Chips & Salsa

articoli e appunti da franco carlini

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Archive for settembre 2006

Invidiando l’Inghilterra

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

La rete convergente del 21esimo secolo la sta costruendo l’ex monopolista britannico, cominciando ad accenderla nel Galles. Sono 15 miliardi di euro in fibre e computer, capaci di trasportare in casa e ufficio tutto l’economico e il sociale che serve a un paese

Franco Carlini

Tra poco più di un mese gli abitanti di Cardiff, nel Galles, cominceranno una migrazione storica, non fisica, ma virtuale. Succederà dunque che i loro collegamenti telefonici precedenti verranno per così dire staccati dalla vecchia rete (PSTN, Public Switched Telephone Network) e passati a una rete tutta nuova che con una qualche enfasi Bt Group (ex British Telecomunications)  ha chiamato 21CN, ovvero rete (network) del 21esimo secolo. Il Galles del sud è la prima zona a staccare e riagganciare e a godere delle nuove prestazioni, ma la migrazione di massa durerà fino al 2009.

L’investimento è di quelli pesanti: 10 miliardi di sterline (grosso modo 15 miliardi di euro) in 5 anni, ma Bt sostiene che a regime risparmierà un miliardo di sterline all’anno grazie all’efficienza della tecnologia dispiegata. Il progetto venne delineato nel 2005 e l’anno seguente vennero stipulati i contratti con i fornitori di tecnologia.

In che cosa consiste il nuovo? Per i cultori della tecnica molte spiegazioni sono disponibili sul sito del progetto (http://www.btplc.com/21CN/), ma sostanzialmente di questo si tratta: tutta la rete fissa di Bt diventa «a commutazione di pacchetto», il che significa che voce, dati, suoni, immagini, non solo sono digitali, bit, ma vengono spediti e smistati (commutati) con la stessa tecnica già oggi usata nell’internet: un unico documento o filmato viene spezzato in blocchi e questi viaggiano indipendenti sulla rete, ricomponendosi solo a destinazione. Questo consente un’eccezionale efficienza.

La situazione attuale della rete Bt, ma anche degli altri operatori di telefonia fissa è figlia di una storia secolare che ha portato all’accumulo di diversi segmenti e tecniche, sia nei mezzi di trasmissione (cavi di rame, fibra ottica, ponti radio) che di centrali di smistamento, con regole di scambio e commutazione diverse. Questo ha creato complicazioni tecniche enormi e costi elevati, vista la complessità del sistema.

L’artefice di questa svolta è l’olandese Bernardus J. Verwaayen, alla guida del gruppo dal 2002. Allora Bt aveva debiti per 19,5 miliardi di dollari, in larga misura dovuta alla pazzesca gara inglese per le licenze di telefonia mobile di terza generazione; per i primi due anni Verwaayen si dedicò a tagli drastici, ma subito dopo ha lanciato il suo progetto per il futuro che senza dubbio è il più ambizioso tra tutte le aziende al mondo.

Il ragionamento in fondo è semplice: se i profitti derivanti dalla telefonia tradizionale stanno scendendo e continueranno a farlo, allora il vero patrimonio di un gruppo come BT sono i suoi 29 milioni di clienti, nelle cui case e uffici i fili arrivano. Ognuno di loro parla per telefono, scambia dati e naviga sull’internet e, almeno in casa, vede un sacco di televisione. Per chi ami le sigle dunque, si telefonerà alla VoIP (Voce su protocollo Internet) e analogamente si vedrà la televisione con tecnologia IpTV. Ma, soprattutto, agli abbonati si offra una rete unica, con solo bocchettone in casa, che si possa diramare ai diversi apparati, (anche a quelli senza fili come i telefoni cellulari) e un’unica bolletta, meglio se a tariffa piatta, tutto compreso. Chi se lo può permettere, infatti, è disposto anche a pagare di  più, pur di avere una gestione semplificata, tecnica e commerciale. E’ lo stesso modello dell’italiana Fastweb, ma con l’ambizione di estenderlo in soli 5 anni a tutta l’isola britannica.

Un’operazione del genere, al di là dell’Atlantico, la sta facendo una delle grandi telco d’America, Verizon, la quale va stendendo fibra ottica a più non posso, specialmente nei grandi centri urbani: una famiglia con telefono, televisione, internet a banda larga e due cellulari spende 220 dollari al mese, che sono tantissimi, ma meno di quanto costerebbero gli stessi servizi se acquistati separatamente da operatori diversi. L’offerta di Verizon si chiama FiOS, ovvero Servizio di Fibra Ottica. Proprio la scelta della fibra rende l’investimento molto oneroso: costa tantissimo infatti stendere i cavi sottoterra o anche semplicemente da un palo all’altro. Il costo per far «cadere» la fibra dentro un appartamento è di circa mille dollari, cui ne vanno aggiunti altri 700 circa di lavoro umano e di apparati per sistemare in casa tutti i collegamenti. Anche questa, come quella di Bt, è dunque una scommessa ardita sul futuro del business della comunicazione: chi ha visione e finanziatori sposta decisamente in avanti il livello delle prestazioni e dei servizi disponibili, pur sapendo che i ritorni dell’investimento saranno di là negli anni. Il che si può fare a due condizioni: che gli azionisti non pretendano un recupero immediato e che ci sia una mucca da mungere in continuazione, la quale produca denaro contante giorno dopo giorno, per coprire gli investimenti. Verizon Wireless, la società cellulare di Verizon serve anche a questo scopo, come sarebbe stato anche il caso di Tim, se non fosse che la sua «cassa» è stata usata per pagare gli interessi sul debito della scalata, piuttosto che per preparare la rete fissa del futuro.

