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articoli e appunti da franco carlini

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Archive for 6 ottobre 2006

Scene di lotta di classe in redazione

Posted by franco carlini su 6 ottobre, 2006

 

di Francesco Piccioni

Sciopero dei giornalisti.
Oggi e domani altri due giorni di agitazione
Sempre più la categoria «privilegiata» dei giornalisti vive contraddizioni uguali a quelle delle categorie «normali» di lavoratori

Difficile ricordare uno scontro più duro tra giornalisti ed editori. Dopo i due giorni consecutivi di sciopero nella scorsa settimana eccone qui altri due – ieri e oggi si astengono dal lavoro i colleghi della carta stampata, oggi e domani quelli delle tv e delle radio, sia pubbliche che private.
A dispetto della conclamata (e in parte reale) «diversità» dei giornalisti rispetto alla media dei lavoratori italiani – non a caso sono dotati di un «ordine professionale», come i medici, gli avvocati o gli architetti – le ragioni di questa estrema protesta sono straordinariamente «comuni». Da un anno e mezzo il contratto nazionale di lavoro è scaduto; il numero dei precari ha ormai largamente superato quello degli «stabilizzati»; i «padroni» non hanno accettato neppure di cominciare un negoziato; il governo non si è ancora mosso concretamente, nonostante un messaggio alquanto esplicito lanciato dal presidente della repubblica, Giorgio Napolitano.
Anche le forme di mobilitazione stanno diventando sempre più «ordinarie». Sciopero a parte, infatti, cominciano anche i «picchetti», o presidi che dir si voglia. Ieri, per esempio, centinaia di giornalisti, guidati dal segretario nazionale Fnsi, Paolo Serventi Longhi, si sono dati appuntamento davanti alla sede centrale del gruppo Rieffeser, a Bologna. Il gruppo che edita Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno, Quotidiano Nazionale, si distingue infatti per «comportamenti antisindacali». In pratica, grazie al concorso di pochi professionisti «flessibili», fanno uscire il giornale anche durante gli scioperi. Come ci riescono? «Chiedono ai collaboratori – quelli senza contratto o un contrattino a termine, ndr – di entrare, con un sottile ma esplicito ricatto nei confronti di chi è più debole». Persone, e colleghi, che «vogliamo vedere in faccia», spiegava serio Serventi Longhi, dando l’appuntamento.
Se non si stesse parlando di una categoria «privilegiata» sembrerebbe una scena di classica «lotta di classe». Anche se, sfogliando i giornali di tutti i giorni, si fatica – obiettivamente – a ritrovare qualche forma di solidarietà almeno concettuale nei confronti di categorie di lavoratori meno illuminate dai riflettori.
Il fatto è che il mito della «libera professione», e la manifesta opulenza di alcune «grandi firme» dai contratti miliardari, mascherano alquanto la realtà quotidiana dei lavoratori dell’informazione. Dei 15.728 giornalisti iscritti all’Inpgi nel 2005, infatti, quasi il 90% dichiara redditi inferiori ai 25.000 euro. Solo l’8,81 – 1.385 unità – dichiara tra i 25 e i 50.000 euro; mentre una sparutissima minoranza (317) oscilla tra questa cifra e gli 80.000. Rarissimi, infine, quelli ancora più «ceto medio»: 47 sfiorano la soglia dei 100.000 euro, 65 viaggiano tra questa e i 150.000 e solo 37 «paperoni» la superano. La base della piramide registra invece ben 2.048 giornalisti a reddito zero; e comunque 8.189, oltre la metà, al di sotto dei 5.000. Conti complicati, come sempre. Uno studio della stessa Inpgi mostra come i 7.370 giornalisti della carta stampata abbiano goduto – nel 2005 – di una retribuzione media lorda intorno ai 60.400 euro annui. Non ma le, ma comunque in diminuzione rispetto ai 61.000 dell’anno precedente. Lo studio dimostra insomma la falsità della giustificazione avanzata dalla Fieg per non aprire le trattative: «non siamo più in grado di sopportare gli oneri derivanti dagli automatismi contrattuali». Che sarebbero gli aumenti periodici di anzianità.
Aumenti che non esistono più, spiegano molti colleghi. Di fatto scatti di anzianità e indennità per vacanza contrattuale vengono più che riassorbiti col turnover, come dimostra proprio la diminuzione della retribuzione «media»: i giornalisti anziani, con gli stipendi più alti, vanno in pensione; quelli che entrano vanno al minimo sindacale, quando va bene.
La realtà quotidiana parla invece e soprattutto di precariato. Non solo nelle piccole testate di provincia, ma anche nelle grandi testate nazionali. La rete di collaboratori locali di Rieffeser – per tornare all’esempio del «cattivo» della giornata di ieri – riceverebbe un «fisso» di 2 o 3 euro a notizia (le «brevi» di poche righe). Ma le voci parlano di tariffe simili – 4 euro – anche per «pezzi» più lunghi acquistati da alcune delle testate più note.
La posta in gioco ci viene chiarita da un collega molto navigato: «gli editori non vogliono più alcun contratto collettivo e nazionale». Una posizione che prova a farsi strada anche grazie alle notevoli differenze di «stazza» e fatturato tra le diverse testate. Ma che «dimentica» la realtà dei profitti crescenti che finiscono in tasca agli editori. Nelle 59 imprese oggetto di un’indagine Fieg (fatta dai «padroni», insomma) nel 2004 sono stati realizzati utili per 327 milioni di euro, il 24,8% in più rispetto al 2003. Il quale a sua volta aveva fatto registrare 262,7 milioni di guadagno, un altro 16,5% sopra il livello del 2002. Nonostante questo, gli editori hanno proposto una loro contro-piattaforma da prendere o lasciare: 45 punti che, sommati, sono «volti a tagliare del 30% gli stipendi base e a ridurre le pensioni». Forse non è più – tranne che per qualche «paperone» – un lavoro così «diverso».

