutti assieme, fanno da contorno a un Web server, sviluppato anch’esso in casa, che ha preso il posto di Apache, l’omologo open source che oggi gira dietro al 60 per cento dei siti online.

Si stima che nei 65 data center sparsi un po’ in tutto il mondo, vi siano tra i 200 mila e i 500 mila server “truccati” con su impresso il marchio dalle sei lettere colorate. Ma il contatore aumenta di giorno in giorno: alla fine di quest’anno potrebbero essere un milione. O forse più. Una mole comunque spropositata, tanto potente quanto ghiotta di energia e di sistemi adeguati a raffreddare il clima torrido che gli alimentatori generano nei centri che la ospitano. Non è un caso se l’ultimo centro di calcolo di cui si abbia notizia, Google lo stia costruendo sul Columbia River, in Oregon, per sfruttare l’energia propulsiva dell’acqua che vi scorre nell’alimentazione e nel raffreddamento dell’impianto da 12 ettari che prenderà forma a lavori ultimati.

In ciascuna di queste fabbriche di calcolo le macchine sono organizzate in “celle” che, per dirla in parole povere, sono capienti hard disk collegati tra loro in reti gestite dal sistema operativo Linux residente su computer economici: non importa, che la singola macchina sia in grado di offrire grandi prestazioni, la potenza, quella vera, è frutto della loro unione. Un mantra, quest’ultimo, che si respira un po’ dappertutto in un’azienda che da sempre organizza party per i dipendenti in cui si socializza e si discute del prossimo grande progetto, si sbevazza allegramente e si condividono le informazioni che riguardano le attività del gruppo. “Le decisioni le prendiamo in pubblico e ci aspettiamo che le persone interne all’azienda ne dibattano, favorevoli o meno che siano”, chiosa Merril. E a descrivere questa impostazione “open” del lavoro c’è anche un’espressione: “Live out loud” (dillo apertamente, ndr), meno conosciuta ma senz’altro più calzante del pilastro etico della sua identità, quel “Don’t be evil”, non essere malvagio, ritenuto ormai inapplicato e mai come ora oggetto di tanta ironia.

luciano.lombardi@totem.to

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