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copyright / La comunità del tubo

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

di Sarah Tobias

YouTube è il più popolare e ricco sito di filmati in rete. Si valuta che ogni giorno 100 milioni (sì, milioni) di clip siano scaricate da chi lo visita e che, sempre ogni giorno, ne vengano aggiunte 65 mila nuove. Questi filmati sono immessi dal popolo della rete: la gran parte  sono autoprodotti, ma ci sono anche registrazioni di programmi tv. Alcuni sono reportage televisivi, altre sono scenette casalinghe. Un successo più che sconvolgente per un’iniziativa nata poco più di un anno fa, nel maggio 2005. Ma anche preoccupante per i custodi dei diritti di proprietà intellettuale: molti dei filmati lì visibili, infatti, sono frutto di operazioni di copia, modifica  e incolla di programmi tv, di telegiornali o film, magari intelligentemente remixati. E’ un classico caso di contenuti generati dagli utenti (User Generated Contents) dove film e musiche diventano la materia prima, i semilavorati, di altre creazioni, che eventualmente ne stravolgono il senso. Per questo le solite case di musica hanno cominciato a lanciare l’allarme e minacciare cause a difesa dei loro copyright. Se queste minacce divenissero concrete potrebbe significare il tracollo dell’intera comunità del tubo, come avvenne a suo tempo per il sito di musica Napster. Per fortuna tra le mayor ce n’è qualcuna più lungimirante, in questo caso la Warner Music che nei giorni scorsi ha siglato un accordo con YouTube: i suoi videoclip e le sue musiche continueranno a essere liberamente caricabili sul sito, ma la Warner incasserà una parte della pubblicità che YouTube raccoglie in rapporto a quelle clip. Contemporaneamente il sito offre alle case di film e musica la possibilità di farsi propaganda, immettendo i loro materiali. Il primo è stato un video di Paris Hilton che è stato visto 900 mila volte, un mezzo flop se si pensa alla fama della star e al numero di visitatori di YouTube.

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Wiki addio, arriva l’esperto

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

Fork è una parolaccia, o meglio una disgrazia, nel mondo del software aperto: vuol dire biforcazione, ma anche rottura, scissione, separazione da una strada comune. Capita infatti che gli sviluppatori che lavorano volontariamente (e spesso gratuitamente) a un progetto, a un certo punto si trovino in disaccordo profondo. Così profondo da decidere di andare ognuno per la sua strada. Questo evento è stato sempre scongiurato, per esempio, nella comunità di Linux, grazie al prestigio autorevole del benevolo dittatore Linus Torvalds. Non così nell’enciclopedia online Wikipedia, dalla cui costola sta nascendo un progetto simile, ma in realtà sostanzialmente divergente. Si chiama Citizendium, ovvero un Compendium dei Cittadini (www.citizendium.org). Nasce dal fatto che molte voci della madre Wiki sono poco accurate, non complete, o addirittura (si è visto in qualche caso) volutamente errate. I critici dicono che è colpa dell’eccessiva apertura del progetto che lascia(va) a ognuno, anche anonimo, scrivere e correggere le voci.  Citizendium allora, partirà dalle voci esistenti di Wikipedia e le affiderà a esperti di ogni singolo settore perché le puliscano, correggano e rendano solide. Dopo di che, e solo allora, verranno ripubblicate. L’animatore del progetto è Lawrence Mark  Ranger, detto Larry, che nel 2000 lavorava al progetto Nupedia, che appunto doveva essere una vera enciclopedia  web, scritta da esperti. Il progetto non decollò mai e lo stesso Larry passò a tempo pieno a Wikipedia, di cui era il solo editor retribuito. Ora ha deciso di riproporre un’enciclopedia seria, ma questo porta inevitabilmente allo snaturamento del progetto originario di conoscenza diffusa e popolare. I due prodotti certamente potranno convivere e integrarsi, ma sono comunque due cose diverse: masse sapienti oppure élites esperte?

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wiki: Il «buon» sapere non è mai anonimo

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

 

di Francesco Piccioni

Ogni serio sforzo enciclopedico possiede un solo punto di forza: la credibilità scientifica. E un solo target: l’umanità intera. Lo sforzo di Wikipedia cercava di rovesciare l’ordine dei fattori, facendo dell’umanità intera sia il target che l’autore. Sullo sfondo ideologico stanno sia la «democratizzazione del sapere» che il perverso «un solo sapere per tutti». Ma qui si scontrano inevitabilmente la doxa e l’episteme, ovvero l’opinione (che ognuno può avere e proporre) e la conoscenza scientifica («conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti»). La differenza sta nella verità, ossia nella corrispondenza dell’enunciato verbale alla cosa di cui si parla. Verità, beninteso, come fine cui si tende e che viene sempre rimessa in discussione da altri. Un’enciclopedia scritta da chiunque e da chiunque correggibile può fornire una marea di informazione – e Wikipedia svolge il compito magistralmente – che però vive sotto la spada di Damocle dell’incertezza: chi dice che le cose stanno veramente così? Su una quantità astronomica di fatti non ci interessa neppure esser certi della «verità» (chessò: la vita sentimentale di Britney Spears), ma su altri (le buone pratiche della democrazia, per dirne uno) si pretende di trovare un parere «attendibile», quanto meno. Nessuno si cura di scrivere una voce fasulla sulla meccanica quantistica o sul teorema di indecidibilità; la scienza «dura» scoraggia i falsificatori fai-da-te. Ma già sul confine metafisico della scienza (la genesi dell’universo, per esempio), ecco che il paraletterato creazionista comincia ad allungare le mani e a «sorvegliare» quotidianamente perché quella voce sia «integra» nel rispetto della sua fede. E proprio sui lemmi più «politici» (che investono storia, filosofia, sociologia, ideologie) Wikipedia ha dovuto dichiararsi inattendibile, terreno di scorribande per la propaganda delle fedi più diverse. E’ perciò un bene che lo sforzo enciclopedico sia riconducibile a nomi e facce. Ogni voce di Citizendium potrà essere criticata da chiunque, ma l’autore non sarà anonimo. E’ un bene per la democrazia, intendo. Perché non sta scritto proprio da nessuna parte che «alle masse» debba andare sempre la merce peggiore. Specie se si tratta dell’informazione su temi «critici».