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Ordine (e disordine) della stampa

Posted by franco carlini su 6 ottobre, 2006

di Franco Carlini, il manifesto

Complimenti a Gaetano Caltagirone (proprietario del Messaggero e non solo), ma anche, in subordine, a Carlo De Benedetti (la Repubblica, l’Espresso e dintorni). Giusto per rendere più facile il dialogo tra editori e sindacato dei giornalisti si sono inventate due iniziative, e pessime. Al Messaggero hanno utilizzato una discutibilissima sentenza della Cassazione per licenziare una giornalista che lavorava in redazione senza essere iscritta all’Ordine dei Giornalisti. Dissero i giudici, e a Caltagirone non parve vero,  che “il lavoro giornalistico con la qualifica di redattore ordinario può essere riconosciuto esclusivamente ai giornalisti iscritti nell’elenco dei professionisti”. Capita dunque che a una  gli editori non concedono l’assunzione come praticante, ma la usano come giornalista vera e che quando viene chiesta una normale messa in regola, arrivi il licenziamento. Al Messaggero è il terzo caso in pochi mesi. Lo stipendio da versare alla collega è inferiore alle somme che Caltagirone ha versato al partito del genero  Pierferdinando Casini, come documentato dall’inchiesta di Rai3 Report del primo ottobre.

La sentenza della Cassazione ne annulla una precedente del giudice del, favorevole alla giornalista, e conferma l’inutilità, e in questo caso persino la dannosità dell’Ordine, dato che l’appartenzenza/non appartenenza diventa alibi per licenziamenti livorosi. L’Ordine esisterebbe, in origine, per tutelare un bene  costituzionale importante, l’informazione pubblica. Non è più così da tempo e la scandalosa quasi assoluzione del giornalista spione Betulla da parte dell’Ordine di Milano (12 mesi di sospensione anziché la regolamentare e dovuta radiazione) ci rafforza in questa convinzione: l’Ordine si trasforma in disordine civile, in danno a tutti, lettori e giornalisti.

L’ingegner De Benedetti merita la critica per aver tollerato, come presidente dell’editoriale l’Espresso, il trucchetto messo in atto dai suoi amministrativi: per ridurre l’impatto degli scioperi, la Repubblica è stata gonfiata di pagine, di modo che potesse ospitare le pubblicità che rischiavano di saltare per lo sciopero. Questo è il motivo per cui quel giornale non era in edicola nemmeno ieri: dopo due avvisi del comitato di redazione, la proprietà ha rivendicato la sua autonomia d’impresa, anche se il contratto nazionale proibisce di modificare l’organizzazione del lavoro in occasione degli scioperi.

Se Caltagirone non stupisce, De Benedetti invece sì. Quel gruppo che si distingue per battaglie civili avrebbe un’altra strada per tenersi tutta la sua pubblictà: può rompere il fronte della Fieg e proporre al sindacato un contratto separato. Negli uffici del gruppo qualcuno potrebbe aprire un foglio Excel e provare una simulazione di una tale operazione. Starebbe al sindacato accettare o rifiutare, ma il gesto politico sarebbe rilevante, un gesto di autonomia da un’associazione industriale che così ha motivato il suo rifiuto di riprendere le trattative: “L’editoria – e in particolare quella della carta stampata che dà lavoro alla grande maggioranza dei giornalisti italiani – si confronta con interrogativi e sfide di carattere epocale sui contenuti, sui formati, sulle convergenze con altri media, sulla pubblicità, sulla distribuzione. La flessibilità e il costo del lavoro sono elementi essenziali di qualsiasi nuova strategia di settore e vanno visti in quest’ottica”.

Qui balza agli occhi una vistosa carenza di analisi: mentre le tecnologie rendono tutto meno costoso, così non è per la risorsa conoscenza di cui dispongono soprattutto gli umani, iscritti all’Ordine oppure no. Prima che Vincenzo Colao venisse spinto alle dimissioni dal Gruppo Rcs da Tronchetti Provera, Montezemolo e Caltagiroine, era solito dire che il valore del gruppo Corriere della Sera stava in quel di più che ci mettevano i giornalisti e che le tecnologie non potevano sostituire. Tutto ciò resta vero, e lo sarà sempre di più. Per questo la pretesa che le intelligenze stiano in un Ordine, quando invece sono felicemente sparpagliate e diffuse, è antistorica. Come lo è, al contrario, la pretesa di utilizzarle senza alcuna copertura sindacale, ma con tanto di appropriazione sempiterna del copyright.