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Un mostro di hardware

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

di  Luciano Lombardi

La «facilità» di Google si regge su una piattaforma hardware colossale e su una produttività degli ingegneri software che a volte doppia quella della concorrenza

Dietro a ogni una grande impresa… c’è sempre una grande infrastruttura informatica: il motto non è sempre vero, ma quando il soggetto in questione deve tutte le sue fortune alla produzione dei bit diventa quasi scontato. Eppure, delle migliaia di parole spese per l’Internet company più celebrata dell’ultimo decennio, solo una parte si è soffermata su questo aspetto. Troppo poco, perché basta avventurarsi anche solo nello strato meno superficiale del colossale Google-business per scoprire che questa incredibile multinazionale ha il suo vero fulcro nei suoi server, nei suoi cavi e nella quantità di calcoli che grazie agli uni e agli altri prende vita.

Statistiche alla mano, gli analisti sfidano a trovare un’altra impresa che nella prima metà dell’anno abbia fatto shopping informatico per i propri bisogni per un ammontare complessivo di 300 milioni di dollari. O che possa vantare di aver dirottato su questo tipo di risorse anche il 50 per cento di tutto il budget annuale destinato agli investimenti. Sono cifre importanti già di per sé, che tuttavia assumono un significato ancora più eclatante se si considera che tra i suoi grandi punti di forza, Google annovera una capacità fuori dal comune nel saper costruire sistemi cheap ad alte prestazioni e nel riuscire a spremere da loro tutto il possibile. Tempo fa, qualcuno provò a quantificare la produttività degli ingegneri software dei principali soggetti dell’Internet, dimostrando che i programmatori di Google riuscivano a essere il 50 (talvolta anche il 100) per cento più efficienti dei loro pari alle dipendenze dei vari Yahoo!, eBay, Microsoft o Amazon. “Qual è il segreto che si cela dietro la nostra leggendaria efficienza? Costruiamo hardware”, è solito rispondere Douglas Merril, che di fatto è il capo dei servizi informativi del colosso. Risposta volutamente impropria, visto che come tutti i suoi contendenti, Google compra – e non realizza in proprio – i suoi computer e tutto il restante nécessaire informatico. Che nasconde, però, con una piccola parte di verità: una volta acquistati e installati, server e frattaglie elettroniche correlate vengono sottoposti a una complessa fase di tuning, non diversamente da quanto avviene in quella celebre trasmissione di Mtv in cui un catorcio a quattro ruote viene consegnato nelle mani di preparatori esperti e ritorna a nuova vita, bello e fiammante. In realtà, periodicamente viene fuori che, da qualche parte in Google, qualcuno stia studiando la possibilità di spingere la personalizzazione fino al punto di poter costruire in casa anche il vero cuore informatico dei sistemi, cioè le Cpu che equipaggiano l’intero parco macchine, ma fino a quando la notizia rimarrà indimostrabile, vale la pena di concentrarsi sul resto. Sui software, per esempio. Programmi scritti e testati da cima a fondo in casa, da apposite équipe di sviluppatori che lavorano fianco a fianco con chi si occupa di calibrare le strategie di business e i nuovi servizi da introdurre. Si chiamano Sawzall, MapReduce, BigTable, Perf tanto per citarne qualcuno a caso e, tutti assieme, fanno da contorno a un Web server, sviluppato anch’esso in casa, che ha preso il posto di Apache, l’omologo open source che oggi gira dietro al 60 per cento dei siti online.

Si stima che nei 65 data center sparsi un po’ in tutto il mondo, vi siano tra i 200 mila e i 500 mila server “truccati” con su impresso il marchio dalle sei lettere colorate. Ma il contatore aumenta di giorno in giorno: alla fine di quest’anno potrebbero essere un milione. O forse più. Una mole comunque spropositata, tanto potente quanto ghiotta di energia e di sistemi adeguati a raffreddare il clima torrido che gli alimentatori generano nei centri che la ospitano. Non è un caso se l’ultimo centro di calcolo di cui si abbia notizia, Google lo stia costruendo sul Columbia River, in Oregon, per sfruttare l’energia propulsiva dell’acqua che vi scorre nell’alimentazione e nel raffreddamento dell’impianto da 12 ettari che prenderà forma a lavori ultimati.

In ciascuna di queste fabbriche di calcolo le macchine sono organizzate in “celle” che, per dirla in parole povere, sono capienti hard disk collegati tra loro in reti gestite dal sistema operativo Linux residente su computer economici: non importa, che la singola macchina sia in grado di offrire grandi prestazioni, la potenza, quella vera, è frutto della loro unione. Un mantra, quest’ultimo, che si respira un po’ dappertutto in un’azienda che da sempre organizza party per i dipendenti in cui si socializza e si discute del prossimo grande progetto, si sbevazza allegramente e si condividono le informazioni che riguardano le attività del gruppo. “Le decisioni le prendiamo in pubblico e ci aspettiamo che le persone interne all’azienda ne dibattano, favorevoli o meno che siano”, chiosa Merril. E a descrivere questa impostazione “open” del lavoro c’è anche un’espressione: “Live out loud” (dillo apertamente, ndr), meno conosciuta ma senz’altro più calzante del pilastro etico della sua identità, quel “Don’t be evil”, non essere malvagio, ritenuto ormai inapplicato e mai come ora oggetto di tanta ironia.

luciano.lombardi@totem.to

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L’innovazione è ipertecnologica? A volte può essere soltanto una stufa

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

di Patrizia Cortellessa

La rivista del Mit premia gli «under 35» che hanno lasciato il segno. Ma accanto all’ideatore di del.icio.us c’è una ragazza che vuol cambiare la vita delle donne del Darfur, vittime di violenza quando vanno a far legna

La  «Technology Review», rivista del Mit (Massachussets Institute of Technology), la più importante università high tech del mondo, hanno selezionato anche quest’anno (come avviene ormai dal ’99) i trentacinque migliori «innovatori» del 2006. I ricercatori statunitensi sono i più numerosi nella Tg35, questa lista di innovatori di successo under 35, ma troviamo giovani provenienti un po’ da tutte le parti del mondo, molti dei quali stanno sviluppando tecnologie che rifuggono da facili classificazioni, mettendo insieme i progressi nei campi informatico, della medicina, della nanotecnologia.
Il lavoro di questi giovani rappresenta il presente ma soprattutto il futuro della ricerca scientifica e tecnologica. Idee, genialità, intuizioni portate a compimento. In testa alla lista Joshua Shachter, 32 anni, padre fondatore di Del.icio.us, popolare sito web, capostipite dei servizi di social bookmarking su internet, che permette ai suoi utenti di scambiarsi links ai siti preferiti. E non solo. La particolarità di questo software è quella dell’estrema facilità con cui permette di aggiungere siti di specifico interesse nella personale collezione. Si possono così organizzare i link utilizzando parole chiave (tag) condividendo la collezione non solo tra l’utilizzatore e il proprio browser ma anche con altri utenti. E deve essere proprio una bella pensata quella del giovane Shachter se il software è entrato a far parte della scuderia Yahoo, che lo ha acquistato un anno fa infilando il secondo colpaccio, visto il precedente acquisto di Flichr, un sito web utilizzato per la condivisione on line di fotografie e basato sul principio della comunità in rete. E’ proprio il principio della condivisione, la creazione cioè di un sito di memoria-condivisa, l’idea-base su cui si è mosso il giovane «innovatore» per dar vita alla suo progetto, stando alle dichiarazioni di intenti dello stesso Shachter.
Ma chi pensa che sia solo il settore informatico (internet e consorelle) la punta di diamante della Top35 si sbaglia di grosso. Al secondo posto infatti, selezionata come «Humanitarian of the year 2006», troviamo Christina Galitsky, 33 anni. La sua ricerca mette a fuoco progetti sostenibili nei paesi in via di sviluppo partendo – ad esempio – dalla rimozione della quantità di arsenico presente nelle acque potabili del Bangladesh al problema del combustibile in Darfur, nel Sudan. Un’altra sua ricerca include invece la valutazioni delle occasioni per ridurre l’emissione di gas serra di molti settori industriali. Ma la Galitsky ha a cuore soprattutto il problema dei poveri del pianeta. E così, dopo essere venuta a contatto con Ashok Gadgil, uno scienziato che lavora al Lawrence Berkeley National Laboratory, in California, e aver scoperto di condividere gli stessi interessi, hanno iniziato a lavorare insieme. I loro sguardi si sono incentrati e incontrati soprattutto verso le difficili situazioni in Darfur e in Bangladesh. Per quanto riguarda il Darfur dire che la situazione è tremenda è sotto gli occhi di tutti. Circa 1.6 milioni di cittadini di questa regione sudanese, cacciati dalla guerra civile, vivono in accampamenti di rifugiati. Per fortuna sono presenti alcune ong, che assistono la popolazione locale. Ma i problemi di sopravvivenza sono tanti. Diviene un problema il mangiare, l’allontanarsi dal campo per raccogliere legna, quindi soprattutto il cucinare. Per cercare la legna da ardere le donne vagano per ore e ore ben fuori dagli accampamenti, d’emergenza ma «sicuri», e questo loro vagare le espone – come riferiscono gli osservatori internazionali che ne hanno certificato l’accentuazione dei casi – a violenze da parte dei gruppi nomadi. Tra le tante soluzioni possibili per la loro sicurezza, le ong hanno suggerito, ad esempio, strumenti di cottura che riducano l’esigenza di legna da ardere. Tante idee buttate sul piatto da esperti, dai forni d’argilla ai fornelli solari, ma nessun piano studiato nei particolari. E allora non resta che andare a verificare la situazione in loco. Christina e Gadgil si recano in Darfur a raccogliere dati e a parlare con i rifugiati sudanesi, soprattutto con le donne, circa le difficoltà incontrate nella loro vita quotidiana. Portando con loro più che l’idea del fatto la pratica della dimostrazione. Se il problema è quello del mangiare, cioè del cucinare consumando meno legna, cosa c’è di meglio di un tipo di stufa particolare, adattata alle loro esigenze (pali per assicurarne la stabilità, «parabrezza» per difendersi dalle forti folate di vento). E dopo il primo viaggio in Darfur del 2005, con le donne che rimanevano impressionate dalla velocità di cottura e dalla poca legna utilizzata, l’obiettivo era da realizzare in tempi brevi. Assicurandosi che queste stufe possano essere prodotte in tempi rapidi ma, soprattutto, in economia. E’ qualcosa di più di un progetto in corso. Magari una stufa sarà solo una goccia nell’oceano di problemi dei rifugiati sudanesi, ma sicuramente renderà la loro vita quotidiana un po’ più semplice. Per quanto riguarda i tempi, i ricercatori del Berkeley sperano di produrne 300.000 entro il prossimo anno.

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Polemiche / Premiare e punire gli statali

Posted by franco carlini su 21 settembre, 2006

 

di F. C.