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Altri sei mesi per «Libération» Con un futuro ridimensionato

Posted by franco carlini su 6 ottobre, 2006

di Anna Maria Merlo

Concessa la «procedura di salvaguardia» al quotidiano francese: per sei mesi i debiti verranno congelati, nel frattempo Libé dovrà elaborare un progetto di rilancio e attirare nuovi capitali

Parigi
Boccata d’ossigeno di sei mesi per Libération. Il tribunale del commercio di Parigi ha concesso mercoledì al quotidiano in crisi l’applicazione della «procedura di salvaguardia», una novità nel diritto francese mediata dal «capitolo 11» delle legge sui fallimenti statunitense. Per sei mesi i debiti verranno congelati (a tutt’oggi sono 3,5 milioni di euro, dovuti a una ventina di creditori). In questo periodo, Libération dovrà elaborare un progetto di ristrutturazione e di rilancio, sperando di attirare soldi freschi per una ricapitalizzazione. «L’attività quotidiana della testata – afferma la Società civile del personale, il secondo azionista con il 18,4% del capitale – non sarà toccata da questa salvaguardia». Questa procedura era stata auspicata all’ultimo consiglio di amministrazione, il 27 settembre, dall’azionista principale, Edouard de Rothschild. Se riuscirà ad imporre le sue riforme – fine del diritto di veto sulla nomina del direttore da parte della redazione e una consistente diminuzione del personale – Rothschild potrebbe reinvestire altri 5 milioni di euro, dopo i 20 stanziati nell’aprile del 2005 e ormai tutti evaporati nella gestione deficiaria della testata (il 2006 potrebbe chiudersi con 13 milioni di euro in rosso). L’appello lanciato a fine settembre ha per il momento portato 1352 iscritti alla Società dei lettori, per un totale di 58.409 euro. Per il momento nulla cambia, in attesa del nuovo consiglio di amministrazione del 18 ottobre: la «cogestione» proposta da Rothschild nel giugno scorso ed accettata dalla redazione al prezzo di una spacatura interna, resta in piedi, con il giornalista Vittorio De Filippis, presidente della Società del personale, al posto del fondatore Serge July, accanto a Philippe Clerget, messo da Rothschild nella carica di direttore generale. Saranno assititi da Régis Valliot, designato dal tribunale come amministratore giudiziario.
Ma su Libération continua a pesare una spada di Damocle. 135mila copie vendute ogni giorno, ma una diffusione in lento calo da anni. Il piano di Rothschild, che pare preveda una riduzione del personale intorno alle 70-100 persone, resta una minaccia, dopo i 56 dipendenti che hanno già lasciato il giornale la scorsa primavera, seguiti da quattro firme del giornale – tra cui l’ex ostaggio in Iraq Florence Aubenas – nel mese di settembre, con un’operazione mediatizzata che ha lasciato molto amaro nella redazione.
Libération, che non ha dietro le spalle un grande gruppo industriale, è l’anello più debole della stampa nazionale francese, che ha ceduto per primo in un settore dove c’è chi pensa che la stampa scritta abbia al massimo dieci anni di vita di fronte a sé. Crescita del web, concorrenza dei gratuiti (2Ominutes e Métro sono ormai tra le cinque testate quotidiane più diffuse in Francia): Rothschild è entrato nel capitale del giornale più per poterne sfruttare il «marchio» che per rilanciare una testata politica fondata nel ’73 da Jean-Paul Sartre.
L’unica buona notizia di questi giorni è che «abbiamo la certezza di essere presenti durante la campagna presidenziale», afferma François Wenz-Dumas, del Sindacato dei giornalisti. Ma le linee esplorate per la ristrutturazione, che comporterà una drastica riduzione dei costi, sono di un quotidiano con una foliazione ridotta, presente in un numero minore di punti-vendita. E’ allo studio una maggiore complementarietà con il sito web, che va bene, ma non è ancora autonomo economicamente: le notizie sul web non saranno più quelle del giornale. Rothschild propone di «filializzare» il sito web, sganciato dal quotidiano. Questa filializzazione metterà inevitabilmente fine alla specificità di Libération: giornale nato sull’onda del ’68, accorda per statuto un forte potere alla redazione. Altra questione da risolvere: chi dirigerà la ristrutturazione? Per sostituire Serge July, costretto a dimettersi a giugno a causa di una divergenza con Rothschild sul futuro della testata, circola il nome di Edwy Plenel, ex direttore della redazione di Le Monde, mentre non è più così certo che Laurent Joffrin del Nouvel Observateur ed ex di Libé abbia rifiutato definitivamente il posto.

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