Se l’idea agostana di licenziare i «Nullafacenti» avanzata dal professor Ichino è crollata su se stessa, ciò non toglie che essi esistano. In parte per vocazione interiore (chi non ama lavorare poco, specie se il lavoro è poco gratificante?) e in parte perché sono le organizzazioni stesse, pubbliche come private che ne plasmano l’habitat adatto (vedi il manifesto del 14 settembre, «La fabbrica dei fannulloni».

Di recente del resto un intero filone di ricerche e di esperienze empiriche si interroga sulla cosiddetta «impresa creativa» di cui c’è tanto bisogno quando il mondo esterno cambia rapidamente, si fa turbolento, obbliga a cambiare la propria ragione d’essere (la famosa mission) insieme a quello che si vuol fare da grandi (la altrettanto famosa vision). Per le organizzazioni, che si tratti di un giornale come questo così come di una fabbrica di t-shirt, il problema è di essere capaci di chiedere ai propri dipendenti il meglio di sé, e non il peggio, e di costruire un ambiente adeguato perché ciò avvenga, dove l’«ambiente» va dagli arredi e disposizioni fisiche dell’ufficio, alle regole del gioco, dalla capacità di socializzare la conoscenza presente nelle organizzazioni, alle politiche del personale in senso. Solo così il licenziamento degli scansafatiche incorreggibili diventa praticabile e produttivo, rappresentando anche un gesto di equità verso tutti gli altri. E non solo di equità: gli studiosi di teoria dei giochi e di economia comportamentale hanno verificato sia con esperimenti dal vivo che con modelli al computer che in una comunità di persone una maggioranza di altruisti e volonterosi può venire depressa e disgregata se un numero pur piccolo di predatori egoisti se ne approfittano (i collaborativi si sentono presi in giro e portati a dirsi «sono forse il più fesso di tutti»). Allora i correttivi (le punizioni così come la riprovazione sociale dei pari grado) diventano utili e persino inevitabili per far fronte alle patologie estreme. Ma appunto dovrebbero riguardare solo le code anomale nella curva delle prestazioni.

Quanto ai «premi», anche nella Pubblica Amministrazione a si è visto da tempo che una quota larga di dipendenti è pronta a erogare idee e tempo, e magari non chiedere nemmeno aumenti, ma «si accontenta» della soddisfazione morale di essere considerata persona e persona intelligente. Non di soli stipendi vive il ministeriale. Ovviamente se ci sono è meglio, e in questo caso il problema diventa soprattutto quello della misura dei risultati. Il concetto di produttività, così facile da applicare in fabbrica (per esempio pezzi prodotti per unità di tempo) va reso ben più flessibile e sensibile quando l’organizzazione eroga servizi, quando deve soddisfare un cliente e, ancora di più, se l’Amministrazione Pubblica non solo «eroga», ma svolge un ruolo cruciale sul territorio, in rapporto a obbiettivi sociali e politici. Niente è semplice nel mondo complesso e i professori universitari dovrebbero essere i primi a saperlo.

Un progetto di innovazione nella Pubblica Amministrazione, chiamato Cantieri, proprio questo ha dimostrato. Venne inventato da Bassanini e proseguito più o meno volentieri dagli altri ministri del governo Berlusconi. Ha raccolto migliaia di dipendenti pubblici che si aggregarono appunto in diversi cantieri di lavoro, dedicati ai temi più caldi, ma anche più nuovi, della riforma della pubblica amministrazione. I risultati sono leggibili sul sito www.cantieripa.it, dove sono disponibili anche le pubblicazioni prodotte nel tempo, relative per esempio a: benessere organizzativo, customer satisfaction, bilancio sociale, donne e leadership. Ma, a opinione di chi scrive, il bello del progetto non furono soltanto tanti i «manuali» prodotti, quanto i meccanismi di partecipazione attiva e di senso che i singoli cantieri hanno scatenato. Naturalmente è successo che qualcuno partecipasse ai lavori e poi, tornato nella sua amministrazione locale, non fosse messo in grado di applicare le idee nuove e di calarle in pratiche concrete, per via della resistenza ottusa e alla paura del nuovo che ogni burocrazia è sempre capace di esprimere, quando deresponsabilizzata. E anche, molto spesso, per la scarsa qualità dei superiori politici, magari ben interessati alla comunicazione pubblica, ma solo come «propaganda» verso gli elettori, anziché come instaurarsi di relazioni e (faticose) partecipazioni civiche. E’ successo e succederà, a conferma che il cambiamento organizzativo è un processo, chiede strategie, obbiettivi, ma anche tanta pazienza determinata. Oltre che umiltà: in tutte le organizzazioni infatti la realtà è che spesso gli unici a conoscerne davvero i meccanismi reali e profondi siano i famosi e disprezzati travet. E che di questa conoscenza diffusa e spesso informale non si possa fare a meno per riformare. Quasi sempre ne sanno molto più loro dei consulenti da mille euro al giorno, grandi produttori di centinaia di diapositive in Power Point. Oltre a tutto sono già in organico e costano meno.

(2. fine)

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La strada di Abilene

Posted by franco carlini su 18 settembre, 2006

di  Franco Carlini,  il manifesto, 19 settembre 2006, pag. 2

Grande agitazione della politica, e assai strumentale, attorno all’ennesimo affare Telecom, e grande diluvio di opinioni liberiste, con elogi spropositati al mercato che si autoregola: «Fermiamo il dirigismo» esclama Luca Cordero, proprio lui che spiccò il volo gestendo per conto dello stato i mondiali di calcio del ’90. Ma dove mai, quando mai? Quale mercato? Con qualche veritiera malignità La Repubblica si è chiesta  se Guido Rossi vorrà tutelare solo il 18 per cento con cui i Tronchetti-Benetton controllano Telecom oppure (e anche) il restante 80 per cento. Sul tutto poi viene agitato quel fantasma  inesistente, che un disastroso e incolto senso comune, dilagante anche nel centrosinistra, chiama statalismo,  Iri e Iretto (Rutelli), partecipazioni statali, intervento del governo nell’economia. Nel parossismo berlusconiano, un tipo che notoriamente ama le esagerazioni, diventa addirittura esproprio.  

Ma parliamo di cose serie, per favore e cioè della domanda decisiva su cui sarebbe utile che il governo riferisse al parlamento: è l’Italia all’altezza dei bisogni di telecomunicazione necessari a un paese avanzato? C’è qualcuno nella Confindustria, nei ministeri o nei partiti che si sta ponendo l’obbiettivo di fare come la Corea del sud o la Finlandia? O almeno come l’Inghilterra? Queste sono state finora le nazioni più avanzate nel dotare il famoso sistema paese di infrastrutture di comunicazione larghe (quanto a banda) e diffuse su tutto il territorio. Nella primavera scorsa,  un ministro sud coreano,  invitato dall’allora ministro Stanca, fece vedere a Roma i videogiochi interattivi che correvano sulla sua broadband, e i risolini in sala degli industriali e dei politici presenti si sprecarono: tanta fatica per videogiocare? Ovviamente la Corea non mette in rete  soltanto i giochi (che peraltro sono un’industria dai grandi fatturati e un tassello fondamentale della narrazione collettiva), ma tutte le virtù di una connessione veloce, al servizio dei bit di affari e di comunicazione sociale. Delle sue industrie, delle sue scuole e persino dei cittadini, se non dispiace.

Quale sia il progetto Italia per questi orizzonti nessuno dice. Non l’ha detto Tronchetti che  ha solo delineato un’architettura finanziaria e di strutture societarie(per risolvere un suo legittimo problema) e chissà se lo dirà Guido Rossi, dopo che avrà placato le ansie degli investitori e delle banche creditrici. Malgrado lo «scandalo» agitato dai finti ingenui, andrà persino apprezzato che il lobbista principe di Telecom Italia, Riccardo Perissich, e il consigliere di Prodi, Angelo Rovati, si parlassero, discutendo di tutti i possibili scenari di quel problema. Lo facevano e fanno anche Fedele Confalonieri e Gina Nieri di Mediaset. Trattano eccome. Ma che questa consultazione avvenga è utile, e ancora di più che se ne conoscano i temi, senza aspettare intercettazioni o scoop pilotati. Si scelgano i luoghi e si pubblichi tutto. E malgrado le vesti stracciate di Francesco Giavazzi, una delle ipotesi serie che un serio paese capitalista come la Corea o gli Usa possono valutare e del caso utilizzare, è quella di supplire lui stato, anche con i suoi soldi e con i suoi strumenti (ce n’è molti e diversi), alla carenze dell’imprenditoria privata nella capacità di investire per il futuro comune. La storia dell’Internet americana è questa: essendo evidente ai governanti, pur così liberisti, che da lì poteva venire una grande leadership mondiale, essa venne finanziata dal Pentagono prima e dal sistema universitario poi finché non fu abbastanza matura da lasciarla al mercato. Lo stesso sta avvenendo con la famosa Internet2, dal fantasioso nome di Abilene. I modelli americani, coreani, inglesi, sono diversi e ognuno forse vale solo nel suo contesto, ma esplorare la strada di una mano pubblica attiva per un bene pubblico non solo ha senso, ma è obbligatorio, specialmente quando il privato non ce la fa perché deve ancora tamponare i debiti della sua seconda telecom-scalata.

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Tutto quel che volevate sapere sul caso Telecom

Posted by franco carlini su 17 settembre, 2006

di  Franco Carlini  (versione estesa rispetto a quella stampata)

Qual è l’interesse di Tronchetti Provera, oggi?
Deve assolutamente tamponare i debiti accumulati (41 miliardi di euro) che derivano dalla scalata iniziale e i Telecom Italia e che si sono accresciuti nel 2005 quando ha incorportato Tim.  Nello stesso tempo deve difendere il suo prestigio di manager. I due obbiettivi sono in parziale contraddizione: vendendo altri pezzi del suo sistema industriale può sanare i debiti, ma questo comporta un ridimensionamento industriale. Sono i mercati finanziari prima che le ostilità politiche ad avere stoppato il piano di riassetto votato lunedì scorso.

Quale è il controllo azionario di Tronchetti Provera su Telecom Italia?
Questa la catena di controllo: Marco Tronchetti Provera spa (61%) – Gpi (50,1%) – Camfin (25%) Pirelli & C. (57%) Olimpia (18%) Telecom Italia. In partica  Tronchetti Provera comanda in Telecom Italia con un capitale attorno all’uno per cento.

 Qual è l’interesse della banche?
In questo come in altri casi devono recuperare, prima o poi, i soldi prestati, sui quali finora hanno solo riscosso gli interessi.  Nello stesso tempo non possono correre il rischio che il debitore fallisca, perché in tal caso non recupererebbero quasi nulla. Anche per questo l’amministratore delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, nei giorni scorsi si è affrettato a tranquillizzare azionisti e opinione pubblica, dicendo che non ha alcuna preoccupazione sulla solvibilità di Telecom e Pirelli. In ogni caso le due maggiori banche creditrici … hanno deciso nei mesi scorsi di esercitare il loro diritto di avere indietro alla scadenza autunnale concordata, i prestiti fatti a suo tempo a Tronchetti per scalare Telecom Italia. Il patto dice che le azioni devono essere riprese al prezzo di allora (4 euro) e non a quello attuale (2 euro).

Come pensa di salvarsi Telecom Italia?
Nell’estate Tronchetti Provera ha giocato quattro carte contemporaneamente, il che non è un segno di strategia chiara, ma semmai di estrema urgenza:(1) ha tentato un accordo con Rupert Murdoch per un suo ingresso azionario in Telecom, verosimilmente in Olimpia, tentativo non riuscito o rinviato che per ora ha portato soltanto a un accordo per la cessione di diritti televisivi di Fox. (2) Ha esplorato le condizioni per far crescere La7 tv, che potrebbe vedere l’ingresso del gruppo RCS, se cadesse il divieto agli editori di giornali di possedere Tv (Berlusconi non possiede Il Giornale, che è tuttavia del fratello Paolo, mentre nel capitale del Foglio c’è la moglie Veronica Lario). Perché cada quel divieto occorre una riforma del governo, che di per sé è interessato a un terzo polo televisivo. (3) Ha proposto e ottenuto dal consiglio di amministrazione di ri-separare Tim da Telecom Italia, per poterla in seguito valorizzare a parte (ossia venderla in tutto o in parte). (4) Ha proposto e ottenuto dal consiglio di amministrazione di destinare a una società separata la rete di telefonia fissa; anche in questo caso lo scopo è di valorizzare tale asset, peraltro strategico.

Perché nel dicembre del 2004 era stato deciso di accorpare Tim dentro Telecom?
Per due motivi: (a) per realizzare delle sinergie nella confluenza tra telefonia fissa e mobile (la famosa convergenza); (b) per poter drenare il ragguardevole flusso di cassa di Tim a copertura dei debiti a monte. L’acquisizione di Tim che era una società separata ha tuttavia prodotto nuovi debiti per 15 miliardi.

Perché scorporare la rete fissa in una società separata?
Di questo progetto in Telecom si discute da mesi, esattamente secondo le due ipotesi delineate nel memorandum Rovati che sta facendo tanto inutile scandalo. «Se ci danno una trentina di miliardi» la vendiamo subito ci disse un manager che sapeva far di conto. Lo scorporo, con cessione parziale o totale ad altri soci, pubblici privati, permetterebbe di tagliare via ogni obiezione sul monopolio delle infrastrutture da parte delle Autorità di regolazione e lascerebbe grande libertà commerciale a Telecom stessa. Che poi venga passata in tutto o in parte allo stato è questione relativamente secondaria e solo ideologica. Ma ci sono alcuni problemi: una volta scorporata, la nuova società affitterebbe i suoi servizi a tutti, e anche a Telecom, che si troverebbe a pagare un canone laddove oggi viaggia gratis sui cavi suoi: una sorta di cartolarizzione che potrebbe rivelarsi onerosa. Secondo: la società di rete potrebbe non avere i capitali o non essere abbastanza incentivata (in quanto monopolista) a potenziare la rete stessa. BT per un’operazione del genere prevede di spendere 8-9 miliardi. Il rischio è che, come successo nella rete ferroviaria, le prestazioni rapidamente peggiorino, anziché migliorare verso la banda larga e larghissima.

Qual è l’interesse dei consumatori?
La comunicazione vocale, la trasmissione digitale dei dati, la disponibilità di contenuti multimediali, sono elementi decisivo della vita moderna, socialmente ed economicamente. I singoli come le aziende clienti hanno due esigenze, in contraddizione tra di loro: prezzi bassi e buona qualità del servizio. I sistemi nazionalizzati del passato offrivano l’esatto contrario (prezzi elevati e qualità bassa). I sistemi concorrenziali hanno dato, volta per volta, esiti diversi: per esempio la qualità del servizio di telefonia cellulare è in Italia quasi buona, ma i prezzi restano ben superiori ai costi perché i concorrenti hanno sempre evitato di farsi la guerra sui prezzi. Nel settore delle Banda Larga l’ex monopolista Telecom è in Italia largamente dominante e questo le permette di tenere dei prezzi altri, mentre la stessa, quando opera in altri paesi europei, offre abbonamenti molto inferiori perché deve conquistare mercato.

Qual è l’interesse del paese, nel suo complesso?
Nelle teorie economiche prevalenti, un paese deve crescere quanto a prodotto interno lordo e farlo specialmente nei settori a maggior valore aggiunto: quelli dell’Information and Communication Technology sono da tutti considerati tali. Le reti infrastrutturali come energia, trasporti, comunicazioni, acqua, sono però importanti anche perché costituiscono il sistema nervoso di un paese, dal quale dipendono tutte le altre attività sociali ed economiche e in generale il
«benessere» di una nazione. Hanno le caratteristiche di un bene pubblico e per questo, in forme diverse, tutti i governi «mettono il naso» in tali questioni, cercando di ottenere un beneficio generale che il mercato di per sé non garantisce, specie quando oligopolista.

Come i governi possono intervenire?
La strada prevalente di regolazione del mercato imperfetto delle telecomunicazioni, adottata da quasi da tutti i paesi occidentali, è quella delle Authority indipendenti che devono monitorare gli andamenti, dettare regole di comportamento ai concorrenti e intervenire, eventualmente, per sanzionare i comportamenti fuori regola. Le Authority interpretano tecnicamente gli indirizzi generali dei governi le quali sono fissate nelle leggi, ma anche variabili nel tempo, al mutare delle condizioni.

E’ soddisfacente la liberalizzazione delle tlc?
La prima ondata di liberalizzazioni nella telefonia europea è stata giudicata abbastanza soddisfacente, anche quella italiana, realizzata dal primo governo Prodi. Nei mesi scorsi in sede di Commissione Europea è stato sostenuto da diversi operatori (Telecom Italia tra gli altri) che ciò era sufficiente, perché ormai la concorrenza c’era,  e che dunque si dovesse smetterla con le  regole a priori e intervenire solo di fronte agli eventuali abusi. Un altro punto di vista, quello della commissaria Viviane Reding, dice invece che l’evoluzione delle tecnologie (banda larga, televisione via Internet, convergenza fisso mobile) richiede ancora regole pro-concorrenziali.

Le reti sono monopoli naturali?
Quando un settore economico ha un’utilità generale per il paese e costi di investimento molto alti che rendono praticamente impossibile duplicare le strutture (per esempio una seconda rete ferroviaria) si parla in economia di monopolio naturale. Non necessariamente questo significa che debba essere di proprietà dello stato e/o direttamente gestito da esso, ma comporta sempre che debba essere ben regolato e sottoposto a controllo pubblico nella qualità del servizio e nelle tariffe.

In  quali altri modi i governi intervengono?
Per tutti i grandi affari le industrie premono sui governi attraverso i loro lobbisti e i governi discutono con loro dei provvedimeti di legge che riguardano i diversi settori. Nei casi peggiori, come avvenne per la legge Gasparri, la lobby vincente in pratica scrive la legge. In altri casi i governi (tutti) esercitano pressioni morali sulle imprese perché tengano conto di interessi più vasti. Per esempio dei riflessi occupazionali o di questioni di sicurezza. Nella primavera di quest’anno, per esempio, il parlamento americano ha messo il veto alle vendita
di 22 banchine dei porti americani alla Dubai Ports World (araba). L’affare poi è stato dirottato, con vero interventismo statalista,  sulla famosa Halliburton. L’anno scorso il tentativo di scalata alla banca Antonveneta da parte della Banca Popolare Italiana di Fiorani era non solo spalleggiato dall’allora governatore della Banca d’Italia, ma l’annuncio delle autorizzazioni veniva dato in tempo reale a Silvio Berlusconi, con istantanei brindisi telefonici.

Davvero Prodi ha sbagliato ?
Le opinioni divergono e non solo per campi politici. La teoria prevalente sostiene che il governo deve stare fuori dalle decisioni delle aziende private e non dare suggerimenti, tantomeno chiedere modifiche ai progetti. Questo lo sostengono solo i liberisti ideologici, ma nella pratica non lo fa nessuno perché in realtà le imprese hanno sempre bisogno dello stato e viceversa.
Prodi  ha incontrato due volte Tronchetti Provera ricevendo una descrizione parziale dei progetti e di suo chiedendo una certa
«italianità» delle operazioni previste. Quando l’annuncio è risultato molto diverso da quello dei colloqui, Prodi si è evidentemente sentito preso in giro e ha scelto una strada completamente nuova, rendendo pubblico il contenuto delle discussioni avute.
Per questo è stato criticato anche dalla stampa internazionale per eccesso di interventismo e turbativa dei mercati. Altri (e chi scrive tra questi) hanno invece apprezzato il metodo per due motivi: perché
rende conto all’opinione pubblica e perché indicare a Tronchetti, ma in generale a tutti gli  interlocutori, su qualsiasi questione, che di tutto un governo è pronto a discutere, purché con limpidezza e senza reticenze.  L’innovazione è stata così clamorosa che ha sconvolto persino gli alleati, abituati a trattative più soft e soprattutto ben più riservate.


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MMS che flop (l’espresso)

Posted by franco carlini su 15 settembre, 2006

di Franco Carlini

I dati disponibili parlano di un vero e proprio fallimento, quello degli Mms, i Multimedia Messaging Service che, nelle intenzioni degli operatori di telefonia cellulare, avrebbero dovuto sostituire i brevi messaggi di testo (Sms) facendoli multimediali: non più dunque solo parole scritte nel breve spazio di 160 caratteri, ma anche immagini digitali e perché no, suoni e parole. Un’indagine del gruppo di consulenza Gartner ora segnala che, a quattro anni dal loro lancio, le cifre del traffico Mms sono minime, al limite dell’insignificante: i messaggi multimediali spediti dagli utenti dell’americana Sprint sono stati, nel primo trimestre dell’anno, solo 6 a testa, poco più di 3 quelli di Verizon (anch’essa americana), due e qualcosa quelli di Sfr Francia e poco sopra l’uno quelli di Tim. Vodafone non ha fornito i propri dati. Ben 100 invece i messaggini a persona di Tim, nello stesso periodo, e addirittura 313 quelli di China Mobile. Insomma, un vero disastro multimedia, che contribuisce a rendere vieppiù negativo il bilancio della telefonia di terza generazione (3G). Per un certo tempo si è creduto che lo scarso utilizzo dipendesse dalla poca diffusione dei telefoni dotati di prestazioni fotografiche e di collegamenti Gprs (la tecnica che ne permette invio e ricezione a banda un po’ più larga), ma ormai non è più così: quasi tutti i cellulari, anche quelli economici sono anche dei camera phone. E allora? I motivi del fallimento sono molteplici: per un verso è una questione di costi che, malgrado gli sforzi promozionali, sono rimasti alti e così le persone fotografano sì  ogni concerto o spiaggia dove siano, ma poi non spediscono; semmai scaricano sul computer e poi fanno una bella e-mail gratuita agli amici. Ma forse c’è qualcosa di più profondo: i due linguaggi, quello delle parole e quello delle immagini (in questo caso fotografiche) sono simili e tuttavia anche assai diversi e trascinano con sé diverse forme di relazione tra le persone: i messaggini restano deliziosamente personali, talora intimi, e comunque strettamente legati al dialogo con un altro/a e da questa caratteristica deriva il loro sconvolgente successo pur essendo così “poveri” e tecnologicamente rudimentali.  Le foto sono più ricche di informazione del testo, ma raccontano il mondo fuori di me, non di quello che io, mittente, penso e voglio comunicare. Il mio sorriso è comunque congelato, e allora un 🙂 risulta persino più caldo.

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